2.3.3.18. Omicidio ai danni di Arrigo Salvatore

Imputato: Squadrito Pietro

Intorno alle ore 19,15 del 7 marzo 1987, veniva assassinato a colpi di pistola, in via delle Corporazioni di Messina, nel rione Giostra, ARRIGO Salvatore, un giovane incensurato del luogo. Le cause della morte ed i mezzi che la provocarono furono accertate dal prof. Antonio MODICA, il quale eseguì, su incarico della Procura della Repubblica di Messina, la perizia medico legale necroscopica. Questi, sentito come teste all’udienza del 29-9-1995, ha illustrato le indagini espletate ed il contenuto della relazione all’uopo redatta. Si legge in detta relazione (essa si trova nel fascicolo N. 168) che il decesso si verificò “per arresto cardiaco da plurime ferite d’arma da fuoco”, in quanto l’ARRIGO fu “attinto da cinque colpi d’arma da fuoco a proiettile unico camiciato cal. 7,65. Di detti colpi tre hanno attinto il cranio in sede occipitale, [...]; uno ha attinto il dorso, [...]; uno ha attinto la regione bassa del collo, [...]. Nessuno dei cinque colpi è stato sparato da distanza ravvicinata, cioè da quella misura nello spazio, corrispondente all’incirca a 20 cm. nelle armi a canna corta, in cui si realizzano i segni dello sparo da vicino”. La vittima fu trovata uccisa accanto ad un’autovettura A 112, di proprietà del pregiudicato CUSCINA’ Francesco , e fu, verosimilmente, sorpresa mentre era china a sostituire la ruota forata di detta autovettura. Dal verbale del sopralluogo eseguito da personale del Gabinetto di Polizia Scientifica della Questura di Messina e dalle foto allegate (tali documenti si trovano inseriti nel fascicolo N. 168 degli atti irripetibili) emerge, infatti, che il cadavere fu rinvenuto a terra, in una pozza di sangue, bocconi, con la testa in direzione della ruota forata dell’autovettura, mentre a circa mt. 1,50 dal corpo senza vita dell’ARRIGO furono trovati, poco distanti l’uno dall’altro, N. 5 bossoli per pistola calibro 7,65. Subito gli inquirenti sospettarono che la gomma era stata appositamente bucata, al fine di consentire ai killer di agire con maggiore tempo ed a colpo sicuro, e tale ipotesi investigativa trovò conferma, come ha riferito l’ispettore AMATO Giuseppe, escusso all’udienza del 29-9-1995, negli accertamenti effettuati sul copertone della ruota che consentirono di appurare che questo era stato bucato con un cacciavite o un punteruolo, poiché presentava fuoriuscita di materiale gommoso dallo stesso foro.

L’ARRIGO non era noto alle forze dell’ordine, ma, in relazione alle modalità del crimine, che sembrava una tipica esecuzione maturata in ambienti di criminalità organizzata, si sospettò che il fatto criminoso si inserisse in un più ampio contesto malavitoso, anche se non si riuscì a stabilire un collegamento preciso con altri fatti delittuosi. Si pensò, in un primo momento, nel corso delle indagini che seguirono al delitto e in relazione alle quali ha deposto, all’udienza dibattimentale del 29-9-1995, il dirigente della Squadra Mobile della Questura di Messina, SPERANZA Vincenzo, “che l’oggetto potesse essere il CUSCINA’, dal momento che la macchina era la sua”. Non si trascurarono, tuttavia, altre piste investigative e, in particolare, si cercò di indagare sulle amicizie della vittima. Si accertò, così, una frequentazione assidua con il pregiudicato CUSCINA’ Francesco , il quale ha ammesso, nel corso dell’esame avvenuto all’udienza dibattimentale del 5-7-1996 (dopo che all’udienza del 6-10-1995, quando avrebbe dovuto essere sentito specificamente su tale delitto, si era avvalso della facoltà di non rispondere), che era legato alla vittima da rapporti di amicizia, tanto da avergli prestato qualche volta la propria autovettura A 112. Si accertò, inoltre, che l’ARRIGO aveva rapporti piuttosto stretti anche con un altro giovane, CALOGERO Placido , la cui convivente era cugina di sua moglie. Il giorno dell’omicidio la vittima avrebbe dovuto, anzi, recarsi a casa del CALOGERO, dove vi era ad attenderlo la moglie VIOLA Giovanna ed il suocero VIOLA Cosimo. VIOLA Giovanna ha, infatti, spiegato, prima agli inquirenti e poi al dibattimento, quando è stata escussa all’udienza del 29-9-1995, che ella vide per l’ultima volta il marito il pomeriggio del giorno nel quale venne ucciso. Questi la aveva accompagnata, intorno alle ore 16,00, alla fermata dell’autobus, con un’autovettura A 112 che prese in prestito quello stesso pomeriggio da CUSCINA’ Francesco . ARRIGO Salvatore non aveva, infatti, momentaneamente, la disponibilità della propria auto, che era a riparare, e chiese in prestito all’amico detta autovettura, poiché la moglie, trovandosi al quarto mese di gravidanza, non poteva salire a bordo del motorino. Essi si erano, quindi, separati ma avevano concordato che si sarebbero rivisti intorno alle ore 19,00 a casa della cugina VINTI Anna e del convivente di questa, CALOGERO Placido . Mentre ella si trovava a casa del CALOGERO in attesa del marito, giunsero, intorno alle ore 19,00, CALOGERO Placido  e CUSCINA’ Francesco , i quali dissero che l’ARRIGO sarebbe arrivato poco dopo. Questi, tuttavia, non sarebbe mai giunto, e dopo poco tempo si recò da loro la moglie del CUSCINA’ per comunicare, ancora agitata a causa di quello che era successo, l’uccisione dell’ARRIGO. Sostanzialmente collimanti con le dichiarazioni di VIOLA Giovanna sono quelle del padre di questa, VIOLA Cosimo, il quale ha affermato di essersi trovato anche lui a casa del CALOGERO e di avere appreso la morte del genero secondo le modalità già descritte dalla figlia. Di un certo rilievo per ricostruire le ultime ore di vita dell’ucciso appaiono anche le dichiarazioni di CACOPARDO Maria, moglie di CUSCINA’ Francesco , la quale, escussa pure lei all’udienza del 29-9-1995, ha confermato di aver visto ARRIGO Salvatore, amico del marito, il pomeriggio del giorno nel quale avvenne l’omicidio, quando andò a casa sua per farsi prestare, così come era successo altre volte in precedenza, l’autovettura A 112. La teste ha, poi, riferito di avere visto il cadavere dell’ARRIGO subito dopo l’agguato mortale. Ella si trovava, infatti, in un panificio per acquistare della focaccia, quando giunse una persona gridando: “Maria, Maria, hanno sparato a tuo marito”. Ella corse verso l’autovettura, ma, avvicinatasi, si rese conto che la persona uccisa non era il marito, bensì ARRIGO Salvatore e subito andò a casa del CALOGERO, per avvisare il marito, che si era lì diretto, di quello che era successo. Vanno, infine, ricordate le parole di CALOGERO Placido , il quale, sentito all’udienza del 6-10-1995, ha reso dichiarazioni perfettamente concordanti con le deposizioni precedentemente esaminate, aggiungendo qualche ulteriore particolare. Il CALOGERO ha affermato di avere trascorso il pomeriggio del giorno dell’agguato insieme all’ARRIGO ed al CUSCINA’, con i quali si era recato a fare una passeggiata a piazza Cairoli. Quando tornarono a casa e si stavano apprestando ad andare al panificio a prendere della focaccia, che avrebbero mangiato insieme a cena, si resero conto che l’autovettura A 112 del CUSCINA’ aveva una ruota sgonfia. Poiché il veicolo avrebbe dovuto essere utilizzato dall’ARRIGO, si ritenne giusto che fosse quest’ultimo a cambiare la ruota. Il CALOGERO ha continuato dicendo che egli iniziò, pertanto, ad avviarsi verso casa propria in compagnia del CUSCINA’, mentre l’ARRIGO rimase lì a sostituire la ruota, con l’accordo che li avrebbe raggiunti subito dopo. Quando egli già si trovava a casa propria in attesa dell’ARRIGO, seppe, invece, dalla moglie del CUSCINA’, che questi era stato ucciso.

