2.3.3.16. Tentato omicidio ai danni di Giorgianni Salvatore
Imputato: Ventura Carmelo
Alle ore 22,40 del 1 novembre 1986 GIORGIANNI Salvatore, ferito da alcuni colpi di arma da fuoco, veniva accompagnato in auto da LA TORRE Guido presso il Pronto Soccorso del Policlinico Universitario di Messina, da dove lo trasferivano, dopo avergli prestato le prime cure, nel reparto di 1° Clinica Chirurgica, ricoverato in prognosi riservata per: “ferita d’arma da fuoco alla coscia sinistra con foro d’entrata al terzo superiore regione anteriore e foro d’uscita terzo medio regione postero mediale; ferita d’arma da fuoco con foro di entrata e di uscita regione volare polso sinistro; ferita d’arma da fuoco con foro d’entrata regione deltoidea sinistra; altro foro d’entrata rilevabile in regione basale dell’emitorace destro sull’ascellare posteriore” (vedi referto medico redatto dal medico di guardia del Policlinico Universitario e comunicazione alla Procura della Repubblica trasmessa dal Posto Fisso di Polizia presso il Policlinico Universitario, che si trovano inseriti nel fascicolo n. 172 degli atti irripetibili). Il paziente, giunto in stato vigile presso il nosocomio, riferiva ai medici dell’ospedale “di essere stato bersaglio, poco prima, di numerosi colpi di arma da fuoco mentre si trovava a bordo della propria autovettura”. Immediatamente sottoposto dai sanitari ad intervento chirurgico di laparotomia per la cura di lesioni marginali al fegato, rimaneva degente sino al 21 novembre 1986 (vedi anamnesi della patologia prossima e descrizione delle cure praticate, contenute nella cartella clinica in atti, acquisita al n. 158 dei documenti di cui all’ordinanza del 19 luglio 1997).
Il teste STURIALE Augusto, ispettore della Polizia di Stato che svolse le prime indagini, ha riferito, all’udienza dibattimentale del 13-10-1995, che il giorno dopo il delitto interrogò la vittima, la quale dichiarò che il fatto avvenne sotto la casa di abitazione dei propri genitori. Mentre il GIORGIANNI si trovava in macchina insieme alla moglie ed al figlioletto, nel girarsi per effettuare la retromarcia, notò che un giovane, del quale diede una generica descrizione, si stava avvicinando con una pistola in pugno. Subito scese dall’autovettura cercando di fuggire, anche per salvaguardare l’incolumità dei congiunti che stavano con lui, ma venne ugualmente colpito dagli spari. Il GIORGIANNI non disse di aver riconosciuto il suo attentatore e forse non gli fu possibile vederlo in viso poiché il luogo in cui avvenne il fatto era poco illuminato.
La stessa sera dell’attentato venne effettuata da personale della Squadra Mobile della Questura di Messina un’ispezione dei luoghi dove si riteneva che fosse avvenuto il delitto e, in località Villaggio Santo Case GESCAL, proprio di fronte alla palazzina D, scala M, vennero rinvenuti n. 6 bossoli per pistola calibro 9 mm. (vedi processo verbale di sequestro redatto il 2-11-1986, che trovasi in atti, nel fascicolo n. 172 degli atti irripetibili).
A conclusione delle indagini, non essendo, però, stato acquisito nessun elemento probatorio o indiziante a carico di alcuno, il Giudice Istruttore pronunciava, in data 21-10-1989, sentenza con la quale dichiarava non doversi procedere perché rimasti ignoti gli autori del reato (vedi provvedimento in atti nel fascicolo n. 172).
Solo a distanza di alcuni anni, a seguito delle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia SANTACATERINA Umberto, che ha offerto del fatto una compiuta ricostruzione, indicando i responsabili dell’azione delittuosa, venivano, previo decreto di autorizzazione emesso dal G.I.P. in data 1-3-1993, riaperte le indagini, all’esito delle quali il Pubblico Ministero chiedeva ed otteneva il rinvio a giudizio, davanti a questa Corte, di VENTURA Carmelo .
In ordine a tale fatto sono stati sentiti al dibattimento, per una più completa e accurata descrizione della dinamica del delitto, la teste LA TORRE Francesca, madre di GIORGIANNI Salvatore , nonché quest’ultimo, con le garanzie previste dall’art. 210 c.p.p., essendo egli, frattanto, divenuto collaboratore di giustizia.
