Di tale fatto di sangue risponde in questa sede il
solo RIZZO Rosario, avendo l’altra sezione di questa Corte già sottoposto al
vaglio del giudizio di primo grado nell’ambito del procedimento scaturito
dalla Peloritana Uno le posizioni di GALLI Luigi, Papale Domenico, MAURO
Carmelo, COTUGNO Giovanni, Gatto Giuseppe e VENUTO Giuseppe, imputati in quella
sede dei reati di cui ai capi 82 e 83; i primi quattro sono stati condannati,
mentre il Gatto ed il VENUTO sono stati prosciolti dai reati di omicidio in
danno di Placido Cambria e tentato omicidio di Giuseppina Spasaro e dai reati
connessi in materia di armi.
La Corte, ai fini di una compiuta ricostruzione del
fatto storico e per integrare le risultanze dibattimentali, ha acquisito copia
degli atti irripetibili e dei documenti relativi alla stessa vicenda così come
confluiti dal fascicolo del dibattimento del procedimento Peloritana Uno.
In dibattimento sono stati sentiti nuovamente
alcuni dei protagonisti della vicenda, tra cui Spasaro Giuseppina, e gli
investigatori dell’epoca, mentre altri, tra cui l’imputato CAVÒ Giuseppe e
la moglie Giacobbe Grazia, citati ai sensi degli artt. 507 e 195 c. p. p., si
sono avvalsi della facoltà di non rispondere.
In seguito a tali acquisizioni e alla luce delle
risultanze di questo dibattimento è emerso che il fatto avvenne nel rione
Giostra nella serata del 18 gennaio 1989, poco prima delle ore 20, all’interno
del cortile dell’isolato 12 di
viale Aranci, nei pressi del portone di ingresso della palazzina 4 (v. a
conferma dei rilievi tecnici e fotografici l’audizione del teste Lagonigro
Angelo, avvenuta all’udienza del 5 maggio 1999).
Placido Cambria, elemento di spicco della
criminalità organizzata messinese, e la convivente Spasaro Giuseppina,
probabilmente mentre si stavano dirigendo a piedi verso l’autovettura Fiat
132 blindata (e non 131 come erroneamente fu indicato nella segnalazione di
reato del giorno dopo a firma del dirigente della Squadra Mobile), targata GE
769449, in uso al Cambria ma intestata alla convivente, furono assaliti da un
gruppo di killer travisati ed armati e raggiunti entrambi da svariati colpi di
arma da fuoco. Il Cambria, che era evidentemente il vero obiettivo
dell’agguato, morì sul colpo, rimanendo a terra a qualche metro dal portone
di ingresso della palazzina, mentre la Spasaro, gravemente ferita, venne
immediatamente condotta da due giovani (i fratelli Antonio e Rosario Roberti,
cugini del Cambria), a bordo della sua stessa autovettura, una Renault
5 targata ME 475875, al pronto soccorso dell’ospedale “Regina
Margherita”.
L’indagine autoptica sul cadavere del Cambria
consentì di accertare che la vittima era stata attinta da cinque colpi sparati
con arma a proiettile unico (verosimilmente due pistole, calibro 9 parabellum e calibro 7,65) e da un colpo sparato con arma a
proiettili multipli (fucile da caccia, probabilmente a canne mozze), che
l’avevano raggiunta alle braccia, al collo, al torace, all’addome e alla
testa; il colpo alla tempia sinistra, esploso da distanza più ravvicinata con
successiva ritenzione del proiettile all’interno della scatola cranica, aveva
verosimilmente raggiunto la vittima quando giaceva già al suolo.
La convivente del Cambria, che aveva riportato
varie ferite al torace, alle braccia e alle gambe, fu immediatamente sottoposta
ad intervento chirurgico, nel corso
del quale fu estratto un proiettile calibro 9, mentre alcuni pallini fuoriusciti
dalle ferite, e verosimilmente appartenuti ad una cartuccia caricata a
pallettoni, erano stati già sequestrati presso i locali del pronto soccorso.
Anche i reperti balistici rinvenuti sui luoghi,
costituiti da 15 bossoli di pistola calibro 9, un bossolo calibro 7,65 ed un
proiettile parzialmente schiacciato verosimilmente per pistola calibro 38,
diedero la conferma della circostanza che i sicari avevano usato più armi di
tipo e calibro diverso. Una borra di cartuccia per fucile da caccia fu poi
rinvenuta sull’autovettura con cui la Spasaro era stata condotta in ospedale,
sulla quale era scivolata evidentemente dai vestiti della donna nelle cui pieghe
era rimasta “imbrigliata” al momento dell’agguato. Sul luogo venivano
altresì rinvenuti un orologio da polso in metallo giallo e due bustine di
sostanza stupefacente, una delle quali posta all’interno del palmo semiaperto
della mano destra del Cambria.