Nel corso delle prime indagini furono effettuate dagli inquirenti anche delle perquisizioni domiciliari in casa dell’ARRIGO, del CALOGERO e del CUSCINA’. In casa dell’ARRIGO la perquisizione diede esisto positivo, poiché vennero trovati una pistola marca Beretta cal. 7,65, con matricola abrasa, un orologio placcato d’oro marca Philip Watch ed altri oggetti (vedi verbale di perquisizione e sequestro che trovasi nella cartella N. 168 degli atti irripetibili), alcuni dei quali vennero riconosciuti come propri da tale NICOLOSI Giuseppe, al quale erano stati sottratti nel corso di una rapina dallo stesso subita la sera del 14 gennaio 1987 presso il negozio “ELECTROCAR” di Messina. Sulla scorta di tali elementi e di altri successivamente emersi, la Squadra Mobile della Questura di Messina, con rapporto in data 15-3-1987, riferendo alla Procura della Repubblica sulle indagini relative all’omicidio di ARRIGO Salvatore, denunciava, pertanto, in stato di fermo di P.G., CUSCINA’ Francesco  e CALOGERO Placido , quali autori, in concorso tra loro, di numerose rapine aggravate commesse dal novembre 1986 al gennaio 1987 nella zona nord della città. Il CUSCINA’ veniva, nondimeno, prosciolto, già in fase istruttoria, da tutte le imputazioni per non aver commesso il fatto, mentre il CALOGERO veniva condannato per i delitti ascrittigli  con sentenza emessa dal Tribunale di Messina in data 3-2-1988, poi integralmente confermata dalla Corte di Appello di Messina in data 17-6-1988 (trovasi inserita nella cartella delle sentenze relative CALOGERO Placido ).

Emerse, altresì, chiaramente, sin dalle prime indagini, l’esistenza di rapporti di amicizia tra l’ucciso e l’imputato DE DOMENICO Giuseppe , altro personaggio che gli inquirenti ritenevano vicino a CAMBRIA Placido (in realtà si deve ritenere, come si dirà quando si tratterà la sua posizione con riferimento al reato associativo, che a quel tempo fosse affiliato al clan “MARCHESE”), tanto che il primo, poco prima di venire assassinato, aveva ricevuto in prestito l’autovettura del secondo e si era, precedentemente, rivolto a quest’ultimo per avere in prestito anche del denaro necessario per pagare un avvocato. Su tali circostanze hanno deposto al dibattimento, all’udienza del 29-9-1995, VIOLA Giovanna, moglie dell’ucciso, e SANTORO Rosanna, moglie di DE DOMENICO Giuseppe . La prima ha ricordato che il marito svolgeva il servizio militare e si trovava da appena due giorni a Messina, mentre il giorno dell’omicidio “era contento perché gli avevano dato il permesso di pernottare a casa. L’ARRIGO aveva, tuttavia, in precedenza, disertato e, per tale motivo, era stato detenuto nel carcere di Palermo. Durante tale detenzione, poiché occorreva pagare l’avvocato ed ella non aveva il denaro necessario, il marito le disse, in occasione di un colloquio, di rivolgersi a DE DOMENICO Giuseppe , del quale le indicò l’indirizzo, per avere il suddetto prestito. La seconda ha, invece, dichiarato che nel febbraio 1987 era proprietaria di una Fiat Ritmo, che prestò ad ARRIGO Salvatore, il quale fu, però, fermato dagli agenti ed essendo senza patente l’auto venne sequestrata. Lo stesso DE DOMENICO Giuseppe  ha, peraltro, ammesso nel corso del suo esame, avvenuto all’udienza del 13-11-1996, di aver conosciuto bene ARRIGO Salvatore, che lavorava prima presso un’autocarrozzeria, sita nei pressi di un esercizio commerciale ove egli aveva svolto attività lavorativa, e successivamente presso un lattoniere,  sito nelle vicinanze di un bar da lui frequentato.

Altra perquisizione venne effettuata dalle forze dell’ordine nell’abitazione di TRANCHIDA Rosario, a seguito di telefonata anonima nella quale una persona rimasta ignota riferì agli inquirenti di aver visto i presunti autori dell’omicidio e di avere notato che gli stessi si erano allontanati su un’autovettura Mercedes risultata di proprietà del TRANCHIDA. Anche tale pista investigativa non portò, tuttavia, ad alcun utile risultato. La perquisizione domiciliare diede, infatti, esito negativo (vedi verbale di perquisizione in atti), mentre si accertò (vedi deposizione di TRANCHIDA Rosario e di CANNISTRA’ Pietro, amministratore della “Team Car”, concessionaria Volvo, entrambi escussi all’udienza del 29-9-1995) che l’autovettura Mercedes indicata dall’anonimo non aveva potuto certamente trovarsi sul luogo del delitto il giorno dell’omicidio in quanto il TRANCHIDA l’aveva lasciata in permuta, il precedente 5 marzo 1987, alla concessionaria “Team Car”. Nessun altro, d’altronde, avrebbe potuto utilizzare detta auto, poiché essa venne parcata all’interno del recinto dell’autoconcessionaria e proprio nel giorno in cui avvenne l’omicidio non poté essere spostata da lì a causa di alcuni lavori in corso per la sostituzione del cancello di detto recinto.

