2.3.4.21. Rapina ai danni dei magazzini di abbigliamento “Siracusano Pasquale”

La mattina del 27 novembre 1989, intorno alle ore 8,00 due persone armate di pistola e travisate con passamontagna si introducevano negli uffici del negozio di abbigliamento “SIRACUSANO Pasquale”, per rapinare gli incassi giornalieri dell’esercizio commerciale, che vi si trovavano custoditi all’interno di una cassaforte. Tali uffici erano siti al secondo piano dello stesso stabile nel quale si trovava il negozio di abbigliamento suddetto, ma avevano un ingresso autonomo in piazza Cairoli - via XXVII Luglio ed erano in comunicazione, mediante un ascensore interno, tanto con il negozio che con la casa di abitazione dei SIRACUSANO. I rapinatori approfittarono del fatto che in detti uffici erano in corso dei lavori di ristrutturazione e che, pertanto, per consentire agli operai l’entrata e l’uscita del materiale occorrente ai detti lavori, erano aperti sia il cancello posto sul ballatoio, attraverso il quale si raggiungeva la porta di ingresso, sia detta porta, normalmente chiusi. All’interno degli uffici, al momento dell’irruzione dei rapinatori, si trovavano tale SGROI Giovanni, escusso all’udienza dibattimentale del 27-10-1995, che lavorava come elettricista alle dipendenze della ditta “BOTTA Giovanni” e che in quel momento stava installando un aspiratore dentro un bagno, tale CICERO Gaetano, escusso all’udienza dibattimentale del 7-11-1995, che lavorava come imbianchino, nonché tale D’ANGELO Giuseppe, uomo di fiducia della ditta “SIRACUSANO”, che aveva provveduto la mattina ad aprire il cancello e la porta agli operai e che aveva il compito di controllare l’ingresso per evitare l’accesso di persone estranee, ma che in quel momento stava aiutando l’elettricista sopra menzionato. Successivamente sopraggiungevano, nell’ordine, il ragioniere MESSINA Vincenzo, escusso all’udienza dibattimentale del 27-10-1995, contabile della ditta “SIRACUSANO”, che cercò di togliere il passamontagna ad una della due persone incappucciate, pensando che si trattasse di uno scherzo, e che venne da questa colpito in testa con il calcio della pistola, SIRACUSANO Daniela, escussa pure lei all’udienza dibattimentale del 27-10-1995, figlia del titolare, che si trovava incinta e che si spacciò per una delle commesse, il ragioniere NACLI’, che era il contabile della catena di negozi della società “MY MARKET”, della quale era amministratore la moglie del SIRACUSANO ed i cui incassi giornalieri venivano a confluire nei medesimi uffici della ditta “SIRACUSANO”, e, infine, SIRACUSANO Pasquale, titolare del negozio. Quel giorno era lunedì mattina ed il negozio non era, pertanto, aperto al pubblico, trattandosi del giorno di chiusura settimanale, ma era stata indetta, per le ore 8,45, una riunione del personale, che avrebbe dovuto tenersi nei locali del negozio e della quale i rapinatori si mostrarono a perfetta conoscenza, poiché avevano fretta di andar via prima che arrivassero gli altri dipendenti. Essi si trattennero, nondimeno, piuttosto a lungo all’interno dei locali suindicati, mantenendo i presenti sotto la minaccia delle armi, poiché attendevano l’arrivo del “ragioniere” che essi sapevano essere in possesso delle chiavi della cassaforte. Essi chiesero, in un primo tempo, al MESSINA se avesse dette chiavi e, accertato che questi non ne era in possesso, attesero il NACLI’, che giunse solo dopo parecchio tempo, ed al quale fu intimato di aprire la cassaforte, al cui interno i rapinatori trovarono una notevole somma di denaro, che subito dopo il fatto venne quantificata intorno a £ 60.000.000 (vedi sul punto la deposizione, all’udienza del 27-10-.1995, dell’agente ZAGO Giuseppe, della Sezione Volanti della Questura di Messina, il quale si recò sul posto subito dopo il fatto, insieme all’assistente PERRONE Vincenzo, escusso all’udienza dibattimentale del 7-11-1995, per la constatazione del reato), oltre a valuta straniera, delle pesetas spagnole, pari a circa 10.000.000 di lire italiane (vedi verbale di ricezione di denuncia sporta da SIRACUSANO Daniela alla Questura di Messina in data 27-11-1989, che trovasi inserita nella cartella N. 187). Né SIRACUSANO Daniela, né MESSINA Vincenzo, hanno, tuttavia, saputo indicare con esattezza al dibattimento l’ammontare del denaro asportato. La notevole quantità di denaro custodita in cassaforte si giustificava con il fatto che si trattava degli incassi di diversi giorni relativi non solo al negozio “SIRACUSANO”, ma anche ai numerosi punti vendita “MY MARKET”, che non erano stati versati in banca a causa di uno sciopero degli istituti di credito che si protraeva ormai da circa tre giorni. Dopo aver perpetrato la rapina i due malviventi chiusero le suddette persone all’interno di una stanza e si diedero alla fuga. Particolare importanza per la ricostruzione dei fatti assumono, oltre alle deposizioni dei testi sopra menzionati, le dichiarazioni rese a personale della Questura di Messina in data 27-11-1989 da ADORNO Angelo, che sono state acquisite all’udienza del 27-10-1995, su richiesta del Pubblico Ministero, ai sensi dell’art. 512 c.p.p., essendo, frattanto, l’ADORNO deceduto ed essendo, pertanto, divenuta impossibile la ripetizione dell’atto. ADORNO Angelo era il portiere dello stabile al cui interno si trovavano gli uffici della ditta “SIRACUSANO” e la mattina della rapina vide due giovani, entrambi a viso scoperto, salire, poco prima delle ore 8,00, senza dire nulla, su per le scale che conducevano ai predetti uffici e, successivamente, li notò scendere dalle medesime scale ed avviarsi verso l’uscita con una busta di carta in mano “tipo spesa color marroncino chiaro con pallini scuri”, mentre uno diceva all’altro, alzandosi il bavero della giacca, “che sulla moto faceva freddo”. Si trattava, evidentemente, dei due rapinatori, poiché pochissimo tempo dopo che i due si erano allontanati, scesero di corsa SIRACUSANO Daniela insieme al marito, nel vano tentativo di inseguire quelle persone. L’ADORNO ha, altresì, riferito che i due soggetti suindicati si erano già introdotti nello stabile la settimana prima, erano, anche quella volta, saliti su per le scale e se ne erano andati via dopo pochi minuti, ma in quella occasione egli fu ripreso da Pippo D’ANGELO, impiegato di SIRACUSANO, il quale gli chiese “come mai facevo salire quella gente”. L’ADORNO ha potuto anche fornire agli inquirenti una descrizione abbastanza precisa dei due giovani, riferendo che essi erano entrambi vestiti di scuro e che uno era alto circa “mt. 1,70, corporatura magra, di circa 22 o 23 anni, capelli neri all’indietro, non tanto lunghi, viso sfinato di colorito scuro. [...] L’altro era più basso, forse mt. 1,65, corporatura magra, età più o meno la stessa del primo, capelli neri normali senza riga, forse all’indietro”.

