2.3.9.    Omicidio volontario in danno di VALVERI Sebastiano (capo 9)

Il 12 ottobre 1990, intorno alle ore 10,30, un ignoto sicario si introduceva all’interno del deposito della “Compagnia Meridionale Carni s. r. l.” ubicato a Messina, sulla via Taormina, ed esplodeva numerosi colpi arma da fuoco all’indirizzo del trentacinquenne Sebastiano Valveri, personaggio noto alle forze dell’ordine, e si dileguava subito dopo.

All’atto del sopralluogo gli inquirenti rinvenivano il cadavere del Valveri disteso sul pavimento all’interno del deposito a non molta distanza dall’ingresso di un locale più piccolo adibito ad ufficio, nei pressi di una scrivania, sulla quale venivano trovati un apparecchio telefonico con la cornetta fuori posto, nonché un elenco telefonico ed un giornale aperti.

L’indagine autoptica eseguita dal prof. Crinò, che prese parte al sopralluogo ed è stato sentito all’udienza del 10.10.1997, rivelò che il Valveri era stato attinto al torace ed al capo da tre colpi, esplosi  con arma da fuoco a canna corta calibro 38 Special o 357 Magnum (il che spiegava il mancato ritrovamento di bossoli), da una distanza non precisabile per i due colpi che avevano raggiunto la vittima al capo, data la presenza di uno spesso strato di capelli (che rese impossibile la ricerca dei caratteri dello sparo da vicino), ma sicuramente superiore ai 50 centimetri per il colpo al torace. Uno dei proiettili che avevano raggiunto il capo della vittima, dopo un breve tramite sottocutaneo, si era arrestato all’interno della falange del dito indice della mano sinistra, come attestava la presenza di un ciuffo di capelli, anch’esso infisso nella lesione al dito: il percorso del proiettile rendeva probabile l’ipotesi che la vittima, al momento degli spari al capo, avesse portato istintivamente la mano sinistra alla testa, in un vano tentativo di proteggerla dai colpi. Un secondo proiettile era penetrato nella cavità cranica producendo devastanti lesioni dell’encefalo che avevano determinato la morte per arresto cardiaco. Il colpo al torace, non essendo invece penetrato in cavità, aveva prodotto delle lesioni superficiali di modesta gravità, praticamente ininfluenti ai fini dell’esito mortale.

Nel corso delle prime indagini emerse che il Valveri, abituale frequentatore dei locali della società, anche la mattina del 12 ottobre 1990 vi si trovava dalle ore 9,40 circa in compagnia di un amico, tale Trifirò Massimiliano, in attesa di potere incontrare il titolare, tale De Salvo Antonino, che gli era stato assicurato sarebbe tornato di lì a poco al deposito. Erano inoltre presenti al momento dell’aggressione Bonina Nunzio e Giacobbe Mario, dipendenti del De Salvo, nonché Tricomi Nunzio, pensionato, che era cointeressato alla gestione del deposito e che per conto di De Salvo acquistava presso i mercati vitelli destinati alla macellazione. Dal racconto dei presenti risultò che il Valveri, dopo essersi trattenuto per qualche tempo all’esterno dei locali, era poi rientrato all’interno del deposito perché chiamato al telefono, o più probabilmente perché intendeva fare una telefonata, come attesta la circostanza che aveva aperto la rubrica ponendola sul tavolo nel modo in cui fu poi trovata all’atto del sopralluogo. Fu in questo frangente che un uomo, che alcuni dei testimoni oculari hanno riferito essere elegantemente vestito e che secondo il Tricomi aveva una folta barba scura, entrò con un’arma in pugno correndo ed esplose un primo colpo in direzione del Valveri, e quindi successivamente, quando alcuni dei presenti spaventati avevano cercato riparo fuggendo, altri due colpi, secondo la successione che in dibattimento hanno confermato i testi Giacobbe e Trifirò (quest’ultimo dopo la contestazione).

