2.3.1.2. Il clan “Costa” durante il maxiprocesso cosiddetto “dei 290” e le vicende successive alle scarcerazioni del 31 luglio 1986

L’inizio del maxiprocesso cosiddetto “dei 290”, la cui prima udienza si tenne il 14 aprile 1986, vedeva il clan “COSTA” incontrastato dominatore sulla scena malavitosa messinese. Come ha, infatti, riferito lo stesso COSTA Gaetano (vedi udienza del 26-7-1996, ma in senso sostanzialmente conforme si sono pronunciati anche PARATORE Vincenzo, MARCHESE Mario  e SPARACIO Luigi) , dopo la pacificazione con il gruppo “CARIOLO” avvenuta al carcere di Volterra, erano cessati i precedenti contrasti tra i gruppi ed il clan “COSTA” aveva assunto una posizione di egemonia. Della cosiddetta “pace di Volterra”, avvenuta nel penitenziario di quella città i primi giorni del giugno 1981 ed alla quale parteciparono, oltre al COSTA che si trovava lì detenuto, anche CARIOLO Placido, LEO Giuseppe, VALVERI Sebastiano e GALLI Luigi , può, d’altronde, rinvenirsi ampia conferma dalle risultanze contenute nelle sentenze emesse il 13-6-1984 dalla Corte di Assise di Messina ed il 28-11-1985 dalla Corte di Assise di Appello di Messina, all’esito dei dibattimenti di primo e di secondo grado nel procedimento contro COSTA Gaetano ed altri, cosiddetto “dei 69”. Il CARIOLO si era, peraltro, trasferito a Lipari e aveva dichiarato che non intendeva più interessarsi alle vicende della malavita messinese (vedi dichiarazione di PARATORE Vincenzo all’udienza del 13-4-1996), mentre i personaggi più autorevoli del suo clan, FERRARA Sebastiano  e PIMPO Salvatore, avevano, dopo qualche tempo, creato propri gruppi autonomi, dedicandosi ad attività illecite senza più coltivare l’antica inimicizia con il clan “COSTA”. FERRARA Sebastiano  ha ricordato con precisione, nelle sue dichiarazioni (vedi udienza del 16-9-1996), questa fase di transizione dal clan “CARIOLO”, diretto, dopo il ritiro del CARIOLO, da PIMPO Salvatore, al clan da lui stesso gestito in situazione di autonomia: “il nostro capo a quell’epoca era PIMPO Salvatore. [...] Poi con PIMPO Salvatore nell’85, quando sono stato arrestato, ci siamo divisi, io sono andato col mio gruppo e lui per fatti suoi” (vedi anche l’analoga dichiarazione di VENTURA Salvatore  all’udienza del 29-5-1996). Il FERRARA ha poi ribadito la sua estraneità alle dinamiche che di lì a poco innescheranno i conflitti tra i gruppi che nasceranno dalle ceneri del clan “COSTA”: “ho pensato di tenermi fuori da certe situazioni”, con dichiarazione che ha trovato conferma in quelle degli altri collaboratori e, in particolare, in quella di MANCUSO Giorgio, il quale  ha affermato (vedi udienza del 24-6-1996): “FERRARA non disturbava nessuno e non voleva avere a che fare con nessuno”. PIMPO Salvatore, dal canto suo, si unì sostanzialmente al clan “COSTA”, come viene attestato da MARCHESE Mario, il quale  ha affermato (vedi udienza del 2-10-1996), con riferimento al gruppo facente capo ai fratelli RIZZO ed a PIMPO Salvatore: “è finita questa guerra [...] una volta che è finita ci siamo [...] mischiati uno con l’altro”.

Il clan “COSTA” presentava, però, al suo interno varie articolazioni che consentivano ai suoi adepti aree anche considerevoli di autonomia. Ha affermato SPARACIO Luigi  (vedi udienza del 9-10-1996 e le ulteriori precisazioni effettuate all’udienza del 14-10-1996) che coloro che dirigevano il gruppo erano in realtà CAVO’ Domenico, CAMBRIA Placido, DI BLASI Domenico, LEO Giuseppe, MARCHESE Mario  e lo stesso SPARACIO Luigi,  in quanto COSTA Gaetano  trovavasi sin dalla fine degli anni ’70 ininterrottamente detenuto e pochissimi ormai lo conoscevano personalmente. I responsabili del gruppo godevano, poi, di rilevante libertà di azione, potendo compiere reati senza la necessità del preventivo assenso del capo. Particolarmente significative sono alcune frasi pronunciate da SPARACIO Luigi , il quale ha dichiarato: “COSTA preventivamente non veniva, non gli dicevano niente, tranne se il COSTA, come ha chiesto dei favori, diciamo, delle eliminazioni di determinate persone, per dire, allora lo sapeva, ma quando si commetteva un omicidio fuori non è che prima si manda un’imbasciata in galera e poi si fa l’omicidio”; e poi ancora ha affermato: “non è che mi alzavo la mattina e ammazzavo il primo che mi veniva, [...] se dovevo fare qualche cosa lo potevo dire al DI BLASI che era il mio padrino, al CAVO’, al CAMBRIA, sicuramente non glielo dicevo al COSTA”. Conformi alle dichiarazioni di SPARACIO sono quelle di MARCHESE Mario , il quale ha dichiarato (vedi udienza del 23-9-1996): “il simbolo [...] si chiamava COSTA, [...] però ognuno di noi che era fuori [...] prendevamo delle iniziative [...] si può dire che eravamo dei capi, non è che lui era il capo assoluto” e ancora (vedi udienza del 1-10-1996): “si chiamava gruppo “COSTA” però prendevamo noi le decisioni, non è che andavamo da COSTA a dire: dobbiamo fare questo, dobbiamo fare quello. [...] Si chiamava gruppo COSTA perché era lui il vero capo; se mandava a dire qualcosa lui certamente non gli si diceva di no, ma ognuno di noi quando usciva fuori era responsabile, come c’era responsabile chi era dentro”.  Lo stesso COSTA Gaetano  ha confermato detta circostanza, precisando (vedi udienza del 26-7-1996) che nella “organizzazione c’era un assoluto rispetto della gerarchia”, ma tutti i responsabili “avevano anche libertà di autonomia, di scelta, di decisione” e, in conseguenza dello stato di detenzione del capo, potevano prendere iniziative delittuose o omicidiarie senza il suo preventivo assenso.

