2.3.3.31. Omicidio ai danni di Bonasera Michele e Insana Carmelo
Imputato: Aprile Natale
Intorno alle ore 14,45 - 15,00 del 18 luglio 1989 BONASERA Michele e INSANA Carmelo, mentre percorrevano insieme, a bordo dell’autovettura Autobianchi Y10 del primo, la via La Farina di Messina con direzione di marcia sud - nord, giunti in prossimità del semaforo che si trova all’angolo con il viale Europa, quasi di fronte all’officina dell’elettrauto STURNIOLO, venivano fatti segno a numerosi colpi di arma da fuoco. Entrambi venivano condotti al vicino ospedale Piemonte ma INSANA Carmelo vi giungeva già cadavere, mentre BONASERA Michele veniva sottoposto ad intervento chirurgico che non valeva, tuttavia, a salvargli la vita ed il giorno dopo, intorno alle ore 19,30, decedeva. Al fine di ricostruire la dinamica dell’azione delittuosa, sono state sentite, prima dalle forze dell’ordine nel corso delle indagini e poi al dibattimento, numerose persone che al momento dell’omicidio si trovavano casualmente a passare in quel punto di via La Farina o che lavoravano presso la vicina officina di elettrauto o che si trovavano, quali clienti o per altro motivo, all’interno dei locali della suddetta officina. Solo il teste OTERI Giuseppe, escusso all’udienza del 31-7-1995, ha, però, fornito qualche notizia sullo svolgimento dell’azione delittuosa. Egli ha affermato di aver sentito “degli scoppiettii” e di avere, quindi, visto l’autovettura delle vittime arrestare la marcia dopo essere salita sullo spartitraffico della via La Farina. Da essa uscì una uomo il quale, “pieno di buchi in faccia” e col volto coperto di sangue, si avvicinò a loro senza dire nulla e venne soccorso da un cliente, un vigile urbano (si tratta del teste MOLLURA Gaetano), il quale lo portò in ospedale. Solo qualche tempo dopo egli, avvicinatosi, insieme ai suoi compagni di lavoro, all’autovettura rimasta ferma in mezzo alla strada, si accorse che al suo interno vi era un’altra persona agonizzante. Il teste ha, quindi, aggiunto che mentre l’autovettura, priva di controllo, andava contro lo spartitraffico, notò “una persona, di spalle [...], vestita di nero” che scappava in direzione sud. Nessuna delle altre persone che si trovavano nei pressi del luogo del delitto ha, invece, (vedi deposizioni dei testi MOLLURA Gaetano, GALLETTA Alessandro, STELLA Antonino, ARNESE Salvatore, CACOPARDO Mario, D’ANGELO Giuseppe, GAMBADORO Mario, tutti sentiti all’udienza del 31-7-1995, nonché del teste MICALI santi, escusso, viceversa, all’udienza del 18-9-1995) visto alcunché in ordine alla dinamica del delitto, ma tutti hanno dichiarato di essersi accorti esclusivamente, dopo che la loro attenzione era stata richiamata dal rumore degli spari, che vi era un’auto ferma sullo spartitraffico. Solo alcuni di loro notarono, poi, che uno dei due occupanti l’autovettura era uscito dal veicolo subito dopo gli spari e aveva ricevuto, così, immediato soccorso. In particolare, il vigile urbano MOLLURA Gaetano ha confermato di avere accompagnato quella persona in ospedale, ma ha precisato di non avere scambiato con il ferito durante il tragitto alcuna parola, mentre i testi MICALI Santi e D’ANGELO Giuseppe, entrambi lavoratori alle dipendenze dell’elettrauto STURNIOLO, hanno dichiarato, in modo parzialmente difforme dai testi MOLLURA e OTERI, che la persona ferita, prima di sedersi sull’autovettura del vigile urbano, pronunciò qualche parola (secondo il teste D’ANGELO disse: “una macchina, una macchina”, mentre secondo il teste MICALI chiese di essere portato in ospedale).
Sul luogo teatro del delitto intervenne immediatamente personale della Questura di Messina, che effettuò gli opportuni rilievi tecnici. Al momento del sopralluogo l’autovettura delle vittime si trovava con la ruota sinistra anteriore sull’aiuola centrale che divideva le due carreggiate della via La Farina. Essa aveva ancora le chiavi inserite nel blocco di accensione e presentava il lunotto posteriore infranto da due fori di proiettile; in corrispondenza della traiettoria dei due proiettili che avevano infranto il lunotto posteriore si potevano notare altri due buchi nello schienale del sedile posteriore e nello schienale del sedile anteriore del posto accanto al lato guida, dove, verosimilmente, si trovava seduto INSANA Carmelo; all’altezza dei due finestrini anteriore e posteriore destro vi era traccia di una saldatura, destinata, presumibilmente a coprire fori della carrozzeria provocati da colpi di arma da fuoco esplosi contro la medesima auto in una precedente circostanza (tale supposizione degli inquirenti è stata confermata dalla teste NUNNARI Maria, moglie di BONASERA Michele, la quale, escussa all’udienza del 18-9-1997, ha riferito che il marito non aveva nemici ma che il capodanno precedente alla sua uccisione l’autovettura Y10 era stata danneggiata da ignoti che spararono contro dei colpi di arma da fuoco). Poco distante dall’autovettura venne rinvenuta un’ogiva di proiettile presumibilmente calibro 38. Non vennero, invece, trovati dei bossoli e ciò fece ritenere agli inquirenti che fosse stata usata una pistola a tamburo (vedi fascicolo dei rilievi tecnici effettuati dal Gabinetto di Polizia Scientifica della Questura di Messina, contenente il verbale di sopralluogo e le fotografie allegate, acquisito al N. 25 dei documenti di cui all’ordinanza del 19 luglio 1997, nonché deposizione dell’assistente FILLORAMO Stefano, che eseguì il sopralluogo, escusso all’udienza del 31-7-1995).
L’epoca e le cause della morte
del BONASERA e di quella dell’INSANA ed i mezzi che provocarono i due decessi
furono, poi, accertati dal dott. Giulio CARDIA, il quale eseguì, su incarico
della Procura della Repubblica di Messina, la perizia medico legale
necroscopica. Questi, sentito come
teste all’udienza del 18-9-1995, ha illustrato le indagini espletate ed il
contenuto delle relazioni all’uopo redatte (esse si trovano inserite nel
fascicolo N. 163). Si legge nella relazione di perizia medico legale attinente
alla morte di BONASERA Michele, cui è allegata la cartella clinica relativa al
ricovero della vittima nell’ospedale Piemonte di Messina, che il decesso si
verificò a seguito di “arresto cardio -
circolatorio per adinamia cardiaca ed edema polmonare”. I proiettili penetrati
avevano, infatti, “determinato lacerazioni dell’arteria succlavia destra,
della vena curva superiore, del pericardio e di piccoli vasi della parete
toracica, con conseguente grave shock emorragico. Il soggetto per tale motivo fu
sottoposto ad intervento chirurgico di sutura dei vasi ed applicazione di
protesi vasali”. Le lesioni mortali furono tre :”a) un colpo alla superficie
laterale destra del collo, [...]; b) un colpo alla superficie posteriore dell’emitorace
destro, con foro di entrata alla regione scapolare e con proiettile ritenuto
nella cavità pericardica, [...]; c) un colpo alla superficie postero laterale
dell’emitorace destro con foro di entrata a livello del pilastro ascellare
posteriore e foro d’uscita alla regione sottoclaveare destra. Il tramite era
diretto da destra verso sinistra e lievemente da dietro in avanti e dal basso in
alto”. Per tutti i colpi che attinsero il soggetto “non sono stati
evidenziati segni di sparo da distanza ravvicinata”. Il decesso di INSANA
Carmelo si verificò, invece, a causa di “arresto
cardio - circolatorio per gravi lesioni encefaliche e shock emorragico”. Le
lesioni mortali furono provocate “da colpi d’arma da sparo a proiettile
unico di calibro non precisabile”, benché si possa ipotizzare, “in base al
diametro del foro di entrata di uno dei proiettili, alla regione tempo -
parietale destra del cranio, [...] che i colpi siano stati sparati con arma di
calibro ci circa 9 mm.”. La vittima fu attinta da tre colpi “I) un colpo con
foro di entrata alla regione temporo - parietale destra e foro di uscita alla
regione temporale sinistra, [...]; II) un colpo con foro d’entrata alla
guancia destra e con foro di uscita alla regione zigomatica omolaterale, [...]
il colpo risulta diretto da destra verso sinistra e da dietro in avanti con
lieve inclinazione dal basso in alto, [...]; III)un colpo con foro di entrata
alla regione paravertebrale cervicale di destra e con foro d’uscita alla
superficie laterale destra del collo. Il colpo [...] era diretto da dietro in
avanti e da sinistra verso destra”. Solo per il colpo che ha raggiunto il
soggetto alla guancia sono state rilevate microlesioni riferibili a tatuaggio da
residui di polvere da sparo, le quali dimostrano “che il colpo è stato
sparato da distanza ravvicinata e cioè da non oltre 30 cm.”.
Le forze dell’ordine svolsero immediatamente approfondite indagini (alcune attività vennero compiute dall’ispettore AMATO Giuseppe, escusso all’udienza del 31-7-1995), al fine di pervenire alla scoperta del responsabile o dei responsabili dell’azione delittuosa, ma non vennero raccolti elementi indizianti a carico di alcuno ed il G.I.P. presso il Tribunale di Messina pronunciava, in data 13-11-1989, decreto di archiviazione a carico di ignoti. Solo a distanza di alcuni anni, a seguito delle dichiarazioni rese da un collaboratore di giustizia (presumibilmente trattasi di SANTACATERINA Umberto), cui fecero seguito quelle di numerosi altri collaboratori, venivano, previo decreto di autorizzazione emesso dal G.I.P. in data 23-2-1993, riaperte le indagini, all’esito delle quali il Pubblico Ministero chiedeva ed otteneva il rinvio a giudizio davanti a questa Corte di APRILE Natale .
In ordine a tale fatto hanno reso dichiarazioni i collaboratori di giustizia SANTACATERINA Umberto, PARATORE Vincenzo, MARCHESE Mario , LA TORRE Guido, GIORGIANNI Salvatore , SPARACIO Luigi , LEO Giovanni , CASTORINA Pasquale , VENTURA Salvatore , RIZZO Rosario , ROMEO Carmelo , MANCUSO Giorgio e CARIOLO Antonio .
SANTACATERINA Umberto (sentito in
merito all’episodio criminoso in esame alle udienze, in sede di incidente
probatorio, del 7-2-1994 e del 1-3-1994) ha dichiarato che BONASERA
Michele e INSANA Carmelo, i quali facevano parte del clan “MARCHESE”, furono
uccisi da APRILE Natale
, che apparteneva al medesimo clan.
