2.3.1.5. La morte di Cambria placido e le vicende che seguirono

Le incomprensioni tra CAMBRIA Placido e GALLI Luigi , sulle quali ci si è già soffermati, furono terreno propizio nel quale maturò il letale attentato ai danni del CAMBRIA, progettato ed eseguito, secondo quanto risulta dalle prove acquisite e come si vedrà meglio in seguito, da GALLI Luigi  e dai suoi uomini, benché sia verosimile che vi fosse interessato anche LEO Giuseppe, principale nemico del CAMBRIA.

Dopo tale fatto, SPARACIO Luigi  decise di porsi a capo del gruppo già da lui diretto insieme al CAMBRIA e respingere la prevedibile offensiva dei numerosi nemici, i quali non avrebbero tardato ad approfittare della situazione di debolezza in cui il clan inevitabilmente si trovava dopo la morte del suo uomo più prestigioso. Ha dichiarato SPARACIO Luigi  (vedi udienza del 7-10-1996): “in quel periodo là le cose erano due: o fronteggiare ‘sta situazione o andarmene da Messina, anche perché GALLI, PIMPO, io un sospetto ce l’avevo che erano stati loro a fare questa..., l’omicidio di CAMBRIA. Perciò di loro non mi fidavo. Con LEO Giuseppe c’era il..., la guerra in corso. Con FERRARA, che faceva l’aquila con due teste, non si sapeva da dove batteva....In sostanza ero solo contro tutti. [...] Alcuni ragazzi ce li avevo fuori, alcuni sono usciti dal carcere, diciamo, ho fronteggiato questa situazione qua”. La situazione di iniziale disorientamento dopo la morte del CAMBRIA viene rappresentata efficacemente anche da PARATORE Vincenzo, il quale ha dichiarato (vedi udienza del 13-4-1996): “morto Placido siamo rimasti un po’ avviliti tutti quanti perché, [...]la maggior parte di noi era tutti in carcere [...] e io a Gino [diminutivo, evidentemente, del nome di SPARACIO Luigi ] lo conoscevo, sapevo che da solo non avrebbe combinato niente. [...] Quando toccò il primo permesso, se non ricordo male, a TRISCHITTA Pietro , lo chiamai e gli dissi: Piero, cà, diciamo iò sugnu in galera [...]. Qua se non esci tu, pi diri, e ti butti la zanza per potere fare qualcosa, qua va a finire che ci ammazzano a tutti quanti”. A riscontro delle dichiarazioni del PARATORE è stato accertato che meno di un mese dopo l’omicidio del CAMBRIA, TRISCHITTA Pietro , persona da tempo vicina al CAMBRIA, approfittando di un permesso concessogli il 14-2-1989, evase e si diede alla latitanza sino al 22-2-1990 quando venne nuovamente arrestato (vedi informazioni fornite dai tabulati del D.A.P.). Egli venne così a costituire, insieme a GIORGIANNI Salvatore  e poi anche insieme a LENTINI Stellario  e ad ARNONE Umberto, quel gruppo di latitanti che il clan diretto da SPARACIO Luigi  utilizzerà più volte per il perseguimento delle proprie illecite finalità e, soprattutto, per il compimento di azioni di sangue come è stato affermato da numerosi collaboratori di giustizia e sarà oggetto di più approfondito esame.