Una distinzione che avrà notevoli conseguenze sui successivi rapporti tra consorterie malavitose è quella che si creò all’interno del clan “COSTA” tra il gruppo che riconosceva in LEO Giuseppe il suo più autorevole esponente (ma che poteva contare anche sull’appoggio di personaggi di considerevole caratura criminale come i fratelli VENTURA, Salvatore e Carmelo, VALVERI Sebastiano, MANCUSO Giorgio ) e tutti gli altri gruppi facenti capo a DI BLASI Domenico, SPARACIO Luigi , CAMBRIA Placido e CAVO’ Domenico. Questa scissione nacque, come ha riferito COSTA Gaetano  (vedi udienza del 26-7-1996), sin dal 1981 - 1982, quando il LEO e numerose altre persone entrarono in contrasto con CAVO’, CAMBRIA e, in genere, con i personaggi del rione Giostra per motivi di supremazia all’interno dell’organizzazione, senza però mettere in dubbio il primato dello stesso COSTA. LEO Giovanni  ha, parimenti, dichiarato (vedi udienza del 23-7-1996) che sin dal 1981 - 1982 i rapporti del fratello LEO Giuseppe con DI BLASI, con CAMBRIA e con CAVO’ erano completamente cessati, affermando in proposito: “loro stavano nel suo e noi stavamo nel nostro”. Ciò, tuttavia, non pregiudicò i rapporti con il COSTA che si mantennero buoni sino al 1985, come viene attestato dal fatto che il fratello Giuseppe, divenuto nel 1981, attraverso l’intervento di DI BLASI Domenico e per mezzo di comunicazioni epistolari, figlioccio del capo, “chiedeva il consenso di COSTA in tutto e per tutto” . Il formale inizio della distinzione sopra ricordata viene segnato da un episodio di notevole valore simbolico, riferito con dovizia di particolari sia da MANCUSO Giorgio  (vedi udienza del 28-6-1996), che da VENTURA Salvatore  (vedi udienza del 29-5-1996), ma al quale ha accennato anche CASTORINA Pasquale  (vedi udienza del 20-5-1996). I suddetti collaboratori hanno ricordato il trasferimento, avvenuto nel carcere di Gazzi a Messina (MANCUSO ha affermato che il fatto si sarebbe verificato nell’anno 1981 mentre VENTURA lo ha spostato nel 1982 - 1983), di numerosi detenuti vicini a LEO Giuseppe, tra i quali VALVERI Sebastiano e gli stessi MANCUSO Giorgio  e VENTURA Salvatore , dal secondo al primo piano del reparto Cellulare. Ha sottolineato, comunque, anche il MANCUSO, come prima LEO Giovanni , che ciò non ha determinato una frattura tra il COSTA ed il LEO, poiché quest’ultimo, pur rivendicando la propria autonomia rispetto agli altri esponenti del clan, ha continuato a riconoscere in COSTA il proprio capo ed il COSTA lo ha nominato “come suo fiduciario”. All’inizio del maxiprocesso i rapporti tra LEO Giuseppe da un lato e gli altri personaggi del clan “COSTA” dall’altro dovevano, comunque, essere di notevole attrito e ciò viene attestato da un altro episodio che è stato riferito da SURACE Salvatore (vedi udienza del 22-10-1997), ma al quale hanno accennato anche SANTACATERINA Umberto (vedi udienza del 4-3-1994), LEO Giovanni  (vedi udienza del 9-7-1996) e MANCUSO Giorgio  (vedi udienza del 28-6-1996). Ha affermato il SURACE che nel 1985 si ebbe, all’interno della cella che egli occupava nel carcere di Messina, un incontro, al quale alcuni dei partecipanti giunsero armati, tra CAMBRIA Placido, DI BLASI Domenico, VINCI Rosario  ed altri personaggi contrari al LEO da un lato, e Nello VALVERI, LEO Giovanni  ed altri soggetti vicini a LEO Giuseppe dall’altro, proprio al fine di tentare una pacificazione, che venne raggiunta, tra i due gruppi.

Tra la fine del 1985 e l’inizio del 1986 anche i rapporti tra LEO Giuseppe e COSTA Gaetano , tuttavia, si deteriorarono rapidamente sino alla rottura tra i due. Prova di ciò si rinviene nelle dichiarazioni di COSTA Gaetano  e di numerosi altri collaboratori. Il COSTA, in particolare, ha affermato (vedi udienza del 26-7-1996) che nel 1986, alcuni mesi dopo l’inizio del maxiprocesso, quando egli venne trasferito dal carcere di Catania a quello di Messina (ciò avvenne il 12-4-1986, come indicato nel tabulato fornito dal D.A.P.), scoprì che Pippo LEO era un confidente e, di conseguenza, organizzò una riunione tra tutti gli affiliati all’interno del carcere e stabilì che “LEO non doveva più far parte della [...] organizzazione” e, pertanto, gli dovevano essere tolte tutte le “responsabilità che un tempo gli si riconoscevano”. Molteplici sono i riferimenti dei collaboratori di giustizia a tale riunione. Di essa ha parlato MARCHESE Mario  (vedi udienza del 23-9-1996), il quale ha ricordato che LEO Giuseppe, all’epoca latitante (verrà arrestato solo il 25-5-1987 - vedi tabulato D.A.P. al n. 191 dei documenti acquisiti con ordinanza del 19-7-1997), “per COSTA  era già da scartare”, e fu “estromesso dalla suddivisione delle zone di influenza”, tanto che gli fu preferito, quale responsabile del villaggio Aldisio, SURACE Salvatore. Quest’ultimo ha confermato la circostanza (vedi udienza del 22-10-1997), riferendo che quando ancora COSTA si trovava isolato nel carcere di Messina, prima che salisse in sezione, fu stabilita una divisione dei territori e, poiché “erano nati dei dissidi [...] con COSTA Gaetano  e con tutti gli altri gruppi, [...]”, LEO venne escluso da tale ripartizione e la zona del villaggio Aldisio venne assegnata allo stesso SURACE, pur avendo il LEO un gruppo che operava proprio in quel quartiere. Dichiarazioni per molti versi simili hanno reso, infine, CASTORINA Pasquale  (vedi udienza del 20-5-1996), SANTACATERINA Umberto (nel corso dell’incidente probatorio all’udienza del 4-2-1994) e, soprattutto, LEO Giovanni  (vedi udienza del 23-7-1996), che all’epoca si trovava  detenuto e che ha ritenuto di poter rinvenire proprio in tale episodio il momento che ha segnato la scissione dal clan “COSTA” del gruppo facente capo al fratello LEO Giuseppe. Tale ultima affermazione trova, poi, significativa corrispondenza nelle dichiarazioni di MANCUSO Giorgio  (vedi udienza del 28-6-1996), il quale, pur non facendo cenno all’esclusione del LEO dalla divisione tra i gruppi delle zone di influenza, ha accennato all’ostilità palese che ormai si era instaurata tra COSTA Gaetano  e LEO Giuseppe: “COSTA Gaetano  nell'87 (ma il fatto sembra debba retrodatarsi all’anno prima), quando fu al carcere di Messina, chiamò a riunione tutti i suoi maggiori esponenti del clan “COSTA” e voleva dare ad ognuno dei maggiori esponenti un.., diciamo, un comando dei rioni. E aveva stabilito dei rioni per ogni persona, e a me non mi stava bene quel tipo di situazione perché lui voleva fare responsabilizzare le persone, però voleva che fosse tutta un'unica famiglia nuovamente e che ognuno togliesse il 40 per cento delle entrate da destinare al gruppo COSTA, che doveva essere, diciamo, come sede nel rione Giostra; perciò dovevamo dare conto a MARCHESE o a CAMBRIA, sul nostro introito diciamo. E io gli ho rifiutato questa situazione per conto mio, per conto di LEO, per conto di SURACE e Nello VALVERI; abbiamo rifiutato questa proposta. [...] Io avevo il contrasto con COSTA perché lui insieme ad altri voleva uccidere Pippo LEO”. Ancora più chiara è, infine, la circostanza riferita da SPARACIO Luigi , il quale ha ricordato (vedi udienza del 7-10-1996) che LEO fu il primo, mentre si trovava latitante (è stato accertato che LEO Giuseppe fu latitante dal 22-6-1985 fino al 25-5-1987; - vedi attestazione fornita dalla Questura di Messina a seguito di richiesta avanzata, ai sensi dell’art. 507 c.p.p., con ordinanza del 19-7-1997, al N. 9 dei documenti), ad accusare apertamente COSTA Gaetano  di essere un “tragediatore” (vale a dire un soggetto che semina zizzania, che costruisce ad arte “tragedie” al fine di mettere i suoi adepti l’uno contro l’altro) e gli mandò una lettera nella quale gli diceva che “per lui non era più nessuno”.