Le indagini svolte dalle forze dell’ordine nell’immediatezza del fatto per individuare i colpevoli della rapina furono infruttuose e all’esito delle stesse, non essendo stati identificati i responsabili dell’azione delittuosa, il G.I.P. presso il Tribunale di Messina disponeva, con decreto del 26-1-1990, l’archiviazione del procedimento a carico di ignoti. Solo a seguito delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia SANTACATERINA Umberto, il Pubblico Ministero, previo decreto di autorizzazione del G.I.P. emesso in data 1-3-1993, riapriva le indagini e, all’esito delle stesse, chiedeva ed otteneva il rinvio a giudizio davanti a questa Corte degli imputati LENTINI Stellario , CALABRO’ Salvatore , COLAFATI Vincenzo  e GIORGIANNI Salvatore  per rispondere dei reati di rapina pluriaggravata, essendo stato commesso il fatto con armi e in più persone riunite e travisate (capo “139”), di porto e detenzione illegali di due pistole calibro 7,65 di marca imprecisata con le relative munizioni, con le aggravanti di aver commesso il fatto per eseguire il reato di rapina, in più persone ed in luogo in cui vi era concorso di persone (capo “138”).

In ordine a tale fatto hanno reso dichiarazioni i collaboratori di giustizia SANTACATERINA Umberto, LA TORRE Guido, CASTORINA Pasquale , LEO Giovanni , CARIOLO Antonino , SPARACIO Luigi , nonché, anche quali imputati, GIORGIANNI Salvatore  e COLAFATI Vincenzo .

SANTACATERINA Umberto (sentito alle udienze in sede di incidente probatorio del 16-2-1994 e del 15-3-1994) ha dichiarato che, alcuni giorni dopo la perpetrazione della rapina ai danni del negozio “SIRACUSANO”, egli andò a trovare a casa sua a Bordonaro CALABRO’ Salvatore  (poi preciserà che era la prima volta che gli faceva visita da quando egli era stato liberato nel marzo 1989), con il quale era amico, avendo lavorato insieme a lui in cucina al carcere di Gazzi, pur appartenendo questi al clan “SPARACIO”, mentre egli apparteneva al clan “LEO”, e seppe in tale occasione che era stato lui l’autore della rapina insieme a LENTINI Stellario  ed a GIORGIANNI Salvatore , mentre “il COLAFATI gli aveva portato questa base tramite un altro operaio di SIRACUSANO, che l’aveva detto al COLAFATI ed il COLAFATI gliel’aveva detto a loro di fare ‘sta rapina”. Il collaboratore ha, tuttavia, detto successivamente che coloro che parteciparono materialmente alla rapina furono in quattro e, quando il difensore di un imputato gli ha contestato che nell’interrogatorio reso al Pubblico Ministero egli aveva indicato soltanto tre persone, il SANTACATERINA ha aggiunto che “il quarto era sotto in macchina allora”. L’azione delittuosa fu perpetrata di lunedì, quando il negozio era chiuso, ma in quel periodo vi erano dei lavori in corso, ed il bottino fu ingente “quasi cento milioni e più”, mentre essi pensavano di trovare venti o trenta milioni. Il CALABRO’ gli riferì tali particolari sull’ammontare del denaro rapinato “perché gli aveva comprato anche un Y10 a sua sorella”.