Hanno reso, altresì, dichiarazioni i collaboratori di giustizia LA TORRE Guido, SANTACATERINA Umberto, LEO Giovanni , MARCHESE Mario , SPARACIO Luigi , VENTURA Salvatore , RIZZO Rosario e MANCUSO Giorgio .
LA TORRE Francesca, escussa all’udienza del 6-11-1995, ha ricordato solamente che la sera dell’attentato il figlio GIORGIANNI Salvatore , che abitava a casa della donna con la quale conviveva e con la quale poi si sposò, era andato a trovarla insieme alla nuora. Conclusa tale visita, ella stava per andare a letto, quando sentì il rumore di circa 6 spari, si affacciò dalla finestra dell’abitazione, che si trovava al primo piano, e vide la nuora gridare mentre altre persone prestavano soccorso al figlio ferito. La donna fu, comunque, più precisa quando venne sentita subito dopo il fatto dalle forze dell’ordine alle quali dichiarò di aver notato “un individuo che impugnava una pistola e sparava” ed il “figlio, anch’egli uscito dalla macchina, che appoggiato ad una macchina si teneva il fianco”.
La più precisa descrizione delle modalità esecutive dell’attentato è stata, però, effettuata dalla stessa vittima, GIORGIANNI Salvatore , il quale, sentito all’udienza del 28-11-1995, ha dichiarato che quella sera egli si era recato a fare visita alla madre, che abitava in via del Santo, case GESCAL. Intorno alle 10,30 di sera si mise in auto per fare ritorno alla propria abitazione, insieme alla moglie che si trovava incinta ed al figlioletto. Giratosi per effettuare la retromarcia, vide “sbucare da dietro il palazzetto il signor SARNATARO [che] ha incominciato a sparare; [egli si buttò fuori] dalla macchina, lui si è avvicinato e poi si è allontanato sempre sparando”. L’attentatore, che agì a viso scoperto e che egli conosceva benissimo, avendolo qualche volta frequentato, lo colpì alla spalla quando ancora si trovava in auto e poi ancora al fianco ed in altre parti del corpo, quando scese dall’auto per evitare che potessero rimanere colpiti anche gli altri occupanti. Il killer si avvicinò, sino a giungere a circa quattro metri di distanza, sempre sparando e poi, forse pensando che la vittima fosse armata, si diede alla fuga verso “una piccola campagna” dove “lo attendeva il complice”. Egli seppe altri particolari del fatto, successivamente, da GENTILE Nicola, il quale gli spiegò che pure lui aveva partecipato all’attentato e che mandante dell’agguato fu LEO Giuseppe, il quale “aveva avvisato pure il MARCHESE Mario ”, come gli fu confermato dallo stesso MARCHESE in carcere, insieme al quale si trovò detenuto nel 1987 nella sezione “camerotti”. Il LEO voleva ucciderlo “perché [era] un amico di D’ARRIGO Marcello , in quanto lui era nemico di Pippo LEO all’epoca”. Il GENTILE gli disse che vi era anche una terza persona, successivamente deceduta, la quale attendeva con una Fiat 500 ma della quale egli non ricordava più il nome. Ricevette dette confidenze dal GENTILE, mentre entrambi erano liberi, circa due mesi dopo il fatto. Quest’ultimo si espose, naturalmente, nel far ciò, ad una possibile reazione, ma “lui si sentiva un padreterno, era spalleggiato da LEO e quindi si sentiva un dio” e poi “si voleva rappacificare” e convincerlo a transitare dal gruppo di D’ARRIGO al clan “LEO”. Il SARNATARO fu riconosciuto, quale autore dell’attentato, anche da suo cognato LA TORRE Guido, il quale abitava nello stesso edificio di sua madre, e gli prestò immediato soccorso. Il collaboratore ha precisato che egli certamente non poté confondere il SARNATARO con VENTURA Carmelo, poiché si tratta di due persone dalla diversa conformazione fisica, alto il primo e basso il secondo.