La conseguenza più rilevante, dal punto di vista delle dinamiche associative, dell’omicidio di CAMBRIA Placido fu la più stretta alleanza che verrà a costituirsi tra SPARACIO Luigi  e DI BLASI Domenico, i quali, dopo la scarcerazione del secondo avvenuta il 9-5-1989 (vedi informazioni contenute nei tabulati del D.A.P. acquisiti al n. 191 dell’ordinanza del 19-7-1997), rinsaldarono un legame che già li univa da tempo. Ha affermato, in proposito, MARCHESE Mario  (vedi udienza del 23-9-1996) che “dopo la morte di CAMBRIA rimane SPARACIO [...], nel frattempo c’era pure DI BLASI che era uscito di galera, che era suo patroccio, cioè, insomma, erano in buoni rapporti tutti e due. Lui aveva pure i suoi uomini, cose...Si è creato questo gruppo”. Le dichiarazioni di MARCHESE Mario  hanno trovato, poi, corrispondenza in quelle di altri collaboratori (SANTACATERINA Umberto, PARATORE Vincenzo, LA TORRE Guido, GIORGIANNI Salvatore , ARNONE Marcello) i quali hanno indicato DI BLASI Domenico e gli uomini del suo gruppo come affiliati al clan “SPARACIO” o, comunque, come soggetti che, pur dipendendo direttamente dal DI BLASI, agivano per il clan “SPARACIO” e, soprattutto, nelle dichiarazioni di SPARACIO Luigi , il quale ha affermato (vedi udienza del 7-10-1996) che “se c’era la necessità” utilizzava per i suoi scopi illeciti anche le persone vicine al DI BLASI, ed ha precisato, consentendo così una più corretta collocazione temporale dei fatti, che “dopo la scarcerazione di DI BLASI [comprò] della droga assieme” a lui, in tal modo testimoniando la sussistenza, sin da tale momento, di cointeressenze criminali che appaiono rilevantissimo indizio della sostanziale convergenza del DI BLASI e del suo gruppo all’interno di un unico organismo associativo capeggiato da SPARACIO Luigi . Analogo rilievo va, poi, attribuito alle dichiarazioni di PIETROPAOLO Pasquale  e di CASTORINA Pasquale , i quali, appartenendo a quel gruppo di persone che circondavano il DI BLASI, appaiono particolarmente attendibili. Il primo ha asserito (vedi udienza del 14-5-1996) che gli uomini vicini al DI BLASI (in particolare, il cugino VADALA’ CAMPOLO Ferdinando ) facevano anche parte “automaticamente” del gruppo “SPARACIO” perché “DI BLASI Domenico e SPARACIO erano tutti una cosa”. Il secondo ha similmente affermato, dando anch’egli una precisa collocazione temporale agli avvenimenti, (vedi udienza del 20-5-1996) che dopo la scarcerazione del DI BLASI uscì dalla situazione di isolamento nella quale egli si era venuto a trovare per la sua amicizia con COSTA Gaetano  e iniziò a recarsi insieme al DI BLASI a casa dello SPARACIO, essendo i due molto vicini tra di loro.

Il clan diretto da SPARACIO Luigi  continuò senza esitazione, dopo un breve periodo di disorientamento, l’offensiva nei confronti di LEO Giuseppe. Dopo che VENUTO Giuseppe , persona affiliata al LEO, in data 29-4-1989 attentò, come si vedrà in seguito più ampiamente, alla vita di VILLARI Antonino, inteso “siccia”, cugino e persona fidatissima di SPARACIO Luigi , del quale curava gli interessi relativi al traffico di stupefacenti, prese nuovo vigore l’azione di sangue nei confronti del LEO con una serie impressionante di fatti delittuosi. In epoca prossima al giugno 1989 avvenne il tentato omicidio del suindicato VENUTO ad opera, come si vedrà, dei latitanti TRISCHITTA Pietro  e GIORGIANNI Salvatore . In data 12-6-1989 venne ucciso MESSINA Rosario, fatto che non costituisce oggetto del presente procedimento ma che MANCUSO Giorgio  (vedi udienza del 24-6-1996) ha inserito nella suddetta lotta tra clan e che dovette, comunque, rispondere agli interessi di SPARACIO Luigi  se è vero, come afferma PARATORE Vincenzo (vedi udienza del 16-1-1996) che fu lo stesso PARATORE, tramite il nipote di FERRANTE Santi , PULIO Salvatore, a fornire l’arma usata nel delitto all’esecutore materiale, GENOVESE Raffaele  (il quale venne per tale delitto condannato, insieme al PULIO, con sentenza della Corte di Assise di Appello di Messina emessa l’8-2-1994 e acquisita agli atti) e che quest’ultimo dopo tale fatto venne accolto in carcere dal FERRANTE tra gli uomini di SPARACIO. In data 16-7-1989 avvenne, infine, l’omicidio di SARNATARO Sabatino ed il contestuale tentato omicidio di COSTANTINO Giovanni , entrambi appartenenti al clan “LEO”, ad opera di due giovani poi identificati, attraverso le deposizioni dei collaboratori di giustizia, nei latitanti TRISCHITTA Pietro  e GIORGIANNI Salvatore .