LA TORRE Guido (sentito alle udienze del 30-4-1996 e del 7-5-1996) ha dichiarato che mentre egli si trovava detenuto arrivò a casa sua un milione di lire attraverso il proprio cognato GIORGIANNI Salvatore  e seppe che era frutto della rapina che costui aveva perpetrato insieme a CALABRO’ Salvatore  ai danni del negozio di abbigliamento “SIRACUSANO”. Successivamente, mentre egli si trovava agli arresti domiciliari (è stata accertato mediante i dati forniti dal D.A.P, che LA TORRE Guido fu ristretto agli arresti domiciliari dal 12-2-1990 al 6-2-1991), ricevette per due volte la visita del cognato GIORGIANNI Salvatore , che in quel periodo si trovava latitante e con lui parlò di diversi episodi delittuosi, tra i quali anche la rapina ai danni del negozio “SIRACUSANO”. Il GIORGIANNI gli disse che la “base” della rapina fu portata da COLAFATI Vincenzo , il quale “gli disse che tale giorno, in questo posto, si trovava del denaro”. E’ stato contestato dal Pubblico Ministero al collaboratore che nelle dichiarazioni dallo stesso rese agli inquirenti il 16-4-1994 aveva affermato che responsabile di tale rapina era stato anche LENTINI Stellario ; il LA TORRE ha, allora, confermato le precedenti dichiarazioni precisando che il LENTINI era alla guida dell’autovettura.

CASTORINA Pasquale  (sentito su tale fatto all’udienza del 20-5-1996) ha dichiarato di aver saputo da GIORGIANNI Salvatore , mentre si trovavano entrambi detenuti nel carcere di Messina, “che questa rapina l’aveva fatta lui, mi sembra c’era TRISCHITTA, non mi ricordo che c’erano altri”.

LEO Giovanni  (sentito su tale fatto all’udienza del 9-7-1996) ha dichiarato di aver saputo che autore della rapina al negozio “SIRACUSANO” era stato CALABRO’ Salvatore  “perché lui ne parlò anche con me di questo fatto, però non mi ricordo chi c’era anche con lui”.

CARIOLO Antonio  (sentito all’udienza del 1-7-1996) ha dichiarato di aver saputo da GIORGIANNI Salvatore , in carcere, dopo che questi era stato arrestato, “che aveva dato la base, praticamente, una persona di Maregrosso” e che lui fece fare la rapina ad altre persone, però non mi indicò i nomi di queste persone”. Si appropriarono di “ottanta, novanta milioni, soldi stranieri anche”.

SPARACIO Luigi  (sentito su tale fatto alle udienze del 9-10-1996, del 14-10-1996 e del 16-10-1996) ha dichiarato di aver saputo che autori della rapina, che fruttò circa settanta milioni, ai danni del negozio “SIRACUSANO”, “sono stati i miei affiliati LENTINI Stellario  e GIORGIANNI Salvatore , i quali erano a quel tempo latitanti. Egli seppe ciò dopo “qualche venti giorni, un mese” (ma poi dirà “dopo circa un mese e mezzo, due mesi”) da TRISCHITTA Pietro , che si trovava insieme ai predetti latitante “in una zona di Falcone” e “si lamentava che avevano fatto loro la rapina e gli avevano nascosto anche a lui che erano stati loro a fare la rapina e a sua volta non gli hanno dato neanche una lira”. Gli autori della rapina, viceversa, “non mi avevano detto niente perché pensavano che se mi dicevano che avevano guadagnato soldi, se io gli dovevo portare altri soldi non glieli portavo”.

L’imputato GIORGIANNI Salvatore  (sentito su tale fatto alle udienze del 25-10-1996, del 29-10-1996 e del 4-11-1996) ha ammesso la propria responsabilità riferendo che “mentre ero latitante, insieme a LENTINI Stellario , è venuto a trovarci COLAFATI Vincenzo  (poi specificherà di aver conosciuto il COLAFATI intorno al 1984, 1985 e di aver perpetrato insieme a lui un furto in un treno) e mi ha proposto che da SIRACUSANO lui sapeva, tramite un basista di lì, una persona che lavorava lì, che c’erano degli incassi negli uffici. M'ha spiegato un pochettino la cosa com’era e io dopo.., penso un mese dopo, 20 giorni dopo, ho chiamato a CALABRO’ Salvatore  e CALABRO’ Salvatore , a bordo di una 126 bianca, insieme a LENTINI sono scesi a fare questa rapina. Gli ho dato 2 pistole, due 7 e 65, hanno fatto la rapina, sono ritornati nell’abitazione a Bordonaro, in un pacchetto, quello tipo che si mette il pane, c’erano cento.., sui 140 milioni: comunque, 106 milioni erano contanti e il rimanente era in assegni. Basta, questi soldi li abbiamo divisi e 6 milioni li abbiamo dati a COLAFATI”. Il GIORGIANNI ha specificato di essere stato solo il mandante del delitto e di non avere partecipato materialmente alla rapina, ma di avere atteso il rientro degli autori del fatto a casa di tale “TABBONE Gaetano, anzi, siamo stati da TABBONE Gaetano, però quando abbiamo fatto la spartizione eravamo sopra, dalla madre, che aveva un altro appartamento”. Il collaboratore, su specifica domanda di come si chiamasse la donna ha dichiarato “non mi ricordo come si chiama, noi la chiamiamo Cettina” ed ha, poi aggiunto “mi sembra che va di SALVO”. Ha, quindi, specificato che anche la SALVO ricevette del denaro “dieci milioni mi sembra che abbiamo dato”, mentre “ cinque milioni li ho dati a TRISCHITTA”, venti milioni a testa furono divisi tra lui ed i due autori della rapina e “la rimanenza li abbiamo divisi in carcere”.