Anche LA TORRE Guido, cognato di
GIORGIANNI Salvatore
, che fu presente sul luogo del delitto e prestò il primo soccorso alla
vittima, ha accuratamente descritto l’azione criminosa. Il collaboratore ha
dichiarato (vedi udienze del 30-4-1996 e del 7-5-1996) che egli
abitava accanto alla casa della madre del GIORGIANNI. Quella sera si era già
messo in pigiama ed era pronto a coricarsi, quando sentì dei colpi di pistola.
Poiché sapeva che il cognato era soggetto ad attentati, capì subito “che gli
era successa qualcosa”. Il LA TORRE ha quindi così descritto ciò di cui
fu testimone: “alzo la serranda di dove
dormivo e vidi una figura di una persona che scappava verso il portone della
madre di GIORGIANNI, [...] io lo seguii con gli occhi e vidi che nelle case
GESCAL, sempre quelle rosse, più distanti, ci stava una macchina con le luci
accese e quindi il SARNATARO si stava dirigendo in quella direzione...perché lo
riconobbi, [...] poi io scesi giù, presi mio cognato e lo misi in macchina per
portarlo in ospedale”. Il collaboratore ha specificato che egli fece in tempo a vedere l’ultimo colpo di pistola che raggiunse il
cognato all’addome, mentre quest’ultimo si trovava fuori della macchina, una
Fiat 500, dove vi erano, invece, la moglie incinta ed il bambino. Durante il
tragitto per condurre il GIORGIANNI al Policlinico egli, poi, notò, nei pressi
dell’edicola che vi è alle case GESCAL, un’autovettura A 112 colore rosso,
ferma, con a bordo tale Giuseppe VENTO. Egli ebbe modo, quindi, di parlare con
il cognato in ospedale dell’attentato da lui subito e questi gli confermò che
l’esecutore materiale fu SARNATARO Sabatino e gli disse che Giuseppe VENTO,
Nicola GENTILE e lo stesso SARNATARO gli fecero visita in ospedale e “lo hanno
ringraziato di non aver detto alla Polizia che era stato il SARNATARO, [...] e
gli volevano far credere che era stato autore SANTAMARIA Antonino”. Questa
parte delle affermazioni del collaboratore
appare, invero, poco chiara, poiché sembra contraddittorio sostenere che i tre
abbiano ringraziato il GIORGIANNI per non aver indicato il SARNATARO e nello
stesso tempo abbiano cercato di fargli credere che non era stato costui a
sparare. Il LA TORRE ha ancora sostenuto che mandante dell’agguato fu LEO Giuseppe, il quale voleva punire il
GIORGIANNI perché quest’ultimo, da lui incaricato di uccidere D’ARRIGO
Marcello
quando fosse uscito dal carcere, non volle assumere tale
compito ma, anzi, “raccontò tutto al D’ARRIGO”.
SANTACATERINA Umberto (sentito in
merito a tale episodio delittuoso in sede di incidente probatorio alle udienze
del 15-2-1994 e del 28-2-1994, ma cenni sono contenuti anche nelle dichiarazioni
rese il 4-2-1994 ed il 7-2-1994) ha affermato di aver
saputo i fatti in carcere da LEO Giuseppe, quando quest’ultimo venne
arrestato. Egli, inoltre, dopo l’arresto di GIORGIANNI Salvatore
insieme a DALL’AGLIO e ad una terza persona, intesa “il
piattaro” per un porto abusivo di arma, assistette ad un incontro nelle scale
del carcere tra LEO Giuseppe ed il GIORGIANNI, nel quale il primo disse al
secondo “che era stato lui a sparargli”. Egli apprese da LEO Giuseppe che
esecutori materiali furono lo stesso LEO Giuseppe e VENTURA Carmelo
, mentre “poi gliel’hanno attribuito a
SARNATARO”. Il LEO decise la morte del GIORGIANNI perché “ce l’aveva”
con lui, avendo questi dato una moto al cugino LEO Marcello, il quale morì con
tale moto. Il LEO, inoltre, “doveva provare un pistola, [...] una calibro 9
corta”. Questi gli descrisse l’intero svolgimento dell’azione criminosa,
dicendo che prima SARNATARO Sabatino passò davanti a casa del GIORGIANNI, con
una vespa, per vedere se la vittima designata fosse lì giunta; quindi si
recarono sul posto i due killers e, quando videro arrivare il GIORGIANNI insieme
alla moglie incinta, gli spararono con una pistola calibro 9 corta. Il
collaboratore ha, infine, confermato il contenuto di dichiarazioni da lui rese
in sede di indagini il 25-2-1993, che gli sono state lette dal difensore
dell’imputato in aiuto alla memoria, e nelle quali aveva riferito che dopo l’uccisione di SARNATARO Sabatino, SPARACIO Luigi
indicò il nome di quest’ultimo come quello di colui che
aveva attentato al GIORGIANNI nonostante la presenza della moglie incinta.