L’attività investigativa si orientò sulla scorta di una voce confidenziale in direzione di Erba Giovanni, presso il domicilio del quale fu eseguita qualche ora dopo l’omicidio una perquisizione ed al quale fu anche fatto un prelievo per la ricerca di eventuali residui dello sparo (sulle mani e sulle maniche della camicia), l’una e l’altro con esito negativo.

Fu altresì eseguito in data 23.11.1990 il sequestro presso l’abitazione di tale Miano Antonino di una corposa documentazione anche bancaria relativa all’attività della “Compagnia Meridionale Carni s. r. l.”, ritenendo che ad essa potesse in qualche modo collegarsi l’omicidio, anche sulla scorta di qualche elemento emerso nel corso delle prime indagini.

Tricomi Nunzio aveva infatti riferito che il Valveri circa 20 giorni prima dell’omicidio gli aveva prestato dietro sua richiesta la somma di venti milioni di lire in contanti, necessaria per l’acquisto di alcuni animali, e ciò all’insaputa del De Salvo che, secondo il Tricomi, non conosceva Valveri. La richiesta di denaro era stata determinata dalla mancanza di liquido, ma la somma era stata restituita interamente prima dell’omicidio, e precisamente il 9 ottobre. Di tali dichiarazioni è stata data lettura all’udienza del giorno 8 maggio 1999 ai sensi dell’art. 512 c. p. p., poiché in un primo momento il Tricomi, sentito con le garanzie di cui all’art. 210 c. p. p. in quanto a suo tempo arrestato e condannato per favoreggiamento, si era avvalso della facoltà di non rispondere (udienza del 18.10.1997). Introdotta la possibilità di contestare le dichiarazioni rese in precedenza anche dai soggetti di cui all’art. 210 c. p. p., il Tricomi è stato nuovamente convocato a tal fine, risultando però irreperibile, sicché per acquisire le sue dichiarazioni si è reso necessario procedere alla lettura per sopravvenuta impossibilità di ripetizione dell’atto.

Tuttavia anche questa traccia investigativa si rivelò in concreto infruttuosa per la individuazione dei responsabili, determinando la conseguente archiviazione del procedimento.

Anche in questo caso l’avvento della stagione dei collaboratori di giustizia si è rivelato decisivo per riaprire a distanza di anni le indagini e ricostruire la vicenda.

Sono stati sentiti su questo episodio MARCHESE Mario, nonché CASTORINA Pasquale e SPARACIO Luigi, imputati dell’omicidio di Valveri Sebastiano, ed il secondo inoltre della detenzione dell’arma anche in epoca anteriore all’omicidio.

MARCHESE Mario, indicando come fonte delle proprie conoscenze il defunto Di Blasi Domenico, ha dichiarato di sapere esclusivamente che il Di Blasi era il mandante dell’omicidio, determinato da vecchi rancori, probabilmente sorti in ambito carcerario.

Circa la collocazione criminale del Valveri MARCHESE ha dichiarato che anche lui faceva parte originariamente del gruppo Costa, alla cui dissoluzione si era inserito nel gruppo di Pippo Leo, uno di quelli sorti in seguito al declino di Costa Gaetano. All’atto dell’omicidio tuttavia il Valveri non apparteneva ad alcun gruppo. MARCHESE ha poi escluso alla luce delle sue conoscenze che Luigi SPARACIO, figlioccio di Di Blasi, avesse avuto un ruolo nella consumazione di questo omicidio.

Quest’ultimo, sentito in merito all’udienza del 3.3.1999, ha riferito che l’omicidio di Nello Valveri avvenne tra la fine del 1990 ed i primi del 1991 su mandato di Di Blasi Domenico. Di Valveri non era gradito l’atteggiamento apparentemente amichevole nei confronti di tutti, che era visto con sospetto, perché ritenuto non genuino, tanto che era corrente l’indicazione di Valveri come tragediatore, termine in uso nel gergo malavitoso con molteplici significati tutti di segno negativo (su cui ci si è soffermati nel corso dell’analisi dei reati di cui al capo 8, omicidio di Pimpo Salvatore e reati connessi).