Un altro contrasto di grande rilievo che venne manifestandosi all’interno del clan “COSTA” durante il maxiprocesso è quello tra CAVO’ Domenico e gli altri esponenti del clan. Il disaccordo che per primo ebbe a palesarsi fu quello tra CAVO Domenico e LEO Giuseppe. Ha riferito MARCHESE Mario  (vedi udienza del 2-10-1996) che già alla fine del 1983, quando LEO Giuseppe si trovava detenuto agli arresti domiciliari, questi mandò a chiamare lo stesso MARCHESE, SPARACIO e CIRAOLO per chiedere loro di uccidere CAVO’, che era suo padrino, ma che si sarebbe macchiato della colpa (definita “infamità”) di aver dichiarato agli organi di polizia, subito dopo una sparatoria avvenuta in via Manzoni, nella quale rimase gravemente ferito il cugino LEO Domenico e, in modo meno grave, lo stesso CAVO’ Domenico, che presente sui luoghi vi era anche LEO Giuseppe. A riscontro delle suddette dichiarazioni è stato acquisito (vedi documento di cui al n. 88 dell’ordinanza del 19-7-1997) il verbale di dichiarazioni rese in data 18-5-1981 da CAVO’ Domenico al N.O. dei Carabinieri di Messina, nel quale viene fatto un chiaro riferimento alla presenza di LEO Giuseppe sui luoghi della sparatoria e che costituirà decisivo elemento di prova a carico del LEO, imputato del reato di favoreggiamento, nella nota sentenza emessa dalla Corte di Assise di Messina il 13 giugno 1984 a conclusione del processo cosiddetto “dei 69” (vedi pag. 99 della sentenza acquisita con l’ordinanza del 19-7-1997 e inserita   nella cartella delle sentenze). Lo stesso MARCHESE, che ha affermato di non aver aderito alla richiesta del LEO e di essere, anzi, entrato, in conseguenza di tale fatto, in disaccordo con quest’ultimo, non ha, però, mancato di avvertire che le ragioni del contrasto tra i due dovevano essere ben più profonde e che in realtà il LEO intendeva in tal modo affrancarsi dalla posizione di subordinazione nei confronti del CAVO’, nella quale si era fino ad allora trovato. Anche PARATORE Vincenzo (vedi udienza del 10-4-1996) e SPARACIO Luigi  (vedi udienza del 15-10-1996) hanno ricordato le accuse mosse da LEO Giuseppe a CAVO’ Domenico per le dichiarazioni rese dopo la sparatoria di via Manzoni ed il secondo ha aggiunto che tali accuse vennero fatte proprie dal CAMBRIA, con il quale erano già nati dei disguidi, e da COSTA Gaetano, che già dagli anni 1983 - 1984 era entrato in disaccordo con il CAVO’ per la condotta tenuta da quest’ultimo durante il periodo di latitanza (vedi su quest’ultima circostanza le dichiarazioni di SPARACIO Luigi all’udienza del 14-10-1996). Successe così che quando CAVO’, in occasione del maxiprocesso,  venne trasferito da Pescara, dove si trovava detenuto, a Messina “CAMBRIA già gli aveva fatto terra bruciata” e “quando CAVO’ sale in sezione ognuno cerca di non salutarlo, di non avere a che fare con lui”; in altre parole “ aveva un carcere contro” (vedi dichiarazioni di SPARACIO Luigi  all’udienza del 7-10-1996). VENTURA Salvatore  (vedi udienza del 29-5-1996) ha reso dichiarazioni che concordano pienamente con quelle di MARCHESE Mario  sia in ordine all’occasione del contrasto tra LEO Giuseppe e CAVO’ Domenico, vale a dire le dichiarazioni rese da quest’ultimo ai Carabinieri dopo la sparatoria di via Manzoni, sia in ordine alle vere ragioni di disaccordo, individuate nella “sete di potere” del LEO, cui “stava stretta” la sua posizione di figlioccio del CAVO’. Similmente a quanto riferito da SPARACIO, il VENTURA ha, inoltre, affermato che questo argomento è stato poi utilizzato anche da altri soggetti, come DI BLASI Domenico, per allontanare il CAVO’. Le ragioni dei contrasti tra, da un lato, CAVO’ Domenico e, dall’altro lato, COSTA Gaetano e CAMBRIA Placido, solo accennate dallo SPARACIO, sono state meglio specificate da PARATORE Vincenzo, il quale ha riferito (vedi udienza del 9-1-1996) che “dei palermitani [...] avevano contattato il COSTA [poiché] dovevano passare una partita di droga per Messina; il referente di COSTA in quell’epoca era CAMBRIA, che [...] si trovava in carcere, [mentre] CAVO’ Domenico [...] era in stato di latitanza”. Intervenne allora CAVO’ Domenico, il quale assicurò il transito indisturbato di questa droga nelle acque di Messina ed ebbe come compenso 100 milioni di lire, che trattenne per sé, anziché dividere con COSTA e CAMBRIA. A questo motivo di contrasto si aggiunse, poi, per CAMBRIA Placido, la circostanza che il CAMBRIA aveva intrapreso relazione sentimentale con SPASARO Giuseppina , suocera di CAVO’, contro il volere di quest’ultimo. Lo stesso COSTA Gaetano , d’altronde, ha ammesso (vedi udienza del 26-7-1996) l’esistenza, a quel tempo, di contrasti  tra lui ed il CAVO’, nonché di disaccordi, per motivi di ordine familiare, tra quest’ultimo e CAMBRIA Placido, nei quali egli parteggiò palesemente per il CAMBRIA, cui offrì il suo sostegno. Non convince, tuttavia, il COSTA quando ha affermato che i rapporti tra lui ed il CAVO’ si deteriorarono in seguito all’uccisione dell’avv. D’UVA, fatto che sarebbe maturato per decisione del CAVO’ e del CAMBRIA, i quali, per fare una cortesia a degli esponenti della ‘ndrangheta calabrese, erano andati oltre l’originario disegno, che era quello di impartire una semplice “lezione” al professionista. Tale versione dei fatti sembra, invero, ispirata a ragioni difensive nel processo instaurato per la punizione dei responsabili dell’omicidio dell’avv. D’UVA e risulta contraddetta sia dalle dichiarazioni prima ricordate, che collocano il dissidio tra i due in epoca ben più remota e per motivi del tutto diversi, rendendo inverosimile il ruolo attribuito nel fatto dal COSTA al CAVO’, all’epoca completamente isolato, sia dalla circostanza che il CAMBRIA, a differenza del CAVO’, rimase in buoni rapporti con COSTA Gaetano,  pur avendo, secondo il COSTA, responsabilità non minori rispetto al primo. I suddetti contrasti furono, comunque, molto aspri, tanto che alcuni collaboratori hanno parlato (vedi dichiarazioni di PARATORE Vincenzo all’udienza del 1-4-1996 di CASTORINA Pasquale  alle udienze del 20-5-1996 e del 27-5-1996, di SPARACIO Luigi all’udienza del 14-10-1996) di un piano orchestrato dal CAMBRIA per uccidere in carcere CAVO’ Domenico, con delle pistole delle quali egli poteva disporre all’interno della Casa Circondariale di Messina ed avvalendosi dell’aiuto di tale BURGIO Fabrizio.