Ha, quindi, aggiunto di aver saputo i
fatti da tale BARBUSCIA Francesco e dallo stesso imputato APRILE Natale
. BARBUSCIA Francesco è un
tossicodipendente che abita a Maregrosso, il quale gli disse di aver visto che
BONASERA Michele e INSANA Carmelo, il giorno in cui erano stati uccisi, “se ne
erano andati con APRILE Natale
” ed il BARBUSCIA li aveva “visti
perché sono scesi lì a Maregrosso a pigliare Aprile”. Dopo circa cinque o
sei giorni egli incontrò al bar di via San Cosimo APRILE Natale
, che arrivò lì a bordo della propria
autovettura blindata “132”. Egli, allora, disse all’APRILE ciò che aveva
saputo dal BARBUSCIA ed il primo gli disse che aveva perpetrato il duplice
omicidio “siccome l’INSANA e il BONASERA dovevano portare APRILE Natale
per
ammazzarlo, avevano preparato una fossa per ammazzarlo; a APRILE l’hanno
avvisato dal carcere stesso, MARCHESE gli ha dato incarico a LEARDI Gino (si
tratta, evidentemente, di LEARDO Luigi
) e lui l’ha avvisato”. A seguito di ciò, “l’APRILE ci è andato
in macchina con loro (con il BONASERA e l’INSANA). Come sono arrivati al semaforo con l’incrocio di viale Europa,
l’APRILE è sceso dalla macchina, perché gli ha detto che c’era uno che gli
doveva dare dei soldi e li ha ammazzati a tutt’e due e se n’è andato”.
In relazione a quanto affermato da SANTACATERINA Umberto è stato sentito al dibattimento, all’udienza del 26-11-1996, BARBUSCIA Francesco, il quale ha ammesso di aver conosciuto SANTACATERINA Umberto, insieme al quale ha affermato di essersi più volte drogato, ed ha confermato di abitare nella zona di Maregrosso, ma ha escluso di aver riferito a quest’ultimo di aver visto BONASERA Michele ed INSANA Carmelo il giorno dell’omicidio, negando, addirittura, di conoscere tanto APRILE Natale quanto BONASERA Michele, mentre INSANA Carmelo era a lui conosciuto in quanto abitava vicino a casa sua.
PARATORE Vincenzo (sentito sul fatto delittuoso in esame alle udienze del 16-1-1996 e del 12-4-1996) ha dichiarato che all’epoca in cui avvenne il duplice omicidio egli si trovava detenuto nel carcere di Messina (risulta dai dati forniti dal D.A.P. che PARATORE Vincenzo fu arrestato e condotto nella Casa Circondariale di Messina in data 10-11-1988 e rimase in detto istituto penitenziario sino al 30-8-1990) e si preoccupò di quello che era avvenuto perché temeva “che si poteva scatenare una guerra”. Per evitare ciò ed essendo sicuro che il clan “SPARACIO” era estraneo al fatto, parlò qualche tempo dopo il fatto (“questione di settimane”) con MARCHESE Mario , che si trovava pure detenuto (risulta dai dati forniti dal D.A.P. che MARCHESE Mario , dopo essere stato arrestato il 17-9-1988, fu trasferito nel carcere di Messina in data 29-9-1988 e rimase in detto istituto sino al 28-5-1990, quando ottenne gli arresti domiciliari) dicendogli “prima di prendere qualsiasi decisione cerca di informarti bene”, ma il MARCHESE gli fece capire di essere già informato, dicendogli “non ti preoccupare, so già tutto, è na cosa nostra”. Successivamente egli seppe dai fratelli delle due vittime, BONASERA Angelo e INSANA Romualdo , i quali erano a quel tempo ristretti in carcere (risulta dai dati forniti dal D.A.P. che BONASERA Angelo fece rientro nel carcere di Messina, dopo un breve periodo di arresti domiciliari, il 15-4-1988 e vi rimase fino al 22-3-1991, quando venne scarcerato, mentre INSANA Romualdo venne trasferito nella Casa circondariale di Messina dalla Casa Circondariale di Palermo il 12-9-1987 e vi rimase fino al 2-12-1989, quando venne scarcerato), che autore del duplice omicidio era stato APRILE Natale , il quale, a sua volta, doveva essere ucciso da Michele BONASERA (“aveva già preparata a fossa per Natale APRILE”). Il collaboratore ha aggiunto di non ricordare bene come si fossero svolti i fatti e, in particolare, come i due avessero appreso il nominativo dell’autore del fatto delittuoso, anche se “poi, giustamente, diciamo, man mano che facevano i colloqui, ecco, queste cose qua, parlavano con le loro famiglie...”. Dopo tale fatto BONASERA Angelo e INSANA Romualdo , i quali appartenevano al gruppo di MARCHESE Mario ed erano addirittura ristretti nella stessa cella del MARCHESE (mentre BONASERA Angelo ha confermato nel corso del suo esame all’udienza del 6-11-1996, di essere stato detenuto nella stessa cella di MARCHESE Mario , tale circostanza non pare confermata con riferimento a INSANA Romualdo , poiché risulta da attestazione della Direzione della Casa Circondariale di Messina, che questi alla data del 18 luglio 1989 e fino al 20 luglio 1989, occupava la cella N. 36 del 2° piano “camerotti” insieme a ROMEO Carmelo , GALLETTA Nicola e SQUADRITO Pietro - vedi documento N. 106 di cui all’ordinanza del 19-7-1997),“sono passati al gruppo SPARACIO; io stesso mi sono premurato per farli passare, perché, giustamente, essendo che avevano due morti in famiglia, sicuramente non mi avrebbero mai tradito”. Il collaboratore ha precisato che egli, pur essendo in contrasto con MARCHESE Mario , tanto che “fuori, magari, se avevo occasione, per dire, l’ammazzavo”, aveva, nella sua qualità di responsabile del clan “SPARACIO”, la possibilità di parlare in carcere con lui “solamente per questioni di interesse” relative ai due sodalizi, grazie anche ad alcuni affiliati del proprio clan, quali CISCO Antonino, D’ARRIGO Marcello , CALABRO’ Salvatore , che erano ristretti nello stesso reparto del MARCHESE (è stato confermato, mediante acquisizione di attestazione della direzione della Casa Circondariale di Messina, relativa all’indicazione di tutti i soggetti che si trovarono ristretti nel reparto “camerotti” del carcere nel secondo semestre dell’anno 1989, che i personaggi suindicati si trovavano detenuti nel medesimo reparto).
MARCHESE Mario
(sentito su tale fatto alle udienze del 20-9-1996 e del
2-10-1996) ha affermato che l’omicidio
di BONASERA Michele e di INSANA Carmelo colse tutti di sorpresa, poiché i due
erano andati, proprio la mattina del giorno in cui vennero uccisi, a far visita
in carcere ai rispettivi fratelli BONASERA Angelo
e
INSANA Romualdo, che si trovavano ristretti nella sua stessa cella, e non
avevano manifestato alcun timore. In un primo tempo si pensò che BONASERA
Michele e INSANA Carmelo, i quali facevano parte del suo gruppo criminoso,
fossero stati uccisi da parte del clan “LEO”, o del gruppo diretto da
SPARACIO Luigi
, in quanto si seppe che COSTANTINO
Giovanni
, quando venne ferito, qualche giorno
prima, in occasione dell’uccisione di SARNATARO Sabatino, fu soccorso proprio
dal BONASERA e dall’INSANA, i quali lo fecero salire sulla propria
autovettura, dalla quale il COSTANTINO volle, tuttavia, scendere subito dopo
aver “fatto un paio di metri”. Si
disse, poi, che ad uccidere i due fosse stato il CENTORRINO e, infine, APRILE
Natale
, “si diceva per una tragedia che aveva
fatto nei confronti di APRILE Natale
”. Egli, tuttavia, apprese quale fosse
la versione dei fatti di quest’ultimo solo qualche tempo dopo, in carcere,
quando APRILE Natale
venne arrestato, anche se il collaboratore non ha saputo
specificare quanto tempo dopo il duplice omicidio egli ebbe occasione di
incontrarsi con l’APRILE (risulta dai dati forniti dal D.A.P. che dopo il
fatto in esame APRILE Natale
venne arrestato e condotto nella Casa circondariale di Messina
in data 27-9-1989); solo allora seppe,
pertanto, “come sono andati veramente i fatti”, poiché sino ad allora “si
dicevano tante cose”, benché “alla
fine lo sapevano quasi tutti..., lo sapevano pure i fratelli dei..., sia il
BONASERA Angelo
, sia l’INSANA Carmelo [si tratta,
evidentemente di un lapsus intendendo
il collaboratore riferirsi a INSANA Romualdo
], già sapevano tutto, [...] perché il fratello di..., il BONASERA
Michele non è morto subito, è morto dopo due giorni. Ora non so se ha parlato
con i familiari. So soltanto che loro quando hanno saputo come sono andati i
fatti se ne sono andati..., dalla cella che erano con me se ne sono andati,
perché volevano che io facessi ammazzare APRILE Natale
. Ho detto: prima vediamo come sono andati
i fatti”. Il collaboratore ha, quindi, spiegato, sulla base delle
giustificazioni fornitegli dall’APRILE, che “noi, tramite.., dentro, diciamo, io con Marcello D’ARRIGO e PARATORE
mi sembra che c’era pure, ci siamo messi.., diciamo, abbiamo creato..,
volevamo creare un gruppo per uccidere LEO Giuseppe e ci siamo messi
d’accordo. Allora, da parte.., che poi era lo SPARACIO che aveva queste
persone, dici: “ci sono i latitanti TRISCHITTA Pietro
e
GIORGIANNI Salvatore
”, io da parte mia avevo Natale APRILE,
che non era latitante allora, e CENTORRINO Salvatore
. Abbiamo crea.., noi, sempre tramite noi,
gli abbiamo fissato un appuntamento, è andato l’APRILE Natale
a
questo appuntamento con Salvatore GIORGIANNI perché si conoscevano, erano
amici, il CENTORRINO era latitante, per mettersi d’accordo a organizzare
questo agguato contro LEO Giuseppe, che allora lui camminava con la macchina
blindata, si doveva eliminare questo LEO Giuseppe. L’APRILE si porta dietro il
Michele BONASERA, quando va a parlare con il TRISCHITTA, il.. Allora, quando
vanno a parare, dici: va be’, - dici - avete parla.., loro ci hanno mandato a
dire: Ci dobbiamo mettere assieme per fare questo omicidio - Va be’, eravamo
tutti d’accordo, dici: E da parte vostra chi c'è?; gli fa il GIORGIANNI,
dici: ci sono io - gli diceva APRILE - e il CENTORRINO; risponde il TRISCHITTA,
perché con CENTORRINO non erano andati mai d’accordo, erano proprio in
contrasto di brutto, dici: no, io - dici - no.., non voglio - dici - che c'è
lui - Ah, - dici - io vengo con lui.. Comunque - dici - ne corrispondo io - gli
fa l’APRILE - per questo qua, stai tranquillo, ne corrispondo io - dici - non
ci sono problemi. Se lui dovrebbe sbagliare - dici - pagherà; questa parola
qua, come detta, diciamo: non ti preoccupare, non ci sono problemi, corrispondo
io, se lui sbaglia..; dici: va bene. Il BONASERA se ne va da questo CENTORRINO
Salvatore
e
gli racconta la cosa per come, diciamo, l’ha detta lui, però non gliel’ha
detta in una maniera di dire: vedi che questo qua..; gli ha detto solo: vedi che
quello lì ti vuole ammazzare. Invece quello gli aveva detto se lui sbagliava in
questa situazione, dici: io.... L’ha interpretata a modo suo. E allora chiama
INSANA Carmelo, che l'aveva pure vicino CENTORRINO, e gli dice di ammazzare..