COLAFATI Vincenzo  (sentito all’udienza del 20-5-1996) ha ammesso di aver partecipato alla rapina, anche se solo come “basista”. Ha, quindi, dichiarato che “ero amico di GIORGIANNI Salvatore  e frequentavo pure gli altri che erano con lui; così, siccome [...] erano latitanti questi ragazzi, avevano pure bisogno di soldi, io ero a conoscenza di questi soldi che c’erano da SIRACUSANO, e così ho parlato con GIORGIANNI, che c’era la possibilità che poteva guadagnare questi soldi, e sono andato, e gli ho dato tutte le indicazioni della rapina. A vedere, diciamo com’era composto la, per fare la rapina, mi sono recato io assieme a CALABRO’ Salvatore , e gli ho dato tutte le indicazioni giuste. Dopodiché hanno fatto questa rapina. Dopo fatto questa rapina, si sono recati per come, da dove erano partiti, cioè a Bordonaro, da una certa SALVO Cettina, i quali hanno dato pure a lei, una parte dei soldi per ‘sta rapina. [...] Questa rapina è stata fatta da LENTINI Stellario , e CALABRO’ Salvatore , e GIORGIANNI, diciamo, che è rimasto a casa ad aspettare”. A quel tempo, insieme ai due predetti soggetti erano latitanti anche TRISCHITTA Pietro  e ARNONE Umberto, i quali si nascondevano, in un primo tempo in via Acqua del Conte, in un appartamento di tale MEO, “quello dei viaggi”, e successivamente “si sono spostati a Tonnarella, sempre in una casa di questa SALVO Cettina, che li copriva durante la latitanza, e dopodiché a Bordonaro, nell’appartamento di questa SALVO Cettina”. Il COLAFATI ha specificato quando si recò una volta a casa di GENTILE Bruno , che egli conosceva dall’infanzia e che a quel tempo era latitante a Milano, gli venne presentato GIORGIANNI Salvatore , che in quel periodo si trovava insieme al GENTILE e che egli, pur non ricordandolo, aveva , in realtà, conosciuto già tempo prima. Le informazioni sul denaro presente dentro gli uffici della ditta “SIRACUSANO” gli furono riferite da “un ragazzo che lavorava da SIRACUSANO; no, come commesso, come dicono loro, era un ragazzo che, un imbianchino, che stava facendo dei lavori là, e ha lavorato per qualche mese da SIRACUSANO. E così ci siamo trovati a parlare, e mi ha spiegato; si commentava una rapina che era stata fatta, e lui così, mi ha fatto questo discorso che c’era, mi ha detto: “va, qualche volta gliela fanno da SIRACUSANO, perché c’è questo movimento così”... E così l’ho saputo”. Furono rapinati 110.000.000 in contanti, oltre gli assegni, che gli vennero consegnati per verificare se potessero essere cambiati, ma dei quali, poi, non si fece nulla; vi erano anche, all’incirca, dieci milioni in valuta spagnola. “Il denaro fu diviso, hanno preso 30 milioni circa il LENTINI, il GIORGIANNI, e il CALABRO’; 10 milioni li hanno dati a SALVO Concetta, poi, com’è stato... 10 milioni, o 5 milioni, hanno mandato al carcere”, mentre a me “hanno dato 1 milione, o 2 milioni, non mi ricordo di preciso”. Il fatto gli venne raccontato la sera stessa del delitto, quando “ci siamo visti tutti”.

Al fine di verificare l’attendibilità delle dichiarazioni di GIORGIANNI Salvatore  e di COLAFATI Vincenzo , è stata sentita al dibattimento, all’udienza del 13-10-1997, SALVO Cettina, la quale ha affermato di essere la madre di TABBONE Gaetano e di avere vissuto da molto tempo e, comunque, da epoca anteriore al 1989, in un appartamento facente parte di una palazzina sita in villaggio Santo Bordonaro. La teste ha ammesso di aver conosciuto GIORGIANNI Salvatore , anche se ha precisato di aver avuto un rapporto di amicizia solo con la moglie del GIORGIANNI, conosciuta in occasione della propria attività commerciale di carattere ambulante avente ad oggetto la vendita di detersivi e, a seguito di tale amicizia, ella fu la madrina al battesimo del figlio del GIORGIANNI. La SALVO ha, altresì, dichiarato che ella diede in locazione un proprio immobile sito a Furnari a tale Pina, moglie di ARNONE Umberto e cognata di GIORGIANNI Salvatore , ma non sapeva che detta abitazione locata dovesse servire come rifugio all’ARNONE, al GIORGIANNI ed al TRISCHITTA che si trovavano a quel tempo latitanti, tanto che la propria buona fede venne accertata in giudizio con una sentenza che la assolse, con riferimento a tale fatto, dal delitto di favoreggiamento che le venne contestato subito dopo l’arresto dell’ARNONE e del TRISCHITTA. La SALVO ha, infine, escluso di aver mai saputo niente della rapina ai danni del negozio “SIRACUSANO” e di aver mai percepito denaro provento di tale rapina, osservando l’erroneità del racconto del GIORGIANNI nella parte in cui questi ha sostenuto che ella abitava al secondo piano, mentre la sua abitazione si trovava al primo piano e insieme a lei viveva anche TABBONE Gaetano.

