2.3.1.3. Le scarcerazioni del marzo 1987 ed il ruolo di Cavò Domenico

Il 5 marzo 1987 riacquistarono la libertà, per decorrenza dei termini di custodia cautelare nel procedimento cosiddetto “dei 290”, tra gli altri, VALVERI Sebastiano, PIMPO Salvatore, CAVO’ Domenico e SPARACIO Luigi , mentre solo poco tempo dopo, il 24-6-1987, venne scarcerato anche GALLI Luigi  (vedi tabulati forniti dal D.A.P.). In quel medesimo periodo, il 25 maggio 1987, cessava, viceversa, la latitanza di LEO Giuseppe, che venne arrestato e condotto nel carcere di Messina (resterà recluso fino al 27 maggio 1988 - vedi dati forniti dal D.A.P.), dove, come ha riferito VENTURA Salvatore (vedi udienza del 3-6-1996), scelse di collocarsi, insieme agli uomini a lui vicini, al reparto “camerotti”, quasi a voler sottolineare l’inizio di una nuova fase nei rapporti tra il proprio gruppo, che fino ad allora era stato ristretto nel reparto “cellulari”, e le altre organizzazioni malavitose cittadine.  Come si è sopra osservato, il clan “COSTA” si era ormai disgregato, perché ognuno dei responsabili si sentiva ormai autorizzato a creare, con gli uomini a lui più vicini, autonomi gruppi criminosi, non più gerarchicamente dipendenti da COSTA Gaetano , ma anzi pronti a spogliare il COSTA delle sue fonti di guadagno illecito. Tali gruppi sono stati indicati da numerosi collaboratori di giustizia e, ad esempio, CASTORINA Pasquale  (vedi udienza del 20-5-1996) ha citato cinque gruppi facenti capo a PIMPO Toruccio, GALLI Luigi , MARCHESE Mario , SPARACIO Luigi  e CAVO’ Domenico. Dal canto suo CISCO Antonino (vedi udienza del 24-9-1997) ha parlato di “squadre” dirette da CAMBRIA, SPARACIO, MARCHESE, MANCUSO, PIMPO, GALLI e LEO. Così PARATORE Vincenzo (vedi udienza del 4-2-1996 e, ancor più chiaramente, udienza del 13-4-1996) ha attribuito il ruolo di “capi” a PIMPO Salvatore, GALLI Luigi , SPARACIO Luigi , FERRARA Sebastiano  e LEO Giuseppe. Può, dunque, affermarsi che, secondo le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, tutti coloro che già nel clan “COSTA” avevano goduto di una qualche autonomia di azione e avevano svolto attività illecite avvalendosi di gruppetti di persone a loro più vicine, divennero, con l’allontanamento del COSTA, essi stessi capi di detti gruppetti, non avendo più la necessità di rendere conto del proprio operato ad alcuno.