Spasaro Giuseppina, imputata nell’ambito del
procedimento Peloritana Uno e, come si
è già rilevato, condannata in esito al giudizio di primo grado dopo essere
stata sentita e messa a confronto con SPARACIO Luigi (i relativi verbali sono
stati acquisiti ex art. 512 c. p. p.
mediante lettura all’udienza del 17 maggio 1999), è stata sentita in questo
dibattimento con le garanzie di cui all’art. 210 c. p. p. ed è stata chiamata
all’udienza del 17 maggio 1997 a ricostruire l’agguato subito ed i momenti
che l’avevano immediatamente preceduto.
Premesso che aveva instaurato con il Cambria un
rapporto di convivenza dal 1983, Spasaro Giuseppina, suocera del defunto Cavò
Domenico e titolare di una gioielleria, ha negato di sapere da quali attività
il Cambria, pur essendo privo di occupazione, traesse i mezzi per vivere, ed
altresì di conoscere le ragioni per le quali egli era solito spostarsi su
un’autovettura blindata, condotta ordinariamente da CAVÒ Giuseppe. Invitata
poi a ripercorrere le fasi immediatamente precedenti dell’agguato, la
testimone ha dichiarato che, dopo un pomeriggio trascorso ciascuno per proprio
conto (la Spasaro era stata al negozio e poi si era sottoposta ad un esame
elettrocardiografico, mentre il Cambria era stato anche a casa della propria
madre), si era incontrata con il convivente nelle vicinanze dell’abitazione
della madre di lei, presso la quale viveva anche la figlia Centorrino Francesca
con i nipoti (probabilmente in seguito all’uccisione del marito Cavò
Domenico, avvenuta poco meno di un anno prima). Entrambi avevano lasciato sotto
l’abitazione le rispettive autovetture, posto che di regola si spostavano su
mezzi diversi; a bordo della Fiat 132
blindata del Cambria era rimasto in attesa come al solito CAVÒ Giuseppe. Dopo
essersi trattenuti per poco tempo all’interno (“… sono
andata in bagno; sono uscita, ho baciato i bambini, ho salutato mia mamma e ce
ne siamo andati. Non é successo niente…”) la Spasaro ed il Cambria
avevano lasciato l’abitazione: la testimone ha escluso nella maniera più
assoluta che qualcuno avesse cercato il Cambria per indurlo a scendere nel
cortile (“… non c’è citofono, non
c’è campanello. È casa popolare e non c’è niente. Non ha suonato nessuno
…”), o che lo stesso avesse in mano delle bustine al momento di
allontanarsi dall’abitazione. Quanto ai fratelli Giovanni e Lorenzo Amante,
intesi Nic & Nac, la Spasaro ha dichiarato di non averli mai
conosciuti, avendo solo saputo che erano stati successivamente uccisi mentre era
ancora ricoverata in ospedale (effettivamente il duplice omicidio, per il quale
sono stati già condannati in primo grado RIZZO Rosario, Croce Pietro e Paratore
Giovanni, avvenne una settimana dopo rispetto all’uccisione di Cambria, il 25
gennaio 1989: v. capi 61 e 62 del decreto che dispone il giudizio nell’ambito
del procedimento Peloritana Uno, e
copia del dispositivo della sentenza, da cui risulta altresì l’assoluzione di
Pagano Antonino; per la descrizione delle fasi dell’omicidio v. invece la
confessione di RIZZO Rosario, all’udienza del 4.6.1996 del processo Peloritana
Uno, del cui verbale ha prodotto copia con riferimento ad altro capo di
imputazione il difensore dell’imputato TORRE Salvatore).
Che nessuno avesse cercato il Cambria lo ha anche
affermato la figlia della Spasaro, Centorrino Francesca, la quale ha dichiarato
che poco prima dell’agguato la madre si trovava in compagnia del Cambria, pur
essendo giunta nell’abitazione della madre prima di lui, e che vi si era
trattenuta poco tempo, poiché il Cambria aveva fretta di allontanarsi.