Attribuita al solo Di Blasi la decisione di uccidere il Valveri, SPARACIO ha ricordato di avere fornito una pistola calibro 38, nella piena consapevolezza dell’uso che ne sarebbe stato fatto, al Di Blasi che gliene aveva fatto richiesta per commettere l’omicidio. Questo fu commesso da CASTORINA Pasquale, accompagnato da PIETROPAOLO Pasquale, che lo attendeva fuori del deposito di carni sulla via La Farina all’interno del quale si era introdotto il CASTORINA (la via La Farina costituisce notoriamente il prolungamento della via Taormina dove è ubicato il deposito presso il quale si verificò effettivamente l’omicidio). Interrogato poi sui suoi rapporti con Tricomi Nunzio (il quale “era il socio di Valveri Sebastiano nella conduzione di questo deposito di carni”), lo SPARACIO ha riferito che dopo la morte del Valveri era sorto un rapporto di affari con il Tricomi, posto che lo SPARACIO aveva “finanziato” una non meglio precisata operazione truffaldina connessa al settore della carne e dei bovini

CASTORINA Pasquale, ripercorse le varie fasi della sua ascesa all’interno del gruppo di Costa Gaetano, dall’affiliazione con il grado di camorrista al successivo acquisto della più elevata qualifica di santista, ha riferito dei suoi rapporti con Di Blasi Domenico, divenuti più intensi a partire dal 1989, quando il Di Blasi, dopo la sua scarcerazione, era stato il promotore di una tregua tra i vari gruppi della criminalità organizzata messinese (“… Però dopo la scarcerazione […] il Di Blasi si è prodigato a far fare la pacificazione con i vari clan cosa mi sembra se non ricordo male è successo. Questa pacificazione è stata fatta poi nell’89 se non ricordo male, c’è stato un incontro per quanto mi riguarda delle mie conoscenza che ero presente a casa della Settineri sarebbe la suocera di SPARACIO, lì un pomeriggio è venuto il MANCUSO Giorgio tramite il Pippo Leo che aveva avuto l’ordine di fare questa pacificazione, queste cose c’era il Di Blasi, Villari, poi c’era SPARACIO, c’ero io e qualche altro personaggio più Giorgio MANCUSO e altri due del suo clan al quale è stata fatta pacificazione con lo SPARACIO, insomma si sono stretti la mano che non succedeva niente cosa che in quel periodo non è successo niente…”).

Nel quadro di questi rapporti il CASTORINA ha inserito la sua partecipazione a diverse azioni criminose tra cui l’omicidio di Sebastiano Valveri, appartenente al gruppo di Leo Giuseppe, dal quale si era tuttavia distaccato nel periodo immediatamente precedente all’omicidio (così come ha riferito anche MARCHESE Mario), sebbene si sospettava che con il Leo continuasse ad avere dei rapporti.

Dell’omicidio del Valveri si era discusso nell’autunno del 1990 in una riunione a casa di Settineri Vincenza, suocera dello SPARACIO, a cui avevano preso parte, oltre allo stesso CASTORINA, il Di Blasi, SPARACIO Luigi e il cugino di questi Villari Antonino. Di Blasi aveva dei non meglio precisati rancori personali nei confronti del Valveri, forse risalenti al periodo in cui la vittima apparteneva al gruppo di Leo Giuseppe. Dalle dichiarazioni rese dal CASTORINA è sembrato tuttavia che tale risentimento, attenuatosi in seguito all’allontanamento del Valveri, quantomeno apparente, da Leo (che era nel frattempo deceduto, essendo stato ucciso il 6.9.1990), abbia avuto un ruolo secondario nella deliberazione omicida, determinata soprattutto dall’intralcio che la ingombrante presenza del Valveri creava nei rapporti con i titolari del deposito di carni, De Salvo e Tricomi, che avevano ricevuto in prestito da SPARACIO Luigi una cospicua somma di denaro (“… cento, duecento milioni, una cosa del genere …”). Infatti il Valveri, cointeressato all’attività del De Salvo, sfruttando probabilmente il prestigio e la conoscenza acquisiti nel corso della sua militanza criminale, esercitava frequenti pressioni per indurre lo SPARACIO ad accordare delle dilazioni nel pagamento degli interessi di natura usuraria che periodicamente il De Salvo era tenuto a versare in relazione al prestito ottenuto.

