Il 28 gennaio 1991, intorno alle ore 19,20, una
pattuglia composta dai carabinieri Lattanzio e Colonnese, interveniva in via
Seminario estivo, in località Villa Lina, dove era stata segnalata una
sparatoria con ferimento di Mulé Giuseppe, personaggio noto alle forze
dell’ordine per i suoi precedenti giudiziari e di polizia. In seguito alla
ispezione dei luoghi i militari intervenuti rinvenivano e sequestravano nei
pressi della farmacia Coppolino una pistola a tamburo calibro 38 Special
con matricola abrasa, il cui caricatore conteneva quattro bossoli calibro 38
Special, un bossolo calibro 380 ed una
cartuccia calibro 380 con capsula percossa ma senza esplosione della carica di
innesco. Nelle vicinanze venivano altresì trovati un guanto in tessuto
plastificato di colore verde, verosimilmente utilizzato dal sicario, ed una
ogiva in piombo calibro 38 Special deformata.
Un’altra ogiva in piombo calibro 380 veniva estratta dal corpo del Mulé nel
corso dell’operazione chirurgica a cui era stato sottoposto all’ospedale
“Regina Margherita” (v. verbale di sequestro contenuto nella carpetta degli
atti relativi al capo 10, e dichiarazioni dei testi Colonnese, Cassese e Princi).
Nel corso delle prime indagini veniva disposto un
accertamento tecnico di natura balistica, affidato al dott. Cardia, sentito in
dibattimento all’udienza del 24 ottobre 1997, che consentiva di determinare la
matricola dell’arma (da considerare clandestina a causa della cancellazione
operata sulla parte esterna), e conseguentemente di scoprire che si trattava di
una pistola il cui furto era stato denunziato presso la stazione dei carabinieri
di Ganzirri il 25 settembre 1989 dal proprietario Aversa Giuseppe.
Nessun contributo utile alle indagini veniva dato
dal titolare della vicina farmacia, il quale anche in dibattimento ha dichiarato
che nel quartiere vengono esplosi frequentemente dei petardi durante tutto il
periodo compreso tra il mese di novembre e il carnevale dell’anno successivo,
sicché riesce difficile distinguere eventuali colpi di arma da fuoco.
Analogamente di nessuna utilità si rivelarono le
dichiarazioni di Franchina Letterio, che il Mulé avrebbe indicato in un primo
momento come colui che lo aveva condotto in ospedale, e che invece, sentito
nella stessa serata del 28 gennaio 1991, smentì l’amico, riferendo che al
momento dell’aggressione si trovava già a casa dopo avere trascorso insieme
al Mulé una parte del pomeriggio. Nel corso di una deposizione dibattimentale
che è apparsa assai reticente anche con riferimento a particolari
insignificanti, tanto da dar luogo alla contestazione di tutto il verbale del
28.1.1991, il Franchina ha ribadito di non avere assistito alla sparatoria e di
essere andato a trovare il Mulé in ospedale successivamente.
Nel corso del dibattimento sono stati sentiti su
questo episodio i collaboratori di giustizia Aliquò Ignazio, Santacaterina
Umberto, CASTORINA Pasquale, ARNONE Marcello, Barresi Domenico, FERRARA
Sebastiano, SPARACIO Luigi, LEO Roberto, Di Napoli Pietro e MARCHESE Mario, che
hanno fornito contributi di qualità e di rilievo assai diversi l’uno
dall’altro. Si è poi sottoposto all’esame l’imputato RIZZO Rosario ed è
stato anche ascoltato, sia come persona offesa che ai sensi dell’art. 195 c.
p. p., in quanto indicato da altri come fonte di conoscenza, Mulé Giuseppe,
originariamente imputato di numerosi fatti di sangue nell’ambito di questo
procedimento, ma la cui posizione, come si è rilevato nella esposizione dello
svolgimento del processo, è stata oggetto di un provvedimento di separazione.
Il Mulé, nel corso di due audizioni utilizzate
soprattutto per esternare il proprio disappunto nei confronti del sistema dei
collaboratori di giustizia (significativamente all’udienza del 10.10.1997 ha
manifestato soddisfazione per le modifiche all’art. 513 c. p. p. introdotte
dalla legge dell’agosto precedente), ha riferito che il sicario era una
persona a viso scoperto, di cui oggi conosce l’identità, pur non essendo
disposto a rivelarla. Ha poi escluso qualsiasi responsabilità di IDOTTA
Marcello o GALLI Luigi, avendo con i medesimi rapporti di amicizia che risalgono
all’infanzia, ed ha al contempo negato che causa dell’agguato potesse essere
il rapporto con la convivente Rho Floriana (da cui ha anche avuto una bambina).
Scarsamente significative si sono rivelate le
dichiarazioni di Aliquò Ignazio, coinvolto in altri procedimenti per reati
concernenti gli stupefacenti, il quale, premesso di avere conosciuto il Mulé
tanti anni prima, ha dubitativamente attribuito a RIZZO Rosario le sue
conoscenze in merito al ferimento dello stesso Mulé, che sarebbe stato commesso
per una non meglio precisata questione di
donne. È stata necessaria la contestazione delle dichiarazioni rese il 20
ottobre 1992, il cui contenuto l’Aliquò si è limitato a confermare pur non
ricordandolo più molto bene, per apprendere che in quella sede, in maniera
molto più lineare, aveva riferito: “autore
del tentato omicidio di Mulé Giuseppe, fu Rizzo Letterio, il quale lo voleva
punire, per avere quello violentato tale Floriana, ex convivente di Pimpo
Salvatore, cugino del Rizzo. Mi risulta che prima di sparare al Mulé, il Rizzo,
chiese ed ottenne l’assenso di GALLI Luigi, detto ‘scarpuzza’, della cui
cosca all’epoca il Mulé faceva parte. Episodio e sue motivazioni, le ho
apprese due o tre giorni dopo dallo stesso Rizzo Letterio, che mi disse anche
che aveva sparato proprio per ucciderlo. Conferma ne ho avuto anche dal fratello
RIZZO Rosario ”.