Anzi, no, fa una riunione, di cui chiama CUSCINA’ Francesco
, che era uscito da poco dal carcere,
sempre questi, diciamo, era tutto il nostro gruppo, cioè è una cosa tutta
fatta nel nostro gruppo, e gli dice che si doveva ammazzare questo Natale
APRILE, che poi era mio figlioccio. Giustamente, Franco CUSCINA’ gli dice..,
perché l'hanno chiamato a Taormina, lui allora, mi ricordo, mi diceva che era a
Taormina, era.., e gli dice che doveva ammazzare a questo Natale APRILE;
giustamente, lui lì non poteva fare a meno perché c’erano i fratelli MESSINA
allora che erano pure vicino a CENTORRINO, c’era Michele BONASERA, c’era
questo INSANA; giustamente, lui si è trovato in una maniera.., dici: va be’,
- dici - se si deve ammazzare.. Però facciamo una cosa: avvisiamo prima Mario
così - dovevano avvisare me - per vedere - dici - com’è la situazione. Dici:
no, io prima l’ammazzo e poi glielo mando a dire, dice il CENTORRINO Salvatore
. Giustamente, l’APRILE era all’oscuro
di questa situazione, non sapeva niente che lo dovevano ammazzare, e se ne va. E
loro uscivano assieme con questi.., con il BONASERA e il coso. L'indomani
questi.., il CUSCINA’ che cosa fa? Ne parla pure con LEARDO Luigi
e
gli spiega questa cosa qua, dici: dobbiamo, allora, avvisare Natale, - dici -
anzi, aspettiamo che glielo mandiamo a dire a Mario questo fatto qua. Io il
colloquio lo facevo il venerdì in quel periodo lì, ma sempre il venerdì perché
andavo a lettera, perciò lo facevo il venerdì. Eh! - dici - va be’,
l’avvisiamo, intanto avvisiamo a Natale e gli diciamo di non uscire dentro fin
quando non si aggiusta questa cosa qua, perché c'è una tragedia qua, insomma,
sicuramente non.. Però loro a me non mi hanno avvisato, perché non c’era il
tempo materiale per avvisarmi. Dici che il.., loro sono andati a casa di APRILE,
sia il BONASERA Michele, quel giorno, e l'INSANA Carmelo, sono andati a casa sua
per.., siccome era il periodo di Fiera, si stava incominciando la Fiera, che noi
alla Fiera ci mangiavamo, diciamo, eravamo.., avevamo degli interessi, si stava
organizzando, dici: andiamo lì, incominciamo a parlare, a contattare le
persone, cosa che si faceva ogni anno. L’APRILE si è armato di una pistola
perché, giustamente, già sapeva tutto perché l’avevano già avvisato, il
CUSCINA’ e il coso dici: stai attento che c'è..., e gli hanno spiegato
tutta.., dici: ti vogliono ammazzari, - dici - c'è questa situazione..., e gli
ha raccontato tutto quello che era precedente che gli avevano detto a CUSCINA’,
e loro gliel’hanno.. dici: non uscire tu di casa - gli hanno detto - perché
se tu esci di casa, magari... Invece, quello quando si è visto a questi
arrivare a casa, dici: questi che vogliono fare?. Non c’è.., non è andato
lui a cercare queste persone, insomma, sono andati sotto casa, dici: ah,
dobbiamo andare, - dici - sai, dobbiamo andare in Fiera; pensando che lui non
sapeva niente, invece lui sapeva tutto. Quando è arrivato, sulla macchina si è
seduto lì.., almeno, poi, questo detto da lui, eh?..., io quando sono arrivati,
non sapevo se mi volevano ammazzare, quello che volevano fare, in quel momento
ho preso la pistola e ho incominciato a sparare, perché mi sono messo di paura
e così - dici - io... Questa è tutta la versione che poi raccontata da lui”.
Il collaboratore ha, quindi, specificato che
APRILE Natale
, prima di potersi giustificare con lui in
carcere, non gli chiese protezione, pur potendo temere la vendetta di CENTORRINO
Salvatore
che
era cognato di BONASERA Michele (tale circostanza è stata confermata dalla
moglie del BONASERA, NUNNARI Maria, la quale, escussa all’udienza del
18-9-1997, ha riferito che il CENTORRINO è coniugato con sua sorella) poiché “già [APRILE Natale
] lo sapeva che non lo toccava più
nessuno, perché i suoi fratelli [i fratelli delle due vittime] [...] se ne sono
andati dalla cella che erano con me, [...] si vedeva facilmente che io non ho
accettato di fare ammazzare lui”, chiarendo che altrimenti “moriva all’indomani lui se aveva sbagliato”.
Il MARCHESE ha, infine, aggiunto che le
prime dichiarazioni da lui rese su tale fatto sono quelle dibattimentali.
LA TORRE Guido (sentito su tale fatto alle udienze del 30-4-1996 e del 7-5-1996) ha dichiarato che in carcere si seppe che autore dell’omicidio di BONASERA Michele e di INSANA Carmelo era stato APRILE Natale , “difatti da quel momento il BONASERA Angelo e sia l’INSANA, che erano uomini appartenenti al clan Mario MARCHESE, decisero di passare al nostro clan “SPARACIO”. Anche APRILE Natale, infatti, faceva parte del clan “MARCHESE” “e quindi, non avendo avuto soddisfazione da parte di Mario MARCHESE, allora decise di passare con noi e passò al “cellulari”, nel reparto “cellulari””. Egli ebbe modo di vivere in prima persona tali vicende, poiché si trovava in carcere (risulta dai dati forniti dal D.A.P. che LA TORRE Guido venne ristretto nel carcere di Messina il 1-2-1989 e venne scarcerato il 6-2-1991) e ne parlava “sia con CISCO Antonino, sia con D’ARRIGO Marcello ” (si è già visto che i due erano ristretti nel medesimo reparto in cui si trovavano MARCHESE Mario , BONASERA Angelo e INSANA Romualdo ). Successivamente BONASERA Angelo gli confermò “che era stato Natale APRILE ad uccidere suo fratello e l’INSANA. L’aveva saputo dai suoi familiari, perché Michele non era morto subito sul colpo e gli confidò che era stato Natale APRILE che gli aveva sparato. Nell’anno 1991 egli ebbe modo di parlare nuovamente con il BONASERA di tale fatto e in tale occasione gli disse che “Mario MARCHESE non c’entrava niente perché non sapeva niente, [...] perché aveva avuto la discussione con SPARACIO Luigi , il quale mi aveva detto pure a me che Mario MARCHESE non c’entrava nulla”. L’iniziativa delittuosa era stata presa dallo stesso APRILE, il quale aveva saputo che nel corso di una riunione “Michele BONASERA aveva decretato la morte di Natale APRILE, [...] insieme a CUSCINA’ e a CENTORRINO aveva deciso di eliminare l’APRILE” e quest’ultimo pensò, allora, di anticiparli. Il collaboratore ha aggiunto che nell’anno 1993, mentre si trovava detenuto, si verificò una discussione all’aria tra BONASERA Angelo e APRILE Natale (risulta dai dati forniti dal D.A.P. che LA TORRE Guido fu ristretto nella Casa Circondariale di Messina dall’11-2-1993 al 21-12-1993; che BONASERA Angelo fu ristretto nel medesimo carcere dall’11-2-1993 al 26-7-1993 e poi dal 2-11-1993 all’8-12-1993; che APRILE Natale fu ristretto in detto istituto penitenziario dal 10-4-1993 al 19-4-1993, poi dal 16-5-1993 al 1-6-1993, poi ancora dal 14-6-1993 al 13-7-1993), in quanto il primo “aveva sempre quel dente avvelenato” nei confronti del secondo per quello che era successo a suo fratello. APRILE Natale allora disse al BONASERA: “io mi posso prendere le mie responsabilità di avere ucciso loro, però gli altri si devono prendere pure la loro responsabilità”. BONASERA Angelo gli spiegò, subito dopo, quella frase, dicendogli che l’APRILE intendeva riferirsi a LEARDO Luigi , CENTORRINO Salvatore e CUSCINA’ Francesco .
GIORGIANNI Salvatore (sentito sull’episodio delittuoso in esame alle udienze del 28-10-1996 e del 4-11-1996) ha affermato di aver saputo dallo stesso APRILE Natale , mentre si trovava detenuto insieme a lui nel carcere di Messina nell’anno 1990 (dai dati forniti dal D.A.P. risulta che GIORGIANNI Salvatore fece ingresso nella Casa Circondariale di Messina in data 11-4-1990 e vi rimase fino al 5-4-1991) e si discuteva di tale fatto a causa di contrasti che vi erano tra quest’ultimo e BONASERA Angelo , che autore del duplice omicidio era stato l’APRILE, il quale, però, giustificò la sua condotta dicendo che “aveva saputo da un amico suo che i due, cioè l’INSANA ed il BONASERA avevano preparato una fossa per uccidere a lui e quando sono andati a prenderlo lui gli ha sparato”. Sono state, quindi, effettuate al collaboratore delle domande intese a verificare l’attendibilità del racconto del MARCHESE nella parte in cui quest’ultimo lo ha chiamato in causa quale soggetto che avrebbe partecipato a delle riunioni con l’APRILE dirette a realizzare un accordo tra i due sodalizi criminosi ai quali essi appartenevano, finalizzato all’uccisione di LEO Giuseppe. Il GIORGIANNI ha confermato che egli si incontrò, durante la propria latitanza, con APRILE Natale per “dividerci alcuni compiti”, vale a dire per realizzare un accordo tra i due gruppi per la perpetrazione di alcuni illeciti (“lui voleva fare a RIZZO” e “noi” avremmo dovuto effettuare l’attentato a Pippo LEO), ma ha escluso che nel corso di tali riunioni si parlò anche di uccidere CENTORRINO Salvatore , il quale avrebbe anzi dovuto partecipare alle azioni ed ha sostenuto che, con ogni probabilità, pur non serbando sul punto un perfetto ricordo (“non lo dico con la certezza, ma al 90 %”), tali fatti risalivano ad un periodo di tempo successivo alla morte del BONASERA e dell’INSANA. Ha negato, infine, che in uno di tali incontri il TRISCHITTA si fosse incontrato con il CENTORRINO.