Le entità criminose che si formarono da questa sorta di “polverizzazione” del clan “COSTA”, che venne certamente favorita dall’assenza di veri contrasti tra gruppi contrapposti (i fatti di sangue successivi alle scarcerazioni del marzo 1987 appaiono ridottissimi) non potevano che essere strutturalmente molto semplici, composte anche solo di pochi elementi. Esemplare è quanto afferma in proposito MARCHESE Mario  (vedi udienza del 1-10-1996) su SPARACIO Luigi , che a quel tempo “poteva avere i suoi uomini più vicini” e per questo doveva definirsi un capo perché “o uno ha cento persone o ne ha quattro o cinque, è sempre un capo”. In ciò è concorde LEO Giovanni  (vedi udienza del 23-7-1996), il quale ha affermato “SPARACIO aveva un gruppo autonomo. [...] Lui ce l’aveva il gruppo autonomo da prima solo che poi si è affiancato al CAVO’”. Tali gruppi, inoltre, secondo quanto è stato specificamente riferito da alcuni collaboratori e sembra, peraltro, desumersi dal silenzio serbato da altri collaboratori su tale punto, non erano più fondati, come in precedenza il clan “COSTA”, su un rituale di affiliazione, ancorché questo debba essere stato, certamente, sostituito da altri strumenti, non del tutto chiariti, idonei a rendere riconoscibile in modo altrettanto efficace la partecipazione del singolo affiliato a ciascun gruppo delinquenziale. E’ certo, comunque, almeno con riferimento al clan “SPARACIO”, che non venne più adottata la forma del giuramento, tratta dai rituali della ‘ndrangheta, essendo stata tale forma esclusa sia da VITALE Giovanni il quale ha chiaramente affermato (vedi udienza del 25-10-1996) che “non è che era un’affiliazione posta sul giuramento”, sia da PARATORE Vincenzo il quale ha parimenti sostenuto (vedi udienza del 10-4-1996) che “io queste cose qua (sottintende le formule di giuramento), diciamo, non usavo farli più, ecco. Giustamente, se io, diciamo, c'era una persona a me vicino e io, diciamo: “tu sei con me, a chi ti domanda [...], devi dire che sei con me per dire e basta”, poi se altri magari usavano,[...] questa vecchia cosa da affiliare le persone a me non mi interessava, non ne volevo sapere niente, diciamo, e non me ne fregava niente”.

Già prima delle scarcerazioni del marzo 1987 maturò, tuttavia, in carcere un’alleanza tra MARCHESE Mario , SPARACIO Luigi  e CAVO’ Domenico, che crearono un gruppo sostanzialmente unitario, benché ciascuno di costoro non avesse perduto la propria autonomia. SPARACIO Luigi  ha affermato lucidamente (vedi udienze del 7-10-1996 e del 14-10-1996) che già in carcere era stata concordata la suddetta alleanza e dopo le scarcerazioni nacque un gruppo formato dallo stesso SPARACIO Luigi , da MARCHESE Mario  e da CAVO’ Domenico, al quale poi si accostarono anche PIMPO Salvatore e GALLI Luigi . CARIOLO Antonio  ha efficacemente descritto l’alleanza che si creò tra i suddetti personaggi, parlando (vedi udienza del 1-7-1996) di “una struttura pentagonale malavitosa”, dalla quale restava fuori il clan capeggiato da LEO Giuseppe. PARATORE Vincenzo ha descritto l’alleanza che si realizzò, affermando (vedi udienza del 9-1-1996) che CAVO’ Domenico, quando fu scarcerato, divenne amico di MARCHESE, SPARACIO, GALLI, PIMPO e RIZZO. GIORGIANNI Salvatore  ha confermato (vedi udienza del 29-10-1996) che CAVO’, SPARACIO e MARCHESE avevano formato un gruppo, aggiungendo che (vedi udienza del 4-11-1996) vicini al CAVO’ erano anche PIMPO Salvatore e gli uomini che facevano capo a D’ARRIGO Marcello . CISCO Antonino ha parimenti dichiarato (vedi udienza del 24-9-1997) che “CAVO’ li aveva riuniti tutti [...] meno LEO”. CASTORINA Pasquale  ha similmente affermato (vedi udienza del 20-5-1996) che “erano cinque gruppi, però erano tutti assieme: dividevano le sale da gioco, l’entrata della fiera e altri business che loro facevano”; FERRARA Sebastiano , viceversa, aveva un gruppo autonomo ma vicino a PIMPO Salvatore mentre LEO Giuseppe “era un po’ messo da parte”. Ancora una volta è, però, MARCHESE Mario  colui che ha spiegato con maggiore precisione i rapporti che si vennero determinando all’interno di tale composito gruppo. Egli ha affermato (vedi udienza del 23-9-1996) che, trovandosi detenuto, affidò i suoi uomini a CAVO’ Domenico, con l’incarico di curare gli interessi di tutto il gruppo. Ha, quindi, precisato (vedi udienza del 2-10-1996) che si trattava di tre gruppi distinti ma uniti perché “ognuno comandava i suoi uomini”, ognuno aveva il suo gruppo con il quale continuava a svolgere le attività illecite che già da prima gli appartenevano, ma tutti i nuovi affari illeciti di maggior rilievo, come la gestione delle sale da gioco o le estorsioni di grande valore economico, venivano organizzate e gestite in  modo collettivo, con comunione di uomini e mezzi (ad esempio le armi venivano messe a disposizione da chi in quel momento le aveva) e con divisione degli  utili.