Ancora più generiche sono apparse le affermazioni
di ARNONE Marcello, che ha dichiarato, verosimilmente per averlo appreso
nell’ambiente malavitoso, che l’agguato sarebbe stato eseguito da Rizzo
Letterio e IDOTTA Marcello, a causa di una donna, tale Floriana, legata
sentimentalmente al Mulé, ma in precedenza appartenuta
a un altro clan e legata anche a Rizzo Letterio, poi ucciso.
Dallo stesso Mulé FERRARA Sebastiano apprese che a
sparargli era stato Marcello IDOTTA e che l’agguato era fallito esclusivamente
perché la pistola si era inceppata. L’ordine di uccidere il Mulé era stato
dato da Rizzo Letterio, risentito per la relazione allacciata da Mulé con una
ragazza di nome Floriana, già convivente di Pimpo Salvatore e quindi, dopo la
morte di questi, convivente dello stesso Rizzo Letterio.
Anche SPARACIO Luigi, senza indicare la fonte delle
sue conoscenze, probabilmente riferibili alle voci d’ambiente, ha ricordato
che il fallimento dell’agguato era stato causato dal difettoso funzionamento
dell’arma impiegata da Marcello IDOTTA. Il mandato omicida proveniva da Rizzo
Letterio e RIZZO Rosario, in quanto l’ex convivente di Pimpo Salvatore, tale
Floriana, era contesa tra Mulé Giuseppe e Rizzo Letterio. In seguito alla
contestazione delle dichiarazioni contenute nel verbale del 30 marzo 1994 lo
SPARACIO ha poi ricordato che Rizzo Letterio si era rivolto al GALLI, a cui il
Mulé era affiliato, evidenziando che il Mulé andava ucciso perché aveva
importunato la moglie del Pimpo, assassinato a sua volta da poco tempo, ma
nutrendo in realtà un interesse personale alla eliminazione del rivale. Il
GALLI non si era opposto alla decisione ed infatti dopo il ferimento il Mulé
era transitato nel gruppo di MARCHESE Mario.
Non è stato in grado di indicare con precisione la
fonte delle proprie conoscenze (“…
adesso non ricordo precisamente da chi l'ho appreso, penso dalle persone del
clan … ”) neppure Barresi Domenico, affiliato al gruppo di GALLI Luigi
dal 1990 o 1991, che si è limitato a ricordare che il ferimento del Mulé,
appartenente al gruppo MARCHESE, si era verificato nel rione Giostra, di fronte
alla farmacia Coppolino, al culmine di una lite tra lo stesso Mulé ed un tale
soprannominato il ferraiolo, di cui il
Barresi ha ricordato solo il nome di battesimo, Letterio. Durante la
colluttazione, scaturita da un contrasto per una donna di nome Floriana, contesa
tra il Mulé ed il citato ferraiolo,
il primo avrebbe dato uno schiaffo al secondo e quest’ultimo gli avrebbe
esploso contro un colpo di pistola.
Pur non essendo stato indicato nella lista del
Pubblico Ministero con specifico riferimento al capo di imputazione in esame, ma
nel quadro della indicazione onnicomprensiva che conclude la lista medesima, ha
riferito su questo episodio anche CASTORINA Pasquale, chiamato a ripercorrere le
varie fasi della propria militanza criminosa e correlativamente alcuni momenti
della storia della criminalità organizzata messinese. Una tappa importante di
questo excursus fu nel 1989 la
pacificazione tra i vari gruppi determinata dal decisivo intervento di Di Blasi
Domenico, ed interrotta bruscamente dal ferimento di Mulé Giuseppe.
L’agguato, verificatosi nel rione Giostra, fu eseguito con una pistola calibro
38 da tale Marcello (di cui CASTORINA non ricordava il cognome) su mandato dei
fratelli RIZZO, a cui non era gradita la relazione sentimentale allacciata da
Mulé Giuseppe con la donna del cugino defunto, “Toruccio” Pimpo, una tale
Floriana. A tale fatto di sangue erano seguiti l’avvicinamento di Mulé al
gruppo di MARCHESE Mario e la decisione di uccidere i fratelli RIZZO, a cui
avevano aderito MANCUSO Giorgio, SPARACIO Luigi, MARCHESE Mario, GALLI Luigi
(forse agli arresti domiciliari in quel periodo) e lo stesso Di Blasi Domenico,
che si era anche rivolto invano al CASTORINA per l’eventuale esecuzione del
progetto omicida.
Santacaterina Umberto, sentito all’udienza del 24
ottobre 1997, ha dichiarato di avere appreso da MARCHESE Mario e dal defunto Di
Blasi Domenico, tre o quattro giorni dopo il fatto, quanto a sua conoscenza in
merito al ferimento di Mulé Giuseppe avvenuto nel rione Giostra. A sparare era
stato IDOTTA Marcello su mandato dei fratelli Rosario e Letterio RIZZO, al cui
gruppo il sicario apparteneva, in quanto il Mulé insidiava la donna del defunto
Pimpo Salvatore, cugino dei RIZZO, alla quale era tuttavia sentimentalmente
legato anche Rizzo Letterio. L’arma, inceppatasi dopo i primi colpi, era stata
fornita dai fratelli RIZZO. Da MARCHESE poi Santacaterina aveva appreso che era
andato a trovare Mulé in ospedale e che uscendo anche il GALLI, che era molto
vicino a Pimpo Salvatore, gli aveva riferito che era sua intenzione fare
uccidere il Mulé per le stesse ragioni.
In ordine alla sua collocazione criminale il
Santacaterina ha dichiarato che nel 1991 si era ormai allontanato dal gruppo di
Leo Giuseppe, e coltivava le proprie attività delittuose (spaccio di
stupefacenti) in autonomia, limitandosi a sfruttare la conoscenza
dell’ambiente (“… no, io nel ’91
ero già uscito dal clan LEO, non mi interessava più il clan LEO, ero amico di
tutti … ”). Quanto ai fratelli RIZZO, soprannominati ferraioli,
essi guidavano un piccolo gruppo, a composizione familiare, dedito
prevalentemente allo sfruttamento della prostituzione e allo spaccio di droga,
che fino all’uccisione di Rizzo Letterio restò ai margini degli scontri tra i
vari clan della criminalità organizzata messinese.