In questa fase sembra che vi sia stato un riavvicinamento tra il clan “SPARACIO” ed il clan “MARCHESE”, nonostante che MARCHESE Mario  fosse ancora in carcere. Ciò sembra potersi trarre dalle parole di GIORGIANNI Salvatore  (vedi udienza del 4-11-1996), il quale ha affermato di essersi incontrato, durante la propria latitanza, con APRILE Natale , esponente del clan “MARCHESE” per “dividerci alcuni compiti”, vale a dire per realizzare un accordo tra i due gruppi per la perpetrazione di alcuni illeciti (“lui voleva fare a RIZZO” e “noi” avremmo dovuto effettuare l’attentato a Pippo LEO). Una chiara conferma del superiore assunto è stata, peraltro, fornita dai capi dei due clan, SPARACIO Luigi  e MARCHESE Mario . Il primo collaboratore ha ricordato (vedi udienza del 15-10-1996) che vi fu un incontro tra TRISCHITTA Pietro , GIORGIANNI Salvatore , entrambi appartenenti al clan “SPARACIO”, e APRILE Natale , fatto che appare particolarmente significativo, non solo perché costitusce specifico riscontro alle parole del GIORGIANNI, ma anche perché non è immaginabile che gli affiliati di due clan contrapposti partecipino a delle riunioni senza l’assenso dei capi. Il secondo ha sostenuto (vedi udienza del 20-9-1996) che APRILE Natale  si recò ad un appuntamento GIORGIANNI Salvatore  per la realizzazione di un accordo tra i due gruppi, finalizzato all’organizzazione di un agguato contro LEO Giuseppe (vedi quello che si dirà in proposito quando si tratterà il duplice omicidio di BONASERA Michele e di INSANA Carmelo, a pag. 1786 e segg.) ed ha, quindi, affermato (vedi udienza del 23-9-1996) che, all’epoca dell’attentato a tale GARSSO Santo (capi “48”, “49”, “50” e “51”, vedi pag. 1848 e segg.), egli era “in guerra” contro LEO Giuseppe. Dell’esistenza di tale contrasto vi è, infine, traccia nelle dichiarazioni di MANCUSO Giorgio , esponente di primo piano del clan “LEO”, il quale ha riferito (vedi udienza del 28-6-1996) che nell’anno 1989, APRILE Natale , CENTORRINO Salvatore  e LEARDO Luigi  gli “tesero un’imboscata”, alla quale, comunque, riuscì a sfuggire grazie alle informazioni che riceveva da SPARACIO Luigi.

