Il 2 febbraio 1991 Brigandì Antonino, successivamente deceduto,
denunziava alla Squadra Mobile di Messina la scomparsa del figlio ventitreenne
Antonio, assente da qualche giorno dalla casa paterna di via Industriale dalla
quale si era allontanato a bordo dell’autovettura Peugeot 205 di colore blu di proprietà del genitore.
Il giovane, che era privo di un’attività lavorativa ed aiutava
saltuariamente il padre nella gestione di una trattoria ubicata sulla via La
Farina, era spesso in disaccordo con il genitore che non gradiva la
frequentazione con le persone a cui il figlio di solito si accompagnava. La
circostanza era nota anche all’altra figlia Brigandì Maria, sentita in
dibattimento all’udienza del 17 ottobre 1997, sebbene essa non vivesse più
nella casa paterna e abitasse con la propria famiglia in un’altra zona della
città; peraltro il Brigandì, ancor prima di denunziare la scomparsa, si era
rivolto alla figlia sperando che avesse qualche notizia del fratello, ma la
donna, come ha poi ribadito in dibattimento, aveva visto il giovane qualche
settimana prima e lo aveva sentito per telefono l’ultima volta il 18 gennaio
precedente, in occasione del compleanno del ragazzo (che era nato il 18.1.1968).
Una pattuglia della polizia di Stato, composta dall’ispettore Dominici
e dal sovrintendente Russo, qualche giorno dopo la denunzia di scomparsa,
rinveniva sotto un ponte, nella parte alta del rione Camaro, la Peugeot
205 del Brigandì completamente distrutta in quanto data alle fiamme. Sul
momento il mancato ritrovamento del corpo all’interno dell’autovettura fu
accolto positivamente dai familiari, come ha riferito in dibattimento la sorella
dello scomparso, poiché si sperava che il giovane si fosse allontanato
volontariamente dalla città.
Una voce confidenziale raccolta nella immediatezza dei fatti, a cui si
è riferito in dibattimento il teste Trimigno, metteva invece in relazione la
scomparsa di Brigandì Antonio con l’omicidio di Leo Giuseppe, capo
dell’omonimo gruppo criminoso operante nella zona sud della città; si
riteneva che il Brigandì, già affiliato al Leo, fosse rimasto fedele al capo
anche dopo la sua morte e la conseguente spaccatura del gruppo, al cui vertice
era subentrato MANCUSO Giorgio, ritenuto responsabile dell’uccisione del Leo,
avvenuta il 6 settembre 1990. L’esistenza di rapporti assai stretti tra il
Brigandì ed esponenti del gruppo “Leo” trova conferma nella circostanza
che, come ha riferito il teste Lo Cane Pasquale all’udienza del 17 ottobre
1997, il Brigandì era stato spesso controllato in compagnia di Pippo Leo, di
Giovanni LEO e di VENUTO Giuseppe, personaggi la cui militanza associativa
rientrava nel bagaglio delle conoscenze degli investigatori dell’epoca.
Tuttavia l’ipotesi di un collegamento tra l’omicidio del Brigandì e
l’uccisione di Leo Giuseppe restò evidentemente tale, priva di sbocchi più
concreti del decreto di archiviazione che probabilmente chiuse le indagini
preliminari, finché l’avvento dei collaboratori di giustizia non ha
consentito, nel 1994, di fare piena luce anche su questo episodio di “lupara
bianca”.
Sulla scomparsa ed il successivo omicidio sono stati sentiti in
dibattimento LEO Roberto, SPARACIO Luigi e FERRARA Sebastiano. È stato poi
ascoltato MANCUSO Giorgio, unico imputato di questo omicidio, avendo il GUP
respinto la richiesta di rinvio a giudizio avanzata anche per Cucinotta Giuseppe
(e dichiarato prescritto il reato di cui all’art. 424 c. p. ascritto a MANCUSO
con riferimento all’incendio dell’autovettura del Brigandì).