Per questa ragione, pur essendo tale motivazione di natura economica comune anche al Di Blasi, al vertice dello stesso gruppo criminale, dalle dichiarazioni di CASTORINA si desume che l’iniziativa della pianificazione dell’omicidio del Valveri fu presa dallo SPARACIO, che ottenne l’adesione di Di Blasi.

Dell’esecuzione fu in un primo momento incaricato VINCI Rosario, che tuttavia cercò di sottrarsi al mandato ricevuto, temendo di essere successivamente individuato come responsabile dell’omicidio, dal momento che era abitudine del Di Blasi diffondere questo tipo di notizie nell’ambiente.

Considerate le resistenze del VINCI il Di Blasi si rivolse al CASTORINA, al quale una richiesta di questo tipo non avrebbe potuto avanzarla direttamente il solo SPARACIO, i cui rapporti con CASTORINA erano più superficiali  (“… Però visto che io con il Di Blasi eravamo in rapporti più stretti, ovviamente lo SPARACIO non è che mi poteva dire a me: […] ‘compare fatelo voi ‘sto fatto’, perché non esiste, io non prendevo ordini da lui, io prendevo ordini direttamente dal Di Blasi. In quel contesto mi disse il Di Blasi: ‘compare allora ve la vedete voi qua queste cose’, ci dissi: ‘va be’, ora vediamo’. Una volta che poi siamo usciti ne ho discusso con il Di Blasi, ci dissi: ‘va be’ compare, non ci sono problemi, me la vedo io’ …”). Accolta la richiesta e ricevuta dal Di Blasi una pistola calibro 38 che era stata fornita da SPARACIO, il CASTORINA, dopo avere deciso, contrariamente a quanto gli consigliava il Di Blasi, di agire da solo, cominciò a studiare le abitudini della vittima, recandosi più volte anche in compagnia di Di Blasi presso il deposito di carni di via Taormina. Accertata finalmente la presenza del Valveri, che aveva visto passeggiare con un’altra persona nello spazio esterno adiacente al deposito, il CASTORINA tornò a casa, mise una barba e dei baffi finti (che gli erano stati fatti avere da tale Angelo Saraceno), nonché un paio di occhiali scuri, modificò la pettinatura e quindi a bordo di una Autobianchi A112 si recò nuovamente nei pressi del deposito del De Salvo. Poiché il Valveri si trovava ancora lì, CASTORINA parcheggiò l’autovettura nei pressi della clinica “Villa Igea”, posta nelle vicinanze del carcere di Gazzi, e quindi, percorsi 150 – 200 metri tornò a piedi nel deposito, dove si trovavano, oltre a Valveri, impegnato in una conversazione telefonica, anche Tricomi ed altre persone. Il primo colpo, che raggiunse la vittima probabilmente al petto, era destinato soprattutto ad impedire la fuga del Valveri e a destare il panico nei presenti. Il Valveri cadde subito portandosi le mani ai capelli e a questo punto il CASTORINA gli si avvicinò esplodendogli contro altri colpi.

Compiuta la missione CASTORINA si allontanò a piedi percorrendo a ritroso il tragitto precedentemente fatto, lungo il quale si disfece subito della barba e dei baffi gettandoli in un contenitore delle immondizie. Successivamente si liberò della pistola, e nel pomeriggio ricevette la visita di Di Blasi che si complimentò per la buona riuscita dell’agguato, così come SPARACIO, incontrato successivamente. Per esternare questa gratitudine il Di Blasi consegnò al CASTORINA un orologio, promettendogli anche il suo interessamento per l’uccisione di tale Aloisio Ignazio, un metronotte verso il quale CASTORINA nutriva dei rancori personali.