Dallo stesso Mulé Giuseppe, nel corso di una delle
tante riunioni organizzate a casa di FERRARA Sebastiano per la preparazione
degli agguati contro i componenti del gruppo MANCUSO (verosimilmente quelli
successivi all’omicidio Di Blasi), LEO Roberto apprese che a sparargli era
stato Marcello IDOTTA, su mandato dei fratelli Rosario e Letterio RIZZO. La
causale era da ricondurre alla relazione allacciata da Mulé con una donna di
nome Floriana, già convivente di Pimpo Salvatore, alla quale era interessato
anche Letterio Rizzo (che poi sarebbe stato fatto uccidere da MARCHESE Mario e
Mulé Giuseppe). Ciò gli aveva riferito il Mulé nel corso di una riunione in
cui si discuteva di IDOTTA Marcello come un possibile obiettivo dello scontro in
corso, esternandogli queste ragioni personali di risentimento nei confronti
dell’IDOTTA, che era affiliato al gruppo RIZZO. Altri particolari, come ha
ricordato in seguito alla contestazione, il LEO li aveva appresi da RAGUSA
Natale, con il quale aveva un rapporto di intensa frequentazione (a cui si
riferiscono anche una parte delle dichiarazioni del LEO già esaminate relative
all’omicidio Pimpo); Ragusa gli aveva confermato che l’agguato era stato
eseguito da IDOTTA Marcello nei pressi di una farmacia del rione Giostra e che
era fallito in quanto la pistola si era inceppata, probabilmente perché i
proiettili erano umidi.
Molto più precise, perché riferite da persone
direttamente coinvolte nei fatti, sono apparse le dichiarazioni di Di Napoli
Pietro e MARCHESE Mario, i quali per il tentato omicidio di Mulé Giuseppe sono
stati già condannati in esito al giudizio abbreviato (sentenza del 28.1.1999),
dal momento che la loro richiesta non incontrava la preclusione determinata
dalla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’art. 442 c. p. p., a
cui era conseguita l’impossibilità di accedere al rito alternativo in caso di
contestazione di reati in astratto punibili con l’ergastolo.
Di Napoli Pietro, che nel 1991 era legato ai
fratelli RIZZO, insieme ai quali si era reso responsabile dell’uccisione dei
fratelli Amante e del ferimento del professore Pernice, ed aveva costituito
un’associazione dedita al traffico di sostanze stupefacenti, ha innanzitutto
ammesso la propria responsabilità per il tentato omicidio di Mulé Giuseppe,
scaturito dalla relazione che il Mulé aveva allacciato con la ex convivente di
Pimpo Salvatore, cugino dei fratelli Rizzo, che era morto da poco (Di Napoli ha
poi spiegato che “il Mulé era
vicinissimo a Pimpo, di conseguenza con Floriana si poteva mettere chiunque, ma
mai una persona vicina a quella persona con cui ha convissuto, ciò significava
che il Mulé non faceva altro che sperare in una disgrazia del Pimpo per fare
quello che poi ha fatto …”). La decisione di punire il Mulé per
l’offesa all’onore della famiglia e alla memoria del Pimpo era stata presa
nel corso di una riunione presso l’abitazione di MARCHESE Mario sul viale
Giostra, a cui erano presenti, oltre a Di Napoli e al MARCHESE, i due fratelli
RIZZO, Rosario e Letterio, e Gino LEARDO. Tutti si erano mostrati favorevoli
all’idea di punire il Mulé, condividendo la valutazione negativa del
comportamento del Mulé, sicché subito dopo RIZZO Rosario prese contatto con
GALLI Luigi per ottenerne il consenso, dal momento che un’iniziativa di questo
tipo non poteva essere attuata in quel momento nel rione Giostra senza
l’adesione di GALLI e di MARCHESE.
L’agguato a Mulé, che si era avvicinato al
MARCHESE dopo la morte di Pimpo, a cui era precedentemente affiliato, fu
organizzato da Rizzo Letterio e avrebbe dovuto essere eseguito il giorno
precedente a quello in cui effettivamente avvenne. Ma il Mulé era in compagnia
del figlio e l’esecuzione fu allora posticipata all’indomani a causa
dell’opposizione dello stesso Di Napoli, che in questa prima occasione era
armato con la sua pistola calibro 7,65. Il giorno successivo i due fratelli
RIZZO ed IDOTTA Marcello, in compagnia di Di Napoli, si portarono sul viale
Giostra, nei pressi dell’isolato 13; a bordo dell’autovettura di RIZZO
Rosario, una Golf, Di Napoli e lo stesso Rosario RIZZO erano in attesa del Mulé
che abitava lì. Mentre IDOTTA e Rizzo Letterio rimasero nascosti, Di Napoli
chiamò il Mulé vicino all’autovettura con il pretesto di offrirgli della
cocaina. Il Mulé tuttavia non aderì all’invito perché il figlio festeggiava
il compleanno, sicché Di Napoli, cercando di trattenerlo, avviò il motore
dell’autovettura, segnalando in questo modo a Rizzo Letterio e ad IDOTTA
Marcello che era il momento di intervenire. IDOTTA, giunto alle spalle del Mulé,
gli puntò la pistola alla tempia, una calibro 38 fornita da Rizzo Letterio, ma,
contrariamente alle attese, l’arma si inceppò, forse a causa del guanto che
copriva la mano di IDOTTA (e che ostruiva la corsa del grilletto), o perché i
proiettili si erano inumiditi (Letterio Rizzo la teneva nascosta all’aperto),
sicché intervenne anche il Rizzo per cercare di liberare dal guanto la mano del
complice. Ripresosi dallo smarrimento, il Mulé spintonò il suo aggressore e
cominciò allora a fuggire attraversando il viale Giostra, ma in questo
frangente IDOTTA riuscì a sparare. Il Mulé fu ferito da un solo colpo e quindi
raggiunto dai due aggressori nei pressi della farmacia posta di fronte
all’isolato 13, ma ebbe una ulteriore reazione, sferrando un calcio al volto
di IDOTTA. A questo punto tuttavia gli aggressori furono indotti a desistere,
sia perché era stato perso troppo tempo sia perché l’arma continuava a
difettare (Di Napoli ha riferito che “sparava
un colpo sì e un colpo no”)..