Il primo dei collaboratori a riferire nel corso delle indagini
preliminari in ordine alla scomparsa di Brigandì Antonio, inteso bomboletta,
fu LEO Roberto, le cui dichiarazioni risalgono al 5.1.1994 (come la Corte ha
appreso in seguito alla contestazione del relativo verbale).
Il collaboratore, cugino del defunto Leo Giuseppe, ha dichiarato in
dibattimento di avere appreso da due dei fratelli del cugino (Giovanni e
Domenico), nonché da VENUTO Giuseppe e da Sgroi Mariella, che dopo la morte di
Pippo Leo il fratello Giovanni e qualche altro elemento del gruppo, tra cui lo
stesso VENUTO e Brigandì Antonio, avevano cercato invano di organizzarsi contro
il MANCUSO per vendicare la morte del capo. Il Brigandì, in particolare, che si
era recato armato a casa di MANCUSO per ucciderlo, era stato scoperto da
quest’ultimo (che aveva desunto le sue intenzioni di vendetta anche dal fatto
che il Brigandì conservava nel portafoglio una fotografia di Pippo Leo),
condotto dallo stesso MANCUSO e da altri componenti del gruppo, tra cui
Cucinotta Giuseppe e Catanzaro Gaetano, al deposito della “Mediterranea
Carni” di Pellegrino Paolo, qui ucciso alla presenza di Sgroi Mariella,
all’epoca convivente del MANCUSO, e quindi gettato in qualche discarica.
Il VENUTO aveva appreso le modalità della uccisione del Brigandì dallo
stesso MANCUSO Giorgio, che gli aveva chiesto di mettere da parte i propositi di
vendetta, poiché diversamente sarebbe stato costretto ad uccidere anche lui
dopo Brigandì, del cui omicidio si rammaricava. Lo stesso VENUTO aveva poi
appreso da altri componenti del gruppo che il cadavere di Brigandì era stato
dato alle fiamme nella campagne di San Filippo. Sgroi Mariella, che aveva
assistito all’omicidio e ne era rimasta molto impressionata, ne aveva invece
poi parlato con lo stesso LEO Roberto in occasione di una cena presso un
ristorante di San Filippo del Mela, dove il LEO, che si trovava in compagnia dei
fratelli Settimo e Salvatore e di altre persone, l’aveva invitata insieme a
due amiche. La donna infatti aveva interrotto la sua relazione con il MANCUSO
ormai detenuto, che non incontrava più in carcere per i colloqui, ed era stata
avvicinata da LEO Giovanni e dallo stesso LEO Roberto che cercavano di avere
notizie sul conto di MANCUSO Giorgio. Dopo l’omicidio del Brigandì alla Sgroi
era stato poi chiesto di disfarsi della pistola usata dal MANCUSO, ma LEO
Roberto non era riuscito a sapere dove l’arma fosse stata gettata, essendo
sopraggiunti gli altri commensali nel momento in cui la donna stava per
riferirglielo in occasione della discussione all’interno del citato
ristorante.
SPARACIO Luigi, sentito nel corso delle indagini preliminari il 22
aprile 1994, ha dichiarato in dibattimento che il Brigandì era stato ucciso da
MANCUSO Giorgio, Cunsolo Vittorio e Cucinotta Giuseppe, indicando il primo come
fonte delle sue informazioni. Brigandì faceva infatti parte del gruppetto di
persone che si stava organizzando intorno al fratello di Leo Giuseppe, Giovanni,
con lo scopo di uccidere Giorgio MANCUSO per vendicare la morte del Leo. Il
giorno dell’omicidio il Brigandì si era recato presso l’abitazione di Sgroi
Mariella con il pretesto di avere della cocaina da MANCUSO, ma con
l’intenzione di ucciderlo. Cucinotta Giuseppe e Cunsolo Vittorio, insospettiti
dalla ampiezza del giubbotto indossato da Brigandì, lo avevano invano invitato
a toglierlo, certi che il giovane fosse armato. Li aveva poi raggiunti il
MANCUSO, ed insieme avrebbero condotto altrove il Brigandì per ucciderlo.