Tanto la Spasaro che la figlia sono poi apparse
poco precise in ordine alla dinamica dell’agguato, che la prima aveva vissuto
in prima persona, e che la seconda ha certamente avuto modo di seguire nelle sue
fasi finali, dopo essere stata attirata alla finestra dal fragore dei primi
colpi esplosi dai sicari, come è emerso solo in seguito alle contestazioni del
Pubblico Ministero. Il cattivo ricordo può certamente apparire giustificato,
almeno in parte, dal lungo tempo trascorso, e spiegato, con riferimento alla
Spasaro, dalla emozione sicuramente ancora viva per il pericolo mortale corso in
occasione dell’agguato (la Spasaro ha spesso ripetuto: “sono dei momenti troppo brutti”). Ma alla luce del tenore delle
risposte date da entrambe le donne è plausibile ritenere che la reticenza sia
anche dovuta a remore di natura diversa, connesse ad un generale atteggiamento
di rifiuto di collaborazione con l’autorità giudiziaria proprio
dell’ambiente di provenienza, e forse anche al timore che le proprie
dichiarazioni, all’epoca dei fatti innocue perché destinate a confluire in un
panorama investigativo privo di riferimenti, possano oggi fornire utili
riscontri alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia; e se la conseguenza
è di rilievo modesto nell’ambito di questo procedimento, in cui l’unico a
rispondere dell’omicidio Cambria è RIZZO Rosario, reo confesso e
collaboratore di giustizia a sua volta, non lo sono le eventuali ripercussioni
sulla posizione di altre persone, che hanno già riportato condanne assai severe
per questa vicenda come alla Centorrino e alla madre, sentite nell’ambito
della Peloritana Uno, non è certamente sfuggito. È infatti assai
significativo che siano state tutte di tenore negativo, quando non meramente
elusive, le risposte in ordine ai rapporti, alle frequentazioni, alle attività
dei rispettivi compagni, ed analogamente quelle relative alle causali dei due
omicidi; la Spasaro in particolare, dopo avere stentatamente riferito di avere
visto due sicari incappucciati e di avere cercato di fermare l’azione di uno
di essi, prima di avere l’ultimo drammatico scambio di battute con il Cambria
(“… scappa. O io ho detto scappa a lui
…”), ha negato di essere stata indotta a non rivelare i nomi degli
assassini (P.M.
: senta. Dopo l’uccisione di Cambria Placido, lei fu avvicinata da qualcuno
che le chiese, usiamo un eufemismo, le intimò, non usiamolo, di non rivelare i
nomi delle persone che avevano ucciso il Cambria? SPASARO G. :
no, no. P.M. : non é stata mai avvicinata da nessuno? SPASARO: no, no,
no. Se ne dicono tanti: é stato questo, é stato quello, é stato
quell’altro. Non bisogna credere mai a nessuno.”). Ed ha dichiarato che
anche SPARACIO Luigi, che aveva buoni rapporti con il
suo convivente e che era andato una volta in ospedale a farle visita, le
aveva riferito di non sapere alcunché sull’omicidio.
Sul punto, anche per comprendere lo stato d’animo
della Spasaro e verificare quanto è ancora vivo in lei il ricordo di ciò che
accadde quella sera, contrariamente all’impressione che la donna ha cercato di
dare in questo dibattimento, appare illuminante l’esame del verbale del
confronto tra Spasaro Giuseppina e SPARACIO Luigi, espletato all’udienza del
giorno 11.10.1997 nell’ambito del dibattimento del processo Peloritana
Uno (in epoca successiva alla sua audizione in questo processo), nel corso
del quale, pur continuando a ribadire con forza di non conoscere l’identità
degli aggressori (circostanza in ordine alla quale i collaboratore aveva
indicato la donna come una delle sue fonti), la Spasaro, incalzata dallo
SPARACIO, ha ammesso un incontro dal significato equivoco successivo
all’agguato con Papale Domenico e con un altro personaggio soprannominato ‘u
marocchinu, e ha poi riferito altri interessanti particolari sulla stessa
dinamica dell’agguato, manifestando infine tutto il suo rammarico nei
confronti dello SPARACIO per essere stata chiamata in causa dall’amico di un
tempo (“… tu questo non lo dovevi
dire. Ti ho sempre rispettato, ti rispetto sempre ma tu questo non lo dovevi
dire, Gino. Perché non è vero che ti ho detto questo. A prescindere se sono
stati loro, non sono stati loro, a me non interessa un cavolo perché non faccio
parte di nessuna ‘cupola’, non faccio parte di mafia …”).
Peraltro, in ordine alla concreta dinamica del
fatto di sangue e all’attività compiuta nel corso delle prime indagini, la
Corte, acquisita la documentazione proveniente dal procedimento Peloritana
Uno, non ha poi svolto ulteriori accertamenti, a ciò determinata dalla
natura dell’unica posizione sottoposta al suo esame.
Le indagini svolte nell’immediatezza, sfociate
come di consueto in una serie di perquisizioni domiciliari (si trova agli atti
la copia di quelle eseguite presso le abitazioni di Cambria Giuseppe, Centorrino
Francesca e Spagnolo Raimondo), muovevano dalla convinzione che l’omicidio si
inquadrasse nello scontro in atto nell’ambito della criminalità organizzata
messinese che vedeva contrapposti i gruppi alleati di SPARACIO Luigi e Placido
Cambria da un lato, e quello di Pimpo Salvatore, GALLI Luigi e Leo Giuseppe
dall’altro (v. quanto hanno riferito i testi Laisa, Zanghì ed Amato). Una
conferma di tale ipotesi scaturiva dal ritrovamento nella tasca del cappotto in
pelle indossato dalla Spasaro al momento dell’agguato di due buste contenenti
due lettere manoscritte (v. la copia tra i documenti acquisiti dal fascicolo del
dibattimento del processo Peloritana Uno),
che, come ha riferito il teste Amato Giuseppe, sembravano provenire
dall’interno del carcere (una era a firma di tale Enzo). Il ritrovamento indusse gli inquirenti a ritenere che si
trattasse di messaggi indirizzati al Cambria e recapitati tramite la Spasaro,
che non aveva fatto in tempo a farglieli avere, sebbene la donna anche in questo
dibattimento non abbia saputo spiegare la presenza delle due lettere nella tasca
del cappotto indossato al momento dell’agguato e del successivo ricovero in
ospedale.