Il giorno successivo l’esito dell’agguato fu
comunicato a MARCHESE Mario, che già lo conosceva forse per averlo appreso la
sera stessa da RIZZO Rosario, ed il MARCHESE
a sua volta lo rese noto al GALLI.
Successivamente l’attentato non era stato
ripetuto perché GALLI, forse per dimostrargli di non essere coinvolto nel
ferimento, prese “sotto la sua protezione” il Mulé (“…
Perché naturalmente il Mulé nell’essere sparato, giustamente il MULÉ
chiederà spiegazioni poi in merito a chi di dovere sia a MARCHESE che a GALLI,
in quanto Mulé si rendeva conto che senza la loro, come dire, il loro supporto
il Mulé non sarebbe stato sparato. E allora il GALLI se lo é tenuto un po’
con sé per tranquillizzarlo e per fargli capire che da parte sua non c’è
stata alcuna partecipazione, nessuna volontà.”).
MARCHESE Mario ha confermato il collegamento del
tentato omicidio con la relazione allacciata dal Mulé con la ex convivente di
Pimpo Salvatore, indicando quale mandante Rizzo Letterio e quale esecutore
materiale IDOTTA Marcello.
I fratelli Rizzo si erano rivolti a MARCHESE per
coinvolgerlo nel progetto, ma il MARCHESE si era limitato a mandarli da GALLI,
il cui assenso era necessario essendo il Mulé un suo affiliato. Dopo qualche
giorno si era verificato il ferimento di Mulé, che la sera dell’attentato era
forse uscito per comprare dei dolci poiché il figlio festeggiava il compleanno,
ed il MARCHESE era stato invitato da GALLI a fare visita al ferito in ospedale
allo scopo di rassicurarlo. Il
MARCHESE aveva già intuito che vi era stato il consenso del GALLI, e lo aveva
capito anche il Mulé che aveva riconosciuto lo sparatore, il quale impugnava
una pistola calibro 38 che si era inceppata forse a causa dell’umidità delle
cartucce (MARCHESE ha anche ricordato la colorita espressione usata dal Mulé in
quell’occasione: “… mi ha sparato
quel ricchione di Marcello IDOTTA ”). A questo punto il MARCHESE si era
fatto promotore di una pacificazione, ma Letterio Rizzo aveva rifiutato,
inducendo il Mulé ad organizzarsi per farlo uccidere. Circa le modalità
esecutive MARCHESE ha dichiarato che l’agguato avvenne nei pressi
dell’isolato 13 e che quella sera il Mulé avrebbe festeggiato il compleanno
del figlio. IDOTTA, che era in compagnia di Di Napoli Pietro, inteso asso
d’oro, si era avvicinato a volto scoperto al Mulé con il pretesto di
chiedergli della cocaina. Benché ferito il Mulé era fuggito a piedi
percorrendo diverse centinaia di metri, prima di cadere esausto nei pressi di un
farmacia e di essere raggiunto nuovamente da IDOTTA, la cui arma però non
sparava perché si erano inumiditi i proiettili.
Circa le motivazioni dell’agguato il MARCHESE ha
ricordato che in realtà Letterio Rizzo era personalmente interessato alla ex -
convivente del Pimpo. Poco tempo dopo si verificò l’omicidio dello stesso
Letterio Rizzo, a cui seguì un ulteriore agguato ai danni di Mulé Giuseppe.
Anche RIZZO Rosario ha esordito mettendo in
rapporto l’agguato a Mulé Giuseppe del gennaio 1991 con la relazione
intrapresa da lui con la donna di Pimpo Salvatore, il cugino dei RIZZO,
assassinato poco tempo prima. Peraltro anche il fratello Letterio, ucciso il 23
febbraio 1991 (e non 26 come erroneamente dichiarato in dibattimento da RIZZO
Rosario), aveva allacciato una relazione con Rho Floriana, successivamente al
ferimento del Mulé, secondo quanto sostenuto da RIZZO Rosario durante il
dibattimento, o addirittura precedentemente all’agguato, secondo quanto il
RIZZO aveva dichiarato nel corso delle indagini preliminari il 28.4.1995; di
tale relazione del fratello con la donna il RIZZO si era peraltro rammaricato,
posto che violava lo stesso principio secondo cui la vedova di Pimpo Salvatore
non avrebbe potuto instaurare un legame sentimentale con una persona dello
stesso ambiente malavitoso. Peraltro in precedenza anche Pimpo, quando era
detenuto, si era lamentato in una lettera con RIZZO Rosario dell’atteggiamento
del fratello Letterio, che si era permesso di importunare la convivente di Pimpo.
Di Napoli Pietro e RIZZO Rosario si portarono di
sera con una Fiat UNO sul viale
Giostra ove rintracciarono Mulé che era fermo in compagnia di tale CORDIMA
Francesco; su un’altra autovettura, la Jeep
del fratello Letterio (anche Di Napoli aveva ricordato che Letterio Rizzo
era in possesso di questo tipo di autovettura), si trovavano invece IDOTTA
Marcello e lo stesso Letterio Rizzo. Trattenuto il Mulé con il pretesto di
chiedergli della cocaina, nel momento in cui Di Napoli e RIZZO Rosario stavano
per avviarsi, l’IDOTTA si avvicinò a viso scoperto armato di una pistola
calibro 38, cercando di colpire il Mulé. Questi, approfittando della
circostanza che i colpi non erano partiti subito, scappò allontanandosi per un
centinaio di metri prima di essere raggiunto dall’IDOTTA, con il quale ebbe
una colluttazione prima di essere raggiunto dall’unico colpo andato a segno.