Collocato il cadavere nel cofano dell’autovettura, il MANCUSO aveva poi
incontrato RIZZO Rosario a bordo di un’altra autovettura e si era fermato a
parlare con lui; successivamente aveva poi provveduto a sotterrare il cadavere
in un luogo che lo SPARACIO ha dichiarato di non ricordare sebbene MANCUSO
glielo avesse a suo tempo riferito.
FERRARA Sebastiano, sentito durante le indagini preliminari il 18
ottobre 1994, ha dichiarato in dibattimento di avere appreso da VENUTO Giuseppe,
nel corso di una riunione a casa di FERRARA, che il Brigandì, inteso bomboletta,
era stato ucciso da MANCUSO Giorgio e da altri elementi del suo gruppo (in
dibattimento il collaboratore ha ricordato i nomi di COSTANTINO e Vento
Giuseppe, in precedenza aveva fatto quelli di Catanzaro Gaetano e di Messina
Giovanni), i quali avevano condotto il giovane in campagna nella zona del
villaggio Bordonaro e dopo l’omicidio avevano dato fuoco al cadavere. In
quella occasione il VENUTO, che era molto amico di Brigandì, gli aveva
esternato tutto il suo odio nei confronti di MANCUSO che riteneva responsabile
anche dell’omicidio di Leo Giuseppe. L’omicidio era scaturito dal rifiuto di
Brigandì di aderire al gruppo che il MANCUSO stava costituendo dopo la morte di
Pippo Leo.
Su questi elementi, la cui acquisizione consentiva già di indicare
fondatamente MANCUSO Giorgio come il responsabile della morte di Brigandì, si
è innestata la confessione dello stesso MANCUSO, divenuto a sua volta
collaboratore di giustizia, il quale il 26 novembre 1994 ha indicato la causale
e descritto le varie fasi esecutive del delitto, fornendo altresì alcune
notizie che hanno consentito di ritrovare i resti di Brigandì in località
Camaro S. Paolo, contrada Petrazzi.
Nel quadro di una dettagliatissima dichiarazione dibattimentale, la cui
linearità e precisione è compatibile esclusivamente con una conoscenza diretta
dei fatti, MANCUSO Giorgio ha esordito indicando quale antefatto storico della
morte di Brigandì il precedente omicidio di Leo Giuseppe. Quest’ultimo era
scaturito dalla decisione di Leo di uccidere il MANCUSO, per eseguire la quale
si era in un primo momento rivolto invano al gruppo GALLI e poi agli stessi
affiliati del gruppo Leo, Giuseppe Cucinotta e Vittorio Cunsolo, figliocci di
MANCUSO Giorgio. Il Brigandì, che aveva già commesso per conto di MANCUSO
l’omicidio di Paolo Vinci, era stato indicato da Leo come uno di coloro che
avrebbero dovuto prendere parte alla uccisione del MANCUSO, così come gli
avevano riferito Cunsolo e Cucinotta. Per questa ragione, morto il Leo, era
intenzione di MANCUSO uccidere anche Brigandì, ma dal farlo lo avevano dissuaso
le assicurazioni di Cucinotta e Cunsolo e le giustificazioni che il giovane
aveva dato, garantendo che non avrebbe avuto più rapporti con il gruppo Leo. In
un secondo momento MANCUSO aveva appreso che il Brigandì faceva parte di un
gruppo di fuoco organizzato da Leo Giovanni con l’intento di fare uccidere il
MANCUSO per vendicare la morte del fratello Giuseppe. La notizia, che gli era