SPARACIO Luigi (sentito sul fatto delittuoso in esame alle udienze dell’8-10-1996, del 15-10-1996 e del 16-10-1996) ha dichiarato di essere stato informato del fatto delittuoso in esame da BONASERA Angelo , dopo la scarcerazione di quest’ultimo (avvenuta, come si è visto, il 22-3-1991). Il collaboratore ha, quindi, spiegato le ragioni dell’omicidio dicendo che “all’epoca il BONASERA [intendendo riferirsi all’ucciso BONASERA Michele], c’era il periodo della Fiera, si era interessato, in sostanza, per quanto riguarda MARCHESE a procuragli...[...] Quello che poteva fare per aiutare il MARCHESE l’ha fatto volentieri questo ragazzo”. E’ evidente che il collaboratore ha inteso accennare, benché non l’abbia affermato espressamente, alle estorsioni che, nel periodo della Fiera Campionaria di agosto, i clan cittadini messinesi perpetravano ai danni degli espositori. Si trattava di un’attività illecita particolarmente lucrativa che veniva svolta, come si è visto quando si è parlato del reato associativo in generale, con l’accordo dei diversi clan. Un qualche riscontro alle affermazioni dello SPARACIO sul ruolo che avrebbe svolto BONASERA Michele nell’interesse del clan “MARCHESE” può trarsi dalla deposizione del teste LO PRESTI Andrea, il quale, escusso all’udienza del 31-7-1995, ha dichiarato che conosceva il BONASERA in quanto questi lavorava “lì dentro”, vale a dire dentro la Fiera. Il collaboratore ha affermato che “c’è stata una tragedia tra LEARDO Luigi e CENTORRINO Salvatore che hanno detto che [...] questo ragazzo, BONASERA, si prendeva i soldi e si mangiava i soldi, diciamo, di quelli che entravano, cosa che BONASERA Angelo ha smentito. Ha detto che non era vero niente, che poi, sia il CENTORRINO che LEARDO, hanno detto a Natale APRILE che questi due, sia il BONASERA Michele che questa INSANA, volevano uccidere questo Natale APRILE. Non mi ricordo se c’era stato un discorso fra il BONASERA e l’APRILE per impostare questa tragedia, ma fatto sta, che non erano capaci né il BONASERA Michele e né l’INSANA Carmelo a fare tale fatto. Perciò, hanno fatto questa tragedia. L’APRILE, risentito di questo fatto, li aspettò, quando il BONASERA andava [...] a prendere a casa INSANA Carmelo che abitava a Maregrosso (poi specificherà, tuttavia, che l’INSANA abitava in via Rovigo, nel rione Ferrovieri, non lontano da Maregrosso), [...] questo Natale APRILE, si è fatto trovare là, a piedi, vicino all’abitazione di BONASERA, di INSANA Carmelo. Quando loro sono passati, con una Y10 “ciao, ciao” gli ha chiesto un passaggio, [...] si è seduto nel sedile posteriore e poi, all’altezza... si sono fermati ad un semaforo e lui li ha uccisi a tutti e due, al semaforo del viale Europa e poi, da là, è scappato a piedi nelle zone della via Salandra che si arriva, facilmente, nell’abitazione di APRILE”. Successivamente si discusse di tale fatto anche con il MARCHESE, in quanto BONASERA Angelo nutriva rancore nei confronti di APRILE Natale e di MARCHESE Mario , che riteneva responsabili di quello che era successo al fratello. Il BONASERA, infatti, quando ancora si trovava in carcere, decise di trasferirsi dal reparto “camerotti”, dove si trovavano tutti gli uomini di MARCHESE, al reparto “cellulari”, dove stavano gli uomini del gruppo “SPARACIO” e, quando venne scarcerato, disse che aveva intenzione di uccidere MARCHESE Mario . Egli cercò, allora di risolvere il contrasto, poiché “era un periodo che avevo fatto pace” con il MARCHESE, e riuscì nell’intento. Il MARCHESE asserì, invero, che “non sapeva niente” dell’omicidio, anche se confermò che autore dello stesso era stato APRILE Natale , e così i due si strinsero la mano. Egli stesso, poi, garantì che il BONASERA non avrebbe fatto nulla ad APRILE Natale , mentre MARCHESE Mario si impegnò in relazione al comportamento di APRILE Natale nei confronti di BONASERA Angelo . Il collaboratore ha, infine, ricordato, su specifica domanda del difensore dell’imputato, che vi fu un incontro tra TRISCHITTA Pietro , GIORGIANNI Salvatore e APRILE Natale , ma ha affermato che probabilmente questo avvenne, pur non ricordando la circostanza con sicurezza, dopo l’omicidio del BONASERA e dell’INSANA.
LEO Giovanni (sentito su tale fatto alle udienze del 9-7-1996 e del 23-7-1996) ha dichiarato di aver saputo da CUSCINA’ Francesco nel 1992, mentre entrambi si trovavano liberi, che autore del duplice omicidio era stato APRILE Natale . Era successo, infatti, che “CENTORRINO Salvatore aveva preparato una fossa per uccidere il Natale. Questo ragazzo l’ha venuto a sapere tramite amici suoi, che glielo hanno confidato; allora ha fatto la vendetta. [...] Ha ucciso questi due perché appartenevano, diciamo così, a CENTORRINO Salvatore ”. Egli seppe, inoltre, che coinvolti in tale delitto erano anche CUSCINA’ Francesco e LEARDI Gino [si tratta, evidentemente, di LEARDO Luigi ], i quali “anche loro sono stati: sapevano tutto il fatto com’era, diciamo così, e l’hanno appoggiato”.
CASTORINA Pasquale (sentito su tale fatto all’udienza del 20-5-1996) ha dichiarato di avere parlato qualche volta di tale fatto con BONASERA Angelo , il quale gli disse che autore del duplice omicidio era stato APRILE Natale . Successe, infatti, che “questo BONASERA Michele e l’INSANA dovevano prendere APRILE Natale e dovevano consegnarlo, se non ricordo male, a CENTORRINO Salvatore per ammazzarlo; perché, questa imbasciata l’aveva mandata il MARCHESE Mario dal carcere. Poi, una volta, che APRILE Natale è venuto a sapere questo fatto, non so come l’ha saputo, infatti lui si è messo nella macchina con il BONASERA Michele e con l’INSANA. Una volta arrivato all’incrocio del viale Europa sulla via La Farina, gli ha sparato a tutti e due e, poi, è sceso dalla macchina e se n’è andato”. Sia APRILE Natale che i due uccisi appartenevano al sodalizio diretto da MARCHESE Mario, sicché si trattò di un contrasto interno a detto gruppo “per questioni di soldi”. Successivamente “quando eravamo carcerati assieme [con BONASERA Angelo e APRILE Natale ] abbiamo cercato di aggiustare la cosa con APRILE Natale (tale fatto dovette avvenire, evidentemente dopo il 13-1-1992, data nella quale il CASTORINA venne arrestato in epoca successiva all’omicidio in esame)”.
VENTURA Salvatore
(sentito su tale duplice omicidio alle udienze del 29-5-1996 e
del 3-6-1996) ha dichiarato che autore del
fatto di sangue fu APRILE Natale
e
che “a quello che so io, là c’è la partecipazione del MARCHESE”. I
contrasti con il BONASERA, che apparteneva al clan “MARCHESE”, nacquero per
“i soldi alla Fiera”. Quell’anno, infatti, era il MARCHESE a dover curare
l’estorsione alla Fiera d’agosto e aveva “mandato a questo BONASERA
Michele a prendere i soldi: era addetto lui; per cui, dopo che ha preso questi
soldi, [...] non risultava più che..., il MARCHESE non aveva più i soldi, lui
non corrispondeva più con questi soldi e di là è scaturita”.
RIZZO Rosario (sentito su tale fatto all’udienza del 4-6-1996) ha dichiarato di aver saputo da MARCHESE Mario che autore del duplice omicidio era stato APRILE Natale , in quanto “loro volevano uccidere a Natale APRILE; Natale APRILE, dice, ha capito come stavano le cose e i mmazzau” .
ROMEO Carmelo
(sentito su questo fatto delittuoso alle udienze
dell’11-6-1996 e del 24-6-1996) ha dichiarato che quando
avvenne il duplice omicidio egli si trovava in carcere ed era ristretto nella
stessa cella in cui vi erano ROMUALDO Insana
, GALLETTA Nicola
e
SQUADRITO Pietro
(risulta da attestazione della
Direzione della casa Circondariale di Messina che i predetti alla data del 18
luglio 1989 e fino al 20 luglio 1989, data nella quale il ROMEO venne scarcerato
per concessione degli arresti domiciliari, occupavano tutti la cella N. 36 del 2°
piano “camerotti” - vedi documento N. 106 acquisito con ordinanza del
19-7-1997). Quando, dopo qualche giorno,
venne scarcerato, andò a trovarlo a casa sua, dove era ristretto agli
arresti domiciliari, APRILE Natale
, che apparteneva al clan “MARCHESE” e
che egli conosceva bene. Questi gli chiese che reazione vi era stata in carcere
a seguito del duplice omicidio e, in particolare, come avessero reagito MARCHESE
Mario
e
INSANA Romualdo
. In tale occasione gli confidò che
autore del delitto era stato lui. CENTORRINO Salvatore
gli
aveva, infatti, detto “di guardarsi sia dall’INSANA che dal BONASERA in
quanto loro due volevano fare fuori il Natale APRILE e lui invece ha agito e ha
fatto fuori tutt’e due”.
MANCUSO Giorgio (sentito su tale fatto alle udienze del 24-6-1996 e del 28-6-1996) ha dichiarato di aver saputo alcune notizie sul duplice omicidio in esame “da voci dell’ambiente”, anche se ha poi specificato che i fatti gli furono riferiti da LEO Giuseppe. Ha, quindi dichiarato che autore del delitto fu “Natale APRILE insieme ad un altro che non ricordo”, ma in seguito ha specificato di aver saputo che complice dell’APRILE fu LEARDI (intendendo chiaramente riferirsi a LEARDO Luigi ), il quale “portava la motocicletta, lo aspettava in una traversa”. Il collaboratore ha aggiunto che tale fatto delittuoso avvenne perché all’interno del clan “MARCHESE” si era aperto un dissidio tra il CENTORRINO e Natale APRILE, il quale, per castigare il primo, uccise il BONASERA e l’altro ragazzo, che erano amici del CENTORRINO. Il suddetto dissidio era sorto a causa di una “tragedia”, in quanto il CUSCINA’ disse ad APRILE Natale che il CENTORRINO aveva deciso la sua eliminazione e l’APRILE difese la sua vita uccidendo i due.