All’interno di tale gruppo la posizione di maggiore prestigio venne assunta da CAVO’ Domenico e ciò è stato concordemente affermato da SPARACIO Luigi  (vedi udienza del 7-10-1996), il quale ha osservato che il CAVO’ riuscì ad emergere come anni prima, svolgendo tutta una serie di attività dirette a finanziare il clan, costituendo delle cooperative e cercando di inserirsi al comune ed alla provincia; da COSTA Gaetano , il quale ha, come si è visto, indicato in CAVO’ l’artefice della sua estromissione, riconoscendogli la capacità di guidare con “decisione autorevole” un’articolata struttura criminosa; da CISCO Antonino (vedi udienza del 24-9-1997), secondo il quale “erano tutti sotto CAVO’”; da CARIOLO Antonio  (vedi udienza del 1-7-1996), il quale ha paragonato il CAVO’ alla “punta di diamante” dell’organizzazione criminosa “in quanto personaggio con maggiore caratura”; da MARCHESE Mario , il quale ha affermato (vedi udienza del 2-10-1996) che CAVO’ “era un pochettino al di sopra” degli altri capi; da PARATORE Vincenzo, il quale (vedi udienza del 10-4-1996), pur rilevando che CAVO’ non “portava un esercito”, non ha mancato, tuttavia, di osservare che “molti gli volevano bene” ed essendo una persona molto capace, che già in precedenza si era fatta conoscere da tutti per le sue doti, aveva, a poco a poco, “preso molto potere” a scapito di Mario MARCHESE che si trovava detenuto.

L’unico personaggio del vecchio clan “COSTA” che (a parte LEO Giuseppe, il quale ha sempre seguito una propria strada) rimase escluso dal composito clan diretto da CAVO’ Domenico e finì sostanzialmente isolato fu CAMBRIA Placido. Sul punto vi è assoluta unanimità da parte dei collaboratori di giustizia, per cui non appare utile soffermarsi oltre. E’ opportuno, però, osservare che CAMBRIA Placido cercò di rompere la situazione di isolamento nella quale si venne a trovare e in tale prospettiva può inquadrarsi anche il tentativo, che sarebbe stato da lui effettuato, di stringere nuovamente un rapporto di alleanza con COSTA Gaetano . A tale tentativo hanno fatto allusione sia PARATORE Vincenzo (vedi udienza del 10-4-1996), il quale ha ricordato tutto il suo stupore quando seppe, prima da Rina AFFE’, moglie di COSTA Gaetano , e dopo da CAMBRIA Placido, che quest’ultimo aveva stretto un accordo con COSTA, al fine di uccidere CAVO’ Domenico, sia SPARACIO Luigi  (vedi udienza del 7-10-1996), il quale ha collocato temporalmente il fatto in un momento successivo alle scarcerazioni del marzo 1987, ed una generica conferma può rinvenirsi nella circostanza, riferita da MARCHESE Mario  (vedi udienza del 23-9-1996), secondo cui, dopo l’allontanamento dello stesso MARCHESE dal reparto “cellulari” del carcere, il COSTA rimase “con CAMBRIA Placido, VINCI Rosario , [...] suo fratello”.