stata riferita da Giuseppe Vento e Paolo SAMPERI, apparentemente inseriti in
questo gruppo ma in realtà fedeli al MANCUSO, lo aveva indotto a richiamare
nuovamente il Brigandì, che piangente aveva promesso che non avrebbe più
partecipato ad alcuna iniziativa ostile nei confronti di MANCUSO. Dopo qualche
tempo MANCUSO venne a sapere tramite il suo affiliato Catanzaro Gaetano che Leo
Giovanni, in presenza di Brigandì Antonio, aveva richiesto a tale Venuti da
Santa Margherita un’autovettura da utilizzare per compiere un agguato ai danni
del MANCUSO. Accertata la veridicità dell’informazione il MANCUSO,
abbandonata l’idea di collocare un ordigno esplosivo all’interno
dell’autovettura (una Fiat TIPO bianca),
ricevette presso l’abitazione di Sgroi Mariella, con la quale intratteneva una
relazione, la visita di Cunsolo, Catanzaro e Cucinotta, che gli esternarono i
sospetti sul Brigandì, il quale si incontrava con Leo Giovanni ed i fratelli di
lui. In questo frangente si presentò presso la casa della Sgroi il Brigandì
che intendeva parlare con il MANCUSO. La descrizione della fasi successive, fino
al tragico esito finale, rivela, meglio di qualsiasi sintesi, la qualità e la
freschezza del ricordo dell’imputato, rafforzando la valenza della
confessione: “… io
gli dissi di farlo accomodare, lui [Brigandì Antonio] entrò e venne
nella stanza da letto dove c’era anche il Cucinotta e il Cunsolo. Il Catanzaro
rimase fuori nel corridoio, chiusero la porta e nella stanza rimanemmo io,
Cunsolo e Cucinotta. Lo salutai, lui si sedette ai piedi del letto insieme ai
miei amici a fianco, incominciammo a parlare del più e del meno, quando lo vidi
che dopo un po’, praticamente scherzavano, l’ho visto rilassato, ero
sdraiato sul letto, aprii il comodino, presi un pacchetto, non mi ricordo se
c’erano 30, 40, 50 grammi di cocaina, presi un libriccino, lo buttai alla mia
destra del letto mentre io ero coricato e dissi: ‘Vieni qua, fai delle strisce
di cocaina che ci divertiamo un po’’. Lui si alzò, gli amici miei lo
accompagnarono nel movimento che lui fece dai piedi del letto alla mia destra
del letto e si sedette, prima di fare questo lui aveva un soprabito e gli dissi:
‘Non senti caldo, toglilo’, e lui se lo tolse e l’ha messo ai piedi del
letto dove era seduto lui. Io lo feci apposta appositamente, quando fece il
movimento della cocaina per farlo spostare e sedere accanto al mio letto. Dopo
di questo lui cominciò a parlare della cocaina, io allora gli chiesi se lui
aveva avuto rapporti con il Leo, anzi lui mi riferì che gli stava arrivando una
pena definitiva per una estorsione che aveva fatto insieme a loro e che presto
l’avrebbero arrestato e io gli dissi: ‘A Gianni LEO come gli andrà a
finire?’, dice: ‘Non lo so, di quella persona non mi interessa più niente
perché non è più amico mio’, dico: ‘Come non ti interessa più niente,
guarda che io non ti ho proibito di essere amico con quella persona. Io ti ho
proibito di frequentarlo e di fare cose sconce o criminali con quella persona.