CARIOLO Antonio (sentito all’udienza del 1-7-1996) ha dichiarato di aver saputo soltanto che l’eliminazione di BONASERA Michele e di INSANA Carmelo fu una questione interna del clan “MARCHESE”, tanto che Angelo BONASERA dopo questo fatto “passò al nostro reparto “cellulari” del carcere di Messina e quindi so che si dissociò da quelle amicizie”.
Vanno, infine, ricordate brevemente le parole dell’imputato APRILE Natale , il quale, esaminato all’udienza del 6-11-1996, ha affermato la propria innocenza ed ha escluso di essere stato mai affiliato al clan di MARCHESE Mario , sostenendo di avere instaurato con quest’ultimo, a seguito di un periodo di comune detenzione, una semplice amicizia, che divenne piuttosto stretta, tanto che andò per un certo tempo ad abitare in casa sua quando la propria abitazione fu distrutta a causa di un incendio. L’imputato ha, infine, dichiarato che, al tempo del duplice omicidio a lui contestato, abitava in una casa sita a Maregrosso, alla fine di via Oreto di Messina, in prossimità del mare.
Ritiene questa Corte che, alla luce dell’istruttoria compiuta, sia stata raggiunta la piena prova della colpevolezza dell’imputato in ordine ai reati a lui ascritti ai capi “40” e “41” della rubrica con riferimento all’episodio delittuoso in esame. Le concordi dichiarazioni di accusa dei diversi collaboratori di giustizia nei confronti di APRILE Natale , oltre a provenire da soggetti sufficientemente credibili, appaiono, infatti, del tutto verosimili, sia in considerazione delle modalità del fatto che in considerazione della personalità dell’imputato, e risultano, pertanto, pienamente idonee, fornendosi reciproco riscontro, a fondare l’affermazione della sua responsabilità.
Iniziando ad esaminare le diverse accuse sotto il profilo della verosimiglianza, della coerenza interna e della non contraddittorietà, può subito rilevarsi, in via generale, trattandosi di questione che investe tutte le dichiarazioni, che il duplice omicidio venne eseguito, senza dubbio, da persona che doveva conoscere bene le sue vittime, la quale poté salire a bordo della loro autovettura senza ingenerare alcun sospetto e sparò al loro indirizzo subito dopo essere scesa dal veicolo. Queste circostanze si desumono, invero, non solo dalle univoche dichiarazioni sopra brevemente riassunte dei numerosi collaboratori di giustizia che hanno riferito in ordine all’esecuzione del delitto, ma anche dagli altri elementi obiettivi attinenti alla prova storica del fatto. I colpi di pistola che cagionarono la morte delle vittime vennero esplosi, infatti, quando il veicolo era ancora col motore acceso, tanto che proseguì la sua marcia fino ad urtare contro lo spartitraffico, e solo uno di detti colpi, quello che attinse l’INSANA alla guancia destra, fu sparato da distanza ravvicinata (vedi consulenza medico legale). Si può, allora, fondatamente presumere, in considerazione della precisione dei colpi, che l’autovettura fosse, al momento degli spari, pressoché ferma con il motore acceso. Non vi può, inoltre, essere dubbio che l’aggressore esplose i colpi di pistola quando si trovava all’esterno di detta autovettura, non solo perché il teste OTERI, che notò il veicolo salire sullo spartitraffico, non vide l’attentatore scendere da esso, ma anche perché, altrimenti, si sarebbero, verosimilmente, notati, tenuto conto delle limitate dimensioni dell’abitacolo di una Y10, i segni dello sparo da vicino anche con riferimento a qualcun altro dei colpi che attinsero le vittime. L’aggressore fu, inoltre, notato dal teste OTERI fuggire a piedi, e ciò fa escludere che si fosse portato in quella favorevole posizione di tiro dopo aver inseguito le vittime a bordo di un altro veicolo (ad esempio una moto). Tali circostanze, considerate unitariamente, fanno, allora, verosimilmente ritenere che il killer fosse appena sceso da quell’autovettura e sparò i colpi di pistola, prima attraverso il finestrino aperto, colpendo i due occupanti sul lato destro del corpo (vedi la localizzazione delle ferite riportate dalle due vittime, accertata in sede di esame necroscopico), e poi, mentre l’autovettura procedeva la sua marcia, da dietro, infrangendo il lunotto posteriore del mezzo.
Va, quindi, osservato che, secondo le unanimi dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sopra menzionati, BONASERA Michele e INSANA Carmelo erano organicamente inseriti nella criminalità organizzata cittadina e facevano parte del sodalizio delinquenziale diretto da MARCHESE Mario. Tale circostanza risulta, invero, confortata da diversi elementi indiziari che attribuiscono alle parole dei suindicati collaboratori notevole pregnanza. Assume, anzitutto, rilievo, ad avviso di questa Corte, la circostanza che pure i fratelli delle due vittime appartenevano, come si vedrà quando si esaminerà la loro posizione con riferimento al reato associativo, al clan “MARCHESE”, e che il cognato di BONASERA Michele era quel CENTORRINO Salvatore ritenuto da più parti uno degli esponenti di maggior rilievo di detto clan. Il suddetto rapporto di parentela appare, infatti, perfettamente coerente con la struttura dei sodalizi criminosi cittadini oggetto di accertamento nel presente procedimento, i quali valorizzavano i legami di tipo familiare, tanto che numerosi affiliati risultavano essere uniti tra loro, oltre che da vincoli di natura criminale, anche da stretti vincoli di tipo parentale. Altrettanto significativa è la circostanza, riferita concordemente da numerosi collaboratori, che BONASERA Angelo e INSANA Romualdo , dopo il fatto delittuoso in esame, transitarono all’interno del clan “SPARACIO”, poiché ciò costituisce una rilevante conferma dell’ipotesi secondo cui il delitto maturò nell’ambiente della criminalità organizzata. Va, peraltro, rilevato che le stesse modalità del fatto rendono indiscutibile quest’ultimo assunto, poiché è evidente che l’omicidio ebbe tipiche connotazioni mafiose, essendo stato eseguito con fredda determinazione e con notevole sicurezza, davanti a moltissime persone ed in una zona con traffico automobilistico particolarmente intenso, da parte di un killer armato e, a quanto pare, a volto scoperto, che agì con il chiaro intento di uccidere entrambi gli occupanti l’autovettura. Occorre notare, infine, che, secondo una verosimile congettura, le vittime furono accomunate tra loro da un triste destino di morte proprio a causa della preesistenza di legami di solidarietà criminale che li unirono in vita e che, in qualche modo, determinarono la loro uccisione.
Le accuse nei confronti di APRILE Natale appaiono, allora, coerenti con le suesposte premesse, poiché è certo che l’imputato, per la sua collocazione criminale, dovesse essere conosciuto dalle due vittime e che queste non potessero nutrire eccessivo timore nei suoi confronti, tanto da farlo tranquillamente salire a bordo della loro autovettura. Non può esservi, d’altronde, alcun dubbio sul fatto che APRILE Natale , nonostante le contrarie affermazioni dell’imputato, facesse parte del clan “MARCHESE”. Tale questione formerà specifico tema di prova con riferimento al reato associativo che è stato contestato all’imputato, ma può sin d’ora rilevarsi che l’appartenenza dell’APRILE al clan “MARCHESE” discende oltre che dalle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia (gli stessi che lo hanno accusato dell’omicidio di BONASERA Michele e di INSANA Carmelo), i quali lo hanno additato come uno degli uomini più fidati di MARCHESE Mario e come un pericoloso killer, e dalle stesse dichiarazioni del MARCHESE, il quale, con l’autorevolezza propria di chi fu il capo del sodalizio, ha specificato che l’APRILE era suo “figlioccio”, anche dalle parziali ammissioni dell’imputato, che ha dovuto riconoscere l’esistenza di rapporti molto stretti con MARCHESE Mario, presso la cui abitazione egli e la sua famiglia vissero per qualche tempo. Grande rilievo assumono, infine, le sentenze di condanna pronunciate nei confronti di APRILE Natale per alcuni gravi fatti delittuosi di cui lo stesso si è in passato macchiato. Tra queste va menzionata, anche perché riferibile ad una vicenda anteriore rispetto al duplice omicidio in esame, quella pronunciata dal Tribunale di Messina in data 28-3-1989 in relazione al ferimento di MOSCHELLA Antonino, titolare di un pubblico esercizio cittadino, fatto che, come si è rilevato parlando in generale del reato associativo (vedi pag. 402 e segg.), va senz’altro ricondotto alle attività illecite di natura estorsiva del clan “MARCHESE”. Tale fatto denotava, inoltre, nonostante la giovane età dell’imputato, una spiccata pericolosità sociale, in quanto, come è stato osservato nella sopra citata pronuncia, “del killer di professione lo APRILE, nell’occorso, ha dimostrato la più cinica ed implacabile freddezza e determinazione. Egli, infatti, dopo avere pazientemente atteso l’arrivo della vittima di turno, gli si avvicina, come se nulla fosse, e quindi, estratta fulmineamente la pistola, gli spara alla gamba, per azzopparlo, piegarlo, sia fisicamente che metaforicamente”. Lo APRILE ha, pertanto, rivelato, con la condotta delittuosa sopra descritta, una personalità aggressiva e violenta, totalmente insensibile ai freni inibitori che impediscono alla generalità delle persone di attentare all’integrità fisica altrui e non può sorprendere che abbia potuto rendersi responsabile del duplice omicidio in esame, avendo dato prova, nella sua pur breve carriera criminale, di essere pienamente capace di compiere delitti di simile gravità ed efferatezza.
I contrasti tra le diverse dichiarazioni sopra passate in rassegna riguardano, invero, esclusivamente il movente dell’azione criminosa, che costituisce un aspetto certamente importante per la piena comprensione dell’episodio delittuoso in esame, ma la cui compiuta ricognizione non è essenziale per l’accertamento della responsabilità individuale dell’imputato, poiché è possibile in qualche modo prescinderne, nella misura in cui l’identificazione del soggetto che cagionò la morte alle due povere vittime possa effettuarsi sulla base di certi elementi di prova, pur rimanendo oscure o non del tutto chiarite le reali ragioni del delitto.
Prima di analizzare partitamente gli elementi a carico dell’imputato è opportuno, comunque, soffermarsi brevemente sulle questioni specificamente attinenti al movente del delitto, sia per verificare se è possibile pervenire a delle conclusioni certe anche su tale aspetto del fatto di sangue in esame, sia perché tale indagine appare importante per saggiare l’attendibilità delle fonti di prova, sia, infine, per accertare se ricorrano, nel caso di specie, delle circostanze attenuanti del fatto.