Va, infine, dedicato un cenno al ruolo assunto all’inizio del maxiprocesso da due capi storici del clan “COSTA”, DI BLASI Domenico e CAMBRIA Placido. Il primo, come ha affermato MANCUSO Giorgio  (vedi udienza del 28-6-1996) poteva considerarsi “il capo della malavita storica messinese”. Vicinissimo a lui era suo figlioccio SPARACIO Luigi , che era stato affiliato al clan “COSTA” proprio grazie al suo intervento,  nonostante COSTA Gaetano  avesse ucciso in carcere il cognato TIMPANI Antonino, figlio della suocera di SPARACIO, SETTINERI Vincenza . Il DI BLASI, pur godendo di indiscutibile prestigio, era stato, tuttavia, da tempo allontanato sia da LEO Giuseppe, che gli rimproverava di agire secondo una “vecchia mentalità” (vedi dichiarazioni di VENTURA Salvatore  all’udienza del 29-5-1996), sia da COSTA Gaetano  il quale ha affermato (vedi udienza del 26-7-1996) che “gli si riconosceva il rispetto del suo passato” e tuttavia egli non lo teneva in considerazione per ruoli di responsabilità all’interno dell’organizzazione. SPARACIO Luigi , che certamente meglio di altri può conoscere le vicende del DI BLASI col quale ha sempre avuto uno stretto rapporto, ha, infine, confermato (vedi udienza del 16-10-1996) il progressivo allontanamento di quest’ultimo dal COSTA a far data dal 1981 ed ha precisato che, a seguito di disaccordi sorti successivamente anche con CAVO’ Domenico, da lui accusato apertamente in carcere di essere “uno sbirro” (vedi su questo punto le dichiarazioni rese da SPARACIO Luigi all’udienza del 7-10-1996), e con CAMBRIA Placido, il DI BLASI, già dall’anno 1985 o dall’inizio dell’anno 1986, si era creato un gruppo sostanzialmente autonomo.

CAMBRIA Placido era, invece, all’inizio del maxiprocesso, il personaggio più autorevole del clan dopo il capo COSTA Gaetano . Sul punto sono concordi le dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia: PARATORE Vincenzo ha affermato (vedi udienza del 9-1-1996) che “i capi erano all’epoca [...] COSTA Gaetano  e Placido CAMBRIA”; SPARACIO Luigi  ha affermato (vedi udienza dell’8-10-1996) che CAMBRIA Placido era il “responsabile” del gruppo; RIZZO Rosario  ha dichiarato (vedi udienza del 10-6-1996), con riferimento al tempo antecedente l’omicidio di BONSIGNORE Pietro, che “CAMBRIA in quel periodo era il capo lui”; LEO Giovanni  lo ha indicato (vedi udienza del 23-7-1996) come braccio destro di COSTA; MANCUSO Giorgio  (vedi udienza del 24-6-1996) gli ha attribuito un ruolo direttivo all’interno del gruppo insieme a COSTA Gaetano ; CARIOLO Antonio (vedi udienza del 1-7-1996) ha parlato, persino, di un “clan di CAMBRIA Placido”; lo stesso COSTA Gaetano , infine, ha affermato (vedi udienza del 26-7-1996) che il CAMBRIA aveva la “responsabilità” gruppo.

La situazione sopra succintamente esposta nei suoi elementi essenziali è quella nella quale intervennero, il 31 luglio 1986, le scarcerazioni per decorrenza dei termini di custodia cautelare di diversi affiliati al clan “COSTA”, cui seguì una stagione segnata da numerosi fatti di sangue. COSTA Gaetano  e CAMBRIA Placido diedero, in quel frangente, a MARCHESE Mario  un compito particolarmente delicato, quello di riorganizzare il gruppo, riunendo e governando tutti i ragazzi che si venivano affacciando sulla scena della malavita messinese e che non potevano conoscere COSTA Gaetano , il quale si trovava in carcere ormai da tantissimo tempo. Chiarissime sono in tal senso le dichiarazioni di PARATORE Vincenzo (ma accenni sono contenuti anche nelle dichiarazioni di numerosi altri collaboratori), persona vicinissima a CAMBRIA Placido, il quale ha affermato (vedi udienza del 9-1-1996): “quando siamo stati scarcerati COSTA e CAMBRIA avevano dato l’incarico a MARCHESE di prendere tutti i ragazzi e vedere cosa fare fuori” e poi ha aggiunto (vedi udienza del 9-4-1996): “Placido CAMBRIA ha messo a capo di questa associazione, di tutti quelli che doveva gestire gli affari, doveva essere Mario Marchese e quando siamo usciti, Mario Marchese ha fatto quello che ha fatto”.  Altrettanto precise sono le dichiarazioni di COSTA Gaetano , il quale ha affermato (vedi udienze del 24-7-1996 e del 26-7-1996) che MARCHESE Mario  e DE DOMENICO Antonino erano stati nominati “responsabili esterni”  al fine di “portare avanti  il discorso del nostro gruppo” e tale circostanza trova riscontro anche nelle dichiarazioni di MANCUSO Giorgio  (vedi udienza del 24-6-1996), secondo il quale “CAMBRIA Placido e COSTA diedero a DE DOMENICO Antonino e MARCHESE Mario il compito di comandare”.