Dopo l’omicidio di SARNATARO Sabatino sopra ricordato, SPARACIO Luigi  e LEO Giuseppe raggiunsero, attraverso l’intermediazione di DI BLASI Domenico, una “pace”, della quale hanno riferito ampiamente sia lo stesso SPARACIO Luigi  (vedi udienza del 15-10-1996), sia MANCUSO Giorgio  (vedi udienza del 24-6-1996), il quale ha precisato che l’accordo venne prima raggiunto da DI BLASI Domenico e da LEO Giuseppe e poi ad esso aderì SPARACIO Luigi , il quale insistette perché il MANCUSO, alleato del LEO, partecipasse alla riunione, avvenuta nella villa di SPARACIO a Rodia, nella quale venne siglata la pacificazione. Anche LEO Domenico , fratello di LEO Giuseppe, ha, infine, ricordato, pur non essendo collaboratore di giustizia, (vedi udienza del 13-11-1996) che vi fu “una pacificazione tra Gino SPARACIO e mio fratello”, precisando che in quell’occasione “per fare ‘sta pace hanno detto che Gino SPARACIO doveva battezzare a ‘sta bambina, cioè mia nipote, l’ultima di tutti, così si faceva ‘sta pace e finiva tutto”. Le stesse forze dell’ordine ebbero, peraltro, immediata percezione nel corso della loro attività di controllo del territorio che l’ostilità tra i due gruppi doveva essere cessata, non solo perché finirono gli attentati reciproci, ma anche poiché notarono, in data 26 settembre 1989, SPARACIO Luigi  e MANCUSO Giorgio  insieme su un’autovettura BMW blindata (vedi relazione di servizio sulla quale ha deposto il teste LAISA Angelo all’udienza del 1-12-1995). Ha aggiunto SPARACIO Luigi  che l’accordo, forse favorito dalle precedenti azioni di sangue che, probabilmente, avevano intimorito il LEO (“si vedeva un pochettino le scarpe un po’ strette”), riguardò (non è chiaro se contestualmente o poco tempo dopo) anche GALLI Luigi . A riprova di ciò il collaborante ha ricordato che “era programmato in quel periodo di uccidere MAROTTA Gaetano , che andava a semilibertà, e c’era TRISCHITTA che aveva dei motivi anche personali con MAROTTA. Già TRISCHITTA aveva preparato la macchina [...] aveva una macchina rubata che aveva già architettato come uccidere MAROTTA Gaetano . Poi ho fatto pace con LEO, sono andato da TRISCHITTA [...] e l’ho convinto che avevo preso un impegno io con LEO Giuseppe che la pace valeva anche per quelli del gruppo GALLI”. La suddetta dichiarazione di SPARACIO Luigi  risulta di grande rilievo sia perché attesta lo stretto legame che si instaurò palesemente, almeno dopo la morte di CAMBRIA Placido, tra LEO Giuseppe e GALLI Luigi , sia perché il suo contenuto appare di sicura attendibilità in considerazione dello specifico riferimento alla concessione della semilibertà a MAROTTA Gaetano , circostanza poteva essere ricordata solo da chi aveva avuto un particolare interesse alla sua conoscenza e che ha costituito oggetto di positivo riscontro da parte di questa Corte (il MAROTTA uscì dal carcere per concessione della semilibertà il 18-10-1989 - vedi notizie fornite dai tabulati del D.A.P.).

I due collaboratori sopra menzionati non hanno chiarito quale fu il contenuto dei suddetti accordi e non è dato, pertanto, sapere se essi abbiano anche riguardato la gestione delle attività illecite. E’ verosimile, tuttavia, ritenere che sia stato per effetto di tale intesa che LEO Giuseppe, SPARACIO Luigi , GALLI Luigi , PIMPO Salvatore e MARCHESE Mario , secondo quanto hanno riferito molti collaboratori tra i quali RIZZO Rosario , MANCUSO Giorgio  e VENTURA Salvatore , si associarono nella pacifica ripartizione degli utili provenienti da alcune attività illecite, come le estorsioni all’interno della Fiera di Messina e la gestione delle bische clandestine, in una congiuntura che caratterizzò una fase della vita dei gruppi associativi e che certamente non può farsi risalire ad un’epoca anteriore alla sopra ricordata pacificazione.