Occorre, infine, ricordare le dichiarazioni degli altri due imputati, CALABRO’ Salvatore  e LENTINI Stellario .

Il primo, esaminato all’udienza del 18-9-1997, ha negato l’addebito, affermando di non avere mai commesso reati con GIORGIANNI Salvatore , pur ammettendo di aver conosciuto quest’ultimo sin dal 1985. Ha dichiarato di avere, altresì, conosciuto in carcere SANTACATERINA Umberto, insieme al quale fu detenuto nella sezione “camerotti”, nella stanza dei cucinieri. Ha ammesso, infine, che la propria sorella aveva un’autovettura Y10, ma SANTACATERINA, secondo l’imputato, direbbe il falso quando ha affermato che tale auto venne acquistata con i proventi di tale rapina, poiché essa fu, viceversa, acquistata di seconda mano dalla sorella presso una concessionaria sita  nel palazzo Palano (a sostegno di tali dichiarazioni la difesa dell’imputato ha prodotto all’udienza del 27-1-1998 fotocopie di 12 ricevute di versamenti in c/c postale, ciascuno di £ 259.800, eseguiti da CALABRO’ Maria tra il 2-1-1990 ed il 27-10-1990 in favore di Prime Terziario; tali documenti si trovano inseriti nella cartella degli atti acquisiti dopo il 19-7-19T97).

LENTINI Stellario  non si è sottoposto all’esame dibattimentale e per tale motivo sono state acquisite all’udienza del 18-11-1996, su richiesta del Pubblico Ministero, le dichiarazioni dallo stesso rese davanti al G.I.P. il 13 maggio 1993, quando l’imputato aveva persino negato di conoscere GIORGIANNI Salvatore . Nondimeno, il LENTINI, sentito, successivamente, all’udienza del 22-9-1997, in ordine all’omicidio CAMBRIA ed in relazione alle dichiarazioni di altri collaboranti che lo avevano indicato come fonte delle loro conoscenze, ha voluto rispondere alle domande che gli venivano poste con specifico riferimento alle circostanze suindicate ed ha ammesso di essere stato latitante insieme a GIORGIANNI Salvatore  ed a TRISCHITTA Pietro  in alcune abitazioni messe a disposizione da SPARACIO Luigi, prima in una casa vicino alla clinica C.O.T., poi nella zona di Furnari, dove venne arrestato. L’imputato ha, inoltre, ammesso che mentre era latitante, per poter vivere “rubavo”, “rubaumu tutti dà chi eramu”, mentre “SPARACIO mai nenti mi desi, mai ‘na lira”.

Ritiene questa Corte che, sulla base dell’istruttoria compiuta, sia stata pienamente raggiunta la prova della colpevolezza di tutti gli imputati in ordine ai reati loro ascritti con riferimento all’episodio delittuoso in esame.

Va, anzitutto, osservato che la cosiddetta “prova generica” del reato può ritenersi pienamente raggiunta, tanto da essere quasi superfluo soffermarvisi oltre, sulla base delle concordanti dichiarazioni dei testimoni sopra citati, che hanno consentito a questa Corte di effettuare la ricostruzione dei fatti sopra esposta e che danno certezza in ordine alla perpetrazione della rapina sopra indicata da parte di due persone travisate ed armate di pistola.