Però se tu lo frequenti a me non è che interessa tanto’, dice: ‘No, per me
tutti i Leo sono dei pezzi di merda, io non voglio avere a che fare con questa
persona’. Allora quando lui mi disse questo decretò la sua sentenza, perché
non aveva più motivo di dire che quelle persone erano dei pezzi di merda o
insultarli quando lui un giorno, due giorni o tre giorni prima ci era stato a
casa o in macchina a farsi una passeggiata; lui, mentendo, ha decretato la sua
sentenza. Dopodiché abbiamo consumato qualche tiro di cocaina insieme e
uscimmo, lui mi disse che voleva parlare con me, io mi alzai e ai piedi del
letto aprii la finestra, presi il soprabito e lo attaccai all’attaccapanni, lo
feci apposta per vedere se in effetti lui era armato, mi resi conto che il
soprabito pesava e quindi era armato. Lo attaccai all’attaccapanni, feci finta
di niente, mi ritornai a sedere tranquillamente, dopodiché dissi che dovevamo
andare via. Lui mi disse che voleva parlare da solo con me, voleva spiegarmi
delle situazioni e io gli dissi che non avevo tempo perché avevo qualcosa da
fare insieme a Catanzaro, Cunsolo e Cucinotta. Allora lui mi disse che sarebbe
ritornato per parlare solo con me, io gli ho detto di ritornare dopo un’oretta
che mi avrebbe trovato, eventualmente avrei lasciato detto dove lui sarebbe
venuto per parlare con me. Lui uscì, uscii anch’io, io feci il giro del
palazzo assieme agli amici miei e ritornai in casa, entrai nuovamente nella
stanza da letto e dissi al Cucinotta, al Cunsolo e al Catanzaro come si doveva
eseguire l’omicidio. Il Cucinotta lo mandai a perlustrare la strada di Piazza
Cairoli, Gravitelli nel caso il Brigandì per trovarmi si sarebbe recato in quei
paraggi, il Vittorio Cunsolo lo mandai nella strada di villaggio Aldisio e al
Catanzaro gli dissi di stare alla macelleria di Pellegrino. Tutti in caso
avrebbero incontrato il Brigandì lo avrebbero dovuto mandare o condurre
personalmente alla macelleria di Pellegrino Paolo; loro uscirono, chiamai la
Sgroi e gli dissi: ‘Cortesemente se viene questo ragazzo gli dici che io sono
alla macelleria e di andare alla macelleria’. Aspettai là mezzoretta, tre
quarti d’ora, dopo un po’ suonano alla porta - preciso che è una palazzina
a cinque piani per cui lui dal pianterreno suonò -, la Sgroi si affacciò, era
il Brigandì, gli disse che voleva me e la Sgroi gli ha detto: ‘Giorgio non
c’è, vai alla macelleria perché mi ha detto che ti aspetterà là’.
Facendo questo lui ripartì e credo che andò alla macelleria direttamente, io
scesi, stavo andando alla macelleria perché la casa della Sgroi alla macelleria
dista in linea d’aria un 500 metri. Mentre stavo andando, stavo prendendo la
macchina, sopraggiunse Cunsolo Vittorio con la sua Maserati, sono salito sulla
Maserati e ci siamo recati alla macelleria. Alla macelleria c’era il
Catanzaro, c’era il Pellegrino Salvatore, il figlio di Paolo, siamo scesi
dalla Maserati, siamo entrati là dentro, ci siamo messi un po’ a parlare, mi
dice: ‘Giorgio, io volevo parlare da solo con te per spiegarti’, cioè
mi voleva spiegare altre situazioni, nello stesso tempo mi chiese se
potevo dargli un po’ di cocaina, allora gli dissi: ‘Per quanto riguarda la
cocaina non te ne posso dare perché quella che avevo, sono andato in un posto e
l’ho lasciata in un posto. Per parlare con me, cammina, andiamo’. Dice:
‘Dove?’, ‘Andiamo a prenderla. Con la Maserati dove dobbiamo salire non
possiamo salire perché è una salita sterrata’, - la Maserati avendo la
trazione posteriore, era difficile l’ingresso -, dico: ‘Andiamo con la tua
macchina’. Siamo saliti tutti e quattro su una Peugeot 205 di sua proprietà e
ci siamo recati a rione Montesanto, dove abita la mia famiglia, dove ha la casa
la mia famiglia, è una montagna in sostanza. Siamo entrati là dentro, l’ho
fatto fermare in uno spiazzale, sono sceso dalla macchina, con la coda
dell’occhio mentre camminava mi sono allontanato circa una ventina di metri,
trenta metri, ho fatto finta di prendere qualcosa, quando ho visto che loro tre
erano scesi dalla macchina, sono ritornato indietro e ad una distanza di
quindici, venti metri ho estratto la pistola e gli ho sparato. Gli ho sparato i
primi due colpi, lui ha fatto un cenno per scappare e cadde a faccia in giù in
una scarpata e lì gli sparai altri colpi di pistola. Dopodiché l’abbiamo
preso tutti e tre e l’abbiamo buttato in un burrone, a distanza di dieci metri
da dove l’abbiamo ucciso. L’abbiamo fatto cadere fra la roccia e una piccola
casetta dell’acquedotto, abbiamo strappato un po’ di erba dai muraglioni,
l’abbiamo messa sopra. Dopodiché io sono andato a casa mia, che dista un
centinaio di metri dal luogo del delitto, ho preso una bottiglia d’alcool, ho
preso la Fiat Uno di mio padre, sono ritornato sul luogo, ho rotto il
bloccasterzo della Peugeot 205, ho detto al Catanzaro e al Cunsolo di seguirmi
sulla Fiat Uno, portai la macchina a Camaro superiore, l’ho messa sotto un
ponte, ho aperto gli sportelli, l’ho cosparsa di alcool e gli ho dato fuoco.
