2.3.14.    Tentato omicidio volontario in danno di MAROTTA Gaetano e PAPALE Domenico (capo 14)

Poco dopo le ore 19,10 del 5 marzo 1991 giungeva al pronto soccorso dell’ospedale “Regina Margherita” di Messina l’ennesima vittima di un attentato, il trentaquattrenne MAROTTA Gaetano, che presentava una ferita d’arma da fuoco con foro d’entrata al braccio destro con frattura scomposta e ritenzione del proiettile e un’altra ferita d’arma da fuoco con foro di entrata alla regione glutea destra e foro d’uscita alla regione pubica. Il ferito, che presentava uno stato di shock, veniva sottoposto ad intervento chirurgico d’urgenza e ricoverato con prognosi riservata. Nel corso dell’intervento veniva estratta dal braccio del MAROTTA l’ogiva di un proiettile verosimilmente calibro 38, che era consegnata al personale della Squadra mobile e sottoposta a sequestro.

Nel quadro delle prime indagini venivano eseguite una serie di perquisizioni domiciliari a carico di persone che si riteneva potessero essere coinvolte nel fatto di sangue. Agli atti si trovano quelle eseguite pochissimo tempo dopo l’attentato con esito negativo presso le abitazioni di RIZZO Rosario e IDOTTA Marcello.

Le indagini si indirizzarono nei confronti di questi ultimi due e di Zito Enzo, cognato di RIZZO Rosario, e tutti gli indagati vennero sottoposti, diverse ore dopo il fatto, al prelievo diretto alla ricerca di eventuali residui dello sparo. La relativa indagine, affidata dal Pubblico Ministero ai dottori Gentile e Cardia, il secondo dei quali sentito all’udienza dibattimentale del 24 ottobre 1997, si concluse con esito negativo.

Nessun elemento utile alle investigazioni fu fornito dalla vittima del ferimento, poiché il MAROTTA in ospedale, prima di essere operato, si limitò a dichiarare che era stato ferito mentre passeggiava con il cane da uno sconosciuto travisato (come ha riferito il teste Tripodo); ed ancora meno il MAROTTA ha riferito in dibattimento, escludendo anche di avere visto da dove provenissero i colpi.

Considerata l’inconsistenza degli elementi di accusa (non è neppure emersa in dibattimento la ragione per cui le indagini si erano indirizzate nei confronti di RIZZO, IDOTTA e Zito), il Pubblico Ministero chiese ed ottenne l’archiviazione del procedimento, disposta con decreto del 30.11.1991.

Ancora una volta le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e l’esplicita ammissione di responsabilità di uno di essi si sono rivelate decisive per la ricostruzione della vicenda e per la individuazione degli autori dell’attentato.

Sull’episodio sono stati sentiti in dibattimento Santacaterina Umberto, De Francesco Paolo, RIZZO Rosario, TODARO Demetrio, LEO Roberto, MARCHESE Mario e SPARACIO Luigi, e si è sottoposto all’esame l’imputato MANCUSO Giorgio.

Santacaterina Umberto, sentito all’udienza del 24 ottobre 1997, ha dichiarato di avere appreso nel 1992, durante un periodo di comune detenzione, da Calogero Placido, CORDIMA Francesco e Mauro Carmelo, che autore dell’attentato del 5 marzo 1991 ai danni di MAROTTA Gaetano e Papale Domenico era stato MANCUSO Giorgio; conferma gliene aveva dato poi quest’ultimo sempre nell’anno 1992, ma qualche mese dopo, in occasione di un incontro nel quartiere Provinciale, quando il Santacaterina era stato già scarcerato. È stato accertato che CORDIMA Franco, Calogero Placido e Santacaterina Umberto furono detenuti presso la casa circondariale di Messina, all’interno dello stesso reparto, nel periodo compreso tra il 14.7 ed il 12.8.1992 (v. nota prot. n. 2850 del 6.5.1999 della direzione della casa circondariale di Messina trasmessa dal D. A. P.).