Fallito l’attentato, perché IDOTTA aveva ormai esaurito i colpi, Letterio
Rizzo e Marcello IDOTTA fecero ritorno a Santa Lucia sopra Contesse, dove
abitava IDOTTA, mentre Di Napoli e RIZZO Rosario rimasero nella zona di viale
Giostra ove incontrarono GALLI Luigi. A lui riferirono del fallimento
dell’agguato, nonché delle lamentele di alcuni del gruppo di Giostra (tra cui
Papale Domenico e Mancuso Antonino), i quali erano stati tenuti all’oscuro del
coinvolgimento del capo del gruppo nell’agguato al Mulé, che GALLI
evidentemente voleva rimanesse una cosa riservata. GALLI e MARCHESE erano quindi
andati in ospedale a trovare il Mulé, per accreditare la propria estraneità
all’attentato e fare ricadere la responsabilità esclusivamente sui fratelli
RIZZO. In seguito alla contestazione di una precedente dichiarazione il RIZZO ha
poi precisato che il Mulé non aveva creduto alla buona fede di GALLI
e, ritenendosi tradito dal suo capo e nutrendo maggiore fiducia in
MARCHESE Mario, era transitato nel gruppo di quest’ultimo. Ha quindi aggiunto
il RIZZO che da questa situazione era sicuramente scaturita la morte del
fratello Letterio (“Io gli dico solo
questo che è stato ucciso mio fratello, penso che ha creduto a GALLI se no
altrimenti mio fratello non veniva ucciso, loro prendevano parte nostra diciamo,
invece io di quello che ho capito per esperienza nostra malavitosa loro volevano
uccidere sia a Mulé da parte nostra e nel frattempo hanno ucciso a mio fratello
e a me per rimanere tutto a loro, lì a Giostra …”).
IDOTTA, che era un affiliato di RIZZO Rosario (“… Era pagato e gli doveva sei milioni ogni mese …”), impiegato
in precedenza in altri fatti di sangue, era stato già incaricato qualche giorno
prima di attentare alla vita del Mulé (“Una
settimana prima, in quei giorni che si era discusso di fare questa cosa qua
perché già IDOTTA aveva ucciso Lanza Giacomo …”).
Il complesso delle risultanze dibattimentali
illustrate impone, ad avviso di questa Corte, l’affermazione della
responsabilità di tutti gli imputati.
Va certamente condannato innanzitutto RIZZO
Rosario, la cui confessione, oltre a non destare alcun sospetto di manipolazioni
o intenti autocalunniatori, si rivela pienamente aderente al complesso delle
altre risultanze probatorie. La descrizione delle modalità esecutive appare in
particolare il frutto evidente di una conoscenza personale diretta, quale
soltanto uno dei partecipanti all’azione delittuosa poteva avere. Essa collima
perfettamente, ove si faccia eccezione per qualche particolare assolutamente
marginale (come ad es. il modello della autovettura su cui si trovavano RIZZO
Rosario e Di Napoli Pietro), con le dichiarazioni di natura confessoria di Di
Napoli Pietro, anch’esse dotate di quella attendibilità privilegiata che è
propria della chiamata in correità associata alla ammissione di personali
responsabilità.
Il coinvolgimento diretto nell’agguato dei
fratelli Rizzo appare poi più che verosimile alla luce di quella che
unanimemente è stata indicata come la causale dell’agguato, o quantomeno
quella diffusasi come tale “ufficialmente” nell’ambiente, e cioè la
relazione che il Mulé aveva allacciato con la donna del defunto Pimpo
Salvatore; ragioni di salvaguardia dell’onore della famiglia e di rispetto
della memoria del congiunto imponevano a Letterio e Rosario RIZZO di prendere
l’iniziativa e di sanzionare con la morte un comportamento che, secondo la
spiegazione data in dibattimento da RIZZO Rosario e Di Napoli Pietro, si poneva
in contrasto con una precisa regola non scritta del codice malavitoso: un
“codice” di cui lo stesso RIZZO Rosario ha mostrato di avere ancora in un
certo senso rispetto, laddove ha manifestato in dibattimento enormi resistenze
ad ammettere, e peraltro solo in seguito alla contestazione delle dichiarazioni
di cui al verbale più recente del 28.4.1995 (v. sul punto la notazione
contenuta nell’ordinanza di custodia cautelare, alle pp. 174 – 175), che
anche il fratello Letterio si era invaghito della ex-convivente di Pimpo
Salvatore ed aveva allacciato una relazione sentimentale con la donna, violando
la stessa regola ed incontrando in tal modo la disapprovazione dello stesso
Rosario. Quest’ultimo ha peraltro modificato parzialmente in dibattimento
quanto alla fine era giunto ad ammettere nel corso delle indagini preliminari,
dichiarando ostinatamente che la relazione della donna con Letterio era iniziata
solo dopo il ferimento di Mulé. L’affermazione tuttavia, in quanto diretta ad
escludere una gelosia attuale di Rizzo Letterio dal novero delle possibili
ragioni del ferimento di Mulé Giuseppe, appare scarsamente convincente non solo
perché tale relazione, iniziando dopo il 28.1.1991, avrebbe avuto
necessariamente durata molto breve (essendo stato Rizzo Letterio ucciso meno di
un mese dopo) e perché una certa gelosia di Pimpo nei confronti del cugino era
scaturita da una vicenda risalente addirittura ad almeno un anno prima (si
tratta della questione trattata da Pimpo nella lettera spedita dal carcere di
cui RIZZO Rosario ha ammesso l’esistenza nel corso del controesame), ma
soprattutto perché la diversa circostanza riferita da RIZZO Rosario il
28.4.1995, in occasione della redazione del verbale utilizzato per la
contestazione, è attestata con accenti diversi da tutte le altre fonti, secondo
le quali alla base dell’agguato stava anche l’interesse personale di
Letterio Rizzo nei confronti della giovane Rho Floriana e la gelosia determinata
dalla relazione della donna con il Mulé (così hanno dichiarato FERRARA
Sebastiano, ARNONE Marcello, SPARACIO Luigi, Barresi Domenico, Santacaterina
Umberto, LEO Roberto e MARCHESE Mario): ed anche se in generale il contributo di
alcuni dei collaboratori che hanno confermato questa circostanza si è rivelato
di modesto rilievo, non si può non tenere conto di una convergenza così ampia,
anche ove fosse in parte il frutto della raccolta di voci d’ambiente,
considerato pure il fatto che appare comprensibile che vi fosse un interesse a
non divulgare eccessivamente la notizia della relazione (anche se il teste
Sciacca, senza spiegare le ragioni di tale suo convincimento, ha dichiarato che
era notoria l’esistenza della relazione tra Rizzo Letterio e l’ex -
convivente di Pimpo Salvatore).