Altre perquisizioni vennero, infine, effettuate, tutte con esito negativo, nelle abitazioni di BOMBACI Antonino (in data 14-3-1987); di RUSSO Giuseppe (in data 14-3-1987); di PERRONE Giuseppe (in data 14-3-1987); di FUSCO Letterio (in data 14-3-1987); di FASSARI Pasquale (in data 14-3-1987); di CUCE’ Giovanni  (in data 26-3-1987); di VALENTE Vincenzo (in data 26-3-1987); di MORGANTE Giovanni (in data 26-3-1987); di PAGLIARO Stellario (in data 26-3-1987).

Non essendo stati, pertanto, raccolti elementi indizianti a carico di alcuno, il Giudice Istruttore pronunciava, in data 31-10-1987, sentenza con la quale, su conforme richiesta del P.M., dichiarava non doversi procedere a carico degli ignoti autori dell’omicidio perché non identificati. Solo a distanza di alcuni anni, a seguito delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia SANTACATERINA Umberto e MARCHESE Mario , cui fecero seguito quelle di numerosi altri collaboratori, venivano, previo decreto di autorizzazione emesso dal G.I.P. in data 2-3-1993, riaperte le indagini, all’esito delle quali il Pubblico Ministero chiedeva ed otteneva il rinvio a giudizio davanti a questa Corte di SQUADRITO Pietro .

In ordine a tale fatto hanno reso dichiarazioni i collaboratori di giustizia SANTACATERINA Umberto, MARCHESE Mario , PARATORE Vincenzo, LA TORRE Guido, GIORGIANNI Salvatore , SPARACIO Luigi , RIZZO Rosario , ROMEO Carmelo  e PAGANO Antonino .

Ha riferito SANTACATERINA Umberto (sentito in merito all’episodio criminoso in esame all’udienza del 9-2-1994, in sede di incidente probatorio) di aver saputo, mentre si trovava in carcere, da CALOGERO Placido  (poi dirà “dalla moglie di Placido”, ma sembra che si tratti di un vistoso errore di trascrizione, poiché dall’intero contesto delle dichiarazioni emerge chiaramente che il SANTACATERINA ha inteso riferirsi al CALOGERO e non alla moglie di questo), insieme al quale lavorava in cucina (tale ultima circostanza è stata confermata dallo stesso CALOGERO Placido  nel corso del suo esame all’udienza del 5-7-1996, anche se questi ha negato di aver mai avuto rapporti confidenziale con il SANTACATERINA o di avergli mai fatto confidenze su fatti illeciti), che ARRIGO Salvatore era stato ucciso da SQUADRITO Pietro , cognato di COTUGNO Giovanni . Il collaboratore ha riferito che “il CALOGERO gli ha detto ad ARRIGO che doveva andare a prendere della focaccia, [...] e si era avviato a casa sua e avevano appuntamento a casa di CALOGERO”. Successe, però, che l’ARRIGO trovò la ruota dell’autovettura A 112, che gli aveva prestato il CUSCINA’, bucata. Si mise, allora, “a cambiare la ruota, è uscito lo SQUADRITO da un vicolo di via Palermo e gli ha sparato”. Il collaboratore ha specificato che il CALOGERO apprese chi fosse l’autore dell’omicidio dal PIMPO e dal MARCHESE.

PARATORE Vincenzo (sentito in merito a tale fatto alle udienze del 13-3-1996 e del 9-4-1996) ha esordito dicendo di sapere pochissimo di tale omicidio. Ha, poi, però, dichiarato che l’ARRIGO fu ucciso da SQUADRITO Pietro  su ordine di PIMPO Salvatore. Egli seppe tale circostanza in carcere, probabilmente nell’estate del 1989, da PIMPO Salvatore, che era stato da poco arrestato (risulta che PARATORE Vincenzo venne ristretto nella Casa Circondariale di Messina dal 10-11-1988 al 30-8-1990, mentre il PIMPO fu detenuto nel medesimo istituto penitenziario dal 18-4-1989 al 9-3-1990 - vedi dati forniti dal D.A.P., nonché attestazione della Direzione del predetto istituto penitenziario, acquisita con ordinanza del 19-7-1997, documento n. 64, nella quale si afferma che PARATORE Vincenzo e PIMPO Salvatore, pur non essendo stati ubicati nello stesso reparto, avevano possibilità di incontro). Aveva, infatti, saputo che lo SQUADRITO voleva eliminarlo in quanto “avevo fatto ammazzare a PASTURA Pietro (è stato accertato, mediante acquisizione dell’atto di morte, che il PASTURA morì il 17 gennaio 1987 - vedi documento N. 147 dell’ordinanza del 19-7-1997), che sarebbe il cugino di SQUADRITO Pietro  (sono stati esperiti accertamenti anagrafici dai quali è risultato che SQUADRITO Pietro  e l’ucciso PASTURA Pietro erano cugini di primo grado in quanto figli di fratello e sorella - vedi attestazione di cui al N. 148 dell’ordinanza del 19-7-1997). [...] Per essere sicuro, diciamo, se mi dovevo guardare, [...] dovevo conoscere la verità”. Il PIMPO allora gli disse “no, vedi, come killer funziona, perché l’ho mandato io ad ammazzare a questo ARRIGO”. All’epoca, infatti, lo SQUADRITO “stava insieme” al PIMPO ed al GALLI.

MARCHESE Mario  (sentito su tale fatto alle udienze del 23-9-1996, 24-9-1996, 1-10-1996 e 2-10-1996) ha affermato di aver saputo i particolari dell’omicidio di ARRIGO Salvatore da SQUADRITO Pietro , che “era vicino a GALLI” in quanto cognato di COTUGNO Giovanni , ma che, dopo essere stato arrestato, “è passato con me, è stato un periodo di tempo pure in cella assieme a me, 1 o 2 anni addirittura”. Questi gli disse che “girava la voce che questo ARRIGO Salvatore aveva ammazzato il cugino di lui, PASTURA, [...] inteso “testaccia”. In particolare, il PIMPO ed il MULE’, “che allora lui faceva parte al gruppo MULE’, [...] lo istigavano dicendo che l’omicidio di suo cugino era stato fatto da questo ARRIGO Salvatore, invece questo qua non sapeva niente. [...] PIMPO e MULE’ gli hanno dato pure la pistola, [...] una 7,65, dice: vallo a ammazzare, insomma, è stato lui, dici, come mai non ti sei vendicato..., tuo cugino l’hanno ammazzato così e colì. [...] E questo qua se ne è andato, s’è preso la pistola, [...] è andato lì, dove..., in via Palermo, c’era questo ragazzo che [...] stava cambiando una gomma della A 112, che allora questa A 112 era di CUSCINA’ Francesco , di fronte casa sua c’era uno spiazzale, quello passando di lì lo vede, [...] lui passa di lì, gli spara, [...] dice che l’ha fatto da solo, gli spara in testa, l’ammazza e se ne va”. Va osservato che è risultata confermata da numerosi elementi probatori l’esistenza di rapporti piuttosto stretti tra l’imputato SQUADRITO Pietro  ed il MULE’, i quali furono notati insieme nel rione Giostra, in data 16 febbraio 1988, dal maresciallo LAISA Angelo (vedi deposizione del teste LAISA all’udienza del 21-11-1995) ed i quali si sedettero allo stesso tavolo nel banchetto nuziale relativo al matrimonio di VITI Massimo con la sorella di PIMPO Salvatore, celebrato il 28-10-1987 (vedi documento N. 140 dell’ordinanza del 19 luglio 1997 e la foto N. 14 contenuta nel fascicolo fotografico del suddetto matrimonio, acquisito al N. 153 dei documenti di cui alla citata ordinanza). Il Pubblico Ministero ha, invero, contestato al collaboratore che nelle sue dichiarazioni rese agli inquirenti il 5-2-1993 aveva detto cosa parzialmente diversa, affermando che PIMPO Salvatore e GALLI Luigi  erano stati i mandanti del delitto, ma il MARCHESE si è giustificato dicendo che, probabilmente, si era dimenticato di citare il GALLI, in quanto questi formava con il PIMPO un unico gruppo. Il MARCHESE ha, infine, affermato che poteva rispondere al vero la circostanza secondo la quale egli aveva riferito particolari dell’omicidio di ARRIGO Salvatore a CALOGERO Placido , che era padrino dell’ucciso.