E tuttavia, così come era accaduto per gli altri
fatti di sangue avvenuti in quel periodo, il mancato accertamento di concreti
elementi a carico di taluno di coloro che si riteneva fossero i responsabili o
quantomeno i mandanti dell’agguato, impose l’archiviazione. Anche in questo
caso fu l’avvento della stagione di collaboratori di giustizia a consentire la
riapertura delle indagini in un primo momento (23.2.1993) e quindi l’esercizio
dell’azione penale nei confronti degli imputati già indicati e, in questa
sede, di RIZZO Rosario.
Sulla vicenda hanno reso dichiarazioni in questo dibattimento
MARCHESE Mario e
SPARACIO Luigi, e si è
sottoposto all’esame anche l’imputato RIZZO Rosario
.
MARCHESE Mario, sentito nelle udienze del 19
febbraio e 2 aprile 1999, ha dichiarato che l’omicidio di Placido Cambria,
inteso ‘u buzzusu, fu commesso nel 1989 a Giostra dal gruppo di GALLI
Luigi, mandante dell’agguato, la cui esecuzione fu affidata a Papale Domenico,
Mauro Carmelo, Gatto Giuseppe, MAROTTA Gaetano e COTUGNO Giovanni, inteso ‘u
marocchinu (con funzioni di autista all’interno del gruppo di fuoco). In
seguito alle contestazioni di un difensore, pur continuando a ribadire che il
gruppo di fuoco era composto da cinque elementi, il MARCHESE ha poi confermato
le dichiarazioni di cui al verbale del 10 marzo 1994, rendendo le quali non
aveva fatto il nome di MAROTTA
Gaetano.
Secondo le sue conoscenze, acquisite in carcere nel
1990 da Mauro Carmelo durante un periodo di detenzione comune, l’omicidio, in
occasione del quale fu ferita anche la convivente del Cambria, vedova di tale
Centorrino, era stato deciso dal gruppo di GALLI Luigi, che, venuto a sapere che
il Cambria intendeva farlo uccidere, lo aveva anticipato, decretando la morte
del rivale. Per l’agguato fu scelto dai sicari l’atrio adiacente
all’abitazione di tale Orazio ‘u cuttu,
cognato del Papale, che era comune alla attigua palazzina in cui si trovava
l’appartamento della madre di Spasaro Giuseppina. Sapendo che il Cambria si
trovava presso l’abitazione della madre della convivente, presso la quale si
era portato a bordo della sua autovettura blindata, condotta dall’autista CAVÒ
Giuseppe, i sicari, armati con pistole e con un fucile mitragliatore, avevano
atteso il momento propizio, intervenendo allorché il Cambria era sceso
nell’androne, chiamato da due tossicodipendenti, i fratelli Amante, che
intendevano acquistare della droga (Natale e Giovanni ha detto il collaboratore,
precisando poi, dopo la contestazione del Pubblico Ministero, che uno dei due
avrebbe potuto anche chiamarsi Lorenzo).
SPARACIO Luigi ha riferito che l’omicidio di
Cambria Placido va inquadrato nello scontro tra il gruppo SPARACIO – Cambria
da un lato e Leo Giuseppe dall’altro. In quel periodo il primo era alleato con
i gruppi di Pimpo Salvatore e GALLI Luigi, anche se questi ultimi non avevano
mai eseguito alcun atto ostile nei confronti. Alla base dell’alleanza stava
l’interesse del Cambria, che abitava nel rione Giostra, zona di influenza del
gruppo Pimpo – GALLI, ad evitare che Leo Giuseppe ed i suoi uomini potessero
trovare eventuali appoggi nel quartiere nel caso che il Leo avesse deciso di
compiere un’azione contro il Cambria.
Era altresì interesse del gruppo SPARACIO –
Cambria attentare alla vita di CUSCINÀ Francesco (questo probabilmente in
relazione allo scontro in atto con il gruppo di MARCHESE Mario, al quale CUSCINÀ
era affiliato), e per questo una prima volta lo stesso SPARACIO, in compagnia
del Cambria, aveva cercato di raggiungere l’abitazione del CUSCINÀ, ubicata
sulla via Palermo, attraversando la zona baraccata del rione Giostra; i due però
erano stati poi costretti ad allontanarsi poiché alcune persone della zona
avevano riconosciuto il Cambria. Una seconda volta erano stati incaricati di
uccidere il CUSCINÀ altri due affiliati del gruppo, gli odierni imputati CUCÉ
Giovanni e VINCI Rosario, ma anch’essi, sebbene indossassero dei
passamontagna, che però portavano come cappelli, furono riconosciuti da
numerose persone. Questi movimenti insospettirono il GALLI e Pimpo Salvatore,
che chiesero spiegazioni in due occasioni, evidentemente non soddisfatti delle
assicurazioni date la prima volta dal Cambria che non progettava ancora di
attentare alla vita del GALLI.