Il clan diretto da PIMPO Salvatore e GALLI Luigi  attraversò, viceversa, dopo la morte di CAMBRIA Placido, una grave crisi interna dovuta all’insorgere di contrasti sempre più profondi tra i due capi, che iniziarono a manifestarsi pochi giorni dopo il loro arresto (è stato accertato che GALLI Luigi  venne arrestato il 18-3-1989, mentre PIMPO Salvatore fu arrestato il 18-4-1989 - vedi informazioni contenute nei tabulati del D.A.P.). RIZZO Rosario  ha riferito in proposito che “nel 1989 GALLI e PIMPO appinu ‘na liti, si sono bisticciati fra di loro in galera, non sono andati più d’accordo loro in carcere e a quel punto è entrato MARCHESE  a fare parte, diciamo, vicino a noi”. Tale dichiarazione trova un riscontro nelle parole di MARCHESE Mario , il quale ha confermato (vedi udienze del 1-10-1996 e del 2-10-1996) che i rapporti in carcere tra GALLI e PIMPO erano all’epoca di completo disaccordo in conseguenza di un precedente attentato nei confronti del PIMPO che era fallito fortunosamente (era stata posta sotto la sua autovettura una bomba che non esplose solo perché la notte precedente era piovuto) e del quale quest’ultimo attribuiva la responsabilità al GALLI (sebbene questi, secondo MARCHESE, non ne sapesse nulla) ed ha dichiarato, con maggiore precisione del RIZZO, che egli raggiunse l’alleanza con il GALLI all’esito di un incontro in carcere che permise un “chiarimento” tra i due (ha affermato: “abbiamo chiarito e eravamo tutti assieme”). Nel sopra accennato contrasto RIZZO Rosario  e RIZZO Letterio si schierarono con GALLI anziché con il cugino PIMPO Salvatore. Ha spiegato RIZZO Rosario  (vedi udienza del 10-6-1996) che i rapporti tra il PIMPO ed il fratello Letterio si erano incrinati sin dall’epoca del tentato omicidio di CIRAOLO Claudio , avvenuto il 17-3-1988, poiché RIZZO Letterio era ritenuto dal primo, per come si era svolta quella vicenda, un “confidente” delle forze dell’ordine. La questione venne in seguito positivamente risolta ma i contrasti riaffiorarono durante il periodo in cui il PIMPO fu detenuto (rimase in carcere dal 18-4-1989 al 30-4-1990 - vedi informazioni contenute nei tabulati D.A.P.), tanto che si venne a sapere che quest’ultimo aveva deciso la morte dei fratelli RIZZO, Letterio e Rosario e ciò indusse questi ultimi ad avvicinarsi a GALLI . Le spiegazioni fornite dal RIZZO per giustificare l’allontanamento dal cugino PIMPO Salvatore non appaiono, invero, del tutto persuasive, poiché da un lato egli non chiarisce per quali motivi si siano riaccesi contrasti ormai vecchi e già sopiti, e dall’altro egli riferisce ragioni di disaccordo che attengono al solo RIZZO Letterio e non fanno comprendere per  quali motivi il PIMPO avrebbe poi diretto la sua volontà omicida anche contro il fratello Rosario. Sembra, in realtà, più plausibile che i fratelli RIZZO si fecero guidare nella scelta in favore di GALLI Luigi  da diversi e tuttora oscuri interessi, come è dato solo intravedere nelle astiose recriminazioni effettuate, nonostante il lungo tempo ormai trascorso, da RIZZO Rosario  nei confronti del PIMPO, quando ha affermato: “non mi interessava più mio cugino e CALIO’, perché loro si mangiavano sempre i soldi. Ogni cosa spartia sempri mio cugino e CALIO’ Antonino. Io, FEDERICO muriumu d’a fami, ni tuccava sulu un miliuni e menzu o misi”.

Anche i contrasti all’interno del clan “GALLI - PIMPO”, che sfociarono nell’omicidio del PIMPO, avvenuto il 19-5-1990, diedero luogo, nel corso dell’anno 1989, periodo sul quale interessa in questa sede soffermarsi, ad azioni di sangue. Tra queste occorre ricordare il tentato omicidio ai danni di CALIO’ Antonino, che è avvenuto il 26-7-1989 e del quale si è assunto la responsabilità MANCUSO Giorgio , che ha dichiarato di aver agito insieme a CUNSOLO Vittorio. Sebbene entrambi gli autori del fatto appartengano al clan di LEO Giuseppe e molti collaboratori offrano del delitto un movente tale da ricondurlo a contrasti tra il LEO ed il PIMPO, del quale il CALIO’ era figlioccio e uomo di fiducia, appare plausibile anche un’altra ricostruzione che lo inserisce, viceversa, nell’ambito dei contrasti tra PIMPO e GALLI, così come è stato prospettato da LEO Giovanni, il quale ha affermato (vedi udienza del 9-7-1996) che l’attentato fu deciso oltre che dal fratello Giuseppe anche da GALLI e MARCHESE. Una qualche conferma delle dichiarazioni del LEO può, del resto, trarsi dalle vicende successive che riguarderanno il CALIO’, che venne ucciso appena qualche mese dopo, il 15-11-1989, da BONANNO Rosario  e RAGNO Antonio , uomini vicini a GALLI Luigi  (i due vennero immediatamente arrestati per tale fatto e in seguito condannati con sentenza della Corte di Assise di Messina del 6-12-1989 acquisita in atti).