È poi evidente che la regola di cui a Mulé si
addebitava la violazione non ha alcuna implicazione di ordine morale, nel senso
che essa è espressione di “rispetto” nel senso in cui tale espressione è
utilizzata nel gergo criminale, una sorta di proiezione del prestigio goduto in
vita dal compagno della donna insidiata, a cui peraltro il nuovo amante era
stato vicinissimo (tanto che in linea di principio nessuna obiezione avrebbe
suscitato l’inizio di una relazione con una persona estranea all’ambiente,
come ha spiegato Di Napoli Pietro, e che da nessuno è stato rilevato che il Mulé
all’epoca dei fatti era già sposato da oltre dieci anni e padre di due
bambini); sotto questo profilo non sussiste alcuna incompatibilità tra la
partecipazione al ferimento del Mulé, animata, quantomeno in parte, dalla
volontà di punire la vittima per il suo comportamento, e la gestione di una
casa di appuntamento gestita da tale Fucile da cui RIZZO Rosario ha ammesso che
in quel periodo traeva insieme al fratello Letterio un ricavo mensile di tre
milioni di lire.
Chiariti questi aspetti relativi alla causale del
fatto di sangue, non è necessario soffermarsi ulteriormente sulla convergenza
tra la confessione di RIZZO Rosario e le altre risultanze probatorie.
Giova invece rilevare che le dichiarazioni di RIZZO
Rosario, valutate unitamente a tutti gli altri elementi di prova, giustificano
l’affermazione di responsabilità dei due coimputati IDOTTA Marcello e GALLI
Luigi.
L’indicazione di IDOTTA Marcello come uno degli
esecutori materiali dell’agguato è un’altra nota costante del dibattimento,
che ricorre in particolare, oltre che nelle parole di RIZZO Rosario, nelle
dichiarazioni di FERRARA Sebastiano, ARNONE Marcello, SPARACIO Luigi,
Santacaterina Umberto, LEO Roberto, e soprattutto Di Napoli Pietro e MARCHESE
Mario, tutte persone di cui non è stato dimostrato alcun interesse specifico ad
accusare ingiustamente l’IDOTTA..
A questa indicazione, soprattutto nelle dettagliate
dichiarazioni di MARCHESE, Di Napoli e RIZZO, si associa, in maniera del tutto
conforme alle risultanze della c. d. prova generica, la descrizione delle
modalità di tempo e di luogo dell’agguato, l’indicazione del calibro
dell’arma usata, la specificazione dell’uso di un guanto da parte dello
sparatore e del numero dei colpi che raggiunsero la vittima, la sottolineatura
del motivo del fallimento dell’agguato.
Dalle dichiarazioni di Di Napoli e MARCHESE è poi
emersa una circostanza particolare, che può essere compatibile, nella sua
assoluta univocità, esclusivamente con una partecipazione diretta ai fatti e
che rafforza la chiamata in correità che a tali dichiarazioni è intimamente
connessa. Tanto Di Napoli che MARCHESE hanno infatti ricordato che la sera
dell’agguato il figlio di Mulé festeggiava il compleanno: il primo ha così
spiegato la fretta del Mulé, sottrattosi all’invito a consumare in compagnia
della cocaina (“… e come ripeto sono
stato io a chiamare Mulé affinché si avvicinasse alla macchina con la scusa di
offrirgli un poco di cocaina, e che lui mi ha risposto che per quella sera non
poteva trattenersi in quanto c’era se ricordo male, se ricordo bene, il
compleanno del figlio …”), il secondo ha indicato nel compleanno del
figlio una delle ragioni per cui il Mulé era uscito di casa, forse per
acquistare dei dolci destinati al festeggiamento (“…
Dunque guardi io mi ricordo che quella sera lì il Mulé, il figlio faceva gli
anni quella sera lì, lui non so se doveva andare a comprare dei dolci e poi lui
andava sempre da questa ragazza qua che abitava dove c’erano i Rizzo, i
fratelli Rizzo nello stesso cortile dei fratelli Rizzo …”). È stato
infatti accertato, attraverso l’acquisizione dei certificati anagrafici
concernenti la famiglia di Mulé Giuseppe che lo stesso, sposato in data
23.7.1980 con Russo Giulietta, ha avuto dalla medesima due figli, Giovanni, nato
il 28.1.1981, e Gabriele, nato il 24.12.1985, il primo dei quali pertanto, il
giorno in cui il padre subì il primo degli attentati di cui si tratta in questo
procedimento, compiva esattamente dieci anni (un’altra figlia il Mulé ha poi
avuto, come ha dichiarato in dibattimento, dalla attuale relazione con Rho
Floriana).
La conferma della circostanza rafforza poi anche le
accuse che specificamente MARCHESE, Di Napoli e RIZZO hanno mosso nei confronti
di GALLI Luigi, indicato come uno dei mandanti del tentato omicidio.