Immediatamente dopo le suddette scarcerazioni si verificarono due fatti di sangue che possono trovare un’agevole chiave di lettura all’interno dei contrasti, già da tempo covati in carcere, tra COSTA Gaetano , CAMBRIA Placido e CAVO’ Domenico. I due episodi cui si intende far riferimento sono il duplice omicidio di PARISI Corrado e FENGHI Gregorio ed il tentato omicidio di CAVO’ Salvatore. Quest’ultimo fatto, commesso il 7 agosto 1986 ai danni di un cugino di CAVO’ Domenico, sarebbe stato perpetrato, secondo quanto riferito da PARATORE Vincenzo (vedi udienza del 9-1-1996), da PATTI Antonino su mandato di MARCHESE Mario . Dalla lettura della sentenza emessa dalla Corte di Assise di Messina in data 7/17 giugno 1991, irrevocabile l’8 luglio 1991, con la quale MARCHESE Mario  venne assolto da tale reato, quando ancora non erano intervenuti i collaboratori di giustizia a squarciare il velo che ha avvolto per molti anni questo come altri fatti di sangue riconducibili a fenomeni associativi, emerge, peraltro, che già nell’immediatezza dei fatti CAVO’ Salvatore, in una dichiarazione informale registrata mediante apposite apparecchiature, affermò che l’attentato del 7 agosto 1986 in suo danno si inseriva in un vasto disegno tendente alla eliminazione di CAVO’ Domenico, disegno del quale egli supponeva che MARCHESE Mario  fosse l’ispiratore. Del duplice omicidio di PARISI e FENGHI, commesso l’8 agosto 1986, si è, viceversa, assunto la responsabilità, quale esecutore materiale, lo stesso PARATORE Vincenzo, il quale ha spiegato (vedi udienze del 9-1-1996 e del 10-4-1996) che egli fu determinato all’azione delittuosa da una doppia spinta, la prima di carattere personale e riconducibile al comportamento tenuto da PARISI Corrado nel 1983, dopo una rapina perpetrata ad Ancona insieme allo stesso PARATORE ed a FERRANTE Santi  (dirà il PARATORE all’udienza del 9-4-1996 che il PARISI aveva causato l’arresto del FERRANTE attraverso delle comunicazioni telefoniche intercettate dalle forze dell’ordine e aveva distratto una somma di denaro derivante da un traffico illecito di stupefacenti e destinata al pagamento della droga, per fini personali), la seconda riconducibile, viceversa, ad uno specifico mandato impartitogli da CAMBRIA Placido e COSTA Gaetano,  che volevano sopprimere PARISI Corrado perché questi era un intimo amico di CAVO’ Domenico ed in carcere aveva manifestato apertamente tale sua vicinanza mangiando “a tavola con CAVO’”, mentre FENGHI Gregorio fu ucciso solo perché si trovò casualmente in compagnia del cognato. Quest’ultima motivazione, che trova conferma nelle dichiarazioni di CASTORINA Pasquale , il quale ha espresso il suo convincimento di uno stretto collegamento tra il duplice omicidio e l’ostilità manifestata da COSTA Gaetano  nei confronti del CAVO’ (vedi udienza del 20-5-1996: “mi sono trovato a parlare pure io con il COSTA [...] ce l’avevano con CAVO’ Domenico e nello stesso tempo [...] si parlava di ammazzare PARISI Corrado”),  appare, invero, ben più pregnante e convincente rispetto all’altra, specie se si considera che l’omicidio sarebbe avvenuto a ben tre anni di distanza dalla asserita rapina e, pertanto, non può certamente considerarsi diretta conseguenza di questa. Lo stesso COSTA ha, d’altronde, chiarito (vedi udienza del 26-7-1996) che il vero movente fu quello legato ai contrasti con CAVO’ Domenico, affermando che tale omicidio è avvenuto perché il “PARISI [...] nel periodo militare [...] era stato arruolato nella Polizia” e, di conseguenza, il “CAVO’ non poteva permettersi di farlo entrare nella [...] organizzazione” e che la decisione della sua eliminazione fu presa, d’accordo con lo stesso COSTA, dal CAMBRIA, il quale temeva “il CAVO’ e quello che poteva creare contro il CAMBRIA stesso l’uscita del PARISI” e scelse quale esecutore PARATORE Vincenzo perché voleva far apparire il fatto come una questione personale del PARATORE. Egli ha evidenziato, peraltro, l’esistenza di un interesse del CAMBRIA ad accreditare nell’immediatezza del fatto un movente personale del PARATORE (il CAMBRIA gli avrebbe detto: “sì, però a me non coinvolgermi, falla dipendere una cosa sua e poi gliel’aggiustiamo”) e ciò può in parte spiegare come mai ancora oggi il PARATORE, con l’autorevolezza che gli deriva dall’avere assunto il ruolo di esecutore materiale, sostenga con vigore un simile movente.

Le vicende successive alle scarcerazioni del 31 luglio 1986 furono contrassegnate da una lotta di potere che vide MARCHESE Mario  assurgere a ruolo di assoluta preminenza nel clan “COSTA” e, contemporaneamente, l’accantonamento di CAMBRIA Placido. Fondamentale momento di demarcazione è l’omicidio, avvenuto l’8 ottobre 1986, di BONSIGNORE Pietro, uomo vicinissimo a CAMBRIA, episodio nel quale perse la vita anche la sfortunata SPINA Nunziata ed al quale seguì pochissimo tempo dopo, il 23 ottobre 1986, il tentato omicidio di AMANTE Giuseppe, inteso lo “sporcaccio”, altro uomo vicinissimo a CAMBRIA.

Non è chiaro se già prima di tali fatti, nei giorni immediatamente successivi al 31 luglio 1986, MARCHESE Mario , sfruttando l’ampia libertà di azione concessagli, avesse cercato di coalizzare attorno a sé e contro CAMBRIA gli affiliati al clan “COSTA”, né sono state raggiunte certezze circa il ruolo svolto nella vicenda da COSTA Gaetano . Le dichiarazioni in tal senso rese da PARATORE Vincenzo, pur circostanziate e senza dubbio verosimili, non hanno, infatti, trovato specifico riscontro in quelle degli altri collaboratori. Ha affermato il PARATORE (vedi udienze del 9-1-1996 e del 9-4-1996) che qualche tempo dopo le scarcerazioni (all’udienza del 13-4-1996 dirà che ciò sarebbe avvenuto “dopo una settimana, dieci giorni”), COSTA da un lato e MARCHESE dall’altro iniziarono a mettere in disparte il CAMBRIA, accusato di essersi “mangiato” dei soldi derivanti dal traffico di droga, ma in realtà timorosi del potere che egli stava acquisendo (PARATORE ha dichiarato: “COSTA [...] aveva preso questa decisione perché aveva paura di CAMBRIA”). Marchese tenne a tal fine alcune riunioni nelle quali, affermando di operare in pieno accordo con COSTA Gaetano, comunicò agli affiliati in libertà la necessità di estromettere il CAMBRIA e tale suo operato fu accettato da tutti gli adepti  del clan, i quali, anche se alcuni di essi erano intimamente contrari a simile disegno, come lo stesso PARATORE, lo appoggiarono per paura di ritorsioni. Il piano dai due orchestrato (vien detto dal PARATORE: “era una cosa combinata tra di loro”) giunse a compimento appena “un mese dopo”, quando “CAMBRIA [venne] accantonato e MARCHESE [divenne] il capo”. Sia MARCHESE Mario  che COSTA Gaetano  hanno, tuttavia, negato la versione dei fatti fornita dal PARATORE, che potrebbe, invero, risultare viziata da una lettura a posteriori degli avvenimenti e scontare il rischio di accreditare come realtà mere supposizioni che spostano ad un momento antecedente situazioni verificatesi solo dopo l’omicidio di BONSIGNORE Pietro. Certo è, comunque, che dopo tale omicidio fu manifesto il contrasto tra CAMBRIA Placido, il quale fu messo da parte, e MARCHESE Mario, che  divenne il nuovo responsabile del gruppo. Quale che sia il ruolo che ebbero nella vicenda COSTA Gaetano  e MARCHESE Mario , questione che verrà approfondita quando verrà trattato funditus il detto omicidio, i collaboratori di giustizia sono, infatti, unanimi nell’affermare (vedi, tra gli altri, RIZZO Rosario  all’udienza del 10-6-1996 e CARIOLO Antonio  all’udienza del 1-7-1996) che i fatti volsero nella direzione sopra accennata. Lo stesso MARCHESE Mario , pur escludendo una propria diretta responsabilità nell’omicidio di BONSIGNORE Pietro e di SPINA Nunziata non ha potuto, invero, mancare di ammettere (vedi udienza del 2-10-1996) che proprio da tale fatto nacque una profonda inimicizia con  il CAMBRIA. Dal canto suo SPARACIO Luigi  ha dichiarato (vedi udienze del 7-10-1996 e del 14-10-1996) che COSTA, il quale appoggiava sempre colui che aveva la maggiore disponibilità di uomini ha, dopo tale fatto, “mollato CAMBRIA e appoggiato MARCHESE”. Anche COSTA Gaetano  ha, d’altronde, ammesso (vedi udienza del 26-7-1996) di aver deciso, dopo il suddetto episodio delittuoso, “di togliere la responsabilità di fatto all’interno dell’organizzazione a CAMBRIA e darla temporaneamente, in attesa di chiarimenti, [...] a MARCHESE Mario ”.