LEO Giovanni
(sentito in merito a tale episodio criminoso all’udienza del
9-7-1996) ha riferito che GIORGIANI
Salvatore, figlioccio di D’ARRIGO Marcello
, voleva all’epoca attentare alla vita
di LEO Giuseppe e di SARNATARO Sabatino, poiché “dicevano che Sabatino
SARNATARO e CANNIZZARO Gaetano avevano sparato a casa di un ragazzo che era
amico suo”. L’attentato fu deciso dal fratello LEO Giuseppe e fu eseguito da
“lui, personalmente con GENTILE Nicola e Sabatino SARNATARO”. Egli apprese
tali particolari in carcere, quando, nell’87 o nell’88 arrestarono il
GIORGIANNI. Successe, infatti che, mentre il fratello Giuseppe stava parlando
lungo le scale del secondo piano con lui, con il MARCHESE e con il SANTACATERINA,
salì il GIORGIANNI, il quale si lamentò del fatto che avevano eseguito
l’agguato alla presenza di sua moglie. Il fratello Giuseppe, allora “lo
prese subito dalla gola e lo alzò in aria, ...tipo che lo stava uccidendo nel
carcere stesso e glielo abbiamo tolto noi di sotto e dice : l’ho fatto e lo
rifarei di nuovo”.
MARCHESE Mario (sentito all’udienza del 24-9-1996) ha affermato solamente che autore dell’attentato nei confronti del GIORGIANNI fu SARNATARO Sabatino, mentre mandante fu LEO Giuseppe. Occorre rilevare che le dichiarazioni del suddetto collaboratore non sono dotate di alcun valore probatorio, poiché risultano estremamente laconiche, tanto da non consentire alcun controllo sulla loro attendibilità, mentre ignota resta la fonte delle conoscenze del dichiarante, non avendo egli certamente assistito ai fatti.
SPARACIO Luigi (sentito su tale fatto alle udienze del 9-10-1996 e del 14-10-1996) ha dichiarato di aver appreso solo delle notizie vaghe, in base alle quali autore dell’attentato nei confronti di GIORGIANNI Salvatore fu GENTILE Nicola. Più precisamente, si pensò in un primo tempo che responsabile fosse SARNATARO Sabatino, mentre poi si seppe “che era stato Nicola GENTILE e un altro personaggio che al momento non ricordo”. Ha aggiunto il collaboratore di aver parlato di questi fatti “anche a distanza di anni e che Sabatino non c’entrava in questa sparatoria, che era stato Nicola GENTILE e, se non ricordo male, VENTURA Carmelo ”. Anche le dichiarazioni di SPARACIO Luigi , così come prima quelle di MARCHESE Mario appaiono di ridottissimo valore probatorio, poiché il collaboratore appare molto vago e incerto, non arricchisce il racconto con dettagli che consentano di verificarne l’attendibilità e non indica la fonte delle sue conoscenze.
VENTURA Salvatore (sentito all’udienza del 29-5-1996) ha ricordato il medesimo episodio avvenuto in carcere, che hanno riferito i collaboratori SANTACATERINA Umberto e LEO Giovanni . Ha affermato, infatti, che anch’egli assistette, lungo le scale del carcere all’incontro tra LEO Giuseppe e GIORGIANNI Salvatore , nel quale il primo disse al secondo “sono stato io a spararti, [...] mi dispiace che non sei morto”. In realtà egli seppe però che a sparare fu SARNATARO Sabatino. Va, nondimeno, rilevato che le affermazioni del VENTURA, mentre appaiono sufficientemente accurate nella parte in cui contengono la descrizione di fatti caduti sotto la sua percezione, risultano di ridottissimo valore probatorio nella parte in cui indicano il SARNATARO quale autore del delitto, poiché non spiegano in alcun modo come il collaboratore apprese la circostanza e sono assolutamente prive di quelle notazioni di dettaglio che consentono di effettuare un adeguato controllo dell’attendibilità del dichiarante.