Peraltro la diffidenza all’origine del
raffreddamento e poi della stessa morte del Cambria era reciproca, dal momento
che il Cambria sospettava che il GALLI, parente del Leo, non fosse un alleato
fedele e informasse di nascosto il Leo dei piani per la sua eliminazione che il
Cambria esponeva nel corso delle riunioni a casa sua a cui prendevano parte
anche il GALLI e Giuseppe Giannetto. Ad alimentare il sospetto, oltre alla
circostanza che il Leo riusciva effettivamente a sfuggire agli agguati preparati
contro di lui, fu l’avvistamento di Leo Giuseppe, in compagnia di GALLI Luigi
a bordo di un’autovettura da parte di GENTILE Bruno. Il Cambria aveva riferito
la notizia a Pimpo Salvatore, nei cui confronti nutriva grande fiducia, ma
questi l’aveva a sua volta riferita al GALLI, alimentando i sospetti di
quest’ultimo e probabilmente inducendolo, nonostante il tentativo di un
definitivo chiarimento nel corso di una successiva riunione, ad agire nella
convinzione di dovere anticipare le mosse del Cambria.
In ordine alla dinamica lo SPARACIO ha riferito
circostanze sostanzialmente corrispondenti all’effettivo svolgimento dei
fatti, precisando che i sicari erano certi che il Cambria quella sera si sarebbe
recato presso l’abitazione della madre della convivente poiché avrebbe dovuto
fornire dieci grammi di eroina al figlioccio di Pimpo Salvatore, tale Caliò
Antonino, inteso ‘u cinisi (che sarà
ucciso qualche mese più tardi: v. capo 6, infra).
A comporre il gruppo di fuoco erano Papale Domenico, COTUGNO Giovanni, inteso ‘u
marocchinu, e Mauro Carmelo, che avevano utilizzato un fucile, una pistola
calibro 9 e forse anche un mitra: la partecipazione di queste tre persone
divenne successivamente un fatto notorio nell’ambiente, anche se inizialmente
si era sparsa la voce che gli esecutori fossero stati altri, tra cui Franco
CUSCINÀ.
L’identità degli aggressori gli era stata
rivelata dalla Spasaro, che aveva avuto modo di riconoscerli, e da CAVÒ
Giuseppe, che sostava nei pressi del luogo dell’agguato a bordo
dell’autovettura blindata del Cambria, e che, senza essere notato, aveva visto
i sicari, ormai non più travisati, allontanarsi di corsa verso il viale
Giostra.
Nel corso di un successivo incontro in un bar di
via Tommaso Cannizzaro anche GALLI Luigi, pur non facendo i nomi degli
esecutori, si era assunta la paternità dell’omicidio (“…Poi,
oltre che la donna li ha riconosciuti, dopo qualche tempo era stato scarcerato
Luigi Galli e ci siamo incontrati nel bar, lui era con la macchina blindata ed
io anche, ci siamo incontrati in un bar di via Tommaso Cannizzaro, siamo scesi
dalla macchina ed io parlando gli ho chiesto dell’omicidio del Cambria; lui si
è assunto la responsabilità dell’omicidio non facendomi i nomi e dice: “Se
eri tu al posto mio che facevi?”. Queste sono state le parole che mi ha detto
… ”).
SPARACIO Luigi è stato poi invitato a riferire
sull’assetto del gruppo dopo la morte del Cambria, e l’imputato ha
dichiarato che, prese le redini del sodalizio, era stata sua cura introdurre
elementi nuovi (ha indicato Trischitta Pietro, GIORGIANNI Salvatore, CARIOLO
Antonio, D’Arrigo Marcello) per fronteggiare l’offensiva degli altri gruppi
(Leo, GALLI, MARCHESE, e sottobanco
anche quello di FERRARA Sebastiano), che si era scatenata dopo l’uccisione del
Cambria. Contemporaneamente, prendendo atto della scarsa fruttuosità
dell’annoso scontro con il Leo, aveva concluso con il medesimo una
pacificazione nell’agosto del 1989, seguito da accordi di analogo tenore con
gli altri, evidentemente dissuasi dalla ritrovata forza del gruppo a proseguire
nell’offensiva iniziata dopo la morte di Cambria.
