2.3.1.4. Eventi successivi alla morte di Cavò Domenico e nascita del clan “Sparacio - Cambria”
Con la morte di CAVO’ Domenico finisce anche l’ambizioso progetto da quest’ultimo coltivato di ricondurre ad una guida unitaria i diversi gruppi malavitosi che operavano nella città di Messina. E’, probabilmente, in tal senso che vanno interpretate le affermazioni di alcuni collaboratori di giustizia (vedi, ad esempio, CISCO Antonino e lo stesso MARCHESE Mario ) secondo cui tale evento segnerebbe il nascere dei gruppi autonomi, poiché le profonde spaccature che divideranno da questo momento in fazioni contrapposte i soggetti originariamente facenti parte dell’unico clan “COSTA”, renderanno, almeno per qualche tempo, chimerico ogni tentativo di comando egemonico e daranno vita ad una stagione caratterizzata da sanguinosi conflitti per la conquista di situazioni di potere.
Pochi giorni dopo l’omicidio di CAVO’ Domenico, il 17-3-1988, CIRAOLO Claudio venne ferito da numerosi colpi di arma da fuoco, mitra e pistola, esplosi da due persone mentre egli percorreva la via Palermo a bordo di un’autovettura Fiat 500, ma riuscì a salvarsi dandosi alla fuga. Nell’immediatezza dei fatti, su indicazione dello stesso CIRAOLO, il quale aveva dichiarato di essere riuscito a riconoscere in uno dei due esecutori materiali il cognato FEDERICO Francesco , furono arrestati per tale delitto quest’ultimo e PIMPO Salvatore, additato quale mandante. Il FEDERICO, che venne in seguito condannato con sentenza emessa dalla Corte di Assise di Appello di Reggio Calabria il 28-11-1991 (nei confronti del PIMPO fu, invece, dichiarato non doversi procedere essendo i reati a lui ascritti estinti per morte del reo), ha ammesso sia con atto scritto redatto nel corso del procedimento instaurato per tale delitto, sia con dichiarazione orale nel corso del dibattimento del presente processo (vedi udienza del 22-10-1996), di essersi reso autore dell’attentato, ma ha sostenuto di essere stato spinto ad agire da un movente personale di tipo passionale, assumendo che il cognato gli aveva molestato la moglie. Già con la citata sentenza l’indicato movente non venne, tuttavia, ritenuto credibile con motivazione che appare esente da censure e che si ritiene opportuno riprodurre nei passi più significativi: “Il movente passionale del delitto è stato introdotto nel processo dall’imputato con la lettera con la quale confessava di essere l’autore del delitto ed ha trovato conforto nelle dichiarazioni della donna. In contrario, però, va osservato, intanto, che l’imputato non è credibile, non avendo mai del tutto rivelato la verità (assume di aver sparato da solo con due pistole) e inoltre che tutte le circostanze del fatto escludono il movente passionale. L’aggressione, infatti, è stata opera di due killers ed ha i connotati tipici della esecuzione mafiosa; la stessa vittima, poi, nella immediatezza del fatto, oltre ad accusare il FEDERICO, ha rivelato chi era il mandante, segno che ben conosceva l’origine e la causa dell’attentato ai suoi danni. Pertanto, la inattendibilità dell’imputato, le modalità tipicamente mafiose dell’agguato, il numero degli aggressori, l’accusa della vittima nei confronti di un mandante estraneo alla dedotta causale, porta necessariamente a concludere che il movente dell’attentato, ancorché non provato con certezza, è probabilmente collegato ad attività illecite dei protagonisti, tutti pregiudicati, e comunque è del tutto estraneo al fatto passionale”. I collaboratori di giustizia escussi sul punto (vedi PARATORE Vincenzo alle udienze del 9-1-1996 e del 13-4-1996; MARCHESE Mario all’udienza del 2-10-1996; SPARACIO Luigi alle udienze del 7-10-1996, del 15-10-1996 e nel corso del confronto con CIRAOLO Claudio all’udienza dell’11-10-1997) hanno dato conforto ai sagaci giudizi espressi nella sopra riportata sentenza, offrendo, concordemente, di tale fatto una diversa e più convincente interpretazione, che colloca l’episodio nell’ambito delle dinamiche associative. Esso sarebbe stato, infatti, voluto da PIMPO Salvatore, fedele alleato di CAVO’ Domenico, quale reazione all’omicidio di quest’ultimo, del quale il CIRAOLO veniva in qualche modo ritenuto responsabile, per avere fomentato in carcere il livore di MARCHESE Mario nei suoi confronti o, addirittura, per aver fornito un aiuto logistico nell’esecuzione dell’attentato. Un’ulteriore conferma a ciò può, infine, rinvenirsi nella circostanza che, grazie al contributo probatorio di numerosi collaboratori di giustizia, è affiorata un’insospettata collaborazione nel fatto tra PIMPO Salvatore e FERRARA Sebastiano , col quale il primo era legato da antica amicizia criminale per essere appartenuti entrambi al clan “CARIOLO”. I collaboratori di giustizia PARATORE Vincenzo (vedi udienze del 4-2-1996, del 12-4-1996, del 13-4-1996), LA TORRE Guido (vedi udienza del 30-4-1996), GIORGIANNI Salvatore (vedi udienza del 28-10-1996) e FERRARA Carmelo (vedi udienza dell’8-5-1996) hanno offerto originali elementi di conoscenza che fanno ritenere del tutto plausibile una tale ricostruzione e lo stesso SANTORO Angelo , soggetto vicino a FERRARA Sebastiano ed indicato dai più come il complice del FEDERICO nell’esecuzione dell’attentato, ha, peraltro, ammesso (vedi udienza del 22-10-1996) di aver partecipato all’azione delittuosa.
In vario modo collegato alla morte di CAVO’ Domenico appare, inoltre, un altro avvenimento che non diede luogo fortunosamente a spargimento di sangue. L’episodio è stato narrato da SPARACIO Luigi , il quale ha affermato (vedi udienza del 15-10-1996) che egli aveva organizzato un agguato, poi, non potuto realizzare, ai danni di ROMEO Carmelo , figlioccio e persona fidatissima di CAVO’ Domenico, il quale avrebbe avuto la “colpa” di non essersi “fatto più vedere” dopo la morte dell’amico e protettore. Si tratta di una vicenda in parte oscura e inquietante, specie riguardo alle ragioni dell’ostilità di SPARACIO Luigi nei confronti del ROMEO ma che, nella sua storicità, viene genericamente confermata da SANTACATERINA Umberto (vedi udienza in sede di incidente probatorio del 4-2-1994), il quale ha affermato di aver saputo da CARIOLO Antonio che questi, quando venne arrestato per porto abusivo d’arma insieme a PATTI Antonino e COSTANTINO Salvatore, in via Boccetta (dalla sentenza di condanna emessa nei confronti di CARIOLO Antonio dalla Corte di Appello di Messina il 10 marzo 1989 per i reati di porto e detenzione illegale di armi clandestine e di ricettazione delle medesime armi, la quale trovasi inserita nella cartella delle sentenze relative al detto imputato, emerge che il CARIOLO, il PATTI ed il COSTANTINO vennero arrestati, così come ha affermato il collaboratore, il 28 luglio 1988, in via Torrente Boccetta, da una pattuglia della Squadra Mobile della Questura di Messina, che rinvenne, abilmente occultate in un incavo ricavato sotto il cruscotto dell’auto sulla quale i tre personaggi suddetti viaggiavano, una pistola Walter PPK cal. 7,65 con matricola abrasa carica di sette cartucce di cui una in canna, ed una rivoltella Colt Cobra cal. 38 con matricola abrasa carica di sei cartucce), avrebbe dovuto recarsi “a Camaro per uccidere ROMEO detto “nocciolina””, da LA TORRE Guido (vedi udienza del 30-4-1996), il quale ha riferito che si progettava la morte del ROMEO, perché divenuto persona poco affidabile, e da MARCHESE Mario , secondo il quale (vedi udienza del 1-10-1996) “c’era pure lui nel mirino”.
Nel carcere di Messina si ebbe, dopo la morte di CAVO’ Domenico, un’immediata e significativa reazione. Come ha, infatti, riferito MARCHESE Mario (vedi udienza del 2-10-1996) e ha confermato LEO Giovanni (vedi udienza del 24-7-1996), i detenuti appartenenti al clan di LEO Giuseppe costrinsero quelli appartenenti ai clan di PIMPO e di CAVO’ a trasferirsi dal reparto “camerotti”, dove si trovavano, al reparto “cellulari” e a rinunciare all’attività lavorativa che essi svolgevano all’interno della Casa Circondariale, quasi a voler affermare che l’omicidio di CAVO’ Domenico era stato opera del gruppo “LEO”, il quale poteva arrogarsi ormai il diritto di comandare all’interno del carcere sugli altri gruppi.