I motivi dell’ostilità che si manifestò, all’epoca, tra CAVO’ Domenico e CAMBRIA Placido risalivano, probabilmente, a tempi assai remoti e sono stati già evidenziati, ma ad essi sembra si sia aggiunta anche una nuova ragione collegata all’ambizione, che era stata del CAMBRIA prima ancora che del CAVO’, di prendere il posto di COSTA Gaetano  nel panorama della malavita messinese. Successe, così, che quando CAMBRIA Placido, l’8 aprile 1987, uscì dal carcere per essere condotto agli arresti domiciliari, il CAVO’ ritenne fosse giunto il momento di liberarsi dello scomodo rivale e cercò tanto di eliminarlo fisicamente, quanto di creare il vuoto intorno a lui. Sia PARATORE Vincenzo (vedi udienza del 9-4-1996), sia MARCHESE Mario  (vedi udienze del 23-9-1996 e del 1-10-1996), sia SPARACIO Luigi  (vedi udienza del 7-10-1996) hanno, infatti, ricordato diversi tentativi, organizzati da CAVO’ Domenico, di uccidere CAMBRIA Placido, i quali fallirono solo per la particolare diffidenza di quest’ultimo. Allo stesso modo, sembra che debba iscriversi nell’ambito di tale contrasto anche l’omicidio, del quale si tratterà più approfonditamente in seguito, di DE DOMENICO Antonino, che, secondo quanto ha riferito SPARACIO Luigi  (vedi udienza del 7-10-1996) ed ha confermato ROMEO Carmelo  (vedi udienza dell’11-6-1996),  sarebbe stato ucciso in quanto avrebbe contravvenuto alla direttiva impartita dal CAVO’ di isolare CAMBRIA Placido, andando a trovarlo a casa sua.

CAVO’ Domenico, che sembrava stesse avviandosi a diventare il nuovo capo assoluto della criminalità organizzata messinese, venne ucciso il 1 marzo 1988 da una persona vestita da donna che gli sparò a bruciapelo nei pressi della Prefettura di Messina. Le vicende relative a tale omicidio, pur diffusamente trattate nel presente procedimento, permangono in un alone di incertezza che non è stato possibile dissolvere completamente. Proprio per tale motivo si ritiene preferibile non soffermarvisi oltre in questa esposizione introduttiva, destinata a tracciare un quadro sintetico nel quale collocare armonicamente i diversi episodi delittuosi oggetto del presente procedimento. Anticipando, comunque, ciò che si dirà in seguito, quando si parlerà specificamente di tale delitto, può sin d’ora affermarsi che esso appare il frutto di una sinergia tra più gruppi e personaggi malavitosi, sia apertamente ostili al CAVO’, come LEO Giuseppe, sia alleati dello stesso, ma tali solo in apparenza tanto da non esitare a tradirlo per il raggiungimento dei propri obiettivi, come MARCHESE Mario , e non può neppure escludersi che altri soggetti, ancora rimasti nell’ombra, siano stati in qualche modo coinvolti.