Passando, quindi, ad esaminare la posizione dei singoli imputati, va rilevato che la prova della colpevolezza di GIORGIANNI Salvatore  discende, in primo luogo, dalla sua confessione, che è precisa, circostanziata, coerente, così da rivelare già solo per il contenuto, la provenienza da persona che ebbe una parte diretta nell’azione delittuosa, così da poterne conoscere con grande accuratezza lo svolgimento. Sembra, pertanto, da escludere, già solo in considerazione del tenore delle dichiarazioni del GIORGIANNI, ogni intento autocalunniatorio e ciò appare sufficiente per ritenere la confessione pienamente affidabile e per fondare su di essa l’accertamento di responsabilità dell’imputato. Va, in particolare, precisato che nelle dichiarazioni del GIORGIANNI non si ravvisano contraddizioni di sorta e, contrariamente a quanto osservato da un difensore, non vi è alcun contrasto tra l’affermazione, effettuata dal collaboratore, di aver trascorso parte della latitanza a Milano e l’affermazione di essere stato il mandante della rapina, poiché, come lo stesso GIORGIANNI ha avuto modo di sottolineare, egli tornò a Messina tra la fine di settembre ed i primi di ottobre dell’anno 1989, vale a dire circa due mesi prima del fatto delittuoso in esame. Non appare, poi, rilevante la circostanza che il collaboratore non abbia indicato tra i valori rapinati il denaro in valuta straniera, potendo ciò essergli sfuggito anche in considerazione del tempo piuttosto lungo ormai trascorso dai fatti, e ancor meno la circostanza che, secondo il suo racconto furono rapinati ben 106.000.000 in contanti, mentre in un primo tempo le stesse parti offese indicarono la più modesta somma di £ 60.000.000, poiché non vi è reale certezza che quest’ultima somma sia quella in realtà prelevata, atteso che non fu certamente possibile fare un preciso conteggio subito dopo il fatto e che i testi escussi al dibattimento non hanno saputo fornire sul punto informazioni esaustive. Non può essere attribuito rilievo, inoltre, alla circostanza che, secondo il GIORGIANNI i due rapinatori si recarono sul luogo del delitto a bordo di una FIAT 126 bianca, mentre il portiere dello stabile in cui si trovavano gli uffici, ADORNO Angelo, percepì la voce di uno dei due rapinatori che parlava di una motocicletta, poiché non può in alcun modo escludersi che quella frase fosse stata appositamente pronunciata per depistare eventuali inseguimenti o ricerche. Non inficia, infine, l’attendibilità del racconto del GIORGIANNI la deposizione di SALVO Concetta, la quale, nel negare i fatti a lei addebitati ha, evidentemente, esercitato il proprio diritto di difesa, senza essere vincolata a dire la verità, mentre nella restante parte delle sue dichiarazioni la teste ha dovuto, comunque, effettuare alcune rilevanti ammissioni sui rapporti da lei intrattenuti tanto con il GIORGIANNI quanto con l’ARNONE, le quali sembrano rafforzare, piuttosto che smentire l’affidabilità delle affermazioni del collaboratore. Va, altresì, osservato che GIORGIANNI Salvatore  è stato accusato anche da numerosi altri collaboratori, primi fra tutti SANTACATERINA Umberto, le cui dichiarazioni, pur contenendo alcune evidenti imprecisioni in ordine al numero dei soggetti che parteciparono alla finale azione esecutiva, hanno determinato la riapertura delle indagini ed appaiono, pertanto, immuni da condizionamenti o influenze da altre fonti, e COLAFATI Vincenzo , che, come si è visto, ha ammesso la propria responsabilità ed ha, nel contempo, affermato, con l’autorevolezza che gli va attribuita quale protagonista dell’episodio delittuoso in esame, la colpevolezza degli altri tre imputati.

Non senza rilievo appaiono, però, anche le accuse provenienti dagli altri collaboratori. In particolare, LA TORRE Guido, pur avendo dichiarato alcune circostanze difformi rispetto a quanto riferito dal GIORGIANNI, proprio con riferimento al ruolo che avrebbe svolto quest’ultimo nel fatto, ha affermato in modo, comunque, convincente di aver saputo da quest’ultimo, che era suo cognato e con il quale era verosimile che egli parlasse in confidenza di simili questioni, la circostanza relativa ad un suo coinvolgimento (che è stato, forse, erroneamente inteso dal collaboratore come partecipazione materiale all’esecuzione della rapina) nell’azione delittuosa. Allo stesso modo CARIOLO Antonio  ha affermato di aver appreso i particolari della rapina proprio da GIORGIANNI Salvatore  ed il suo racconto, anche se piuttosto stringato, appare di elevata attendibilità, poiché può ritenersi certo che le notizie in suo possesso gli furono riferite da persona che ebbe parte diretta nell’azione delittuosa, avendo egli esattamente ricordato persino il particolare, del tutto originale, che venne sottratta anche della valuta straniera. SPARACIO Luigi  era, infine, il capo del clan criminoso al quale appartenevano gli asseriti autori della rapina, sicché le sue accuse nei confronti del GIORGIANNI appaiono pienamente attendibili, provenendo da un soggetto che, verosimilmente, fu informato, anche se in ritardo ed in relazione ad una lamentela del TRISCHITTA, in ordine a coloro che furono gli autori del fatto delittuoso. Le dichiarazioni dei suddetti collaboratori corroborano, pertanto, in modo indiscutibile la confessione dell’imputato e contribuiscono a formare un solido ed omogeneo quadro probatorio di accusa, certamente idoneo per l’affermazione di colpevolezza del GIORGIANNI in relazione ai reati a lui ascritti ai capi “138” e “139” della rubrica con tutte le aggravanti contestate.