Fuori dal carcere, viceversa, anche
in conseguenza dell’assoluta riservatezza che aveva circondato mandanti ed
esecutori dell’omicidio, vi fu, almeno nei primi tempi, una situazione di
grande incertezza, come si avverte agevolmente nelle parole di GIORGIANNI
Salvatore
, il quale ha ricordato (vedi udienza del 29-10-1996) che SPARACIO
Luigi
per
qualche tempo scomparve in attesa di comprendere come evolveva la situazione. La
situazione di SPARACIO Luigi
in quel frangente è stata descritta in modo ancor più
efficace da CARIOLO Antonio
(vedi udienza del 1-7-1996), il quale ha affermato che questi
si trovò improvvisamente isolato e intorno a lui si creò il vuoto, poiché le
persone sulle quali poteva riporre maggiore fiducia si trovavano in quel tempo
detenute. Il CARIOLO, che faceva parte di una famiglia di “Cosa Nostra”
catanese facente capo a Benedetto SANTAPAOLA, (vedi pag. 163)
ma che conosceva SPARACIO da molto tempo, decise allora di affiancarlo e
sostenerlo inserendosi organicamente nel suo gruppo.
La situazione mutò radicalmente con l’alleanza che di lì a breve strinsero CAMBRIA Placido e SPARACIO Luigi . Come hanno riferito numerosi collaboratori, tra i quali lo stesso SPARACIO Luigi (vedi udienza del 7-10-1996), il CAMBRIA, che già da tempo si stava organizzando per contrastare la situazione di isolamento nella quale si era venuto a trovare e combattere efficacemente CAVO’ Domenico, con la morte di quest’ultimo “prese posizione” (si tratta di un’espressione gergale impiegata da MARCHESE Mario e da altri collaboratori di giustizia per indicare la decisione presa da un personaggio autorevole nell’ambiente criminale di porsi a capo di un’organizzazione delinquenziale, quando tale decisione viene resa esteriormente percepibile con atti che, anche solo implicitamente, sollecitano gli altri gruppi ed i singoli a schierarsi a favore o contro la nuova realtà criminosa) e, attraverso l’opera mediatrice di DI BLASI Domenico, che questi, detenuto, svolse in occasione di un permesso ottenuto in quei giorni (è stato accertato, a riscontro delle dichiarazioni di SPARACIO Luigi , che al DI BLASI fu concesso un permesso dal 2-4-1988 al 5-4-1988 e che egli venne in seguito, il 29-4-1988, definitivamente scarcerato - vedi tabulati forniti dal D.A.P. tra i documenti acquisiti al n. 191 dell’ordinanza del 19-7-1997), raggiunse un accordo con SPARACIO Luigi , dando vita al clan “CAMBRIA - SPARACIO”. Oggetto fondamentale del suddetto accordo fu la decisione di contrastare con ogni mezzo LEO Giuseppe, nei cui confronti iniziò una lotta durissima costellata da numerosi morti, che trovò le sue ragioni sia in vecchi rancori, covati quando ancora esisteva il clan “COSTA” e successivamente riaffiorati, sia nella logica di predominio invalsa dopo la morte del CAVO’ e che portava a individuare in LEO Giuseppe il più temibile ed agguerrito rivale.
SPARACIO Luigi e CAMBRIA Placido cercarono, quindi, di coagulare un’alleanza tra tutti coloro che potevano condividere i loro stessi obiettivi e, di conseguenza, proposero a D’ARRIGO Marcello , che era notoriamente in pessimi rapporti con il LEO (tanto che alcuni affiliati al LEO erano ritenuti responsabili di un attentato alla vita subito da GIORGIANNI Salvatore in data 1-11-1986) e che comandava un piccolo gruppo, del quale facevano parte, tra gli altri, GIORGIANNI Salvatore , LA TORRE Guido e CALABRO’ Salvatore , di unirsi a loro, ottenendo il suo appoggio (vedi dichiarazioni di PARATORE Vincenzo all’udienza del 12-4-1996; di GIORGIANNI Salvatore alle udienze del 25-10-1996 e del 4-11-1996; di LA TORRE Guido all’udienza del 30-4-1996). Raggiunsero, inoltre, un accordo, rivelatosi, però, meno saldo del primo, con il ben più consistente gruppo capeggiato da PIMPO Salvatore e da GALLI Luigi , i quali furono chiamati a combattere LEO Giuseppe per vendicare l’omicidio di CAVO’ Domenico del quale il LEO era ritenuto responsabile.