In ordine ai nomi delle persone inserite nel gruppo
ha dichiarato che si trattava di VINCI Rosario, CUCÉ Giovanni, CARIOLO
Antonino, D’Arrigo Marcello, GIORGIANNI Salvatore, LA TORRE Guido, De Luca
Antonino (ha significativamente esordito dicendo che “erano
sempre i soliti”). L’elencazione, che avrebbe compreso anche altri
nominativi, di cui il collaboratore in quel momento non aveva memoria, è stata
interrotta al momento delle contestazioni del Pubblico Ministero, relative ad
alcuni nominativi (Battaglia Santino, Licciardello Antonino), riferiti in un
verbale del 28 gennaio 1994, la cui copia,
in possesso delle parti al momento dell’esame, non recava alcuna
sottoscrizione, trattandosi verosimilmente di una sorta di “estratto”
informatico di un più ampio verbale, regolarmente sottoscritto. Anche se sul
punto non è stato poi compiuto alcun ulteriore approfondimento, la questione
formale nel caso di specie è stata risolta al momento del controesame dello
SPARACIO, all’udienza del 17 aprile 1999, allorché il Pubblico Ministero è
stato in grado di produrre la copia regolarmente sottoscritta di questo e di
altro verbale (del 21 marzo 1994), utilizzato per altre contestazioni nel corso
dell’esame.
L’imputato RIZZO Rosario, sentito in merito a
tale fatto all’udienza del 15 febbraio 1999, ha esordito inquadrando
l’omicidio nelle lotte che attraversavano in quel periodo la criminalità
organizzata messinese.
Il gruppo facente capo a Cambria Placido e SPARACIO
Luigi era entrato in urto con il gruppo di Leo Giuseppe, ed in tale scontro gli
era alleato il gruppo di Pimpo Salvatore e di GALLI Luigi, di cui facevano parte
anche RIZZO Rosario ed il fratello Letterio, cugini del Pimpo. RIZZO ha però
confermato che Cambria e SPARACIO non nutrivano molta fiducia nei confronti di
Pimpo e GALLI, quest’ultimo a sua volta parente del Leo, riferendo che nel
corso di una riunione, a cui avevano preso parte anche il RIZZO e Caliò
Antonino, i primi due avevano contestato la condotta del GALLI ed esternato i
sospetti su di lui (“… mi hanno
convocato dicendo che Galli Luigi si incontrava con Leo Giuseppe di nascosto per
cui dice lui racconta tutto a Leo, dice diglielo a tuo cugino, vai nel colloquio
o sistema la testa o se ne va a lavorare, deve partecipare per forza alla guerra
se no non si può fare la guerra così …”). Intuendo che da ciò sarebbe
potuta scaturire la morte del GALLI, quest’ultimo di intesa con Pimpo
Salvatore decise di anticipare le mosse del Cambria, decretandone l’omicidio
che avrebbe anche evitato di dovere dividere con lui i proventi del gioco
d’azzardo la cui spartizione avveniva di regola a gennaio: RIZZO ha poi
ribadito, anche dopo qualche contestazione che la spartizione avvenne
effettivamente dopo la morte di Cambria.
Dell’esecuzione furono poi incaricati alcuni
affiliati al gruppo GALLI (Papale Domenico, COTUGNO, Mauro Carmelo, “Puccio”
Gatto), mentre nello stesso contesto fu deciso che i
RIZZO ed il Pimpo si sarebbero dovuti interessare dell’uccisione dei
fratelli Amante. Nel quadro di una dichiarazione non sempre lineare RIZZO è
sembrato poi riferirsi a due momenti diversi, entrambi successivi alla
deliberazione a cui aveva preso parte, oltre al RIZZO anche Leo Giuseppe: in un
primo momento l’omicidio avrebbe dovuto essere commesso con una pistola con
silenziatore dal fratello del RIZZO, Letterio, unitamente a Caliò Antonino, di
cui Cambria si fidava molto sicché non avrebbe avuto alcuna difficoltà a farlo
entrare in casa. Sfumato il progetto per le resistenze del Caliò, si pensò ad
un ordigno esplosivo da collocare sull’autovettura blindata del Cambria, ma le
ricerche notturne del veicolo, compiute da RIZZO in compagnia di GALLI Luigi e
“Pucci” (verosimilmente l’imputato si è riferito a Gatto Giuseppe), non
diedero alcun esito, sicché solo dopo qualche tempo, ritornato in libertà
Pimpo Salvatore, furono concordate modalità operative diverse, che prevedevano
appunto un gruppo di fuoco composto unicamente da uomini del gruppo di GALLI
Luigi.
Ribadendo la propria responsabilità come mandante
il RIZZO ha poi ricordato che i tre sicari erano armati con una pistola calibro
9 (Papale), un mitra (Mauro Carmelo) ed un fucile (COTUGNO Giovanni). Era noto
ai killer che il Cambria avrebbe lasciato l’autovettura blindata per
raggiungere la casa dove abitava la madre della convivente. Il GALLI aveva dato
ordine di uccidere anche la donna, suocera del defunto Cavò Domenico, che non
gli aveva mai restituito una pistola 357
Magnum che GALLI aveva prestato al Cavò prima dell’omicidio. Il RIZZO ha
poi colto l’occasione per scagionare VENUTO Giuseppe, così come aveva fatto
nel corso del processo Peloritana Uno,
nel cui ambito il VENUTO era imputato come concorrente nell’omicidio.