Occorre, viceversa, soffermarsi brevemente su un altro attentato subito sempre dal CAVO’ qualche tempo prima di quello che gli costò la vita, poiché dall’esame di tale fatto potranno trarsi elementi utili per una migliore comprensione degli eventi successivi. Ha affermato PARATORE Vincenzo (vedi udienza del 9-1-1996) che egli ricevette da COSTA Gaetano , dopo l’uccisione di PARISI Corrado, mentre era latitante, il mandato di uccidere CAVO’ Domenico, in cambio del favore, che lo stesso COSTA gli avrebbe fatto, di uccidere PASTURA Pietro, nei confronti del quale egli nutriva un antico desiderio di vendetta, poiché era stato l’autore insieme ad altri, anni prima, di un accoltellamento ai suoi danni, patito nel carcere di Messina. A riscontro di tali dichiarazioni e per una più precisa collocazione temporale dei fatti narrati dal collaboratore, è stata acquisita (vedi atto di cui al numero 111 della ordinanza emessa il 19 luglio 1997) documentazione da cui risulta che il detenuto PARATORE Vincenzo, in data 5-2-1981, venne accoltellato nei locali della Casa Circondariale di Messina da altri detenuti che egli non indicò ma che il personale dell’istituto ritenne di poter identificare in PASTURA Pietro, ROMANO Fabrizio e RAGUSEO Giuseppe , i quali furono per tale fatto denunziati all’autorità giudiziaria; si è, inoltre, accertato che PASTURA Pietro morì il 17-1-1987 (vedi certificato di morte acquisito al numero 147 della citata ordinanza). Ha aggiunto il PARATORE (vedi udienza del 9-4-1996) che egli diede esecuzione a quell’impegno circa due mesi prima che il CAVO’ venisse ucciso, quando seppe da PAGLIARO Stellario, VENTURA Salvatore  e FERRANTE Santi  che CAVO’ Domenico, in carcere, aveva assunto informazioni sul suo conto, e aveva, così, manifestato la sua volontà di vendicarsi della morte dell’amico PARISI Corrado, uccidendo il PARATORE che ne era stato il responsabile. Il PARATORE acquisì, allora, da CUCE’ Giovanni , PAGLIARO Stellario e VALENTI Vincenzo notizie sulle abitudini del CAVO’ e, approfittando del fatto che questi si recava tutti i giorni a firmare nella caserma dei Carabinieri di Giostra, lo attese all’uscita della caserma su una motocicletta guidata da BONASERA Angelo , ma non riuscì nell’intento omicida perché il CAVO’ si diede alla fuga con la propria autovettura, dileguandosi nella zona del mercato di Muricello. Ha riferito, altresì, il PARATORE (vedi udienza del 10-4-1996) che dopo tale fatto egli, temendo la reazione del CAVO’, chiese di poter parlare con quest’ultimo e organizzò una riunione. Il CAVO’ vi giunse accompagnato da molte altre persone, circa venti, tra le quali ROMEO Carmelo , CALAFIORE Carmelo , SPARACIO Luigi  e PIMPO Salvatore, e gli chiese il motivo dell’attentato. Quando il PARATORE gli spiegò le ragioni del suo gesto, il CAVO’ replicò pretendendo che gli desse dimostrazione della sua amicizia uccidendo CAMBRIA Placido, richiesta che lo mise in grande imbarazzo, ma alla quale poi riuscì a sottrarsi perché di lì a poco il CAVO’ morì.