LA TORRE Guido (sentito su tale omicidio all’udienza del 30-4-1996) ha affermato di aver saputo da PIMPO Salvatore, mentre era detenuto con lui nel periodo natalizio (risulta, dai dati forniti dal D.A.P., che LA TORRE Guido fu ristretto nella Casa Circondariale di Messina dal 1-2-1989 al 12-2-1990, mentre PIMPO Salvatore fu ivi detenuto dal 18-4-1989 al 9-3-1990 beneficiando solo in un breve periodo, dal 7-8-1989 al 18-10-1989, degli arresti domiciliari. Quest’ultimo, inoltre, fu ubicato nella cella n. 33 del primo piano del reparto “camerotti” - vedi attestazione acquisita al n. 64 dei documenti di cui all’ordinanza del 19-7-1997), nella medesima circostanza nella quale aveva appreso particolari relativi all’omicidio dei fratelli AMANTE, che ARRIGO Salvatore era stato ucciso da SQUADRITO Pietro , soprannominato “pizza veloce”, perché questi era convinto che l’ARRIGO avesse ucciso suo cugino PASTURA.

GIORGIANNI Salvatore  (sentito su tale omicidio alle udienze del 28-10-1996 e del 29-10-1996) ha affermato di aver saputo da VALENTI Vincenzo che ad uccidere ARRIGO Salvatore era stato SQUADRITO Pietro  su istigazione di PIMPO Salvatore, “perché il PIMPO aveva raccontato all’ARRIGO [probabilmente si tratta di un lapsus ed il collaboratore ha inteso riferirsi allo SQUADRITO, come pare confermato dal fatto che, subito dopo, si è corretto indicando il nome esatto] un’infamità, e per questo l’ARRIGO, ...lo SQUADRITO uccide all’ARRIGO”. Il GIORGIANNI ha aggiunto di non aver saputo quale fosse la “infamità”, ma poiché il VALENTI era molto preoccupato ed egli aveva capito che il VALENTI aveva avuto un ruolo nell’omicidio di PASTURA Pietro, dedusse “che la cosa che aveva detto il PIMPO all’ARRIGO [leggasi “allo SQUADRITO”] era che [...] a uccidere PASTURA era stato ARRIGO”. E’ stato, nondimeno, contestato al collaboratore dal difensore dell’imputato, che nelle sue dichiarazioni del 14-2-1994 aveva affermato, in contrasto con la descrizione del fatto compiuta al dibattimento, che PIMPO Salvatore era stato il mandante dell’omicidio.

SPARACIO Luigi  (sentito in merito a tale episodio delittuoso alle udienze dell’8-10-1996, 15-10-1996 e 16-10-1996) ha affermato di avere saputo i particolari dell’omicidio di ARRIGO Salvatore da INSANA Romualdo  e da SQUADRITO Pietro  (successivamente, però, dirà che sue fonti di conoscenza furono CUSCINA’ Francesco  e INSANA Romualdo  mentre gli è stato contestato dalla difesa dell’imputato che nelle dichiarazioni rese agli inquirenti il 14 marzo 1994 aveva affermato di aver appreso i fatti da CAVO’ Domenico, da INSANA Romualdo  e da MARCHESE Mario ; su tale contestazione il collaboratore ha aggiunto che anche costoro gli riferirono circostanze di tale omicidio). Egli aveva visto ARRIGO Salvatore una sola volta, a casa di INSANA Romualdo . La vittima gravitava, infatti, nel gruppo di MARCHESE e frequentava sia INSANA Romualdo  che la casa di CUSCINA’ Francesco . Seppe, così, che autore dell’omicidio era stato SQUADRITO Pietro , il quale era erroneamente convinto che ARRIGO Salvatore fosse responsabile dell’omicidio del cugino PASTURA Pietro. Il collaboratore ha ricordato, anzi, di essersi trovato, subito dopo l’omicidio, a casa di CUSCINA’ Francesco  e questi “ce l’aveva con questo... con SQUADRITO perché tutti e due erano a casa di CUSCINA’ quando è successo l’omicidio di questo ARRIGO”. Il CUSCINA’, in particolare, gli disse che “c’era anche SQUADRITO Pietro quella sera a casa di CUSCINA’, [...] che poi lo SQUADRITO se n’è andato e aspettava..., gli ha bucato una gomma della macchina a questo ragazzo qua, quando questo è uscito da casa di CUSCINA’, si è messo a cambiare la gomma e gli ha sparato”. E’ stato contestato al collaboratore dal difensore dell’imputato che nelle dichiarazioni rese il 14 marzo 1994 al Pubblico Ministero non aveva fatto cenno alla circostanza che lo SQUADRITO fosse a casa del CUSCINA’, ma lo SPARACIO ha ribadito tale fatto, affermando che gli era riaffiorato alla memoria solo nel corso del dibattimento. Il collaboratore ha, infine, dichiarato di non sapere di chi fosse l’autovettura con la ruota forata che era nella disponibilità dell’ARRIGO al momento dell’omicidio.