Dopodiché ce ne siamo andati tranquillamente, da lì sono partito e siamo
andati un poco in giro.”.
Completando la descrizione dei fatti il MANCUSO ha riferito che era
stata usata un pistola calibro 38 Special
lungo, la stessa impiegata per uccidere Domenico Di Blasi e per attentare
per due volte alla vita di MAROTTA Gaetano, successivamente consegnata alle
forze dell’ordine insieme ad altre armi all’inizio della collaborazione con
la giustizia. Dopo l’omicidio MANCUSO aveva eseguito una perquisizione
sommaria, alla ricerca di eventuali documenti o altri oggetti che avrebbero
potuto consentire un eventuale riconoscimento della vittima, accertando che il
giovane non era armato, ma trovando nel portafoglio, insieme a delle immagini
sacre, una fotografia di Leo Giuseppe, la cui presenza confermava la fedeltà
del Brigandì al suo capo ormai defunto e giustificava i timori di una vendetta
che avevano indotto il MANCUSO ad ucciderlo. Nello stesso frangente il MANCUSO
non riuscì più a trovare le chiavi dell’autovettura, forse sfuggite al
Brigandì quando ne era sceso, sicché per avviarla si rese poi necessaria la
manomissione dell’impianto di accensione riferita nella descrizione della
sequenza dei fatti. Quella stessa sera MANCUSO aveva incontrato, a bordo della
loro Fiat 131 blindata i fratelli
Rizzo, e da loro stessi, o da SPARACIO Luigi, presso la cui abitazione si era
poi recato, aveva saputo che avevano appena sparato a Mulé Giuseppe. Il
particolare conferma che l’omicidio avvenne il giorno della scomparsa, e cioè
il 28 gennaio 1991, nella cui serata il Mulé aveva subito un agguato al rione
Giostra (esaminato nell’ambito dell’analisi dei reati di cui al capo 10).
Allo SPARACIO il MANCUSO aveva poi comunicato la scomparsa di bomboletta, come Brigandì era conosciuto nell’ambiente, senza
aggiungere altri particolari sull’omicidio.
La confessione di MANCUSO, ribadita in dibattimento nel corso
dell’udienza del 22 gennaio 1999, ha trovato una conferma di assoluto rilievo
nel ritrovamento dei resti cadaverici di Brigandì Antonino nel luogo indicato
dal collaboratore.
Risulta infatti dal verbale di ispezione dei luoghi del 1° dicembre
1994, corredato da numerosi rilievi fotografici, che in località Camaro S.