RIZZO Rosario (sentito all’udienza del 4-6-1996) ha ricordato che GIORGIANNI Salvatore era convinto che autore dell’attentato nei suoi confronti fosse stato il SARNATARO, mentre “a distanza di anni” si scoprì che era stato Pippo LEO, che in quel periodo era latitante, e “gli ha fatto l’inganni Bruno GENTILE”, come gli fu riferito in seguito da MANCUSO Giorgio , quando essi divennero amici dopo la morte del fratello del RIZZO. Il racconto del collaboratore, a parte l’evidente errore effettuato con il riferimento a GENTILE Bruno (probabilmente il RIZZO intendeva dire GENTILE Nicola), lascia, invero, qualche perplessità nella parte in cui egli ha affermato che ebbe modo di parlare di tale fatto con MANCUSO Giorgio . Pur rispondendo al vero che i due ebbero per qualche tempo rapporti di cointeressenza criminale, non si comprende, infatti, il motivo per il quale il MANCUSO avrebbe dovuto fare al RIZZO tali confidenze, in relazione ad un fatto dall’esito non letale, verificatosi molti anni prima (il fratello del RIZZO venne ucciso, infatti nel 1991) e che sarebbe stato commesso da una persona che, al momento della confidenza, era già deceduta (il LEO fu ucciso, infatti, il 6 settembre 1990). Come si vedrà, poi, esaminando le dichiarazioni di MANCUSO Giorgio , questi ha attribuito l’esecuzione dell’attentato ad un’altra persona, smentendo il racconto del RIZZO.
MANCUSO Giorgio
(sentito all’udienza del 24-6-1996) ha affermato che mandante
dell’attentato nei confronti del GIORGIANNI fu Pippo LEO; che, in primo tempo
esso fu attribuito a SARNATARO Sabatino, ma che, in realtà quest’ultimo ne fu
estraneo, mentre al fatto partecipò VENTO Giuseppe insieme ad un’altra
persona, che “non ricordo attualmente”.
Ritiene questa Corte che, alla luce
dell’istruttoria compiuta, non sia stata raggiunta la prova della colpevolezza
dell’imputato VENTURA Carmelo
in ordine ai reati a lui ascritti con riferimento
all’episodio delittuoso in esame, dai quali lo stesso va, pertanto, assolto.
Va, anzitutto, osservato che la qualificazione giuridica del fatto quale tentato omicidio è, senza dubbio, corretta, non solo per le inequivocabili dichiarazioni dei numerosi collaboratori di giustizia sentiti, i quali hanno concordemente riferito che l’attentato aveva come obiettivo l’uccisione della vittima, ma soprattutto avuto riguardo alla sicura valenza indiziaria del numero e dell’altezza dei colpi sparati all’indirizzo del GIORGIANNI, che fu attinto, tra l’altro, al torace ed all’addome, parti del corpo sede di organi vitali, e che scampò fortunosamente alla morte. Inoltre, secondo la più plausibile ricostruzione dei fatti, offerta tanto dalla vittima che da LA TORRE Guido, il GIORGIANNI venne colpito sia quando si trovava sulla propria autovettura, sia successivamente quando, sceso dall’auto, cercò scampo fuggendo a piedi ed anche tale circostanza assume un chiaro valore indiziario della volontà omicida, persistente anche dopo che la vittima fu ferita, mentre indiscutibile appare, in base agli stessi elementi sopra evidenziati, l’idoneità degli atti compiuti a provocare la morte del GIORGIANNI e la loro inequivoca direzione a tale scopo. A nulla rileva, pertanto, che il proposito omicida non venne portato a compimento, dovendosi, comunque, osservare che appare plausibile la spiegazione fornita in proposito da GIORGIANNI Salvatore , il quale ha affermato che egli sovente era armato, sicché l’attentatore o gli attentatori, una volta cessato il disorientamento della vittima derivante dalla sorpresa, potevano a ragione temere una sua reazione, tanto che furono indotti a desistere dal proposito criminoso.