Quest’ultima alleanza fu, nondimeno, compromessa dal comportamento ambiguo del GALLI, che non fu mai veramente nemico del LEO (con il quale era legato da un lontano rapporto di parentela per essere la moglie cugina di LEO Giuseppe - vedi dichiarazioni di LEO Giovanni all’udienza del 24-7-1996: “mio fratello è sposato con PANTO’ Domenica, sarebbe la sorella di PANTO’ Pietro e PANTO’ Nunzio; GALLI Luigi è sposato con la cugina della moglie di mio fratello”, nonché dichiarazioni di GALLI Luigi all’udienza del 18-11-1996: “P.M.: C’è un grado di parentela tra sua moglie e la moglie di LEO Giuseppe? GALLI: Sì, sì, sono cugini, figli di fratello e sorella”), ma anzi lo protesse, approfittando della sua apparente posizione di avversario. Sia PARATORE Vincenzo (vedi udienza del 13-3-1996) che SPARACIO Luigi (vedi udienza del 7-10-1996) hanno espresso nelle loro dichiarazioni tale convinzione che sorse già a seguito del fallimento di alcuni attentati nei confronti del LEO e che venne rinforzata quando il GALLI venne da taluno notato di notte a bordo di un’autovettura blindata insieme a LEO Giuseppe (vedi su quest’ultimo punto le dichiarazioni di SPARACIO Luigi, che sono, però, su tale punto, piuttosto generiche e dubitative: “a noi ci hanno portato questa notizia, vera o falsa non lo so”; vedi altresì le dichiarazioni del maresciallo PUGLISI Salvatore all’udienza del 27-11-1995, il quale ha riferito che GALLI Luigi e LEO Giuseppe furono in un’occasione notati insieme nel quartiere di Giostra da personale di P. G., che redasse un’annotazione di servizio attestante tale fatto, ma non vi è agli atti alcuna traccia di tale annotazione di servizio, né sono state acquisite notizie più specifiche su tale controllo; non può, peraltro, escludersi che il PUGLISI abbia inteso riferirsi al medesimo accertamento in ordine la quale ha deposto, come si vedrà tra breve, il vice questore SPERANZA Vincenzo). La circostanza di una segreta solidarietà tra i due è stata, poi, confermata anche da LEO Giovanni e da MANCUSO Giorgio , entrambi persone che, per la loro vicinanza a LEO Giuseppe, devono considerarsi senz’altro attendibili. Ha asserito LEO Giovanni (vedi udienze del 9-7-1996 e del 23-7-1996) che suo fratello Giuseppe e GALLI Luigi finsero di litigare proprio al fine di consentire a quest’ultimo di infiltrarsi più agevolmente all’interno dei gruppi ostili al LEO ed ha ribadito MANCUSO Giorgio (vedi udienza del 24-6-1996) che GALLI Luigi è stato sempre alleato di LEO Giuseppe, anche se i due tenevano nascosto questo rapporto di amicizia, al fine di potersi dare appoggio durante le azioni criminali degli avversari. Egli, inoltre, aveva potuto constatare personalmente questo legame prima dell’inizio del maxiprocesso cosiddetto “dei 290”, quando GALLI Luigi , che si trovava detenuto insieme a lui nella Casa di Reclusione di Noto (è stato accertato che GALLI Luigi e MANCUSO Giorgio furono detenuti insieme nella Casa di Reclusione di Noto dal 1-3-1986 al 4-4-1986), gli fece delle confidenze che salvarono la vita al LEO. A fronte di tali dichiarazioni precise, circostanziate e collimanti nei loro nuclei essenziali non può attribuirsi alcun significativo valore a quelle di segno opposto provenienti dai collaboratori RIZZO Rosario (vedi udienza del 4-6-1996) e CROCE Pietro (vedi udienza del 5-11-1996). Il primo ha affermato che SPARACIO e CAMBRIA costruivano “tragedie” nei riguardi di GALLI, il quale era, viceversa, “sempre disponibile in quel periodo per uccidere LEO Giuseppe”, tanto che diverse volte erano “usciti assieme al villaggio Aldisio a cercarlo”, mentre il secondo ha dichiarato che GALLI e PIMPO avevano promesso a RIZZO Letterio la somma di £ 100.000.000 se questi fosse riuscito ad uccidere LEO Giuseppe. Sembra, in verità, che il CROCE, il quale ha sempre avuto un ruolo del tutto secondario a fianco dei