Anche in relazione a COLAFATI Vincenzo  la prova della colpevolezza dell’imputato discende, in primo luogo, dalla sua confessione, per la quale possono ripetersi le considerazioni prima svolte con riferimento a GIORGIANNI Salvatore . Va osservato che il COLAFATI ha dimostrato in modo indiscutibile l’affidabilità delle sue conoscenze e la genuinità dell’autoincolpazione non solo attraverso la precisione e coerenza del suo racconto, ma anche riferendo con straordinaria precisione il particolare secondo cui il bottino fu costituito, oltre che da denaro in contanti ed assegni, anche da circa 10.000.000 di lire in valuta spagnola, e l’altro particolare, da nessun altro soggetto ricordato, secondo il quale egli ed il CALABRO’ si recarono alcuni giorni prima della rapina sul luogo del delitto per verificare “come era composto l’ufficio”. Tale ultima circostanza può, invero, desumersi anche dal racconto di ADORNO Angelo, il quale notò due persone, da lui identificate nei rapinatori visti subito dopo il fatto, recarsi circa una settimana prima su per le scale dove si trovavano gli uffici della ditta “SIRACUSANO”. Il contrasto tra le parole del COLAFATI e quelle dell’ADORNO in ordine all’identità dei soggetti che svolsero tale attività ricognitiva e preparatoria appare, d’altronde, di modesto rilievo, poiché anche COLAFATI Vincenzo , che ha indicato CALABRO’ Salvatore  sia come partecipante alla finale azione esecutiva del delitto sia come partecipante alla suddetta attività preparatoria, ha affermato una, seppur parziale, identità tra i soggetti protagonisti dell’una e dell’altra fase e tale circostanza può avere facilmente indotto in errore l’ADORNO, che non aveva motivo, diversi giorni prima della rapina, di memorizzare con grande attenzione i volti di quei due soggetti. Soprattutto va evidenziato che il particolare sopra accennato, pur con le discrasie evidenziate, dimostra un’approfondita conoscenza dello svolgimento dell’intera vicenda delittuosa in esame, che attesta inequivocabilmente l’esistenza di uno stretto legame tra l’imputato ed il fatto tale da far ragionevolmente escludere ogni intento autocalunniatorio. Ciò appare, allora, sufficiente per ritenere anche la confessione del COLAFATI pienamente affidabile e per fondare su di essa l’accertamento di responsabilità dell’imputato. Anche in tal caso va, peraltro, osservato che il COLAFATI è stato accusato anche da diversi altri collaboratori e, precisamente, da SANTACATERINA Umberto, dal coimputato GIORGIANNI Salvatore  e da LA TORRE Guido, le cui dichiarazioni corroborano la confessione dell’imputato e danno pieno fondamento all’accusa, consentendo di affermare in piena tranquillità la colpevolezza del COLAFATI in relazione ai reati a lui ascritti ai capi “138” e “139” della rubrica con tutte le aggravanti contestate.

La prova della colpevolezza dell’imputato LENTINI Stellario  è stata fornita, in primo luogo, dalle dichiarazioni di accusa dei due coimputati GIORGIANNI Salvatore  e COLAFATI Vincenzo , che risultano perfettamente collimanti tra loro in ordine al ruolo che avrebbe svolto il LENTINI nel fatto e che, sovrapponendosi e completandosi armonicamente, consentono di affermare, in assenza di elementi che possano far apparire concreto il pericolo di accuse calunniose, la piena fondatezza degli addebiti mossi nei suoi confronti. Possono, invero, rilevarsi solo alcune modeste e poco significative divergenze tra le dichiarazioni del GIORGIANNI e del COLAFATI con quasi esclusivo riferimento alle quote che spettarono a ciascuno dei partecipanti nella spartizione del bottino, ma esse non incidono, comunque, né sull’attendibilità generica dei due collaboratori, che furono certamente, per quello che si è detto sopra, diretti protagonisti delle vicende narrate, né sulla posizione specifica dell’imputato LENTINI Stellario . Rilevanti appaiono anche le accuse formulate nei confronti del LENTINI da SANTACATERINA Umberto e da SPARACIO Luigi , sulla cui attendibilità vanno richiamate le considerazioni prima svolte con riferimento alla posizione di GIORGIANNI Salvatore , benché il valore probatorio delle loro dichiarazioni sia senza dubbio inferiore rispetto a quello delle dichiarazioni ben più precise e dettagliate dei due coimputati sopra menzionati. Va, inoltre, osservato che le accuse nei confronti del LENTINI sono, anche alla luce delle ammissioni dell’imputato, del tutto verosimili, poiché è certo che il LENTINI trascorreva la propria latitanza insieme al GIORGIANNI (vedi anche quello che si è detto in proposito quando si è parlato dell’associazione “SPARACIO” a pag. 298 e segg.) ed è certo, avendolo egli stesso affermato, che per vivere dovesse perpetrare azioni illecite, sicché è ragionevole ipotizzare che egli si sia reso complice del GIORGIANNI nella consumazione di un simile crimine. Va, infine, rilevato che la fisionomia del LENTINI presenta straordinari elementi di corrispondenza con quella di uno dei due rapinatori la cui descrizione è stata effettuata con sufficiente accuratezza da ADORNO Angelo, vale a dire con quella persona, poco più che ventenne, alta circa mt. 1,70, dalla corporatura magra e dal colorito scuro, notata dal teste subito dopo la rapina.