RIZZO Rosario  (sentito su tale fatto alle udienze del 4-6-1996 e del 10-6-1996) ha dichiarato di aver saputo dal proprio cugino PIMPO Salvatore, fuori dal carcere, quando egli uscì in permesso nell’anno 1987 (è stato accertato, attraverso i dati informatici forniti dal D.A.P., che RIZZO Rosario  ottenne tre permessi dal carcere nell’anno 1987, il primo dal 20 al 23 agosto 1987, il secondo l’11 novembre 1987 ed il terzo dal 22 al 27 dicembre 1987, mentre in tale periodo il PIMPO fu libero), che ARRIGO Salvatore (il collaboratore ha erroneamente indicato la vittima con il nome “D’ARRIGO”, ma è stato, verosimilmente, indotto in tale errore dal Pubblico Ministero, il quale aveva affermato, nel formulare la domanda, che il morto si chiamava in quel modo) fu ucciso da SQUADRITO Pietro  “perché lui sosteneva che aveva ucciso suo cugino..., o suo zio, là, PASTURA Pietro”, mentre gli autori di tale omicidio erano stati Stello PAGLIARO e VALENTI Vincenzo.

ROMEO Carmelo  (sentito su tale fatto alle udienze dell’11-6-1996 e del 24-6-1996) ha affermato che mentre egli si trovava detenuto nel carcere di Gazzi, ristretto in una cella della sezione “camerotti” insieme a INSANA Romualdo , GALLETTA Nicola  e SQUADRITO Pietro  (è stato accertato, attraverso l’acquisizione di attestazione della Casa Circondariale di Messina, che i quattro detenuti suindicati furono ristretti dal 18 luglio 1989 al 20 luglio 1989 nella stessa cella N. 36 del secondo piano “camerotti” - vedi documento N. 106 di cui all’ordinanza del 19-7-1997), quest’ultimo gli disse di essere stato l’esecutore materiale dell’omicidio “perché voleva vendicare suo cugino, che suo cugino è stato assassinato, [...] che si chiamava “testaccia”, [...] e mi ricordo pure che mi disse che gli aveva detto il MULE’ Giuseppe  che era stato il D’ARRIGO Salvatore (anche in tal caso l’erronea indicazione del nome sembra indotta dalla domanda del Pubblico Ministero) ad assassinare suo cugino. [...] Mi disse che sapeva che il D’ARRIGO doveva andare a prelevare la macchina di CUSCINA’ Franco, che gli serviva, e mi disse pure che gli aveva sgonfiato una ruota. [...] Mi disse che dopo sapeva l’appuntamento a che ora era, lui gironzolava lì, nei dintorni, e quando ha visto il Salvatore D’ARRIGO cambiare la ruota l’ha fatto fuori. [...] Mi ricordo che era sulla salita della via Palermo ed esattamente in una traversa”.

PAGANO Antonino  (sentito all’udienza del 5-11-1996) ha dichiarato di aver saputo da SQUADRITO Pietro , quando entrambi vi si trovavano detenuti al carcere di Melfi (è stato accertato mediante tabulati informatici forniti dal D.A.P., che PAGANO Antonino  fu ristretto nel carcere di Melfi dal 29-7-1994 all’11-11-1994, mentre SQUADRITO Pietro  fu detenuto nel medesimo carcere dal 15-7-1994 all’11-11-1994), che quest’ultimo aveva ucciso l’ARRIGO su mandato di MULE’, “perché il MULE’ ci ha detto che a uccidere suo cugino Pietro PASTURA [...] è stato ARRIGO”.

Ritiene questa Corte che, alla luce del materiale istruttorio sopra brevemente esposto, sono insufficienti o contraddittorie le prove a carico di SQUADRITO Pietro , tali, comunque, da non consentire l’affermazione giudiziale della sua responsabilità, nonostante che tutti i collaboratori di giustizia sentiti su tale fatto abbiano accusato l’imputato di essere stato il killer che uccise ARRIGO Salvatore. Va osservato, anzitutto, che le fonti di accusa sono costituite esclusivamente dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, nessuno dei quali assistette all’esecuzione dell’omicidio o ebbe in esso una qualche parte. Si tratta, invero, di dichiarazioni de relato, per la cui valutazione occorre, come si è evidenziato nella parte introduttiva della presente sentenza dedicata a questioni di ordine metodologico, la massima circospezione, superiore rispetto a quella sempre necessaria nell’esame di accuse formulate da collaboratori di giustizia, da accogliere in ogni caso con grande prudenza. Orbene, le dichiarazioni relative alla posizione dello SQUADRITO con riferimento all’omicidio in esame appaiono, ad un esame appena approfondito, di dubbia o ridotta attendibilità e, in conseguenza di ciò, non risultano, ad avviso di questa Corte, idonee a fondare, da sole, l’affermazione di responsabilità dell’imputato, conformemente al principio secondo cui quando il giudizio che procede ab intrinseco sulla credibilità del dichiarante o sull’attendibilità della dichiarazione giunge a risultati non del tutto tranquillizzanti, si deve ricorrere necessariamente a puntuali elementi di riscontro, idonei a superare ogni dubbio e non è sufficiente rilevare che vi sono delle accuse convergenti, per il pericolo, sempre esistente, di reciproci condizionamenti o di influenze tra i diversi dichiaranti.

Va osservato che, con ogni probabilità, nell’ambiente delinquenziale circolarono notizie su tale omicidio che diedero luogo ad un nucleo fondamentale di conoscenze, che costituirono un patrimonio comunemente acquisito da parte di numerosissime persone. Ciò viene tradito chiaramente dalle parole di MARCHESE Mario , il quale ha affermato, con riferimento al ruolo dello SQUADRITO nell’omicidio, che “poi si è saputo questo qua”, facendo, così, comprendere che le “chiacchiere” propalate nell’ambiente delinquenziale riguardarono non solo alcune modalità esecutive del fatto, ma anche il nominativo del killer. Tale circostanza, anche se ha finito con l’accreditare in modo pressoché unanime, all’interno della criminalità organizzata messinese, l’idea che l’imputato fosse stato il responsabile dell’omicidio, non vale certo a rafforzare le accuse, ma le indebolisce notevolmente, poiché vi è sempre il pericolo che esse si fondino su voci correnti e non su elementi di sicuro affidamento. Anche la circostanza che l’omicidio venne perpetrato usando l’éscamotage di forare la ruota dell’auto appartenente al CUSCINA’ ma momentaneamente in uso all’ARRIGO fu, probabilmente, oggetto di vari commenti, anche perché poteva essere indice di un errore di persona, così come gli inquirenti hanno immediatamente sospettato quando ipotizzarono che il reale obiettivo del killer potesse essere CUSCINA’ Francesco . Tale particolare non può, pertanto, essere ritenuto elemento idoneo a qualificare l’attendibilità delle dichiarazioni di accusa, anche perché esso fu certamente noto ad un gran numero di soggetti, primi fra tutti gli amici dell’ARRIGO, che trascorsero insieme a lui il pomeriggio che precedette l’omicidio, i quali non facevano certamente parte di quella ristretta cerchia di persone che potevano conoscere con certezza il nominativo del killer.