Paolo, contrada Petrazzi, nelle vicinanze dell’abitazione della madre del
MANCUSO, i carabinieri del nucleo operativo di Messina, sulla scorta delle
indicazioni dell’odierno imputato, rinvennero residui di ossa, che la
successiva indagine medico – legale, affidata alla dott. Gualniera, sentita in
dibattimento all’udienza del 17.10.1997, consentì di accertare provenire da
un individuo di sesso maschile, di età oscillante tra 25 e 35 anni e di altezza
compresa tra m. 1,65 e m. 1,75, deceduto almeno un anno prima rispetto al
sopralluogo; non fu invece possibile stabilire se le fiamme che avevano avvolto
il corpo erano state appiccate prima o dopo la morte dell’uomo, e non fu
riscontrata, nei limiti in cui lo consentivano le condizioni dei reperti, la
presenza di eventuali lesioni riferibili a colpi di arma da fuoco (v. relazione
di consulenza medico – legale del 13.3.1995). Insieme ai resti ossei fu
rinvenuta, oltre a dei frammenti di stoffa, una collana in oro giallo, che il
giorno successivo al ritrovamento la sorella del Brigandì riconobbe dalla
particolare lavorazione della maglia essere quella che il congiunto era solito
portare sempre con sé (v. verbale di riconoscimento del 2.12.1994).
Il riscontro conferma il rilievo della confessione di MANCUSO, che era
apparsa già intrinsecamente credibile e frutto della conoscenza diretta dei
fatti che impone alla Corte di privilegiarla, ai fini della ricostruzione della
vicenda, rispetto alle versioni fornite da SPARACIO Luigi, LEO Roberto e FERRARA
Sebastiano.
Premesso infatti che la minore linearità e precisione di tali
dichiarazioni discende dalla natura de
relato delle conoscenze dei dichiaranti, va rilevato che mentre SPARACIO ha
indicato lo stesso MANCUSO quale fonte delle sue conoscenze, gli altri due hanno
indicato VENUTO Giuseppe, che è fonte comune ad entrambi, e Sgroi Mariella, che
è fonte per il solo LEO Roberto.
Il VENUTO, pur avendo ammesso in dibattimento i rapporti con Leo
Giovanni e l’amicizia con Brigandì, che sapeva essere stato ucciso da MANCUSO
Giorgio, ha negato di avere parlato dell’omicidio con FERRARA e con LEO,
circostanza che appare poco plausibile posto che non si intende la ragione per
cui i due collaboratori avrebbero dovuto indicare concordemente una fonte che
tale non era, con il rischio di essere smentiti in ordine ad una vicenda in cui
il loro contributo era comunque destinato ad assumere un valore relativo in
considerazione della ammissione di responsabilità proveniente dall’unico
imputato, il solo superstite tra i responsabili dell’omicidio e dei reati
connessi. Va in proposito rilevato che nei processi in cui sono coinvolti
collaboratori di giustizia emerge un generico e diffuso interesse degli altri
imputati a minarne la credibilità, anche rispetto a profili o circostanze di
rilievo marginale (nel caso di specie infatti l’unico imputato è reo
confesso), e a tale strategia va ricondotta la sistematica negazione di avere
riferito ai collaboratori quanto i medesimi successivamente dichiarano (v. in
proposito quanto sarà più ampiamente illustrato nell’analisi dei reati di
cui al capo 12 in ordine ai rapporti tra dichiarazioni de
relato e dichiarazioni della persona indicata come fonte di conoscenza); con
riferimento al VENUTO è poi necessario rinviare alle considerazioni relative
all’omicidio di D’Angelo Santo (capo 21) e alle riserve che suscita la sua
confessione di quel fatto di sangue, giunta alla fine del dibattimento, e
sicuramente ispirata, almeno in parte, dalla volontà di screditare le fonti di
accusa o di minarne l’attendibilità.
Sgroi Mariella invece, avendo convissuto con MANCUSO Giorgio e
riferendosi le sue eventuali conoscenze a fatti verificatisi o appresi
dall’imputato durante il rapporto, si è avvalsa della facoltà di non
rispondere.