Il tentato omicidio di AMANTE Giuseppe  è, infine, chiara testimonianza di un conflitto ormai aperto, portato avanti senza esclusione di colpi, tra MARCHESE Mario  e CAMBRIA Placido, nel quale quest’ultimo, detenuto e privo ormai del sostegno del capo, non poteva che avere la peggio. Lo stesso AMANTE Giuseppe , imputato del presente procedimento e sentito al dibattimento all’udienza dell’11-10-1997, ha lucidamente ricostruito non solo lo svolgimento dell’episodio del quale egli rimase vittima, ma anche il presumibile movente dell’atto delittuoso. Esso sarebbe riconducibile alla volontà di MARCHESE Mario , il quale gli avrebbe fatto sparare solo perché lo riteneva uomo vicino a CAMBRIA Placido e lo attirò in una trappola con l’aiuto di DE DOMENICO Antonino e del fratello dello stesso MARCHESE Mario . Tale causale si inquadra con perfetta coerenza nelle dinamiche delinquenziali dell’epoca, come sono state più sopra ricostruite, e non viene contraddetta dalla circostanza che il MARCHESE, processato per tale delitto, venne, con la citata sentenza emessa dalla Corte di Assise di Messina del 7/17 giugno 1991, irrevocabile l’8 luglio 1991, assolto anche da tale delitto, poiché quella Corte non ha potuto allora avvalersi del rilevante patrimonio conoscitivo offerto successivamente dai collaboratori di giustizia.

Questione di primaria importanza è quella del ruolo di COSTA Gaetano  dopo le scarcerazioni del 31 luglio 1986, dei suoi rapporti con MARCHESE Mario , della sua effettiva capacità di incidere sulla vita dell’organizzazione, che egli aveva sino ad allora diretto con sicurezza e senza reali oppositori. Sin dall’inizio del maxiprocesso cosiddetto “dei 290” si vennero, infatti, manifestando dei malumori tra gli affiliati al clan “COSTA”, sino a mettere in dubbio la capacità del capo di continuare a svolgere il compito di guida e direzione a lui attribuito e già si è visto come uno dei personaggi più autorevoli del sodalizio criminoso, LEO Giuseppe, non esitò, proprio in quel frangente, a rendersi totalmente autonomo dal clan capeggiato da COSTA Gaetano . Gli avversari del COSTA muovevano, in genere, dalla constatazione che questi, condannato all’ergastolo ed in carcere ormai da moltissimi anni, non conosceva i giovani che si erano andati accostando negli ultimi anni al mondo del crimine e non appariva, pertanto, in grado di governarli (vedi, in tal senso le dichiarazioni di PARATORE Vincenzo all’udienza del 9-1-1996 e quelle, dello stesso tenore, di SPARACIO Luigi  all’udienza del 7-10-1996). Gli si attribuiva, inoltre, la “colpa” dello stesso processo penale in corso, nel quale tantissimi affiliati si trovavano imputati in stato di detenzione  e le parole usate al dibattimento da PARATORE Vincenzo (vedi udienza del 4-2-1996 e poi udienza del 9-4-1996) danno, a tal proposito, il segno dello stato d’animo ormai sfiduciato che l’azione delle forze dell’ordine e dell’autorità giudiziaria aveva determinato negli aderenti al clan: “eravamo tutti quanti in carcere [...] rovinati [...] si era persa la fiducia”. COSTA Gaetano , inoltre, non sembrava avesse consapevolezza delle difficoltà, soprattutto economiche, nelle quali si dibattevano i suoi affiliati, ostentando, al contrario,  lusso e spreco (vedi dichiarazione di PARATORE Vincenzo all’udienza del 13-4-1996). Lo si accusava, soprattutto, di non essere stato capace di risolvere i contrasti sorti all’interno del clan, ma anzi di averli fomentati per volgerli a proprio favore. Quest’ultima critica è stata mossa con particolare insistenza da PARATORE Vincenzo (vedi udienza del 9-1-1996), il quale ha ricordato le aspettative che si riponevano in COSTA, che si pensava “sarebbe riuscito a mettere pace”, e la delusione che è poi seguita quando si è constatato che egli non aveva “fatto niente per farli rappacificare”. Pure MARCHESE Mario  ha lanciato analoga accusa affermando (vedi udienza del 23-9-1996) che “COSTA faceva giochi di prestigio che a noi non piacevano, perché oggi stringeva la mano a quello e domani lo voleva ammazzare. [...] Lui voleva ammazzare dentro il carcere addirittura SPARACIO, VALVERI...”.  Concordanti sono le dichiarazioni di SPARACIO Luigi  (vedi udienza del 7-10-1996), il quale ha affermato che “il COSTA, quando è arrivato a Messina, in qualità di quello che si diceva che era, un capo, doveva almeno mettere un po’ di pace, invece il COSTA, essendo che lui voleva primeggiare su tutti e non potendo lui affrontare le singole persone, cercava di mettere l’uno contro l’altro” ed ha aggiunto (vedi udienza del 9-10-1996) che quando tale manovra venne smascherata ad opera di DE DOMENICO Antonino, “tutti cercavano il pretesto per discutere con COSTA, per vedere quello che diceva e poi quando salivano sopra si raccontavano tutto. Così hanno capito che COSTA era un tragediatore”. Anche MANCUSO Giorgio , infine, ha rimproverato (vedi udienza del 24-6-1996) a COSTA Gaetano  di aver “giocato” troppo “sulla pelle degli altri”. Egli ha, però, avanzato anche una diversa interpretazione dei fatti, che, pur non negando la sussistenza dei malumori sopra esposti, ravvisa nelle vicende di quel tempo una lotta per la conquista di una situazione di potere approfittando della debolezza del COSTA. Questa ricostruzione, proposta anche da RIZZO Rosario  (vedi udienza del 10-6-1996), che rinviene in “interessi di soldi” le vere ragioni dei contrasti con il capo, è stata, poi, affermata con convinzione dallo stesso COSTA Gaetano . Quest’ultimo ha, infatti, dichiarato (vedi udienza del 26-7-1996) che il suo declino sarebbe strettamente correlato all’ascesa di CAVO’ Domenico, il quale si è giovato di alleanze con altre organizzazioni malavitose, come quella palermitana denominata COSA NOSTRA, dove poteva contare sull’appoggio di persone del tipo di Nando GRECO e Michelangelo ALFANO, o come i gruppi calabresi facenti capo ai DI STEFANO ed ai TEGANO, ed ha approfittato della sua debolezza derivante dalla impossibilità per lui, detenuto in un carcere distante da Messina, di difendere adeguatamente la propria posizione.