Un altro elemento di sospetto comune a diverse dichiarazioni di accusa riguarda i successivi aggiustamenti nel tempo che hanno subito quelle parti del racconto dei collaboratori relative alla fase deliberativa del delitto. Sembra, invero, che ad una versione iniziale, molto scarna e priva di un’adeguata descrizione di tale fase del delitto, proveniente da SANTACATERINA Umberto, se ne siano aggiunte o, meglio, sovrapposte nel tempo, altre due, la prima secondo la quale l’omicidio venne deliberato e voluto da PIMPO Salvatore, mentre lo SQUADRITO fu un mero esecutore materiale, privo di un interesse specifico alla consumazione del delitto, la seconda per la quale fu, viceversa, lo SQUADRITO a volere l’uccisione dell’ARRIGO in quanto portatore di un movente autonomo, riconducibile all’uccisione di PASTURA Pietro, ancorché provocato da false notizie instillategli dal PIMPO o dal MULE’. Non interessa in questo momento verificare quale di queste due versioni sia la più plausibile, poiché, come si vedrà, entrambe non appaiono del tutto convincenti, ma si deve osservare che esse non rispondono chiaramente a diverse ricostruzioni del fatto formulate da due distinti gruppi di dichiaranti, potendosi, in tal caso, ritenere che ciò sia dipeso dal differente livello di approfondimento o dalla differente accuratezza e precisione delle conoscenze possedute da ciascuno di loro, ma sono quasi il risultato di una sorta di evoluzione nel tempo che hanno subito i racconti dei diversi collaboratori, alla ricerca di una spiegazione del fatto quanto più possibile plausibile e convincente. MARCHESE Mario  e GIORGIANNI Salvatore  sono stati, infatti, i primi collaboratori a soffermarsi sulla fase deliberativa del delitto ed hanno concordemente sostenuto, nella loro prima versione dei fatti, che mandante dell’omicidio fu PIMPO Salvatore, senza spiegare, però, quale motivo potesse aver indotto il PIMPO a prendere una così grave decisione. Successivamente anche SPARACIO Luigi  ha compiuto la scelta di collaborare con la giustizia ed ha fornito la versione dei fatti alternativa sopra ricordata, la quale appare, per certi aspetti, più soddisfacente della prima, perché cerca di dare una plausibile giustificazione al delitto. Dopo il contributo collaborativo dello SPARACIO, tuttavia, anche le ricostruzioni del MARCHESE e del GIORGIANNI hanno subito, nel corso del dibattimento, una significativa modificazione, adeguandosi o, meglio, conformandosi alla più convincente versione dello SPARACIO, che è stata, poi, seguita, con piccole e poco significative varianti, da tutti gli altri collaboratori i quali, in epoca successiva, hanno reso dichiarazioni su tale fatto. Tutto ciò fa, naturalmente, riflettere, poiché dimostra, da un lato, quanto poco sicure fossero le originarie conoscenze del MARCHESE e del GIORGIANNI, i quali non hanno esitato ad abbandonare la loro prima versione dei fatti non appena ne venne proposta un’altra più convincente, e, dall’altro lato, è la riprova dell’esistenza di rilevanti condizionamenti tra i collaboratori che sono stati esaminati su tale omicidio.

Venendo ad analizzare partitamente le diverse dichiarazioni è opportuno iniziare con quelle rese da SANTACATERINA Umberto e da MARCHESE Mario , che furono i collaboratori che per primi parlarono dell’omicidio di ARRIGO Salvatore e sulla base delle cui accuse fu emessa l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti dello SQUADRITO. Alle loro dichiarazioni va, invero, attribuito un rilievo maggiore rispetto a quelle provenienti da altri collaboratori, i quali poterono conoscere il tenore delle originarie accuse, succintamente riassunte nella suindicata ordinanza applicativa di misura cautelare emessa il 5 maggio 1993. Le dichiarazioni di entrambi i collaboratori non appaiono, però, per nulla soddisfacenti.

Può subito rilevarsi che il racconto del SANTACATERINA è molto generico e non fornisce alcun dettaglio, tale da corroborare adeguatamente l’attendibilità delle accuse, essendosi egli limitato a riferire elementi che, come si è osservato, dovevano essere di comune conoscenza nell’ambiente delinquenziale. Il collaboratore non ha neppure spiegato per quale motivo lo SQUADRITO commise tale delitto, non facendo alcun cenno al movente, che, come si è visto, è stato indicato da altri collaboratori, e non chiarendo se il killer abbia agito su mandato di qualche persona o autonomamente. Egli ha affermato, invero, di aver appreso alcune notizie su tale fatto da CALOGERO Placido  e tale circostanza è pienamente verosimile, poiché è stato accertato che i due ebbero la possibilità di colloquiare in carcere, così come sostenuto dal collaboratore e, soprattutto, perché il SANTACATERIA ha riferito un particolare (quello secondo cui il CALOGERO, il giorno dell’omicidio, prima di congedarsi dall’ARRIGO, gli disse che sarebbe andato a prendere della focaccia), che poteva conoscere solo colui che egli ha indicato come sua fonte di conoscenza. Non si comprende, però, pienamente come il CALOGERO, che era un intimo amico della vittima, abbia potuto apprendere chi fosse stato l’autore dell’omicidio e sembra, invero, sorprendente che il MARCHESE o, ancor più, il PIMPO gli abbiano rivelato i retroscena del delitto, con il rischio di provocare la sua reazione (il CALOGERO era legato da un rapporto oltre che di amicizia, anche di parentela con la vittima ed era conosciuto come un pericoloso killer, resosi già autore di alcuni fatti di sangue - vedi l’omicidio di MORGANA Natale) nei confronti dello SQUADRITO o il risentimento di quest’ultimo per essere stato esposto alla vendetta del primo.