fratelli RIZZO, abbia riportato notizie circolate a quel tempo nell’ambiente delinquenziale ma ugualmente prive di qualsiasi garanzia di autenticità, specie se si osserva che lo stesso GALLI aveva tutto l’interesse a diffondere simili voci che lo accreditavano come fedele alleato e allontanavano da lui il sospetto di doppiezza. Il RIZZO, dal canto suo, poteva non conoscere il tipo di rapporti che legavano il LEO al GALLI, sia perché sulla questione fu mantenuto dai soggetti interessati un assoluto riserbo, sia perché egli era all’epoca particolarmente vicino al PIMPO, il quale non diede mai motivo per far dubitare della sua lealtà nei confronti del CAMBRIA. Va, d’altronde, osservato che un’indiretta conferma dei rapporti esistenti tra GALLI Luigi e LEO Giuseppe può trarsi da una circostanza, che, pur riferendosi ad un fatto avvenuto in un periodo di tempo di poco successivo rispetto a quello in esame, appare particolarmente significativa. Il vice questore SPERANZA Vincenzo, già in servizio presso la Questura di Messina, escusso come teste all’udienza del 22-12-1995, ha, invero, ricordato che “il LEO, che non si sarebbe mai permesso di andare a Giostra in quel periodo storico, dopo qualche giorno, credo, dall’omicidio CAMBRIA [fatto avvenuto, come si vedrà, pochi mesi dopo la morte del CAVO’, il 18-1-1989], fu identificato, controllato da personale nostro mentre usciva, credo, dalla casa del GALLI”.
La suddetta alleanza, pur con le difficoltà sopra menzionate, fu la premessa per successive azioni delittuose nei confronti del LEO o dei suoi uomini, che hanno avuto inizio con un clamoroso attentato ai danni dello stesso LEO Giuseppe, eseguito il 13-6-1988 da un gruppo di killers che si recarono al villaggio Aldisio e spararono in strada all’impazzata ferendo numerose persone del tutto estranee agli ambienti delinquenziali. Seguirono, qualche tempo dopo, l’omicidio di tale BONAFFINI, ritenuto affiliato al LEO, e, nel settembre 1988, un secondo attentato, anche questo fallito, sempre ai danni di LEO Giuseppe. Tra le fila del clan “SPARACIO - CAMBRIA” cadde, invece, PATTI Antonino, ucciso da uomini del LEO il 20 settembre 1988.
In conseguenza degli accordi sopra ricordati, MARCHESE Mario , che si trovava in carcere, rimase isolato, anche perché lo si riteneva responsabile, insieme a LEO Giuseppe, dell’omicidio di CAVO’ Domenico. Tale situazione ebbe immediati riflessi sia in carcere che fuori dal carcere. Successe, infatti, (vedi le dichiarazioni di MARCHESE Mario all’udienza del 2-10-1996) che qualche giorno dopo l’omicidio del CAVO’, egli venne trasferito nel carcere di Favignana e molti degli affiliati che si trovavano detenuti nella Casa Circondariale di Messina, disorientati dal suo comportamento e privi della guida del capo, si spostarono in celle occupate da soggetti affiliati ad altri clan. Fuori dal carcere egli venne, invece, “emarginato” dagli altri gruppi e lo stesso MARCHESE ha spiegato tale sua condizione affermando (vedi udienze del 23-9-1996 e del 1-10-1996) che egli continuava ad avere dei propri affiliati, attraverso i quali svolgeva attività illecite, ma proprio perché in contrasto con gli esponenti a quel tempo più autorevoli dell’ambiente delinquenziale, venne escluso da quegli interessi (come, ad esempio, quelli relativi alle sale da gioco) che tradizionalmente i vari clan gestivano in comune. SPARACIO Luigi ha similmente dichiarato (vedi udienza del 14-10-1996) che MARCHESE Mario “non aveva il nostro appoggio ma il gruppo suo anche di poche persone è sempre rimasto”, mentre PAGANO Antonino ha confermato (vedi udienza del 5-11-1996) che il MARCHESE venne escluso dalla spartizione tra i gruppi malavitosi dei soldi che venivano ricavati dalle estorsioni all’interno della Fiera di Messina. MARCHESE comprese che quella congiuntura avrebbe potuto determinare la dissoluzione