Anche se in maniera generica, attingendo al
patrimonio conoscitivo frutto della multiforme attività investigativa
dell’ufficio di appartenenza, il teste Sciacca Ettore, in servizio alla
Squadra Mobile di Messina, ha dichiarato che l’inserimento del Mulé nel
gruppo di GALLI Luigi, in epoca precedente al ferimento, è attestata da
numerosi controlli e da accertate frequentazioni con soggetti ritenuti
appartenenti a tale gruppo.
Su queste conoscenze si innesta il contributo dei
collaboratori di giustizia, imputati e non, che con accenti diversi sono stati
concordi nell’affermare una appartenenza, quantomeno iniziale, di Mulé Giuseppe al gruppo capeggiato da GALLI Luigi, e
quindi un “transito” del Mulé, successivo all’episodio del suo ferimento,
nel gruppo di MARCHESE Mario. In tal senso hanno riferito Aliquò Ignazio,
SPARACIO Luigi, Di Napoli Pietro, MARCHESE Mario e RIZZO Rosario.
L’analisi delle prime vicende, in ordine
temporale, oggetto di esame nell’ambito di questo procedimento, ha confermato
il ruolo di vertice acquisito da GALLI Luigi all’interno del gruppo di
Giostra, soprattutto dopo la morte di Pimpo Salvatore, il cui prestigio
criminale, come è stato già rilevato, indubbiamente insidiava ed oscurava
quella leadership. Tale ruolo permane
incontrastato per tutto il corso delle vicende che verranno esaminate, ed emerge
in particolare dall’analisi di quelle concernenti i fatti di sangue più
recenti, avvenuti tra gli ultimi mesi del 1992 ed i primi del 1993,
caratterizzati, secondo la prospettazione accusatoria che ha trovato piena
conferma in dibattimento, da un durissimo scontro tra i gruppi di SPARACIO Luigi
e MARCHESE Mario da una parte e quello di GALLI Luigi dall’altra.
L’esistenza di un gruppo capeggiato da GALLI Luigi e ben radicato sul
territorio emerge poi dalla motivazione della pronuncia, ormai passata in
giudicato, che ha definito il procedimento scaturito dalla c. d. Operazione
Giostra, nel cui ambito sono state esaminate alcune delle vicende rientranti
nello scontro a cui si è fatto cenno (v. le considerazioni sviluppate
nell’analisi dei reati di cui ai capi 40 e successivi).
A tale ruolo di vertice si associa, secondo quella
che è la comune esperienza dell’osservazione delle dinamiche interne delle
associazioni criminali formatasi soprattutto in questi ultimi anni con
l’avvento dei collaboratori di giustizia, un potere concreto di concedere o
meno l’eventuale assenso alla consumazione di azioni cruente nei confronti
degli appartenenti al gruppo (lo sta bene di
cui hanno riferito diversi collaboratori anche in questo dibattimento), assenso
nel caso di specie necessario anche per una questione di “competenza”
territoriale, dovendo essere l’agguato commesso nel rione Giostra, indicato
come zona controllata dagli uomini del gruppo GALLI.
Circa la necessità dell’assenso di GALLI Luigi
alla uccisione di Mulé Giuseppe sono stati molto espliciti in dibattimento sia
Di Napoli Pietro (“… no,
era un fatto che i fratelli RIZZO, avevano intenzione […] di eliminare MULÉ,
però pur con tutta la loro volontà se non avessero avuto diciamo il consenso
del MARCHESE e del GALLI, secondo me non si sarebbe fatto …”), che RIZZO
Rosario (“… Noi abbiamo chiesto a loro
lo sta bene, a GALLI e a MARCHESE, e loro ci hanno dato questo sta bene di
ucciderlo … ”) e SPARACIO Luigi (“Rizzo
Letterio […] si rivolse al GALLI perché lui, Mulé, apparteneva al gruppo
GALLI sì.”); mentre MARCHESE Mario, consapevole che essendo il Mulé un
affiliato del GALLI quest’ultimo non poteva non essere coinvolto nel programma
omicida, ha dichiarato che le successive condotte del GALLI (e soprattutto
l’idea di andare in ospedale a fare visita al Mulé) gli avevano fatto intuire
il suo pieno coinvolgimento nel ferimento di Mulé. L’efficacia causale
dell’approvazione appare tanto più evidente ove si consideri che essa fu
richiesta anche e soprattutto per evitare che l’agguato innescasse una
sanguinosa reazione a catena, come è comprensibile che avvenga in un ambiente
in cui le offese al membro di un sodalizio sono presto intese come attacchi
all’intero gruppo, come ha spiegato RIZZO Rosario giustificando così la
necessità del preventivo coinvolgimento di GALLI Luigi (“… se lui rappresenta il viale Giostra, comanda lui lì io come posso
fare una cosa senza che gliela dico a Galli Luigi, se la faccio di iniziativa
mia loro uccidono me, io vado e passo il permesso a lui e lui mi dà lo star
bene dice sì, sono d’accordo a uccidere e dà il suo benestare …”).
Ed è sotto questo profilo significativa la reazione all’episodio di alcuni
elementi del gruppo, ancora all’oscuro dell’assenso del GALLI, tra cui RIZZO
Rosario ha ricordato Mancuso Antonino e Papale Domenico, dissuasi dal passare ai
fatti proprio dall’intervento di GALLI sollecitato da RIZZO (“… Però che succede, quando è successa questa cosa ci sono stati
amici di GALLI che non volevano che si doveva fare questa cosa, come Papale,
Mancuso Antonino, il gruppo diciamo di GALLI, difatti dice ma come si ci dissi
vedi che Luigi lo sa questa cosa perché lui non gli ha detto niente a loro,
doveva essere una cosa riservata, questa cosa qua. Io ho parlato con GALLI vedi
che si sono lamentati poco fa gli amici tuoi qua sotto, dice non ti preoccupare
me la vedo io con lui ora ed è andato e ha parlato con loro …”).