L’attendibilità del racconto di MARCHESE Mario  sconta, parimenti, le conseguenze della inspiegabile contraddizione nella quale il collaboratore è caduto, per spiegare la fase deliberativa del delitto, tra le dichiarazioni rese nel corso delle indagini e quelle rese nel corso del dibattimento. Ciò inficia gravemente il valore probatorio delle accuse, specie se si osserva che un altro elemento di sospetto deriva da una ricostruzione delle modalità esecutive che lascia gravemente perplessi ed appare, per molti versi, contraddittoria. Seguendo il racconto del collaboratore, sembra, infatti, che l’omicidio sia stato un atto estemporaneo, compiuto dallo SQUADRITO non appena questi vide, quasi casualmente, la vittima nei presi di via Palermo. Ciò, tuttavia, contrasta non solo con la prova storica del fatto, poiché è certo che il killer tese un tranello, forando la ruota dell’autovettura della vittima e attendendo, quindi, che questa si fermasse a sostituirla, ma anche con la logica più elementare, poiché sia nella versione dei fatti secondo la quale la decisione omicida fu totalmente del PIMPO, che incaricò lo SQUADRITO dell’uccisione dell’ARRIGO, sia in quella accolta successivamente dal collaboratore, secondo cui la decisione fu presa dallo stesso SQUADRITO su semplice istigazione del PIMPO e del MULE’, l’omicidio richiedeva almeno uno studio delle abitudini della vittima ed un’organizzazione dei mezzi materiali necessari per la sua esecuzione, che rende inverosimile una simile ricostruzione. Va, tuttavia, rilevato che, probabilmente, il collaboratore si è reso conto di ciò, ma non ha trovato una diversa plausibile spiegazione per non cadere in un’altra ed ancora più grave contraddizione. Se si fosse, infatti, trattato di un delitto preordinato, ben difficilmente la vittima avrebbe potuto essere identificata nell’ARRIGO, il quale si trovò solo casualmente a sostituire la ruota di quell’autovettura, che era di proprietà e nella normale disponibilità di CUSCINA’ Francesco . Anche la soluzione scelta dal collaboratore non è, però, soddisfacente e non riesce, come si è visto, a superare tutte le obiezioni. L’incoerenza e l’illogicità del racconto del MARCHESE riguarda, peraltro, un aspetto rilevante e non marginale dell’intera ricostruzione, finendo, così, con il travolgere o, in ogni caso, con il minare gravemente anche quella parte contenente una specifica incolpazione nei confronti dello SQUADRITO.

Le accuse provenienti dai collaboratori di giustizia intervenuti successivamente al SANTACATERINA ed al MARCHESE non riescono, poi, a rafforzare e corroborare la ricostruzione proposta dai primi due collaboratori, a causa della loro incoerenza o della loro ridottissima attendibilità intrinseca.

Le dichiarazioni di PARATORE Vincenzo sono, invero, estremamente laconiche e lo stesso collaboratore ha dovuto ammettere di sapere pochissimo intorno all’omicidio. Egli ha riproposto, peraltro, la medesima tesi avanzata originariamente da MARCHESE Mario  e dallo stesso successivamente abbandonata. La mancanza di dettagli adeguati per poter svolgere un efficace controllo dell’attendibilità delle dichiarazioni del collaboratore e la presenza di elementi in base ai quali sembra che possa instaurarsi un singolare e sospetto parallelismo tra tali dichiarazioni e quelle del MARCHESE, costituiscono fattori che indeboliscono sensibilmente le accuse del PARATORE e che sollecitano l’interprete a non tenerne in alcun conto per fondare un’eventuale affermazione di responsabilità dell’imputato o ad attribuire, comunque, ad esse un modestissimo rilievo probatorio.

Parimenti, le dichiarazioni di GIORGIANNI Salvatore  hanno un contenuto molto povero e, per la parte relativa al mandato dell’omicidio, riproducono pedissequamente, almeno nella versione originariamente resa durante le indagini, quelle del MARCHESE e del PARATORE. Anche in tal caso occorre, pertanto, lamentare l’assoluta mancanza di originalità che rende le dichiarazioni di scarso rilievo probatorio, mentre gli ulteriori elementi introdotti dal collaboratore al dibattimento, con riferimento alle ragioni del delitto ed al ruolo avuto dal PIMPO nel fatto, appaiono non solo sospetti in quanto gravemente tardivi, tanto da sembrare un espediente per conciliare le prime dichiarazioni con quelle successivamente intervenute da parte di altri collaboratori, ma anche sostanzialmente poco significativi, in quanto fondati su una mera deduzione, che risulta del tutto arbitraria nella misura in cui è stata tratta, secondo quanto riferito dal GIORGIANNI, esclusivamente dall’asserito comportamento del VALENTI che appare, obiettivamente, di equivoco significato.

Ben più articolate sono le dichiarazioni di SPARACIO Luigi , le quali hanno collocato il delitto in un complessivo quadro armonico, fornendo informazioni sufficientemente particolareggiate sul movente dell’omicidio e sulle modalità esecutive seguite dall’attentatore per portare a compimento l’azione criminosa. Anche tali dichiarazioni non risultano, tuttavia, convincenti. Va, anzitutto, osservato che il collaboratore ha mostrato molte incertezze nell’indicare la fonte delle sue conoscenze. Egli ha, infatti, inizialmente, sostenuto di aver appreso i fatti da CAVO’ Domenico, INSANA Romualdo  e MARCHESE Mario . Tale versione dei fatti lascia, invero, perplessi, poiché si tratta di soggetti che non avevano rapporti con colui che è stato indicato come esecutore materiale del delitto e non si comprende, pertanto, come abbiano potuto venire a conoscenza di circostanze, come quelle relative all’identità del killer ed alle ragioni dell’omicidio, sulle quali vi è interesse, normalmente, a mantenere il massimo riserbo o, addirittura, a fornire notizie fuorvianti. Va, peraltro, osservato che il racconto dello SPARACIO diverge notevolmente da quello del MARCHESE, benché egli abbia annoverato anche quest’ultimo tra le sue fonti. Al dibattimento il collaboratore, nella consapevolezza, verosimilmente, di tali incongruenze, ha sostenuto che egli venne a conoscenza di particolari del fatto dallo stesso SQUADRITO (citato però una sola volta e senza alcuna specificazione delle circostanze nelle quali sarebbe avvenuta detta confidenza) e, soprattutto, da CUSCINA’ Francesco  e da INSANA Romualdo . Per superare, poi, l’obiezione secondo cui questi ultimi due, essendo amici della vittima, non potevano sapere chi avesse ucciso lo SQUADRITO, il collaboratore ha spiegato che il killer si trovò, pochissimo tempo prima dell’omicidio, insieme ad ARRIGO Salvatore, a casa del CUSCINA’, da dove si allontanò prima degli altri per attendere l’arrivo della vittima. Tale ricostruzione appare funzionale anche al superamento dell’altra obiezione già evidenziata esaminando le dichiarazioni di MARCHESE Mario , quando si è sottolineato che se il killer avesse voluto uccidere l’ARRIGO doveva essere sicuro che quel giorno la vittima avrebbe usato l’autovettura del CUSCINA’. Nel racconto dello SPARACIO, infatti, lo SQUADRITO ben avrebbe potuto apprendere tale circostanza, nonostante il silenzio del collaboratore sul punto, proprio nel tempo in cui si intrattenne con gli altri due a casa del CUSCINA’. Va, nondimeno, rilevato che lo SPARACIO non aveva indicato, nelle sue dichiarazioni rese nella fase delle indagini, tale circostanza e ciò appare sospetto, poiché essa è essenziale nell’economia del suo racconto, senza la quale questo sarebbe illogico e incoerente. Sorge, allora, il timore che l’incontro tra lo SQUADRITO e l’ARRIGO a casa del CUSCINA’ sia un particolare artatamente introdotto dallo SPARACIO solo in un secondo momento, quando il collaboratore si rese conto della sua importanza per conferire attendibilità alle accuse. Va, inoltre, osservato che tale circostanza è, in qualche modo, poco significativa nella misura in cui non riesce a dar conto delle modalità attraverso le quali il CUSCINA’ e l’INSANA appresero con certezza che fu proprio lo SQUADRITO, il quale evidentemente celò abilmente le sue intenzioni durante tutto il tempo in cui stette a casa del CUSCINA’, a commettere l’omicidio. Non vale, in proposito, rilevare che può essersi trattato di una deduzione del CUSCINA’ e dell’INSANA, della quale questi ultimi fecero partecipe lo SPARACIO, poiché essi non possedevano elementi di conoscenza idonei a sostenere ragionevolmente tale conclusione ed avrebbero potuto fondatamente ipotizzare anche che l’attentatore volesse uccidere il CUSCINA’ anziché l’ARRIGO e solo per un tragico errore morì quest’ultimo al posto del primo. Non si comprende, peraltro, come delle deduzioni abbiano potuto investire anche il movente del delitto, che avrebbe potuto essere appreso con adeguata precisione (tenuto conto del fatto che la volontà omicida si sarebbe basata non su un presupposto oggettivo, ma esclusivamente su una erronea opinione soggettiva) solo da colui o da coloro che se ne resero responsabili. Soprattutto si deve rilevare che la circostanza indicata dallo SPARACIO non ha trovato conferma nelle deposizioni di quei soggetti che hanno descritto le ultime ore di vita dell’ARRIGO, i quali non hanno in alcun modo ricordato, nemmeno nell’immediatezza del fatto, la fantomatica riunione a casa di CUSCINA’ Francesco  citata dal collaboratore.