Da più parti si è sostenuto che APRILE Natale fu indotto all’uccisione di BONASERA Michele e di INSANA Carmelo dal fatto di aver saputo che costoro lo volevano uccidere. Alcuni collaboratori hanno semplicemente riferito tale generica notizia (vedi dichiarazioni di PARATORE Vincenzo, di GIORGIANNI Salvatore , di RIZZO Rosario ), altri hanno fornito maggiori dettagli, sia sui soggetti che rivelarono all’APRILE tale progetto delittuoso ai suoi danni ed eventualmente lo sostennero nell’uccisione del BONASERA e dell’INSANA, sia sull’identità dei soggetti che volevano la morte di APRILE Natale e sulle ragioni della volontà omicida che avrebbe animato le due vittime, sia sul coinvolgimento di MARCHESE Mario nel fatto.
Con riferimento al primo punto, SANTACATERINA Umberto ha sostenuto che APRILE Natale fu avvisato dei pericoli cui stava andando incontro da LEARDO Luigi , altro personaggio che, come si vedrà meglio quando verrà trattata la sua posizione con riferimento al reato associativo, rivestiva un ruolo di rilievo all’interno del clan “MARCHESE”. Sostanzialmente analoghe a dette affermazioni sono quelle dichiarazioni che hanno attribuito allo stesso LEARDO Luigi ed a CUSCINA’ Francesco , soggetto appartenente pure al clan “MARCHESE”, un ruolo attivo a fianco di APRILE Natale . Così, MANCUSO Giorgio ha sostenuto che CUSCINA’ Francesco informò APRILE Natale del complotto ordito ai suoi danni, mentre LEARDO Luigi , che era a conoscenza di tutta la vicenda, avrebbe avuto, addirittura, un ruolo attivo nell’esecuzione del delitto. LEO Giovanni ha, allo stesso modo, affermato che LEARDO Luigi e CUSCINA’ Francesco “sapevano tutto il fatto [...] e l’hanno appoggiato”. LA TORRE Guido ha, poi, ricordato una discussione in carcere nella quale APRILE Natale avrebbe affermato che la responsabilità di tale omicidio andava divisa con CUSCINA’ Francesco , LEARDO Luigi e CENTORRINO Salvatore , anche se il collaboratore non ha saputo chiaramente spiegare il motivo per il quale costoro avrebbero dovuto prendersi “la loro responsabilità” e non può escludersi che egli abbia in proposito formulato delle mere congetture. Soprattutto vanno ricordate le dichiarazioni di MARCHESE Mario , il quale, benché fosse in carcere al momento del fatto, nella sua veste di capo del clan al cui interno sarebbe maturata la decisione omicida ed al quale appartenevano anche le vittime, dovette certamente essere informato di quanto era accaduto. Il MARCHESE ha, invero, riferito, in modo sostanzialmente conforme alle dichiarazioni dei precedenti collaboratori, che LEARDO Luigi e CUSCINA’ Francesco diedero notizia ad APRILE Natale di quanto andava maturando contro di lui. Parzialmente difformi sono, viceversa, le dichiarazioni di SPARACIO Luigi , il quale ha sostenuto che furono CENTORRINO Salvatore e LEARDO Luigi a rivelare ad APRILE Natale i propositi criminosi del BONASERA e dell’INSANA, nonché le dichiarazioni di ROMEO Carmelo , il quale ha sostenuto che fu Salvatore CENTORRINO a consigliare ad APRILE Natale “di guardarsi sia dall’INSANA che dal BONASERA”. Si deve ritenere, nondimeno, che entrambe le ricostruzioni, per certi versi simili, quella offerta da SPARACIO Luigi e quella offerta da ROMEO Carmelo , siano imprecise ed illogiche, almeno nella parte in cui hanno attribuito un ruolo di tal tipo al CENTORRINO, non solo perché i due collaboratori hanno sostenuto che appresero i fatti, rispettivamente, da MARCHESE Mario , il quale ha, però, dichiarato cosa diversa, e da APRILE Natale , che fu anche fonte delle conoscenze di SANTACATERINA Umberto e che avrebbe fornito a quest’ultimo una diversa ricostruzione dei fatti, ma soprattutto perché il suddetto racconto è inverosimile, tenuto conto che CENTORRINO Salvatore era cognato di BONASERA Michele e che i due uccisi erano a lui vicini (in tal senso si sono espressi MANCUSO Giorgio , LEO Giovanni e CASTORINA Pasquale ), sicché non è pensabile che il CENTORRINO abbia tenuto un comportamento che avrebbe potuto senza dubbio attirare nei confronti delle due vittime l’ira di APRILE Natale .
Con riferimento al secondo punto, LA TORRE Guido ha sostenuto che, nel corso di una riunione, alla quale partecipò anche CUSCINA’ Francesco , fu decretata la morte di APRILE Natale da parte di BONASERA Michele e di CENTORRINO Salvatore . Analogamente, LEO Giovanni ha riferito che CENTORRINO Salvatore , il quale aveva certamente uno spessore criminale maggiore del BONASERA, “aveva preparato una fossa per uccidere il Natale”. Del tutto concordanti sono, poi, le dichiarazioni di CASTORINA Pasquale , secondo cui le due vittime dovevano consegnare APRILE Natale a CENTORRINO Salvatore “per ammazzarlo”. Allo stesso modo MANCUSO Giorgio ha, infine, affermato che CENTORRINO Salvatore aveva proposto l’eliminazione di APRILE Natale per non meglio chiariti dissidi tra i due. Anche con riferimento a questo momento della vicenda in esame, la descrizione più particolareggiata degli avvenimenti è stata, però, effettuata da MARCHESE Mario , il quale ha affermato che CENTORRINO Salvatore prese la decisione di uccidere APRILE Natale a seguito di una “tragedia”, in quanto BONASERA Michele gli aveva riferito in modo impreciso e parziale una frase che APRILE Natale aveva pronunciato nel corso di una riunione con GIORGIANNI Salvatore e che era stata interpretata come espressione della volontà dell’APRILE di uccidere, a sua volta, il CENTORRINO. Occorre, tuttavia, osservare che la ricostruzione effettuata dal MARCHESE non risulta del tutto convincente. Va, anzitutto, rilevato che le dichiarazioni di MARCHESE Mario su tale punto presentano una ridottissima attendibilità intrinseca, poiché è evidente l’interesse del collaboratore ad alterare la realtà dei fatti, offrendo un movente a lui del tutto estraneo. Tale interesse risulta, d’altronde, palese quando si esaminano le dichiarazioni del collaboratore circa il momento in cui egli fu informato di tutta la vicenda e quello nel quale acquisì consapevolezza in ordine a quanto stava per accadere o era già accaduto. Esse appaiono, infatti, come si vedrà, anche su tali punti, del tutto insoddisfacenti e sembra, di conseguenza, che il MARCHESE sia stato animato dall’analogo intento di allontanare da sé il sospetto di un diretto coinvolgimento nel fatto. Va, soprattutto, osservato che le dichiarazioni del MARCHESE, non aggiungono semplicemente degli elementi al racconto, per ogni altro verso compatibile, degli altri collaboratori, ma appaiono, ad un più attento esame, in contrasto con le altre dichiarazioni. Il MARCHESE ha, infatti, riferito di avere appreso le suddette circostanze da APRILE Natale e sorprende grandemente che tutti gli altri collaboratori i quali ebbero notizia di tale fatto, parimenti, da APRILE Natale non ne abbiano fatto cenno, mentre sarebbe stato del tutto logico che, nella descrizione della vicenda, APRILE Natale si soffermasse con tutti e non solo con il MARCHESE su tale rilevante antefatto. Sia GIORGIANNI Salvatore che SPARACIO Luigi , inoltre, chiamati a riferire qualche particolare in più sulle asserite riunioni tra APRILE Natale e GIORGIANNI Salvatore per la realizzazione in comune di attività delittuose, pur non negando che vi furono approcci di tal tipo, hanno ricordato, ancorché in modo non del tutto preciso, che, con ogni probabilità, gli incontri tra i soggetti suindicati avvennero solo dopo il duplice omicidio in esame, con ciò smentendo il MARCHESE. Va, infine, notato che VENTURA Salvatore e, soprattutto, SPARACIO Luigi , il quale ha sostenuto di aver saputo i fatti proprio da MARCHESE Mario , hanno proposto una diversa lettura degli avvenimenti che ricollega l’omicidio del BONASERA e dell’INSANA all’attività illecita di natura estorsiva da costoro compiuta nell’interesse del clan “MARCHESE” all’interno della Fiera di Messina. Può certamente obiettarsi che il VENTURA non ha dato adeguata spiegazione di come sia venuto a conoscenza di simili circostanze, tenuto conto che a quel tempo si trovava detenuto, mentre il racconto di SPARACIO Luigi è in qualche modo contraddittorio, poiché il collaboratore non è riuscito a spiegare per quale motivo tale fatto determinò un contrasto tra LEARDO Luigi e CENTORRINO Salvatore e, soprattutto, perché non sia stato informato il MARCHESE, tenuto conto che si trattava di una vicenda che riguardava gli interessi dell’intero gruppo. Entrambi i suddetti collaboratori hanno, tuttavia, indicato una prospettiva del tutto originale per l’analisi della vicenda in esame e, pur non essendo la loro ricostruzione del tutto soddisfacente, appare, su questo punto, molto più coerente ed attendibile di quella proposta dal MARCHESE.
Con riferimento all’ultimo punto prima evidenziato, SANTACATERINA Umberto e CASTORINA Pasquale hanno affermato che MARCHESE Mario fu previamente informato dei contrasti che stavano maturando all’interno del proprio gruppo criminoso ed ebbe nel fatto un qualche ruolo attivo. Il MARCHESE ha, però, negato recisamente tale circostanza, affermando che egli seppe quale fu il reale svolgimento degli avvenimenti solo quando APRILE Natale , qualche mese dopo, venne arrestato e gli riferì tutta la vicenda. Il collaboratore è stato, tuttavia, smentito in tale parte del suo racconto da PARATORE Vincenzo, il quale ha, viceversa, ricordato che, già poco tempo dopo il duplice omicidio, il MARCHESE gli fece chiaramente capire che era perfettamente consapevole del fatto che l’attentato fosse maturato all’interno del proprio stesso gruppo criminoso. Il racconto del collaboratore non è, inoltre, per nulla convincente. E’, infatti, assurdo pensare che MARCHESE Mario , il quale non conosceva, secondo le sue dichiarazioni, i retroscena del delitto, non abbia cercato immediatamente di informarsi di quello che era successo, per evitare che si verificasse una spaccatura all’interno del gruppo criminoso da lui diretto, dal quale si allontanarono, proprio in conseguenza di tale vicenda, BONASERA Angelo ed INSANA Romualdo , fratelli degli uccisi. Lo stesso MARCHESE Mario ha, d’altronde, sostenuto che APRILE Natale sarebbe morto il giorno dopo l’omicidio “se aveva sbagliato”, mentre l’atteggiamento che egli tenne nei confronti di quest’ultimo avrebbe potuto difficilmente giustificarsi in relazione ad una vicenda i cui contorni non erano stati ancora chiariti, poiché fu percepito da tutti come una sorta di approvazione della sua condotta (“si vedeva facilmente che io non ho accettato di fare ammazzare a lui”).