del suo clan e per questo si diede alla latitanza (più precisamente uscì in permesso il 2-7-1988 non rientrando il 7-7-1988 e venne nuovamente arrestato il 17-9-1988 - vedi tabulato D.A.P.) al fine di potersi riorganizzare, ma non riuscì ad impedire che la maggior parte dei suoi affiliati lo abbandonassero e che solo pochissimi gli rimanessero fedeli (sul punto appaiono concordi le dichiarazioni di tutti i collaboratori). In questa situazione di obiettiva debolezza il MARCHESE dovette, inoltre, subire gli attacchi di CAMBRIA Placido, il quale intendeva rivalersi dei torti subiti quando, dopo l’omicidio di BONSIGNORE Pietro, fu estromesso all’interno del clan “COSTA” proprio ad opera del MARCHESE (vedi dichiarazioni di SPARACIO Luigi all’udienza del 15-10-1996). Vennero così eseguiti, nello spazio di pochi giorni, due fatti di sangue ai danni di uomini vicini al MARCHESE, il primo nei confronti di CUSCINA’ Francesco , in data 1-6-1988, ed il secondo nei confronti di SPAGNOLO Giovanni, tra il 2 ed il 3 giugno 1988. L’attentato alla vita di CUSCINA’ Francesco , dal quale la vittima riuscì a sfuggire, fu commesso, come si vedrà, da uomini vicini a GALLI Luigi ed ha avuto il significato quasi di suggellare l’alleanza tra quest’ultimo ed il CAMBRIA (vedi in tal senso le dichiarazioni di PARATORE Vincenzo all’udienza del 9-1-1996 e quelle di SPARACIO Luigi all’udienza del 15-10-1996). SPAGNOLO Giovanni era, invece, il cugino di MARCHESE Mario e venne soppresso da uomini vicini a CAMBRIA Placido, i quali non fecero più ritrovare il cadavere. Va, peraltro, ricordato un altro episodio descritto dal teste BUSCEMI Fabio (vedi dichiarazioni rese all’udienza del 17-5-1997, nel procedimento n. 22-23/96 R.G. contro AMANTE Bruno + 78, acquisite agli atti del presente procedimento su richiesta della difesa di taluni imputati all’udienza del 18-9-1997 e che si trovano inserite nella cartella degli atti acquisiti dopo il 19-7-1997), il quale ha riferito che lo SPAGNOLO, poco più di un mese prima, il 20 maggio 1988, rimase vittima nel carcere di Messina, dove all’epoca si trovava detenuto, di un’aggressione da parte di PAGANO Antonino, il quale, senza alcun apparente motivo, gli diede, improvvisamente, calci e pugni che gli provocarono delle lesioni al viso (vedi, altresì, referto medico, datato 20-5-1988, relativo al detenuto SPAGNOLO Giovanni, nel quale viene diagnostico un “trauma facciale con sospetta frattura del setto nasale ed edema palpebrale sinistro”, nonché rapporto disciplinare redatto in pari data a carico del detenuto PAGANO Antonino per le lesioni subite dallo SPAGNOLO, entrambi documenti acquisiti al N. 90 dell’ordinanza emessa da questa Corte in data 19 luglio 1997). Anche PROSPERO Concetta, moglie di SPAGNOLO Giovanni, escussa nel presente procedimento all’udienza del 18-9-1997, ma più ampiamente sentita su tali fatti all’udienza del 17-5-1997 nel procedimento n. 22-23/96 R.G. contro AMANTE Bruno + 78, (le trascrizioni allegate al verbale d’udienza di tali dichiarazioni sono state acquisite agli atti del presente procedimento nel corso dell’udienza del 18-9-1997, su richiesta del Pubblico Ministero e senza l’opposizione delle altre parti e si trovano inserite nella cartella degli atti acquisiti dopo il 19-7-1997) ha ricordato il predetto episodio ed ha affermato di aver saputo dal marito che tale fatto si inquadrava certamente nella lotta esistente contro il MARCHESE, perché il suo aggressore non aveva alcun motivo di altro tipo per picchiarlo (“lui in poche parole dice: io non mi aspettavo che questa persona ce l’avesse con me, perché io non gli ho fatto niente; sicuramente ce l’avrà con mio cugino”). Lo stesso PAGANO Antonino, il quale aveva a suo tempo negato di essersi reso responsabile di tale aggressione, ha affermato, dopo essere divenuto collaboratore di giustizia, di esserne stato