L’accertata esistenza di difficoltà per COSTA Gaetano  a mantenere la sua posizione di supremazia all’interno del sodalizio criminoso per le critiche ed i malumori sopra ricordati e sempre più diffusi tra gli affiliati o per l’opera sottilmente demolitrice di CAVO’ Domenico, non può, però, condurre, in modo automatico, alla conclusione che MARCHESE Mario , dopo le scarcerazioni del 31 luglio 1986, prese il posto del COSTA e che quest’ultimo, sin da tale momento, sia stato completamente esautorato. Questa sembra, in realtà, più un’illazione basata su un esame dei fatti poco approfondito, che il frutto della lettura attenta delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e della interpretazione dei fatti di quel periodo. Il collaboratore PARATORE Vincenzo ha, più di altri, contribuito a ingenerare tale equivoco, affermando (vedi udienza del 10-4-1996) che dopo il 31 luglio 1986 “COSTA Gaetano  non poteva disporre più nemmeno di suo cognato PAGLIARO Stellario, [...] non poteva contare su nessuno”. In verità lo stesso PARATORE ha chiarito il proprio pensiero in altri passi della sua deposizione, quando ha affermato che  molti dei responsabili del gruppo, pur covando nell’animo l’intenzione di mettere da parte il COSTA, tuttavia, per opportunismo, lo continuarono ad appoggiare. Un simile comportamento tenne, secondo PARATORE (vedi udienza del 13-4-1996), per un certo periodo, CAMBRIA Placido, il quale era intenzionato a mettere da parte Tanino COSTA, ma comprendeva che non si poteva mettere contemporaneamente contro CAVO’ e contro COSTA e per evitare che quest’ultimo “si affiancasse a CAVO’ si teneva buono COSTA”. Analogo comportamento tenne, in seguito, sempre secondo PARATORE (vedi udienza del 10-4-1996), anche MARCHESE Mario , il quale ricercò “l’approvazione di COSTA Gaetano per “formare un gruppo suo autonomo alla data della scarcerazione” e così allontanare insieme a lui Placido CAMBRIA. Sembra allora più appropriato affermare che, già dopo le scarcerazioni del 31 luglio 1986, potevano ravvisarsi i germi della rovina che travolgerà in pochissimo tempo il COSTA ma, all’epoca, il suo potere, sia da un punto di vista formale che sostanziale, per opportunismo o per paura, non era stato ancora sostanzialmente intaccato, potendo egli contare, prima attraverso CAMBRIA Placido e poi attraverso MARCHESE Mario , sulla disponibilità di quel consistente gruppo di uomini che si riconosceva nel clan “COSTA”. Questa conclusione è stata sostenuta in modo convincente da COSTA Gaetano  il quale ha dichiarato (vedi udienza del 26-7-1996) che, finché egli fu presente nel carcere di Messina, riuscì a controllare “tutte le trame e le insidie” e non ebbe alcuna vera “forma di contraddizione”, come risulterebbe testimoniato dalla circostanza che, proprio in quell’epoca, egli diede mandato al responsabile esterno del gruppo di porre in essere due omicidi, quello di MORGANA Natale, avvenuto il 9-9-1986, e quello di GALEANI Gianfranco, avvenuto il 14-12-1986, entrambi eseguiti conformemente alle sue richieste. Secondo COSTA Gaetano , pertanto, MARCHESE Mario  continuò ad essere, nella seconda metà dell’anno 1986, un suo rappresentante (vedi sul punto anche le concordi dichiarazioni di LA TORRE Guido all’udienza del 30-4-1996), anzi, il suo ultimo epigono, mentre i gruppi derivati dalla disgregazione del clan “COSTA” si sarebbero “formati dopo il periodo di gennaio - febbraio” 1987, in concomitanza con “le scarcerazioni dei maggiorenti, tra cui il CAVO’, il CAMBRIA, lo SPARACIO”, quando egli non fu più in grado di contrastare CAVO’ Domenico, nonostante abbia cercato di opporglisi. La circostanza di un tentativo estremo di COSTA Gaetano  di resistere all’attacco di CAVO’ Domenico è stata, peraltro, confermata sia da PARATORE Vincenzo, il quale ha dichiarato (vedi udienza del 9-4-1996) di essere stato incaricato da COSTA Gaetano  di uccidere CAVO’ Domenico, sia da CASTORINA Pasquale , il quale ha affermato (vedi udienza del 20-5-1996) che portò fuori dal carcere di Messina l’ordine di COSTA Gaetano  di uccidere SPARACIO Luigi, mandato che, però, non venne mai eseguito, sia da MARCHESE Mario , il quale ha dichiarato, al pari degli altri due, (vedi udienza del 23-9-1996) che COSTA voleva che egli facesse uccidere, non appena liberi, SPARACIO Luigi , CAVO’ Domenico e tanti altri, ma egli, pur rassicurandolo del suo appoggio, non diede poi esecuzione a tali ordini. Il MARCHESE ha, altresì, fornito alcuni preziosi chiarimenti per comprendere pienamente questa fase di transizione e dare la giusta collocazione temporale alla estromissione del COSTA. Egli ha affermato, da un lato, (vedi udienza del 1-10-1996) che COSTA Gaetano  all’epoca dell’omicidio di GALEANI Gianfranco ancora “era il capo assoluto” del clan e, dall’altro lato, (vedi udienza del 23-9-1996) che all’esito di una riunione tenutasi in carcere, alla quale parteciparono, tra gli altri, SURACE Salvatore, VALVERI Sebastiano, VENTURA Salvatore , SPARACIO Luigi  e lo stesso MARCHESE Mario , ma non CAMBRIA Placido, che già era stato “tagliato fuori”, venne presa dai responsabili del clan la decisione di rendersi autonomi da COSTA Gaetano  stabilendo che “ognuno si prendeva la libertà di farsi il gruppo a sé”, cosicché da tale momento “il gruppo COSTA non esisteva più”. Il duplice riferimento alla presenza di MARCHESE Mario  e all’accantonamento di CAMBRIA Placido fa comprendere che tale riunione, che avrebbe sancito la disgregazione del clan “COSTA”, avvenne con certezza dopo l’arresto di MARCHESE Mario  avvenuto il 19-11-1986 (verosimilmente anche dopo l’omicidio di GALEANI Gianfranco commesso il 14-12-1986) ed in epoca anteriore (probabilmente non di molto) alle scarcerazioni dei maggiorenti del gruppo, avvenute l’inizio di marzo 1987, sicché è solo da detta data che il COSTA può ritenersi ormai esautorato. Il MARCHESE ha anche ricordato (vedi udienze del 23-9-1996 e del 2-10-1996) che, successivamente a tale riunione, egli compì, nella Casa Circondariale di Messina, un gesto avente un chiaro valore simbolico, perché esteriorizzava  la determinazione di rendersi autonomo dal COSTA, consistente nel suo plateale allontanamento, insieme agli uomini che gli erano vicini, dal reparto “cellulari”, tradizionalmente occupato dagli affiliati al clan “COSTA”, al reparto “camerotti”, dove si trovavano ristretti RIZZO Rosario  ed altri detenuti che erano stati affiliati al clan “CARIOLO”. Anche al fine di collocare temporalmente quest’ultima circostanza riferita dal MARCHESE la Corte ha acquisito presso la Casa Circondariale di Messina attestazione relativa al reparto ed alla cella occupata dal MARCHESE a quel tempo all’interno del suddetto istituto penitenziario ed è risultato, concordemente a quanto dichiarato dal collaboratore, che il MARCHESE, in data 15-3-1987 si trasferì dal reparto “cellulare”, dove si trovava ristretto COSTA Gaetano, al reparto “camerotti” (vedi attestazione acquisita al n. 59 dell’ordinanza del 19-7-1996).  Numerosi collaboratori di giustizia hanno, poi, reso analoghe dichiarazioni, affermando che l’esautoramento di COSTA Gaetano  maturò in carcere a seguito di riunioni tra i maggiorenti del clan e indicando nelle scarcerazioni del marzo 1987 il momento in cui i diversi responsabili del clan “COSTA”, ottenuta la libertà, diedero attuazione alle determinazioni in precedenza prese in carcere e si posero a capo di propri gruppi autonomi. Così RIZZO Rosario  ha affermato (vedi udienza del 10-6-1996) che i gruppi si sono “formati in carcere” e quando i capi sono stati liberati per decorrenza termini potevano già contare su un proprio gruppo. CASTORINA Pasquale  ha ribadito (vedi udienza del 20-5-1996) che “già in galera il CAVO’, il MARCHESE, lo SPARACIO stesso si erano messi d’accordo contro COSTA Gaetano . [...] Si erano associati PIMPO Toruccio, GALLI, il MARCHESE e lo SPARACIO [...] ed avevano emarginato il COSTA”. Lo stesso PARATORE Vincenzo ha precisato (vedi udienza del 4-2-1996) che solo quando sono usciti dal carcere i diversi responsabili “sono diventati capi, [...] si sono improvvisati capi”. MANCUSO Giorgio  ha parimenti dichiarato (vedi udienza del 28-6-1996) che “quando sono usciti tutti in decorrenza termine, lì si sono formati i gruppi” ed ha indicato che ciò avvenne nel 1987, lasciando così intendere che egli ha voluto riferirsi alle scarcerazioni, avvenute nei primi mesi del 1987, dei diversi capi clan. Anche CARIOLO Antonio , infine, ha fatto allusione (vedi udienza del 1-7-1996) alle scarcerazioni dei primi mesi del 1987 quale momento cui riferire la nascita dei vari clan.