Tuttavia, a prescindere dalle ragioni della mancata conferma da parte
delle fonti di riferimento (invero anche MANCUSO ha dichiarato che allo SPARACIO
non aveva rivelato i particolari dell’omicidio del Brigandì), è certo che la
versione del MANCUSO debba essere privilegiata, per la ragione fondamentale che
essa proviene da un protagonista della vicenda, anche in ordine alla
individuazione dell’identità dei complici dell’odierno imputato. Sul punto
è già intervenuta peraltro la sentenza di non luogo a procedere del GUP, che
rigettando la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di Cucinotta Giuseppe
(come in precedenza non aveva accolto la richiesta di misura cautelare), al
quale SPARACIO e LEO hanno attribuito condotte di sicuro rilievo penalistico, ha
rilevato l’esigenza di privilegiare la ricostruzione di MANCUSO, considerate
anche le divergenze nella stessa ricostruzione del fatto che contraddistinguono
il racconto degli altri collaboratori. Si può aggiungere in proposito, fermo
restando il sospetto che MANCUSO abbia inteso deliberatamente alleggerire la
posizione del Cucinotta, attribuendo tutte le condotte penalmente rilevanti a
Catanzaro e Cunsolo, successivamente deceduti (anche se risulta che MANCUSO ha
accusato Cucinotta per altri fatti di sangue, originariamente compresi
nell’ambito del procedimento scaturito dalla Peloritana
bis), che è altrettanto fondata l’impressione, per il modo in cui LEO,
SPARACIO ed anche FERRARA hanno indicato gli altri responsabili dell’omicidio,
che conoscenze di altra origine, eventualmente legate al notorio inserimento di
tutti i personaggi citati nel gruppetto dei “fedelissimi” di MANCUSO,
abbiano finito per sovrapporsi, colmando eventuali lacune mnemoniche dei
collaboratori, alle conoscenze specifiche riguardanti l’omicidio Brigandì.
In conclusione la confessione di MANCUSO appare pienamente convincente
ed aderente alle altre risultanze processuali complessivamente considerate e
giustifica l’affermazione di responsabilità per tutti i reati così come
contestati, unificati tutti sotto il vincolo della continuazione. Sussiste in
particolare l’aggravante della premeditazione, alla luce dei principi generali
al riguardo già illustrati in altra parte della motivazione (v. l’analisi dei
reati di cui al capo 2, omicidio di Spagnolo Giovanni e reati connessi), tenuto
conto della dettagliata preparazione dell’omicidio, a prescindere dalla lenta
maturazione della decisione di uccidere il Brigandì, la cui esecuzione il
MANCUSO ave già rimandato almeno due volte. Non deve trarre in inganno in
proposito la circostanza che l’attuazione del proposito criminoso si sia
concentrata nel giro di poche ore, posto che alla iniziale determinazione fecero
seguito, per un periodo di tempo apprezzabile, una serie di attività dirette
per un verso a non insospettire la vittima e a comprenderne le reali intenzioni,
e per altro verso a porla in condizioni di non potersi in alcun modo sottrarre
più all’esecuzione del programma omicida.
Compete al MANCUSO l’attenuante di cui all’art. 8 della legge n.
203/91. Evidenziata infatti la qualità e l’autonomia del contributo e
rilevato che esso, pur essendo stato preceduto dalle dichiarazioni di altri
collaboratori, si è dimostrato decisivo per la compiuta ricostruzione dei
fatti, va osservato che l’omicidio, per la causale ed il contesto in cui è
stato consumato, esprime una matrice chiaramente mafiosa, a cui sono
riconducibili le modalità con cui è stato commesso e la pressoché totale
certezza di impunità acquisita dai responsabili, ben consci del clima di omertà
in cui si sarebbero svolte le indagini e consapevoli che tale clima,
neutralizzandone l’eventuale significato investigativo, avrebbe avvolto i loro
rapporti con la vittima, precedenti all’omicidio e sicuramente noti agli
stessi familiari del giovane (come ha lasciato intendere in dibattimento la
sorella Maria). La confessione di MANCUSO, inserita in un più ampio contesto di
collaborazione con la giustizia, rivela ampiamente l’abbandono di quella realtà
associativa, insito nel riconoscimento di averne fatto parte e nella connessa
rottura del pactum sceleris e
giustifica anche sotto questo profilo, in un certo senso preliminare alla vera e
propria collaborazione probatoria, l’applicazione della diminuente speciale.
Anche in questo caso per la determinazione della pena si rinvia alla
parte conclusiva di questa motivazione.