l’autore ed ha, peraltro, precisato, all’udienza del 5-11-1996, che tale fatto rientrava nei contrasti tra MARCHESE Mario e GALLI Luigi. Va osservato che la testimonianza sopra citata di PROSPERO Concetta si rivela una fonte di conoscenza di straordinario valore per comprendere le convulse vicende che si susseguirono in detta congiuntura, poiché le dichiarazioni della donna hanno offerto, in un’epoca molto anteriore rispetto all’avvento dei collaboratori di giustizia, squarciando, in modo per molti versi eccezionale, il muro dell’omertà allora esistente, una visione dei fatti da una prospettiva senza dubbio privilegiata. La teste ha, infatti, riferito come il marito SPAGNOLO Giovanni, che doveva essere ben addentro alle situazioni sopra esposte, per i suoi stretti rapporti di parentela con il MARCHESE e perché egli stesso inserito nell’ambiente malavitoso, percepì e valutò tali avvenimenti nell’immediatezza del loro svolgimento. La donna ha affermato in proposito, confermando gli elementi di conoscenza provenienti oggi dai collaboratori di giustizia, che dopo la morte di CAVO’ Domenico, il marito si preoccupò molto, tanto che ella seppe dal proprio fratello che questi prese la precauzione di camminare armato. Ella apprese, inoltre, dal marito “che c’era una guerra fra di loro”, che vedeva contrapposti da un lato il MARCHESE, al quale, verosimilmente, il marito era affiliato (“penso di sì non ne sono sicura”), e dall’altro lato il CAMBRIA, inteso “bozza” o “u’ buzzusu”. La teste ha, infine, menzionato un episodio, avvenuto sempre in quel periodo, nel quale il marito incontrò casualmente per strada il CAMBRIA e quest’ultimo gli fece con la mano un gesto, come se avesse una pistola, che egli interpretò come una minaccia. E’ stato, infine, contestato dal Pubblico Ministero alla PROSPERO che la stessa, quando venne sentita dagli inquirenti il 14 settembre 1988, era stata più precisa ed aveva affermato di aver saputo dal marito che gli “antagonisti del MARCHESE” erano CAMBRIA Placido, PIMPO Salvatore e GALLI Luigi , i quali “avevano deciso di fare terra bruciata intorno a mio cugino [intendendo riferirsi a MARCHESE Mario , cugino dello SPAGNOLO] dopo l’omicidio CAVO’, che è stata la causa dell’inizio dei contrasti”. E’ evidente, comunque, che la PROSPERO non ha ricordato tali circostanze, pienamente compatibili con le affermazioni dibattimentali, solo a causa del lungo tempo trascorso dai fatti, poiché la teste non ha esitato a confermare di aver sempre riferito agli inquirenti ciò che apprese dal proprio marito e che, dopo la scomparsa di questo, nel timore di venire parimenti uccisa, scrisse le suddette circostanze in un piccolo diario, che venne poi sequestrato dalle forze dell’ordine. Perfettamente coerenti risultano, allora, le dichiarazioni di PARATORE Vincenzo, il quale ha riferito (vedi udienza del 13-4-1996) che il CAMBRIA perseguì, a quel tempo, anche l’obiettivo di uccidere lo stesso MARCHESE e a tal fine si recò, insieme al PARATORE, a MILANO, dove MARCHESE Mario si trovava latitante, ma non riuscì a portare a compimento il progetto delittuoso perché quest’ultimo venne frattanto arrestato.
La sera del 28-12-1988 venne ucciso COSTA Antonino, soprannominato “u citrolu”, fratello di COSTA Gaetano , mentre si trovava in via Palermo nei pressi del bar “Cappuccio”, gestito da sua sorella COSTA Anna. Autore dell’attentato fu un uomo che i collaboratori di giustizia, come si vedrà, hanno indicato in TRISCHITTA Pietro , soggetto appartenente al clan “SPARACIO - CAMBRIA”. Tale fatto rappresenta in modo emblematico il definitivo declino del vecchio capo della malavita messinese, con il quale sia CAMBRIA Placido che SPARACIO Luigi intendevano giungere alla finale resa dei conti ed è anche l’ultimo sanguinoso attentato prima dell’uccisione dello stesso CAMBRIA Placido, avvenuta il 18-1-1989.