Tutti questi elementi fanno, allora, sorgere seri dubbi sull’attendibilità delle dichiarazioni di SPARACIO Luigi  e su quelle di tutti coloro che hanno compiuto la scelta di collaborare con la giustizia dopo di lui, i quali hanno ripetuto tale versione dei fatti pedissequamente e senza aggiungere alcun ulteriore elemento idoneo a corroborarne l’attendibilità. Ad esempio RIZZO Rosario  e LA TORRE Guido, pur avendo indicato come loro fonte di conoscenze PIMPO Salvatore, non hanno ribadito le originarie dichiarazioni del PARATORE e del SANTACATERINA sulla fase deliberativa del delitto, benché costoro abbiano pure indicato nel PIMPO la loro fonte mediata o immediata di conoscenze, ma hanno sostenuto, così come PAGANO Antonino , l’esistenza di un collegamento tra l’omicidio di PASTURA Pietro e quello di ARRIGO Salvatore, che richiama da vicino quanto affermato da SPARACIO Luigi . Allo stesso modo, ROMEO Carmelo  ha sostenuto di aver appreso alcuni particolari del fatto dallo stesso SQUADRITO. Si deve, tuttavia, rilevare che le circostanze nelle quali sarebbe avvenuta la comunicazione appaiono molto strane. Sorprende, infatti, che nel breve periodo di due giorni, dal 18 luglio al 20 luglio 1989, in cui, come si è potuto accertare, i due soggetti suindicati stettero ristretti nella stessa cella, lo SQUADRITO abbia ritenuto di confidarsi con il ROMEO in relazione ad un fatto delittuoso di tale gravità, a notevole distanza di tempo dalla sua consumazione e senza alcun reale motivo per il quale essi avrebbero dovuto parlarne. Il ROMEO ha ripetuto, poi, la versione dei fatti riferita dallo SPARACIO e della quale egli era certamente a conoscenza, essendo stato uno degli ultimi soggetti sentiti nel presente procedimento a compiere la scelta di collaborare con la giustizia, ma non è riuscito a superare in alcun modo le antinomie espositive prima evidenziate. Il ROMEO ha introdotto, invero, un elemento, quello relativo alla conoscenza da parte del killer di un “appuntamento” al quale avrebbe dovuto recarsi la vittima quando venne uccisa, che appare finalizzato a conciliare le suddette contraddizioni, ma esso non ha trovato alcun riscontro nelle affermazioni degli altri dichiaranti e lo stesso collaboratore non ne ha fornito un’adeguata spiegazione.

Va, conclusivamente, sottolineato che tutte le diverse ricostruzioni del fatto che hanno cercato di offrire una plausibile ragione dell’uccisione dell’ARRIGO muovono dal presupposto che obiettivo del killer fosse proprio l’ARRIGO, mentre di ciò può, ad avviso di questa Corte, seriamente dubitarsi, non tanto per la personalità della vittima, che era certamente inserita nell’ambiente malavitoso, come si è visto a proposito dell’omicidio di MORGANA Natale, ma per le stesse modalità del fatto. ARRIGO Salvatore era, infatti, a quel tempo impegnato nello svolgimento del servizio militare ed era rientrato a Messina da Palermo appena due giorni prima della sua uccisione. Egli aveva, inoltre, saputo solo il giorno dell’omicidio di essere stato autorizzato a pernottare a casa anziché in caserma, ed aveva organizzato, conseguentemente, nelle poche ore successive, il modo in cui avrebbe trascorso serata. L’attentatore avrebbe dovuto, pertanto, essere perfettamente a conoscenza di tali circostanze per poter preparare l’omicidio  nei confronti dell’ARRIGO e confidare, per la sua esecuzione, nel fatto che questi avrebbe chiesto in prestito l’autovettura del CUSCINA’ ed avrebbe, quindi, sostituito la ruota di detta autovettura. Orbene ciò sembra inverosimile, essendo sufficiente rilevare, ad esempio, che la decisione di chi dovesse sostituire la ruota, fu presa, secondo le parole del CALOGERO, che fu presente al fatto, quasi casualmente nello stesso momento in cui ci si accorse che la gomma era sgonfia. Alla luce di quanto sopra, sembra, pertanto, da escludere che lo SQUADRITO potesse presumere con sufficiente certezza che ARRIGO Salvatore si sarebbe trovato lì dove venne ucciso e, di conseguenza, appaiono poco attendibili tutte le dichiarazioni accusatorie che si basano su tale presupposto o che, nel tentativo di superare tale ostacolo, hanno fornito, come nel caso di SPARACIO Luigi  o di ROMEO Carmelo , delle spiegazioni prive di qualsiasi riscontro o, addirittura, contraddette da altri elementi di prova.

Le superiori considerazioni valgono, ad avviso di questa Corte, a ritenere insufficienti o contraddittorie le prove a carico di SQUADRITO Pietro , sicché l’imputato va mandato assolto, ai sensi dell’art. 530 comma 2 c.p.p., sia dal reato di omicidio nei confronti di ARRIGO Salvatore, sia dai reati accessori in materia di armi, per non aver commesso il fatto.