Quanto alle ragioni del delitto, del tutto verosimile appare il movente che la stessa vittima ha ritenuto di poter presumere. Esso, peraltro, non contrasta sostanzialmente con il movente riferito da LEO Giovanni , il quale, in considerazione del vincolo di parentela con il presunto mandante del delitto, poté, probabilmente, conoscere dagli stessi protagonisti del fatto particolari su questo aspetto della vicenda dotati, per tale motivo, di precipua attendibilità. GIORGIANNI Salvatore ha dichiarato, come si è visto, che il fatto andrebbe inquadrato nell’ambito dei contrasti tra LEO Giuseppe ed il D’ARRIGO, del cui gruppo egli faceva parte. LEO Giovanni ha, viceversa, individuato il movente in contrasti di natura criminale esistenti tra il fratello Giuseppe ed il GIORGIANNI, ricordando uno specifico episodio, che avrebbe dato origine a tali contrasti. Appare, però, evidente che, anche secondo le parole di quest’ultimo collaboratore, il dissidio non poté porsi esclusivamente tra le due persone del LEO e del GIORGIANNI, poiché, come si è già visto e si esaminerà meglio in seguito quando si tratterà il reato associativo, il primo era a capo di un agguerrito sodalizio criminoso, mentre il secondo dirigeva, in luogo di D’ARRIGO Marcello , che a quel tempo si trovava in carcere, attività criminose nel settore degli stupefacenti (sui rapporti tra GIORGIANNI Salvatore e D’ARRIGO Marcello , nonché sulle attività illecite svolte dal gruppo del D’ARRIGO, si rinvia a quanto si è ampiamente riferito nel corso dell’esame del tentato omicidio CATANZARO, a pag. 863 e segg.). D’altronde è molto probabile che i due gruppi suddetti siano entrati in contrasto tra loro per motivi di supremazia, tenuto conto che entrambi operavano principalmente nel villaggio Aldisio, dove avevano la loro abitazione i due capi. Da più parti è stato, invero, affermato che D’ARRIGO Marcello fece parte, per un certo periodo, dell’organizzazione criminosa diretta da LEO Giuseppe (vedi quello che si è detto a proposito del tentato omicidio di VITALE Alfio a pag. 925 e segg.) e successivamente se se allontanò, sia perché ambiva a divenire indipendente e sottrarsi, così, alla subordinazione nei confronti del LEO, sia a causa di contrasti e malumori che sarebbero sorti tra i due già in occasione dell’estorsione compiuta nei confronti di VITALE Alfio (vedi, in particolare, la deposizione resa da LA TORRE Guido in merito a tale fatto delittuoso) e che si sarebbero acuiti sino alla definitiva rottura avvenuta, a quanto pare, durante la detenzione patita dal D’ARRIGO (il quale fu ristretto in carcere dal 23-11-1985 al 25-5-1988 - vedi dati forniti dal D.A.P.), per cause che possono solo ipotizzarsi, sulla base delle diverse dichiarazioni sul punto, avendo VENTURA Salvatore affermato (vedi udienza del 29-5-1996) che D’ARRIGO Marcello “non ha fatto più parte [del clan “LEO”] perché il LEO gli dava della droga a livello quantitativi notevoli [...] e spacciava questa droga, i risultati dei soldi non si vedevano, [...] c’erano delle mancanze e c’è stata una forte discussione tra i due: così poi il D’ARRIGO non ha aderito più al nostro gruppo”, mentre MANCUSO Giorgio ha riferito (vedi udienza del 28-6-1996) che “poi questa società [tra LEO Giuseppe e D’ARRIGO Marcello ] si ruppe, non so il perché si ruppe. Il D’ARRIGO aveva delle armi conservate da un ragazzo, da Pippo VENTO, e il Pippo LEO li ha richieste, se li è fatti dare, comunque gli ha preso queste armi. Allora è entrato questo rancore tra il D’ARRIGO Marcello e il LEO Giuseppe, un rancore che si è portato per sempre”. Va, infine, osservato che appare, viceversa, inattendibile il movente del delitto riferito dal collaboratore SANTACATERINA Umberto, per l’evidente sua sproporzione rispetto al fatto che esso avrebbe determinato, mentre è possibile che il collaboratore abbia ricordato solo un ulteriore motivo di astio tra il LEO ed il GIORGIANNI.