Ritiene, invero, questa Corte che, nonostante tutti gli sforzi compiuti, non sia, comunque, possibile trarre delle conclusioni certe su tutte le questioni sopra elencate, le quali appaiono strettamente connesse tra loro ed in larga parte oscure, anche per quegli aspetti sui quali sembra, ad un esame superficiale, di poter cogliere una qualche convergenza tra le fonti, come in relazione al ruolo del CUSCINA’ e del LEARDI ed alla identificazione dei soggetti che furono protagonisti di quel conflitto, apertosi all’interno del clan “MARCHESE”, che portò alla morte del BONASERA e dell’INSANA. Seri dubbi possono, infatti, avanzarsi sull’attendibilità dei diversi racconti, non tanto perché appaiano poco plausibili o contraddittori, quanto per un motivo fondamentale ed assorbente, consistente nel fatto che tutti i collaboratori sentiti ebbero sul punto come loro fonte di conoscenze o lo stesso imputato APRILE Natale o MARCHESE Mario , i quali avevano un evidente interesse ad alterare la realtà.
Già si è visto, d’altronde, come le dichiarazioni del MARCHESE appaiano in più parti sospette. Non si vuole, invero, sostenere che vi sia il pericolo che il collaboratore, il quale non ha esitato ad ammettere le proprie colpe con riferimento a numerosi altri delitti di analoga gravità, possa essere stato spinto dalla volontà di sottrarsi alle proprie responsabilità penali, ma si vuole evidenziare che le incoerenze del suo racconto possono nascondere l’abile tentativo, posto in essere già nell’immediatezza del fatto, di sviare i sospetti gravanti su di lui, al fine, verosimilmente, di respingere l’accusa (da taluno avanzata anche nel presente procedimento) di essere persona poco affidabile, ovvero con il presumibile proposito di placare il desiderio di vendetta da parte dei familiari delle vittime. Se così è, anche le informazioni sulle ragioni del duplice omicidio che diversi collaboratori appresero nel corso degli anni dal MARCHESE appaiono, allora, molto poco attendibili.
Lo stesso è da dire per quelle notizie che derivano, secondo lo stesso racconto dei collaboratori, da confidenze effettuate dall’imputato APRILE Natale . Non poteva, infatti, sfuggire a quest’ultimo che l’azione delittuosa da lui perpetrata contro due affiliati del suo stesso clan sarebbe stata del tutto ingiustificabile, anche secondo le regole di comportamento vigenti negli ambienti criminali mafiosi, se non quale immediata reazione ad una situazione di pericolo per la sua stessa vita, mentre assumeva secondario rilievo la circostanza che egli avesse potuto agire su specifico mandato del MARCHESE. E’ evidente, allora, che egli aveva tutto l’interesse a propinare una simile versione dei fatti e che anche il suo racconto sulle ragioni che lo indussero a compiere la condotta criminosa in esame sia privo di sufficiente attendibilità.
Le suesposte considerazioni non tolgono, comunque, qualsiasi valore probatorio alle dichiarazioni dei diversi collaboratori. Non vi è dubbio, infatti, che il duplice omicidio maturò all’interno del clan “MARCHESE” e le differenti descrizioni degli eventi che precedettero il delitto, pur non consentendo di comprendere quale sia stato il reale svolgimento dell’intera vicenda, valgono inconfutabilmente a dimostrare la fondatezza del superiore assunto, non solo perché esso è compatibile con gli elementi relativi alla prova storica del fatto, ma soprattutto perché tutti i collaboratori sono assolutamente concordi nell’interpretare in tal modo la vicenda e pure MARCHESE Mario , che avrebbe avuto interesse, secondo quanto si è detto, a prendere le distanze dal delitto, non ha potuto fare a meno di ammettere la suddetta circostanza, ancorché abbia inserito il fatto in un quadro complessivo nel quale sembra che le incomprensioni tra i singoli abbiano avuto il sopravvento e che gli interessi illeciti del gruppo siano rimasti sullo sfondo.
Va, inoltre, sottolineato che le ragioni in base alle quali sembra a questa Corte che le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sentiti su tale fatto presentano elementi che ne inficiano irrimediabilmente l’attendibilità con riferimento alla descrizione del movente del delitto e delle vicende che ne costituirono il logico presupposto, non si estendono a quelle parti del loro racconto nelle quali è stata formulata l’accusa nei confronti di APRILE Natale . In una certa misura anche la descrizione dell’azione esecutiva potrebbe, in realtà, aver subito influenze in relazione al movente che ciascuno dei dichiaranti ha proposto, poiché è, ad esempio, più plausibile ipotizzare una sorta di immediata reazione da parte di APRILE Natale nei confronti di BONASERA Michele e di INSANA Carmelo se si ritenesse che furono costoro a cercare l’imputato a casa sua e non che fu quest’ultimo ad andare alla ricerca delle vittime. Anche questo aspetto della vicenda è, tuttavia, secondario e non può incidere sul punto fondamentale, relativo all’identificazione del killer nell’imputato APRILE Natale , tenendo presente che l’attendibilità dei diversi collaboratori, anche se denegata per una parte del racconto, quella relativa al movente del delitto, in relazione alla quale sono ravvisabili specifici elementi di sospetto, non coinvolge necessariamente tutte le altre parti che risultano, viceversa, intrinsecamente verosimili e coerenti e che reggono alla verifica del riscontro esterno, secondo il cosiddetto principio della “frazionabilità” della chiamata, sul quale ci si è soffermati nella parte introduttiva della presente sentenza dedicata a questioni di ordine metodologico.
SANTACATERINA Umberto ha sostenuto di aver saputo da tale BARBUSCIA Francesco che le due vittime si allontanarono, il pomeriggio nel quale vennero uccise, in auto insieme ad APRILE Natale ed ha, quindi, aggiunto di avere appreso ulteriori particolari del fatto dallo stesso imputato. Si tratta di dichiarazioni, come si suole dire, de relato, per la cui valutazione occorre, come si è sottolineato nella parte introduttiva della presente sentenza, la massima circospezione, superiore a quella sempre necessaria nell’esame di accuse formulate da collaboratori di giustizia, da accogliere in ogni caso con grande prudenza. In tale giudizio è di fondamentale importanza la verifica, oltre che dell’attendibilità della fonte immediata, problema, questo, comune alle altre fonti rappresentative costituite da dichiarazioni, anche dell’attendibilità della fonte primigenia o mediata, potendo verificarsi il caso che quest’ultima non abbia percepito correttamente o non abbia rappresentato esattamente, per i motivi più disparati, involontariamente o volontariamente, il fatto da provare. Orbene, con riferimento alla cosiddetta fonte immediata, l’attendibilità delle dichiarazioni di SANTACATERINA Umberto risulta particolarmente elevata, non solo perché, come si è evidenziato numerose altre volte, il collaboratore è stato il primo a descrivere l’azione delittuosa e ad indicare agli inquirenti il soggetto che se ne rese responsabile, sicché può tranquillamente escludersi che le sue dichiarazioni siano state influenzate o condizionate da quelle di altri collaboratori, ma anche perché il suo racconto è sufficientemente preciso e rivela l’originalità ed affidabilità delle sue conoscenze, mentre non sono state indicate situazioni che possano rendere particolarmente elevato il pericolo di accuse calunniose nei confronti dell’imputato. Guardando, poi, alla cosiddetta fonte mediata, già si è detto che non osta all’utilizzazione della deposizione del collaboratore il rilievo che questi affermi di aver saputo circostanze rilevanti del fatto da provare dallo stesso imputato, ma si è anche sottolineato che, in tal caso, risponde alla logica probatoria che si adoperi la massima cautela nella valutazione di una simile prova, in un esame complessivo di tutte le circostanze del caso, poiché non può, senza dubbio, essere attribuito grande peso a quelle fonti di accusa che, per la loro particolare conformazione strutturale, risultino sostanzialmente inconfutabili dall’accusato. L’attendibilità dell’accusa non può, pertanto, poggiare, se non in misura ridotta, su quella parte del racconto del collaboratore nella quale questi ha affermato di avere ricevuto delle ammissioni di responsabilità direttamente da APRILE Natale , col quale non risulta, peraltro, che vi fossero rapporti tali da giustificare le asserite confidenze, quanto, piuttosto, su quella parte, che appare, viceversa, del tutto verosimile e convincente, nella quale il SANTACATERINA ha riferito di aver appreso alcuni rilevanti elementi di conoscenza sul fatto delittuoso in esame da BARBUSCIA Francesco. Tale circostanza appare, invero, pienamente affidabile ed idonea a dare credibilità all’accusa, così come attendibile appare il racconto che il collaboratore ricevette dal BARBUSCIA. Nonostante le contrastanti dichiarazioni di quest’ultimo, il quale ha mostrato chiaramente di non volere collaborare con la giustizia per l’accertamento della verità (esemplari sono, in proposito, le risposte evasive date dal teste quando gli è stato chiesto da chi acquistasse sostanze stupefacenti), vi sono, infatti, numerosi elementi che contribuiscono a rendere del tutto verosimili le dichiarazioni del SANTACATERINA, le quali hanno ricevuto dalla deposizione del teste alcune significative conferme. Il BARBUSCIA ha, infatti, ammesso sia l’esistenza di rapporti, anche se solo per il consumo di droga, con SANTACATERINA Umberto, sia di abitare nella zona di Maregrosso, dove pure viveva APRILE Natale , sia di conoscere una delle due vittime, INSANA Carmelo. Egli ha, viceversa, negato di conoscere APRILE Natale , ma ciò appare, in verità, poco persuasivo ed anzi sospetto, tenuto conto che il quartiere di Maregrosso si estende in una piccola zona cittadina e non è certamente molto abitato. Va, d’altronde, rilevato che la circostanza appresa dal SANTACATERINA attraverso le parole del BARBUSCIA, pur non rappresentando direttamente il fatto oggetto di prova, riveste, in considerazione delle modalità esecutive del duplice omicidio, un notevolissimo valore indiziario, come lo stesso collaboratore non ha mancato di rilevare.