Analoghe considerazioni possono effettuarsi con riferimento all’imputato CALABRO’ Salvatore , che è stato accusato senza tentennamenti dai due coimputati GIORGIANNI Salvatore  e COLAFATI Vincenzo , le cui dichiarazioni, di peculiare attendibilità poiché provenienti da due protagonisti del fatto delittuoso, hanno trovato ulteriore conforto nelle analoghe accuse, tutte sufficientemente affidabili, provenienti da SANTACATERINA Umberto, che certamente doveva conoscere molto bene il CALABRO’, tanto da sapere con esattezza, essendo stato ciò confermato dallo stesso imputato, che la sorella acquistò (a prescindere dalla circostanza non verificabile relativa alla provenienza del denaro impiegato per il pagamento del corrispettivo) un’autovettura Y 10, nonché in quelle provenienti da LA TORRE Guido e da LEO Giovanni. Non deve, d’altronde, sorprendere eccessivamente che SPARACIO Luigi  non abbia indicato il CALABRO’ tra gli autori della rapina, se si considerano le circostanze nelle quali lo SPARACIO apprese i fatti, in relazione ad una lamentela di TRISCHITTA Pietro  nei confronti di coloro che trascorrevano con lui la latitanza e che lo avevano escluso dall’azione delittuosa. E’, allora, evidente che le doglianze del TRISCHITTA non potevano indirizzarsi nei confronti del CALABRO’, che non era latitante insieme a lui, ma solo nei confronti del LENTINI e del GIORGIANNI, e può, di conseguenza, facilmente spiegarsi il fatto che SPARACIO Luigi  non ebbe notizia della partecipazione del CALABRO’ alla rapina. Gli addebiti mossi all’imputato appaiono, infine, verosimili, poiché CALABRO’ Salvatore  apparteneva, come si è già accennato quando si è trattato in generale il reato associativo e si vedrà meglio in seguito, quando verrà esaminata la sua posizione in relazione alla contestazione del reato di cui all’art. 416 bis c.p., a quel gruppo di persone, cui apparteneva anche, in posizione di rilievo, GIORGIANNI Salvatore , che facevano capo D’ARRIGO Marcello  e che, dopo la morte di CAVO’ Domenico, confluì, come si è visto, nel clan “SPARACIO”. Lo stesso CALABRO’ non ha potuto, d’altronde, fare a meno di ammettere di aver conosciuto tanto GIORGIANNI Salvatore  che D’ARRIGO Marcello  e quest’ultimo, sentito all’udienza del 22-9-1997 ha persino dovuto riconoscere che il CALABRO’ era suo “figlioccio”, così sostanzialmente confermando le accuse mosse da SPARACIO Luigi , MARCHESE Mario , LA TORRE Guido e PARATORE Vincenzo. E’, allora, perfettamente comprensibile che il GIORGIANNI, nella ricerca dei complici cui affidare l’incarico di eseguire la rapina abbia fatto cadere la sua scelta proprio sul CALABRO’ che egli certamente conosceva bene e del quale, probabilmente, apprezzava le capacità criminali.

Alla luce delle considerazioni suesposte deve, pertanto, ritenersi raggiunta, ad avviso di questa Corte, la prova sia dell’elemento oggettivo che di quello soggettivo dei reati ascritti a LENTINI Stellario  ed a CALABRO’ Salvatore  ai capi “138” e “139” della rubrica, con le aggravanti contestate.

A GIORGIANNI Salvatore  ed a COLAFATI Vincenzo  va, infine, concessa l’attenuante speciale prevista per i collaboratori di giustizia dall’art. 8 D.L. 13 maggio 1991 n. 152, da considerare prevalente sulle contestate e sussistenti aggravanti. Nel caso di specie ricorrono, invero, tutti i requisiti richiesti dalla norma e più approfonditamente analizzati nella parte introduttiva della presente sentenza (vedi pag. 139 e segg.). Il GIORGIANNI ed il COLAFATI si sono, infatti, dissociati dal mondo criminale di appartenenza ed hanno reso, ciascuno in relazione alle conoscenze in proprio possesso, più ampie quelle del primo, più limitate ma non di scarso rilievo quelle del secondo, dichiarazioni rivelatesi di grande importanza non solo per la conoscenza del fenomeno associativo mafioso nel suo complesso, che hanno contribuito a disvelare fornendo informazioni di grandissima importanza soprattutto con riferimento alla struttura organizzativa ed alle attività illecite perseguite dal clan “SPARACIO” cui appartenevano, ma anche per l’accertamento delle responsabilità individuali in delitti pure diversi da quelli oggetto di accertamento nel presente procedimento. Con riferimento, inoltre, all’episodio criminoso del quale occorre al momento occuparsi, le loro dichiarazioni, pur essendo intervenute in presenza di altre accuse, hanno dato, senza dubbio, un significativo e concreto contributo alla ricostruzione dei fatti ed alla individuazione dei correi, consentendo di precisare il ruolo di ciascuno  e fornendo essenziali elementi chiarificatori dell’intera vicenda. Alla luce di quanto sopra esposto non possono, pertanto, esservi dubbi sulla meritevolezza del GIORGIANNI e del COLAFATI a ricevere il trattamento di speciale favore riservato ai collaboratori di giustizia.

Va, infine, disposta la trasmissione all’ufficio di Procura in sede, per le proprie valutazioni in ordine alla ricorrenza dei presupposti per l’esercizio dell’azione penale, delle dichiarazioni di COLAFATI Vincenzo  all’udienza del 20-5-1996 e di GIORGIANNI Salvatore  all’udienza del 4-1-1996, in relazione alle accuse mosse da entrambi nei confronti di SALVO Concetta.

Per l’irrogazione ed il calcolo delle pene si rinvia al termine dell’esame di tutti gli episodi delittuosi.