Affermazioni di tenore analogo il RIZZO aveva già
reso infatti nel corso del dibattimento del processo Peloritana
Uno, all’udienza del giorno 11.10.1997, in occasione di un animato
confronto con l’imputato GALLI Luigi, il cui verbale al pari di altri è stato
acquisito dalla Corte mediante lettura all’udienza del 17 maggio 1999.
Le affermazioni del RIZZO appaiono alla Corte
verosimili ed intrinsecamente attendibili nella parte in cui l’imputato si è
attribuito un ruolo penalmente rilevante nella deliberazione ed organizzazione
dell’omicidio del Cambria e giustificano, alla luce delle altre risultanze
dibattimentali, l’affermazione della sua responsabilità.
Appare infatti evidente che l’omicidio, consumato
ai danni di uno degli elementi di maggior spicco della criminalità organizzata
messinese, scaturì da uno scontro latente tra due gruppi sulla carta alleati,
coalizzati nella lotta contro il gruppo avversario di Leo Giuseppe, ma in realtà
lontani proprio in ordine all’atteggiamento da tenere nei confronti del nemico
(apparentemente) comune. Da una parte il Cambria, deciso a liberarsi ad ogni
costo del Leo, aveva già organizzato con i propri uomini due attentati,
destinati, come si è rilevato nell’esame dei reati di cui al capo che
precede, a non lasciare scampo alla vittima designata, il cui fallimento, per il
modo in cui era maturato, aveva probabilmente lasciato nel Cambria la sensazione
che il Leo non fosse stato soltanto assistito dalla buona sorte. Dall’altra
parte il GALLI, legato al Leo da rapporti di parentela, era probabilmente restio
a seguire il Cambria in questa strategia diretta alla eliminazione
dell’avversario a qualsiasi costo, nonostante l’alleanza conclusa imponesse
un atteggiamento comune, e non è escluso che egli mantenesse effettivamente con
il Leo quel rapporto preferenziale che il Cambria sospettava ritenendolo un
tradimento dei patti. È significativo che proprio il RIZZO, a proposito della
ragioni della mancanza di fiducia del Cambria, non abbia smentito o respinto i
sospetti, limitandosi a dichiarare che ne parlò subito con il cugino Pimpo in
carcere e con lo stesso GALLI, inducendo i due, che erano al vertice di un unico
gruppo, a decretare, già nell’estate del 1988, la morte del Cambria secondo
una strategia “preventiva” che è frequente riscontrare nelle vicende delle
organizzazioni di natura mafiosa. Già in questa fase è possibile individuare
un primo coinvolgimento di RIZZO Rosario, cugino del Pimpo ed elemento
rappresentativo del gruppo, incaricato di svolgere un’opera di raccordo tra il
congiunto detenuto (con il quale il rapporto di parentela gli consentiva di
avere colloqui) ed il GALLI che era in libertà, dopo avere ad entrambi
rappresentato le doglianze del Cambria.
D’altra parte, sempre nel quadro dell’indagine
diretta alla individuazione del movente che appare molto importante dovendo
decidere sulla responsabilità di colui che dell’omicidio si è dichiarato
mandante, è certo che il clima di sospetto aveva finito per coinvolgere anche
il Cambria, che se originariamente non aveva probabilmente intenzioni ostili nei
confronti del GALLI, è assai verosimile, alla luce di quanto riferito da
SPARACIO Luigi, che abbia cominciato a coltivarle dopo la richiesta di
“chiarimenti” del GALLI, temendo forse che le assicurazioni fornite non
avrebbero convinto il GALLI e decidendo quindi, paradossalmente, di anticipare a
sua volta le mosse dell’interlocutore. L’innesto di una causale ulteriore,
legata alla spartizione dei proventi del gioco d’azzardo, riferita anch’essa
da RIZZO Rosario, non smentisce il quadro d’insieme, ma lo rafforza, poiché
conferma che l’omicidio corrispondeva agli interessi convergenti dei gruppi di
GALLI Luigi e Pimpo Salvatore da un lato e di Leo Giuseppe dall’altro, al
primo dei quali il RIZZO apparteneva secondo le sue dichiarazioni e secondo le
convergenti risultanze dell’intero dibattimento.
Il RIZZO ha poi ammesso la propria partecipazione
alla fase deliberativa dell’omicidio, voluto dai vertici del suo gruppo (il
cugino Pimpo e GALLI Luigi) e da Leo Giuseppe, confessando di avere
successivamente preso parte anche ad alcune iniziative dirette ad eseguire la
decisione presa, la prima destinata a fallire, come si è rilevato, per le
resistenze di Caliò Antonino, e la seconda rimasta parimenti senza esito a
causa della mancata individuazione dell’autovettura del Cambria nella quale
avrebbe dovuto essere collocato un ordigno esplosivo.