In ordine alla dinamica del fatto Santacaterina ha riferito di avere appreso che il MANCUSO si trovava nel quartiere Giostra, allorché, rilevata la presenza di MAROTTA e PAPALE, e forse anche dei fratelli Mauro, gli si era fatto incontro come se intendesse salutarli ed invece gli aveva esploso contro dei colpi di arma da fuoco e poi si era allontanato a bordo dell’autovettura del MAROTTA, una Volvo blindata. In maniera molto generica Santacaterina ha individuato la causa dell’attentato nello scontro che in quel momento contrapponeva il gruppo di RIZZO Rosario e quelli di GALLI e MARCHESE in conseguenza dell’uccisione di Letterio Rizzo, decisa nel corso di una riunione a casa di MARCHESE Mario e riconducibile all’iniziativa dei gruppi GALLI e MARCHESE. Colmando una evidente lacuna logica del racconto Santacaterina ha poi aggiunto su sollecitazione del Pubblico Ministero che dopo l’omicidio di Rizzo Letterio il gruppo RIZZO si era alleato con MANCUSO Giorgio.

De Francesco Paolo ha inquadrato le proprie conoscenze in merito al tentato omicidio di MAROTTA Gaetano e Papale Domenico nel contesto della propria frequentazione di elementi appartenenti al gruppo di Gravitelli capeggiato da MANCUSO Giorgio, come SAMPERI Paolo, Cucinotta Giuseppe, PULLIA Carmelo, COSTANTINO Giovanni, Vento Giuseppe, Catanzaro Gaetano e altri.

Dal defunto Giuseppe Vento (che sarà ucciso il 2 luglio 1992 nel corso di un agguato) De Francesco ha riferito di avere appreso, in occasione di una discussione successiva all’arresto di MANCUSO Giorgio per l’omicidio di Di Blasi Domenico, che l’agguato ai danni di MAROTTA Gaetano, appartenente al gruppo di Luigi GALLI, era stato organizzato nel quadro della strategia diretta a vendicare la morte del fratello di Rosario RIZZO, inteso ‘u ferraiolo, che si era alleato con MANCUSO dopo l’uccisione del congiunto. L’agguato, a cui presero parte Giuseppe Vento, Paolo SAMPERI, Giorgio MANCUSO, Carmelo PULLIA, Simone ROMEO e qualche altro elemento del gruppo, era finalizzato alla eliminazione degli elementi del gruppo GALLI. Avuta notizia che il MAROTTA ed altri componenti del suo gruppo si trovavano sul viale Giostra, MANCUSO ed i suoi uomini avevano preso posto su due autovetture. In particolare, mentre uno dei due mezzi, la Renault 5 Turbo di SAMPERI Paolo, era rimasto a stazionare sul viale Giostra perché il suo equipaggio potesse tenere sotto controllo la zona, MANCUSO e Vento, armati di pistole, rispettivamente calibro 38 e calibro 7,65, si erano avvicinati a bordo della Alfa Romeo 164 di MANCUSO al gruppo degli avversari e all’improvviso avevano cominciato a sparare. Vento si era accorto che uno dei feriti era MAROTTA Gaetano, inteso ‘u rattata.

RIZZO Rosario ha invece collegato il ferimento di MAROTTA e Papale al tentato omicidio del suo affiliato PARATORE Giuseppe verificatosi il giorno prima. RIZZO Rosario aveva manifestato il proprio disappunto a MANCUSO Giorgio, divenuto suo fedele alleato dopo la morte di Rizzo Letterio e l’inizio di un difficile periodo per RIZZO Rosario a cui tutti gli altri gruppi erano ostili. MANCUSO si era subito mostrato disponibile ad attuare una rappresaglia e a tale scopo lo stesso MANCUSO, in compagnia di RIZZO, Catanzaro Gaetano ed un altro elemento del gruppo, aveva subito raggiunto e perlustrato il quartiere Giostra. Quindi, dopo il ritorno di RIZZO Rosario a Santa Lucia sopra Contesse, un gruppo, composto questa volta da MANCUSO Giorgio, Mancuso Gigi, Vento Giuseppe, IDOTTA Marcello e Catanzaro Gaetano, aveva nuovamente raggiunto il viale Giostra a bordo di una Renault. Era intenzione di Giorgio MANCUSO rintracciare Mancuso Antonino, inteso nittola (appartenente al gruppo di GALLI Luigi), per chiedergli spiegazioni in merito ad una estorsione; si era invece incontrato con MAROTTA Gaetano, che era a bordo della sua autovettura blindata e che aveva proposto a MANCUSO Giorgio di esporgli ugualmente la questione che questi avrebbe dovuto sottoporre all’omonimo Mancuso Antonino. Era a questo punto sopraggiunto Papale Domenico a bordo della sua autovettura ed il MANCUSO, temendo un’aggressione, aveva sparato a MAROTTA e Papale, ferendoli entrambi, e si era quindi allontanato in compagnia di Vento (il quale probabilmente aveva a sua volta fatto uso delle armi) a bordo dell’autovettura blindata di MAROTTA che era fuggito. Il mezzo era poi stato restituito in seguito all’interessamento di SPARACIO Luigi a cui si erano rivolti i componenti del gruppo GALLI. MAROTTA era stato costretto al ricovero in ospedale per le ferite subite, mentre Papale era stato curato privatamente a domicilio. Dell’episodio RIZZO era stato informato sia dallo stesso MANCUSO che da IDOTTA.