È sufficiente un esame anche sommario delle dichiarazioni di CASTORINA Pasquale per rendersi conto della loro totale sovrapponibilità, per quanto concerne la descrizione delle varie fasi dell’esecuzione dell’omicidio, con le risultanze delle prime indagini. Con esse convergono in ordine al calibro dell’arma usata, alla presenza di altre persone all’interno dei locali del deposito, alla sede e alla presumibile successione dei colpi che attinsero la vittima, alla posizione assunta dal Valveri dopo la caduta in seguito al primo colpo, alle condotte della vittima nei momenti precedenti all’agguato e all’atto dell’aggressione. Risulta infatti che effettivamente il Valveri si era trattenuto un po’ di tempo fuori dai locali del deposito in compagnia di Trifirò Massimiliano, probabilmente aggirandosi in quello spiazzo esterno posto al di là dell’accesso da via Taormina ed adiacente all’ingresso del deposito (per la descrizione della situazione dei luoghi v. il fascicolo di rilievi fotografici della polizia scientifica, inserito nella carpetta degli atti relativi al capo 9); così come è stato confermato che il Valveri teneva il telefono in mano al momento dell’aggressione e che il sicario aveva una folta barba scura.

Peraltro, stando a quanto illustrato dal Pubblico Ministero nel corso della discussione finale, anche il particolare della barba e dei baffi finti avrebbe trovato conferma nel successivo ritrovamento dell’una e degli altri, ma la circostanza non è emersa in dibattimento, né risulta versato in atti il relativo verbale di sequestro.

In ogni caso la confessione del CASTORINA appare perfettamente aderente alla effettiva dinamica dell’episodio e ai risultati delle prime indagini, e, dovendosi escludere qualsiasi intento autocalunniatorio, essa giustifica ampiamente l’affermazione della responsabilità dell’imputato.

Tale affermazione di responsabilità coinvolge anche SPARACIO Luigi, sia per quanto riguarda la detenzione dell’arma usata prima della consegna al Di Blasi, sia per quanto concerne più propriamente la consumazione dell’omicidio.

Autorizzano questa conclusione, prima ancora delle affermazioni del CASTORINA (“… perché a me gli ordini di fare questo omicidio me li ha dati il Di Blasi d’accordo con lo SPARACIO …”), le stesse ammissioni dello SPARACIO, il quale, pur dichiarandosi estraneo alla fese deliberativa dell’omicidio e alla causale, attribuite esclusivamente al Di Blasi, ha riconosciuto di avere consegnato la pistola al Di Blasi ben sapendo che uso ne sarebbe stato fatto ed anzi aderendo alla richiesta che il Di Blasi gli aveva sottoposto riferendosi espressamente alla imminente uccisione del Valveri (“… A me lo disse che doveva morire Valveri e mi chiese una pistola, io gli ho fornito una pistola per questo omicidio, era una calibro 38 […] P.M.: Lei quando prestò la pistola sapeva che serviva per questo scopo? SPARACIO: Sì, lo sapevo, non prestai la pistola gliela diedi …”).

Diverge però la ricostruzione fornita dallo SPARACIO dalla versione di CASTORINA per quanto riguarda la causale dell’omicidio, a prescindere dal contrasto in ordine alla partecipazione di PIETROPAOLO Pasquale all’omicidio (di cui riferisce il solo SPARACIO), posto che il primo, peraltro con una certa difficoltà, ha ammesso di avere avuto rapporti con Tricomi relativi all’attività commerciale della “Compagnia Meridionale Carni s. r. l.”, ma solamente in epoca successiva all’omicidio, allorché lo SPARACIO, utilizzando denaro di pertinenza del gruppo che si trovava nel fondo cassa, aveva “finanziato” una truffa a cui è sembrato di capire che in precedenza partecipasse anche Valveri.