Si deve poi escludere che la confessione difetti di
genuinità o spontaneità perché diretta a coprire le responsabilità di altri
(la posizione del RIZZO non è alternativa a quella di nessuno degli altri
imputati nell’ambito della Peloritana
Uno, tutti, ad eccezione del VENUTO, accusati dal RIZZO), o ancora che essa
abbia intento autocalunniatorio (il collaboratore si è già autoaccusato di
numerosi altri fatti di sangue, ed è poco verosimile che per accreditarsi si
ritagli un ruolo di mandante, tutto sommato marginale, in una vicenda sulla
quale sono già intervenuti i contributi di altri collaboratori di giustizia).
Richiamato l’orientamento illustrato nella parte
iniziale di questa motivazione, secondo cui la confessione non necessità in
quanto tale di elementi di riscontro, le considerazioni sviluppate giustificano
l’affermazione della responsabilità di RIZZO Rosario per l’omicidio di
Cambria Placido ed il tentato omicidio di Spasaro Giuseppina.
Va infatti rilevato che correttamente, sotto il
medesimo capo di imputazione, sono riportati entrambi i reati. L’uccisione di
Spasaro Giuseppina, come emerge dal numero e dalla gravità delle lesioni
riportate dalla donna, era un fatto non solo possibile ma altamente probabile,
che i sicari si rappresentarono certamente, non esitando a sparare anche nella
sua direzione. Ciò emerge peraltro dalle dichiarazioni della Spasaro, che nel
corso del dibattimento del processo Peloritana
Uno, ha chiaramente riferito che uno degli aggressori le sparò
direttamente, ed indirettamente se ne ha conferma nelle parole di RIZZO Rosario
secondo cui ai killer era stato ordinato da GALLI di uccidere anche la donna
verso cui aveva personali motivi di risentimento.
Sussistono indubbiamente le aggravanti contestate
(numero delle persone e premeditazione, peraltro riferite l’una alla
detenzione e porto delle armi usate, e l’altra all’omicidio del Cambria e al
tentato omicidio della Spasaro). Mentre quella relativa alla pluralità dei
concorrenti emerge ictu oculi dalla
ricostruzione dei fatti che è stata illustrata, per quanto riguarda la
premeditazione, richiamati i principi esposti nel contesto dell’analisi della
vicenda di cui al capo 2 (omicidio di Spagnolo Giovanni e reati connessi), è in
questa sede sufficiente rilevare che l’accurata preparazione dell’agguato,
l’utilizzazione di armi di elevatissimo potenziale offensivo, il contesto nel
quale maturò la determinazione omicida, la stessa personalità della vittime
denotano una adesione soggettiva al progetto criminoso particolarmente
pregnante, sicuramente maturata da tempo, coltivata dai responsabili con fredda
e lucida determinazione. L’omicidio poi manifesta tutti i caratteri tipici
dell’esecuzione mafiosa, come ancora oggi dimostra la reticenza e la paura
delle stesse vittime, e come al momento delle prime indagini aveva evidenziato
il velo di omertà calato immediatamente sulla vicenda, sebbene l’omicidio
fosse stato commesso in una zona notoriamente popolosa, all’interno di uno
stabile abitato, in un orario certamente compatibile con la presenza di
occasionali testimoni. È significativo che nel ripercorrere le drammatiche fasi
dell’agguato Spasaro Giuseppina, nell’ambito del processo Peloritana
Uno, abbia ricordato la paura degli abitanti dello stabile perfino di
prestarle i primi soccorsi (“… poi
nessuno mi voleva portare in ospedale perché avevano paura …”), fino
all’intervento di due cugini del Cambria.
Un omicidio con siffatte caratteristiche è per sua
natura premeditato, perché espressione di una strategia lucidamente perseguita
e frutto di una accurata predisposizione di uomini e mezzi, compatibile
esclusivamente con la partecipazione soggettiva particolarmente intensa che è
tipica dell’aggravante contestata.
Vanno riconosciute al RIZZO infine le attenuanti
generiche, con giudizio di prevalenza sulle contestate aggravanti. La
confessione di un ruolo penalmente rilevante che evidentemente non era emerso
dalle dichiarazioni di altri collaboratori di giustizia rende il RIZZO
meritevole del beneficio, anche perché essa si innesta in una scelta di
collaborazione con la giustizia che, per quanto è emerso in questo
dibattimento, appare definitiva ed irreversibile, sebbene il RIZZO sia allo
stato detenuto. Non è invece concedibile l’attenuante speciale di cui
all’art. 8, in relazione al fatto che il contributo non si è rivelato
decisivo per la ricostruzione dei fatti e, alla luce del pregresso esercizio
dell’azione penale in altro procedimento nei confronti di mandanti ed
esecutori, esso si è verosimilmente inserito in un quadro investigativo già
pressoché completo la cui ricostruzione era stata già consentita da fonti
diverse.
Per la commisurazione e l’irrogazione delle pene
si rinvia al termine dell’esame di tutti gli episodi criminosi.