Le dichiarazioni di PARATORE Vincenzo hanno trovato un significativo riscontro in quelle di SPARACIO Luigi , il quale ha confermato (vedi udienze del 7-10-1996 e del 14-10-1996) sia l’episodio dell’attentato compiuto da PARATORE Vincenzo ai danni di CAVO’ Domenico all’uscita della caserma di Giostra, sia il successivo incontro tra i due avvenuto, in sua presenza, a Minissale nella casa del PARATORE e voluto proprio da quest’ultimo al fine di chiarire tutta la vicenda. Esse, tuttavia, risultano poco convincenti nella parte in cui descrivono la fase deliberativa e cercano di spiegare il movente dell’azione delittuosa. E’, infatti, poco verosimile che PARATORE Vincenzo abbia cercato di dare esecuzione al mandato quasi un anno dopo averlo ricevuto da COSTA Gaetano , poiché trattasi di uno spazio temporale incredibilmente lungo, specie se si considera l’estrema mutevolezza delle alleanze e degli scenari, che caratterizzavano, come si è visto, questa fase di transizione dal clan “COSTA” a nuovi ed ancora non ben definiti organismi associativi. Le spiegazioni offerte dal collaboratore per giustificare come la volontà omicida si sia potuta mantenere ferma per così lungo tempo appaiono ancora più inverosimili. Egli ha, in proposito, riferito di aver ricevuto dal carcere alcune notizie che lo avrebbero messo in allarme, ma le fonti da lui indicate appaiono fin troppo eterogenee, poiché PAGLIARO Stellario è soggetto legato da vincoli di parentela con COSTA Gaetano , VENTURA Salvatore  è soggetto notoriamente vicino a LEO Giuseppe, mentre FERRANTE Santi  è soggetto rimasto sempre fedele a CAMBRIA Placido, sicché l’unico elemento di comunanza tra loro è lo stretto rapporto con persone che anche in precedenza avevano in vario modo manifestato la loro ostilità nei confronti di CAVO’ Domenico o, addirittura, il proposito di ucciderlo. Non ha, inoltre, chiarito il PARATORE in qual modo tali notizie, che si riferiscono a fatti verificatisi quando CAVO’ Domenico si trovava in carcere (anteriori, pertanto,  al 7 marzo 1987, data nella quale egli ottenne la libertà) abbiano potuto interferire con il mandato conferito dal COSTA e, soprattutto, abbiano potuto svolgere la funzione di rafforzare e mantenere fermo nel tempo un proposito omicida al quale verrà data attuazione quasi un anno dopo. Incomprensibile appare, poi, la relazione posta dal collaboratore tra l’omicidio di PASTURA Pietro e quello di CAVO’ Domenico, indicato quasi come corrispettivo del primo. Si tratta, invero, di due fatti che non possono essere in alcun modo paragonati, differenziandosi enormemente sia per le obiettive difficoltà da superare per la loro esecuzione, sia, soprattutto, per le prevedibili conseguenze dell’azione delittuosa, tanto nel caso in cui questa avesse raggiunto il suo obiettivo, poiché l’omicidio di un personaggio carismatico come CAVO’ Domenico avrebbe senza dubbio scatenato imprevedibili reazioni a catena, tanto nel caso in cui l’attentato fosse fallito, per la temibile vendetta che mandanti ed esecutori avrebbero dovuto attendersi da parte del CAVO’. Le incongruenze aumentano quando si osserva che, secondo il PARATORE (vedi udienza del 10-4-1996), il mandato fu conferito esclusivamente da COSTA Gaetano  e che ad esso fu totalmente estraneo CAMBRIA Placido. Tale affermazione appare, invero, scontrarsi con la logica, perché PARATORE Vincenzo, come egli stesso ha affermato, era uomo vicinissimo al CAMBRIA, al quale fu sempre fedele, e quest’ultimo era notoriamente nemico acerrimo del CAVO’, tanto da progettarne l’uccisione; inoltre si è già visto che COSTA Gaetano , dopo che MARCHESE Mario  scelse di allearsi con il CAVO’, si avvicinò al CAMBRIA proprio al fine di organizzare insieme a questo l’uccisione di CAVO’ Domenico e lo stesso SPARACIO Luigi , profondo conoscitore delle vicende di quegli anni, ha affermato (vedi udienza del 14-10-1996) che “CAMBRIA già il gruppo se lo stava organizzando anche agli arresti domiciliari, perciò se non moriva CAVO’, sicuramente quanto prima c’era una guerra in corso tra i due”. Non è, allora, verosimile che il COSTA abbia potuto conferire al PARATORE e quest’ultimo abbia potuto ricevere un mandato di tale importanza e con tali complesse implicazioni senza l’intervento di CAMBRIA Placido, sia perché COSTA Gaetano  avrebbe trovato nel CAMBRIA un sicuro ed efficace sostegno al suo proposito criminoso,  sia perché PARATORE Vincenzo, eseguendo l’omicidio, avrebbe ugualmente coinvolto il CAMBRIA nel fatto, in conseguenza dello stretto rapporto esistente tra i due, come viene attestato dalla circostanza che CAVO’ Domenico, dopo il fallimento dell’attentato, chiese al PARATORE la testa del CAMBRIA proprio perché lo riteneva, come tutti nell’ambiente (vedi dichiarazioni di SPARACIO Luigi  all’udienza del 7-10-1996), l’ispiratore dell’azione delittuosa. Lo stesso COSTA Gaetano , d’altronde, ha osservato (vedi udienza del 26-7-1996) che il PARATORE voleva la morte di CAVO’ Domenico “per conseguenza”, intendendo con ciò dire che la sua volontà derivava strettamente dalla analoga volontà di CAMBRIA Placido.