L’accertato movente consente di affermare con ragionevole sicurezza che mandante del fatto fu LEO Giuseppe, come, peraltro, affermato da tutti i collaboratori sentiti, alcuni dei quali hanno sostenuto tale affermazione, facendo riferimento, come si è visto, ad un episodio successo in carcere sotto i loro occhi e sul cui accadimento storico non possono sussistere dubbi. Più complessa è, viceversa, la questione relativa ai soggetti che si resero responsabili dell’azione esecutiva. Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia appaiono, invero, su tale punto, incerte e contraddittorie, spesso prive di adeguata attendibilità e, comunque, inidonee a costituire la base per un compiuto accertamento di responsabilità individuali. Non è, peraltro, compito di questo giudice verificare chi furono tutti i responsabili dell’azione delittuosa, rimasta per molti versi oscura, bensì unicamente quello di effettuare un controllo sul fondamento dell’accusa nei confronti dell’imputato VENTURA Carmelo .
Si deve subito rilevare che l’accusa nei confronti di VENTURA Carmelo proviene esclusivamente dal collaboratore SANTACATERINA Umberto e non ha trovato alcun riscontro negli atti di causa, tale non potendo ritenersi il generico, vago ed incerto riferimento alla persona del VENTURA effettuato da SPARACIO Luigi . Già solo per questo motivo, la dichiarazione del collaboratore, non essendo stata confortata, ai sensi dell’art. 192 comma 3 c.p.p., da “altri elementi di prova che ne confermano l’attendibilità”, non può costituire elemento sufficiente per fondare un accertamento di responsabilità dell’imputato. Occorre, poi, aggiungere che il contenuto delle dichiarazioni del SANTACATERINA appare poco convincente, poiché la ricostruzione del fatto da lui proposta contrasta con quella desumibile dalle dichiarazioni di coloro che vi assistettero. Va, infatti, rilevato che vi è una stridente divergenza tra le dichiarazioni di SANTACATERINA Umberto e quelle rese, sia nell’immediatezza del fatto che al dibattimento, da GIORGIANNI Salvatore , da LA TORRE Guido e da LA TORRE Francesca, in ordine al numero degli attentatori, indicato dal primo in due persone, LEO Giuseppe e, appunto, il VENTURA, e dagli altri in una sola persona, anche se è probabile che essa si avvalse della complicità di altri soggetti. L’asserita presenza di più killers non trova, d’altronde, alcun riscontro neppure nei poveri elementi desumibili dalle tracce rilevate dagli organi di polizia sul luogo del delitto, poiché, anzi, il ridotto numero di bossoli rinvenuti fa propendere per una ricostruzione del fatto che prevede l’azione di un unico sparatore. Potrebbe, infine, ipotizzarsi che il SANTACATERINA, così come altri collaboratori, sia stato ingannato circa la presenza di LEO Giuseppe sul luogo dell’agguato da quell’episodio verificatosi in carcere nel quale questi si attribuì la responsabilità del fatto, mentre la sua accusa resterebbe valida con riferimento al VENTURA. Nondimeno, anche identificando l’unico attentatore in VENTURA Carmelo , le dichiarazioni di SANTACATERINA Umberto sono irrimediabilmente discordanti con quelle del GIORGIANNI e del LA TORRE. Sebbene possa, infatti, ragionevolmente ritenersi che i due collaboratori, nella concitazione del momento ed in considerazione della scarsa illuminazione, abbiano erroneamente riconosciuto il SARNATARO al posto di un’altra persona, appare certo che questa non possa, comunque, identificarsi nel VENTURA, avendo il GIORGIANNI osservato che il killer aveva una struttura fisica completamente diversa da quella dell’imputato. Ne, d’altronde, può sostenersi che le dichiarazioni del GIORGIANNI siano state motivate dall’intento di sollevare il VENTURA dalle sue responsabilità, poiché lo stesso collaboratore non ha esitato ad accusarlo di un ancor più grave delitto con riferimento all’omicidio di CAVO’ Domenico.
Alla luce di quanto sopra, non essendo stata l’accusa confortata da alcun significativo elemento di prova, l’imputato va mandato assolto, ai sensi dell’art. 530 c.p.p., dai reati a lui ascritti in relazione al tentato omicidio di GIORGIANNI Salvatore , per non aver commesso il fatto.