Ben diverso è il tenore delle dichiarazioni del CASTORINA, che ha attribuito a SPARACIO il principale interesse alla eliminazione del Valveri, spiegando che il Di Blasi era stato portato ad aderire al progetto e a contribuirvi fattivamente più dall’appartenenza dello SPARACIO allo stesso gruppo da lui capeggiato e quindi per una generica cointeressenza, che dagli antichi rancori nutriti nei confronti del Valveri.

Peraltro, in una visione complessiva delle risultanze processuali, la versione di CASTORINA, nell’impossibilità di trovare dei riscontri più precisi, appare la più plausibile.

E ciò non solo perché il riferimento dello SPARACIO ai “rancori” di Di Blasi come causa esclusiva dell’omicidio appare troppo generico, tanto più in quanto proveniente da colui al quale fu chiesto un contributo diretto alla consumazione dell’omicidio e che godeva di un rapporto privilegiato con lo stesso Di Blasi (ne era “figlioccio” come ha ricordato MARCHESE Mario), sicché è escluso che fosse rimasto all’oscuro della natura del preteso risentimento all’origine della deliberazione omicida.

Dalle dichiarazioni di Tricomi Nunzio, di cui alla fine del dibattimento è stata data lettura essendosi l’interessato reso irreperibile, è emerso che appena qualche giorno prima dell’omicidio al Valveri sarebbe stata restituita un’ingente somma di denaro da lui precedentemente data in prestito al Tricomi: la dichiarazione, se per un verso giustifica il sospetto del coinvolgimento della società in rapporti di natura usuraria, come ha riferito CASTORINA, per altro verso appare reticente, sicuramente laddove il Tricomi precisava che il Valveri non era conosciuto da De Salvo, poiché mal si concilia tale affermazione con l’accertata frequentazione del deposito da parte della vittima e con la circostanza che la stessa mattina dell’omicidio il Valveri era in attesa proprio dell’arrivo di De Salvo.

D’altra parte, anche se questo aspetto non ha formato oggetto di alcun approfondimento in dibattimento, la scelta della sede della società per commettere l’omicidio è difficilmente spiegabile al di fuori della volontà di istituire un collegamento tra l’uccisione del Valveri e l’attività commerciale che ivi si svolgeva, affinché forse l’omicidio fungesse da monito per chi fino a quel momento aveva goduto dell’appoggio e della protezione della vittima. Sembra infatti assai strano, nonostante le garanzie che potesse offrire l’abilità e la determinazione del sicario, che si siano scelti per uccidere il Valveri un luogo ed un orario in cui era certo che lo sparatore, nonostante gli accorgimenti adottati, avrebbe potuto benissimo essere riconosciuto, o incontrare serie difficoltà, proprio per la situazione dei luoghi, ad allontanarsene indisturbato. Della esattezza di questa ricostruzione costituisce riprova la reticenza delle persone presenti all’omicidio, che si è avvertita anche in dibattimento, sebbene fossero trascorsi otto anni dai fatti, e che a suo tempo aveva determinato addirittura l’arresto e la condanna di Tricomi Nunzio, il quale, per il ruolo rivestito nell’ambito dell’attività commerciale della società, era una delle persone in cui l’omicidio – ove le ragioni fossero quelle indicate da CASTORINA – era destinato a suscitare maggiore impressione.

In ogni caso l’ipotizzata ricostruzione della causale del delitto rafforza l’affermazione del pieno coinvolgimento di SPARACIO Luigi non solo a livello esecutivo, ma anche sul piano della deliberazione omicida e del conferimento del mandato. Né contrasta tale affermazione la circostanza che l’omicidio fu poi commesso da uno degli uomini del Di Blasi, posto che la scelta finale del CASTORINA scaturì verosimilmente dalla difficoltà di attuare il piano originario, che infatti prevedeva l’impiego di VINCI Rosario, che le risultanze complessive di questo dibattimento hanno consentito di individuare come uno degli elementi più vicini allo SPARACIO: la scelta di CASTORINA piuttosto esprime, al di là del maggiore o minore interesse alla uccisione del Valveri di cui erano portatori lo SPARACIO ed il Di Blasi, l’importanza dell’intervento di quest’ultimo, probabilmente decisivo, considerate le gerarchie interne, per superare lo stallo determinato dalle resistenze della persona individuata in precedenza come sicario: ed è in proposito significativo che, secondo le concordi affermazioni dei due imputati. l’arma non sia stata consegnata direttamente dallo SPARACIO a CASTORINA, ma dal primo al Di Blasi e quindi da questi al secondo.