In verità, sembra che anche per questo attentato, così come prima si è visto per l’omicidio di PARISI Corrado, PARATORE Vincenzo abbia volutamente cercato di accreditare una versione dei fatti che, attribuendo primario rilievo a moventi di tipo personale anziché a quelli reali, finisce col fare apparire le vicende narrate pressoché estranee alle dinamiche delle lotte tra gruppi contrapposti, quasi che fosse timoroso, nonostante i numerosi anni ormai trascorsi dall’epoca in cui si svolsero gli episodi delittuosi, di disvelare pienamente le complesse trame ad essi sottostanti.

Sembra, peraltro, che tale accaduto sia stato seguito almeno da uno e forse anche da due episodi per molti versi simili, che testimonierebbero la persistente volontà omicida di PARATORE Vincenzo. L’imputato CIRAOLO Claudio  (vedi udienza del 6-11-1996) ha riferito che il PARATORE avrebbe cercato in due occasioni di avvicinarsi al CAVO’, con propositi che, alla luce del suo precedente comportamento, non potevano certamente ritenersi benevoli (anche SPARACIO Luigi  ha affermato che il CAVO’, alla vista di PARATORE “scappava” non potendo dubitare su quali fossero i suoi intenti - vedi udienza del 14-10-1996). Dopo l’episodio già narrato, all’inizio del 1988, il PARATORE  avrebbe nuovamente inseguito il CAVO’, mentre questi stava percorrendo in auto la via Placida, sino ad arrivare nei pressi della Prefettura, ma non riuscì a raggiungerlo. L’altro episodio si sarebbe svolto nei locali della Fiera di Messina, che si trovava aperta in occasione della manifestazione denominata “Salone del gelato” appena qualche giorno prima che CAVO’ venisse ucciso (è stato positivamente riscontrato che in quel periodo, dal 26 febbraio al 2 marzo 1988, si svolse in fiera la suddetta manifestazione, denominata “Sage Sud” - vedi documento di cui al n. 127 dell’ordinanza del 19-7-1997); anche in questo caso il PARATORE, camuffatosi con una tuta da meccanico, avrebbe cercato di avvicinarsi al CAVO’, il quale, però, lo vide e riuscì a fuggire. Di quest’ultimo episodio può trovarsi cenno nell’esame dibattimentale dello stesso PARATORE Vincenzo, che si ritiene opportuno riportare integralmente nella parte che interessa (vedi udienza del 9-4-1996):

AVV. Ricorda un altro episodio che sarebbe avvenuto addirittura, e questo mi risulta pure, il 28 febbraio dello stesso 1988 presso la Fiera di Messina? C'era una manifestazione in Fiera e lei avrebbe tentato di uccidere pure in quella data Cavò

TESTE Non mi ricordo

AVV. Non se lo ricorda, ma è possibile?

TESTE Non lo so, non me lo ricordo

AVV. Scusi, se io vado ad ammazzare qualcuno me lo ricordo

TESTE E io no

AVV. Va bene, mi basta 'sta risposta, poi lo valuterà la Corte: 28 febbraio dello stesso anno. Altra...

TESTE Cioè, gli ho sparato?

AVV. O si è avvicinato, o, comunque, ha tentato di avvicinarsi al Cavò per ucciderlo

TESTE Ah, mi sono avvicinato

AVV. ..Per ucciderlo. No, non se lo..?

TESTE Nemmeno a Giostra gli ho sparato perché, giustamente, non ero Nembo Kid che lo centravo a distanza, ecco.

Il PARATORE, incalzato da chi lo interrogava ed in evidente difficoltà a rendere risposte plausibili e coerenti, sembra, invero, che abbia finito con l’ammettere, pur dopo molte esitazioni e quasi costretto, che l’episodio in contestazione si sia effettivamente verificato, ma abbia cercato, nello stesso tempo, di rendere compatibile tale sua ammissione con le sue precedenti dichiarazioni, sostenendo di essersi avvicinato al CAVO’ ma non con il proposito di ucciderlo.