Le accuse di SANTACATERINA Umberto, che appaiono, per i motivi suesposti, di particolare pregnanza probatoria, hanno trovato, poi, conferma nelle dichiarazioni di PARATORE Vincenzo, di LA TORRE Guido, di SPARACIO Luigi e di CASTORINA Pasquale , i quali hanno concordemente affermato di avere saputo da BONASERA Angelo , fratello di una delle due vittime, che APRILE Natale era stato l’esecutore materiale del fatto di sangue. Va rilevato, in primo luogo, che tutti i suddetti collaboratori appartenevano al clan “SPARACIO”, mentre le due vittime, come si è detto, al clan “MARCHESE”, ma non deve sorprendere che essi abbiano potuto ricevere una simile confidenza da parte del BONASERA, poiché, come è stato unanimemente ricordato, il duplice omicidio in esame determinò un avvicinamento di BONASERA Angelo e di INSANA Romualdo al clan “SPARACIO”, sicché è ragionevole supporre che vi furono più occasioni per parlare di tale delitto, che costituì la ragione fondamentale per la quale i fratelli delle due vittime non nutrirono più fiducia in MARCHESE Mario . Il problema dell’attendibilità dei suddetti collaboratori è, in realtà, legato strettamente alla diversa questione relativa all’affidabilità delle conoscenze in possesso di BONASERA Angelo sulla morte del fratello Michele. Orbene, lo stesso MARCHESE Mario , pur avendo affermato che egli apprese i fatti direttamente da APRILE Natale , ha sostanzialmente confermato la circostanza che BONASERA Angelo conosceva l’identità del killer, osservando che BONASERA Michele non morì immediatamente e probabilmente poté parlare con i propri familiari. Sembra, invero, che il collaboratore abbia formulato in proposito una mera congettura, ma si deve sottolineare che una simile ipotesi è, sotto certi aspetti, verosimile, tenuto conto che BONASERA Michele giunse ancora vigile in ospedale, anche se in stato di shock (vedi cartella clinica allegata alla relazione di perizia medico legale necroscopica), mentre non appare decisiva in contrario la circostanza che la moglie, NUNNARI Maria, abbia negato di avere mai avuto la possibilità di parlare con suo marito mentre questi si trovava ricoverato nel reparto di terapia intensiva. Va, soprattutto, rilevato che, a prescindere dalle circostanze attraverso le quali i familiari delle vittime vennero a conoscenza dell’identità del killer (è possibile, invero, che APRILE Natale sia stato visto da altre persone), può difficilmente dubitarsi che essi non fossero certi della colpevolezza dell’imputato ed è sintomatico di ciò il comportamento tenuto in carcere da BONASERA Angelo e da INSANA Romualdo , i quali pretesero un’adeguata risposta da parte del MARCHESE nei confronti di APRILE Natale , in mancanza della quale decisero di transitare nelle fila del clan “SPARACIO”.
Ulteriore conferma delle accuse nei confronti di APRILE Natale proviene, inoltre, dalle dichiarazioni di LA TORRE Guido, di GIORGIANNI Salvatore e di SPARACIO Luigi , nella parte in cui costoro hanno riferito, in modo del tutto verosimile, delle vicende verificatesi, in tempi diversi, sia in carcere che fuori dal carcere. Essi hanno, infatti, affermato che BONASERA Angelo ebbe dei contrasti (sui quali ha parlato anche CASTORINA Pasquale ) con i soggetti che riteneva colpevoli dell’uccisione del fratello, vale a dire MARCHESE Mario e APRILE Natale , e che, nel corso di tali discussioni, quest’ultimo non contestava la circostanza che egli fosse l’autore del duplice omicidio, ma cercava semplicemente di dare una giustificazione alla propria azione. Anche tali fatti assumono, ad avviso di questa Corte, un precipuo valore probatorio perché, da un lato, il racconto dei collaboratori escussi risulta particolarmente attendibile, essendo stati essi testimoni diretti delle vicende narrate, e, dall’altro lato, l’asserita condotta di APRILE Natale appare, nel complessivo contesto circostanziale, inequivocabilmente sintomatica del coinvolgimento dell’imputato nel fatto di sangue.
Grande rilievo va attribuito anche alle accuse provenienti da MARCHESE Mario , il quale dovette conoscere molto bene quale fu lo svolgimento dei fatti, non fosse altro perché ne doveva essere interessato, trattandosi di una vicenda che aveva scosso la coesione interna del gruppo criminoso da lui diretto. La circostanza che il collaboratore abbia reso le prime dichiarazioni su tale fatto solo al dibattimento non appare decisiva per inficiare l’attendibilità del suo racconto, ma sembra che possa, anzi, interpretarsi come un estremo tentativo di mantenere il segreto su un fatto che coinvolgeva direttamente un soggetto, APRILE Natale , con il quale egli era legato da un rapporto di amicizia, oltre che da un rapporto di tipo delinquenziale. Non sono state, comunque, evidenziate situazioni che possano rendere elevato il pericolo di accuse calunniose nei confronti dell’imputato, ma anzi la circostanza che questi fosse organicamente inserito nel clan “MARCHESE” rende piuttosto remoto il pericolo che le accuse di MARCHESE Mario trovino la propria ragione in vecchi rancori non sopiti che potrebbero eventualmente giustificarsi nei confronti di soggetti un tempo appartenenti a gruppi contrapposti.
Meno convincenti ma non per questo prive di valore sono, poi, le dichiarazioni di ROMEO Carmelo , essendo rimasti piuttosto fumosi i rapporti esistenti tra il collaboratore e l’imputato, quelle di LEO Giovanni , che non ha adeguatamente chiarito in quali circostanze e per quale motivo parlò di tale fatto con CUSCINA’ Francesco , e quelle di MANCUSO Giorgio , che è stato piuttosto incerto nell’indicare la fonte delle sue conoscenze. Tali accuse giovano, tuttavia, a confortare ulteriormente un quadro probatorio che, già sulla base delle dichiarazioni dei collaboratori prima citati, appare sufficientemente definito.
Le dichiarazioni di SANTACATERINA Umberto e quelle degli altri collaboratori sopra ricordati, concordanti tra loro nel nucleo fondamentale dell’accusa nei confronti di APRILE Natale e coerenti con gli altri elementi relativi alla prova storica del fatto ed alla personalità dell’imputato, non possono, allora, lasciare dubbi, ad avviso di questa Corte, in ordine alla partecipazione dell’imputato al fatto in esame, con il ruolo di killer.
Alla luce delle suesposte considerazioni deve, pertanto, ritenersi pienamente provata la sussistenza degli elementi oggettivi e soggettivi dei reati di omicidio in persona di BONASERA Michele e di INSANA Carmelo, nonché dei reati di detenzione e porto illegali di una pistola calibro 38 e delle relative munizioni, con tutte le aggravanti oggettive contestate. Va, pertanto, affermata la penale responsabilità di APRILE Natale in ordine a tali delitti, che debbono considerarsi astretti tra loro dal vincolo della continuazione, essendo stati all’evidenza commessi in esecuzione di un medesimo disegno criminoso.
Non risulta, viceversa provata l’aggravante soggettiva della premeditazione, la quale consiste, come si è visto, più volte, in una particolare intensità del dolo, per la cui configurabilità sono richiesti due elementi, uno di natura cronologica e l’altro di carattere ideologico.
Come si è già osservato in precedenza, la circostanza aggravante della premeditazione, consistendo in un fatto interiore, non è di agevole accertamento e va necessariamente desunta da fatti estrinseci che abbiano valore sintomatico della fredda e perdurante determinazione a commettere il reato. Nel caso di specie non vi sono, tuttavia, elementi per potere affermare che la risoluzione criminosa rimase ferma nell’animo dell’imputato APRILE Natale senza soluzioni di continuità fino alla commissione del crimine per un intervallo temporale sufficiente a farlo riflettere ed eventualmente recedere dal proposito. I collaboratori escussi non hanno fornito, infatti, alcun chiarimento utile per comprendere quando iniziò la partecipazione morale dell’imputato al fatto delittuoso. Il ruolo essenzialmente esecutivo che APRILE Natale rivestiva all’interno del clan “MARCHESE” e l’organizzazione accentuatamente gerarchica di tale sodalizio (su questo punto vedi quello che si è detto a proposito dell’associazione “MARCHESE” a pag. 402 e seg.) non consentono, invero, neppure nel caso in cui dovesse ipotizzarsi che l’azione delittuosa fu il momento attuativo di uno specifico mandato ad uccidere, di escludere che l’inizio della partecipazione al fatto dell’esecutore materiale si sia verificato pochissimo tempo prima della sua consumazione, mentre nel caso in cui si dovesse accogliersi il movente che è stato genericamente accreditato dai diversi collaboratori di giustizia, il delitto sembra il frutto di una decisione improvvisa ed estemporanea.
Va, ancora, evidenziato che non è certamente configurabile la scriminante della legittima difesa putativa, come ha sostenuto, anche se in linea subordinata, la difesa dell’imputato. Non vi è prova, infatti, che l’imputato abbia agito nel timore che le vittime stessero progettando di ucciderlo. E’ sufficiente rilevare, in proposito, che le fonti di prova non sono univoche sul punto e, soprattutto, che esse appaiono di ridottissima attendibilità, dovendosi ricordare quello che si è detto prima sul movente del delitto e sull’assoluta impossibilità di giungere, in base alle diverse dichiarazioni, a delle conclusioni certe sulle vicende che portarono alla consumazione del duplice omicidio. Ma anche se fosse vero che il fatto va collocato in una più complessa vicenda nella quale l’imputato, a torto o a ragione, poteva temere per la propria incolumità, è evidente che non ricorre la fattispecie invocata dalla difesa, poiché APRILE Natale , sia nel caso in cui avesse seguito le due vittime quando queste si recarono a casa sua a prelevarlo, sia nel caso in cui fosse egli andato alla ricerca delle vittime, non si trovò nella necessità di reagire cagionando la morte dei due. Nel momento stesso in cui scese dall’autovettura dove si trovava insieme al BONASERA ed all’INSANA e prima di sparare i colpi di pistola all’indirizzo delle vittime, si era, infatti, già sottratto, almeno momentaneamente, a quella situazione di pericolo (reale o supposta erroneamente) per la propria vita, senza offendere i temuti aggressori.
Non può essere applicata neppure l’invocata attenuante della provocazione, che è un’attenuante tipicamente soggettiva, per la cui sussistenza occorre non solo un fatto ingiusto altrui, ma anche uno stato d’ira, vale a dire uno sconvolgimento emotivo che diminuisce la forza di inibizione la delitto e determina l’azione criminosa, mentre nel caso di specie non è certamente ravvisabile un simile stato d’animo, ma, eventualmente, uno stato d’animo diverso, come il risentimento, la vendetta o la paura.
Non possono essere, infine, concesse ad APRILE Natale le attenuanti generiche, tenuto conto non solo delle modalità della condotta che manifestano l’elevatissima pericolosità sociale dell’imputato, il quale si è scientemente armato di una pistola al fine di uccidere con incredibile ferocia, freddezza e determinazione, ma anche in considerazione delle caratteristiche del fatto, che è della massima gravità sia obiettivamente, poiché è consistito nella soppressione della vita di due persone, sia in relazione al contesto di criminalità organizzata all’interno del quale esso è certamente maturato.
Per l’irrogazione delle pene si rinvia al termine di tutti gli episodi delittuosi.