È evidente, su un piano generale, che la
intangibilità di un concorso morale di siffatta specie giustifica, in tema di
valutazione della chiamata di correo, una più ridotta specificità ed un minore
dettaglio delle dichiarazioni accusatorie, riguardanti fenomeni in larga misura
immateriali[1].
Ma non va al contempo dimenticato che “quando
il chiamante in correità addebita a taluno il concorso morale nel reato, i
riscontri estrinseci alla dichiarazione accusatoria non possono concernere solo
le modalità di esecuzione dell'illecito, ma devono anche riguardare la
particolare forma di partecipazione all'illecito nella quale il concorso morale
si è concretato”[2].
Nel caso in esame la partecipazione di GALLI si è
concretizzata, secondo i contributi convergenti di cui si è illustrato il
contenuto (ma anche secondo Aliquò Ignazio), in un vero e proprio consenso
preventivo all’omicidio, manifestato eventualmente anche in maniera tacita
attraverso l’approvazione della (ovvero la non opposizione alla) iniziativa
altrui; ciò a non volere addirittura ritenere, come ha sostenuto il
Santacaterina, che lo stretto legame che univa il GALLI a Pimpo Salvatore avesse
indotto GALLI a maturare autonomamente rispetto ai fratelli Rizzo una propria
determinazione omicida nei confronti di Mulé, anche se per ragioni analoghe a
quelle sostenute dai Rizzo, perché cioè
il Mulé andava punito per l’offesa alla memoria del Pimpo che realizzava
insidiandone la compagna .Un tale atteggiamento in ogni caso, anche nella forma
dell’approvazione tacita, proveniente da chi per il ruolo assunto aveva il
potere di arrestare l’attuazione del progetto, rientra a pieno titolo nella
categoria degli atti concorsuali, nelle forme specifiche della istigazione o
anche soltanto del rafforzamento dell’altrui determinazione volitiva[3],
e giustifica ampiamente l’affermazione di responsabilità.
Appare corretta, sotto il profilo
dell’imputazione, la qualificazione proposta e la contestazione
dell’aggravante della premeditazione.
Che IDOTTA avesse l’intenzione di uccidere Mulé
Giuseppe, disponesse di un mezzo potenzialmente idoneo per commettere
l’omicidio e che abbia posto in essere atti idonei a cagionare la morte del
Mulé, è reso evidente dalla descrizione che del fatto hanno fornito
soprattutto Di Napoli Pietro, RIZZO Rosario e MARCHESE Mario, ed emerge dai
risultati degli accertamenti eseguiti nell’immediatezza, che confermarono
l’efficienza e la potenzialità offensiva dell’arma sequestrata, nonché la
circostanza che erano stati esplosi numerosi colpi, ma almeno uno di essi non
era partito per la mancata esplosione della carica di innesco. E se, come ha
dichiarato SPARACIO, l’agguato si risolse in una sorta di gambizzazione,
ciò non scaturì dalla inidoneità dei mezzi impiegati o dalla scelta
dell’aggressore, ma fu una conseguenza del tutto casuale, posto che anche
l’unico colpo che raggiunse il Mulé da dietro, alla zona lombare, con
successiva ritenzione del proiettile, avrebbe potuto ledere organi vitali.
L’agguato scaturì poi da una complessa attività
preparatoria che vide i fratelli Rizzo impegnati non solo a procurare i mezzi
necessari alla consumazione e a reperire le persone destinate ad eseguire
l’attentato, ma soprattutto a coagulare attorno ad un progetto che risaliva
sicuramente alla loro iniziativa l’adesione di alcuni tra gli esponenti più
rappresentativi della criminalità organizzata messinese dell’epoca,
alimentando la disapprovazione del comportamento di Mulé Giuseppe. Tali
circostanze, alla luce dei principi generali illustrati in altra parte di questa
motivazione (v. l’analisi dei reati di cui al capo 2, omicidio di Spagnolo
Giovanni e reati connessi), tenuto anche conto della dettagliata preparazione
delle modalità dell’agguato, preceduto da un appostamento sfumato nel nulla
il giorno prima e da una accurata divisione dei compiti, concorrono a
considerare sussistente l’aggravante della premeditazione.
Va riconosciuta in favore del RIZZO l’attenuante
di cui all’art. 8 della legge n. 203/91, già concessa dal GIP agli originari
coimputati Di Napoli e MARCHESE che avevano ottenuto l’accesso al giudizio
abbreviato. Il suo contributo, inserito in una collaborazione che si protrae dal
luglio del 1994, è apparso genuino e soprattutto idoneo, nel caso di specie, a
scardinare, ricostruendolo, quel contesto associativo la cui presenza ha giocato
un ruolo decisivo nella preparazione e consumazione dell’agguato e
nell’assicurare poi l’impunità agli autori per un così lungo periodo di
tempo.
L’accertata estraneità della vicenda agli
scontri tra gruppi, che hanno determinato gli altri fatti di sangue esaminati
nell’ambito di questo procedimento, esclude che per GALLI e RIZZO Rosario
possa operare la continuazione rispetto agli altri addebiti per i quali i due
imputati hanno riportato condanna, mentre l’unificazione riguarda anche per
IDOTTA, attesa l’unicità del disegno, la detenzione ed il porto delle armi,
la ricettazione della pistola con matricola abrasa ed il tentato omicidio.
Per l’irrogazione delle pene si rinvia alla parte
conclusiva di questa motivazione.
[1] Cass. 25.11.1996, Alati, relativa ad un caso di valutazione della sufficiente gravità degli indizi riportati in un’ordinanza applicativa della misura cautelare per il reato di associazione per delinquere di tipo mafioso.
[2] Cass. 10.5.1995, Anzalone, in una fattispecie relativa a custodia cautelare disposta nei confronti di un indagato per concorso in tentato omicidio a cui veniva addebitato il consenso prestato nel corso di una riunione deliberativa tenuta dai concorrenti.
[3] V. per questi profili l’ampia motivazione di Cass. 30.1.1992, Abbate ed altri, emessa a conclusione del primo maxiprocesso alla mafia palermitana, in Foro it., II, 1993, 15.