Sul punto appare, viceversa, confuso e poco attendibile SANTACATERINA Umberto, il quale ha, per un verso, affermato (vedi udienza, in sede di incidente probatorio, del 4-2-1994) che i vari gruppi si sarebbero formati nel corso dell’anno 1986 e MARCHESE Mario  si sarebbe reso autonomo da COSTA Gaetano  già dopo la propria scarcerazione, mentre, per altro verso, ha sostenuto (vedi udienza del 1-3-1994) che ancora al tempo dell’omicidio di DE DOMENICO Antonino, avvenuto l’8-9-1987, MARCHESE Mario non si era allontanato da COSTA. La contraddizione sopra evidenziata, così come l’estrema sommarietà delle dichiarazioni dirette a disegnare la prospettiva storica dei fatti, sono, in verità, indizi di una povertà di conoscenza del collaboratore, il quale, appartenente al clan “LEO”, ha potuto riferire con adeguata precisione le vicende relative al suo gruppo, ma non altrettanto accuratamente quelle, pur riferibili genericamente al clan “COSTA”, proprie degli altri gruppi, specie se si considera che i rapporti di forza tra i protagonisti dei sopra riportati avvenimenti potevano pienamente misurarsi solo da chi li aveva vissuti in prima persona per aver rivestito ruoli di vertice all’interno dell’organizzazione o per averli potuti verificare al di fuori del carcere, mentre il SANTACATERINA, personaggio certamente non di primo piano del clan “COSTA”, anche se poteva vantare l’amicizia di uomini del calibro di LEO Giuseppe e DI BLASI Domenico, era all’epoca, come si è visto (pag. 147), detenuto e rimase in carcere ancora per molto tempo.

MARCHESE Mario  descrive, infine, con grande precisione (vedi udienza del 23-9-1996) ciò che avvenne subito dopo le scarcerazioni del marzo 1987 e traccia l’epilogo della storia di COSTA Gaetano . Quest’ultimo, che era rimasto all’oscuro della riunione tenuta in carcere dai responsabili del suo clan al fine di defenestrarlo, si rese conto dei mutati rapporti di forza da più indizi. Innanzitutto si accorse che gli ordini da lui impartiti non venivano eseguiti, poi notò che CAVO’ Domenico lo stava privando delle fonti di guadagno illecito (“gli prendeva i locali”), infine vide il trasferimento di MARCHESE Mario  e dei suoi uomini dal reparto “cellulari” a quello “camerotti”. Il COSTA allora chiamò il MARCHESE in carcere, chiedendogli la ragione di tutto quello che stava succedendo e questi, che era in procinto di uscire agli arresti domiciliari (ciò consente di collocare il fatto tra l’aprile ed il maggio del 1987, poiché MARCHESE Mario  uscirà dal carcere agli arresti domiciliari il 14-5-1987, mentre COSTA Gaetano  verrà trasferito nel carcere di Livorno il 19-5-1987 - vedi informazioni contenute nei tabulati del D.A.P.) gli avrebbe detto “adesso quelli che ti sono rimasti gli faccio staccare la testa a tutti, perché tu ti sei comportato così, colì nei nostri confronti” e da quel momento il COSTA “si è chiuso nel suo, ha capito che non gli era rimasto più nessuno e che non poteva fare affidamento su nessuno”. Le dichiarazioni di MARCHESE Mario  sopra ricordate hanno trovato riscontro in quelle di COSTA Gaetano , il quale ha affermato (vedi udienza del 26-7-1996) che CAVO’ Domenico e gli altri soggetti che lo appoggiavano (definiti “nuova congregazione di galantuomini”) lo avevano privato, dopo le scarcerazioni del marzo 1987, delle fonti di guadagno; in quelle di SPARACIO Luigi , che ha dichiarato (vedi udienza dell’8-10-1996) che le estorsioni ai danni del titolare del ristorante “La Macina”, del titolare del negozio di elettrodomestici “FRANCHINA”, di BELLAMACINA Antonino e di COSTANTINO Fortunato facevano parte di quelle fonti illecite di guadagno sottratte a quel tempo dal CAVO’ al COSTA; in quelle, infine, di RIZZO Rosario  (vedi udienza del 4-6-1996) del tutto conformi, sul punto, alle dichiarazioni di SPARACIO Luigi .