Tutti i reati devono essere unificati sotto il vincolo della continuazione, apparendo evidentemente la detenzione ed il porto di arma da fuoco intimamente connessi all’omicidio, e quest’ultimo è aggravato dalla premeditazione.

Anche in questo caso infatti, agli argomenti di carattere generale sviluppati in altra parte di questa motivazione, si affianca la considerazione delle modalità del delitto, in cui ricorrono, analogamente a quanto si è riscontrato per tutti gli altri episodi esaminati in questo procedimento, tutti gli elementi propri dell’aggravante. Lo rivelano in maniera univoca lo scarto temporale fra la deliberazione ed il conferimento del mandato ad uccidere, lo studio della abitudini della vittima, la predisposizione dei mezzi.

Ad entrambi gli imputati devono essere poi concesse le circostanze attenuanti generiche, con giudizio di prevalenza sulla aggravante per lo SPARACIO  e con giudizio di equivalenza per il CASTORINA. La concessione del beneficio scaturisce per entrambi dalla confessione resa in dibattimento, dovendo considerarsi tale certamente anche quella dello SPARACIO, mentre l’esito diverso del giudizio di bilanciamento si giustifica per il ruolo diverso dei due imputati: l’uno è stato infatti direttamente coinvolto nell’azione omicida, portata ad esecuzione con fredda e lucida determinazione, l’altro ha fornito l’arma ed è uno dei mandanti, ma, a prescindere dall’eventuale maggiore interesse diretto alla eliminazione del Valveri, al suo mandato si è sovrapposto, con valenza che la Corte ritiene determinante per le considerazioni già illustrate, quello di Di Blasi Domenico.

A nessuno dei due imputati può essere poi concesso l’ulteriore beneficio di cui all’art. 8 della legge n. 203/91, invocato dai difensori degli imputati collaboratori di giustizia per tutti i reati ascritti ai rispettivi assistiti, e nel caso di specie chiesto dal Pubblico Ministero con riferimento alla posizione del solo CASTORINA Pasquale.

Infatti, mentre con riferimento a SPARACIO è decisiva ai fini della negazione del beneficio la considerazione che l’imputato è stato certamente reticente in ordine alla causale del delitto e comunque non ha riferito su di essa tutto ciò che era in ogni caso da attendersi da lui considerati i rapporti con il Di Blasi e la posizione occupata in seno al gruppo, per il CASTORINA l’eventuale concessione dell’attenuante speciale, in aggiunta al riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, si tradurrebbe, nel caso di specie, in un inammissibile bis in idem.

Infatti la natura del ruolo avuto dall’imputato ed il tenore della sua confessione, ovviamente a prescindere da una valutazione generale della qualità della sua collaborazione, che esula dal giudizio inerente all’applicazione della circostanza, non consentono di individuare ulteriori profili che giustifichino la concessione del beneficio: l’imputato ha confessato l’omicidio e ne ha individuato i mandanti, ma nulla di più è stato in grado di riferire, con riferimento al fatto specifico, né è possibile alla Corte (in mancanza di contestazioni che avrebbero determinato l’acquisizione dei relativi verbali) valutare l’eventuale anteriorità della confessione rispetto alle dichiarazioni di altri collaboratori (in questo caso il solo SPARACIO), per verificare in quale momento delle indagini preliminari essa sia sopravvenuta.

Per l’irrogazione delle pene si rinvia alla parte conclusiva di questa motivazione.