TODARO Demetrio, sentito all’udienza del 27 febbraio 1999, ha riferito di avere appreso da MAROTTA che a ferire lui e Papale Domenico era stato tale Giorgio MANCUSO, appartenente ad un gruppo vicino al gruppo RIZZO, che in quel momento era in lotta con il gruppo GALLI. MANCUSO aveva sparato mentre si allontanava in compagnia di un’altra persona. Papale, colpito al fondoschiena, aveva poi fatto ricorso privatamente alle cure di un infermiere che prestava servizio all’ospedale “Regina Margherita”, mentre per MAROTTA era stato necessario il ricovero.

LEO Roberto, indicando come fonti delle sue conoscenze certamente MAROTTA Gaetano, Papale Domenico e RAGUSA Natale, e con qualche dubbio lo stesso MANCUSO Giorgio, ha dichiarato che agli inizi del 1991 si trovava una domenica sul viale Giostra in compagnia di RAGUSA Natale, che gli propose un incontro con una persona di cui non gli fece il nome limitandosi a rassicurarlo circa le intenzioni dell’interlocutore. Recatosi qualche ora dopo sul luogo verosimilmente scelto per l’appuntamento, il LEO fu prelevato a bordo di un’autovettura Volvo blindata sulla quale si trovavano Papale Domenico e MAROTTA Gaetano, quest’ultimo con una vistosa ingessatura tra il braccio, la spalla ed il collo, e quindi condotto presso la casa di Mancuso Antonino, inteso nittola, nella quale si trovava anche GALLI Luigi, in quel momento latitante. In quanto abitante nel rione Aldisio a LEO Roberto fu chiesto un appoggio per l’organizzazione di un agguato contro MANCUSO Giorgio e qualcuno del suo gruppo, dal momento che MANCUSO, unitamente al suo affiliato Vento Giuseppe, si era reso responsabile del ferimento di MAROTTA Gaetano in occasione di un agguato al quale era sfuggito Papale Domenico. LEO Roberto si dichiarò disponibile ad aderire alla richiesta, dal momento che MANCUSO era solito frequentare nella zona la macelleria di Pellegrino e la casa di Sgroi Mariella, ma disse che della cosa avrebbe interessato il cugino Giovanni per verificare se lo stesso avesse la possibilità di fornire un appoggio migliore. Interpellato sulle cause dell’ostilità di MANCUSO nei confronti degli affiliati al gruppo GALLI, LEO è stato molto generico, affermando che il MANCUSO, ucciso Pippo Leo e Di Blasi Domenico, si era di fatto messo contro tutti gli altri gruppi; e al Pubblico Ministero che gli ha fatto rilevare che l’omicidio Di Blasi è successivo all’attentato ai danni di MAROTTA e Papale, in maniera ancora più evasiva LEO Roberto ha risposto che l’astio del MANCUSO andava forse ricondotto ad una pregressa “vicinanza” del defunto Pippo Leo al gruppo di GALLI Luigi.

MARCHESE Mario ha ricollegato l’attentato contro MAROTTA Gaetano e Papale Domenico ai contrasti sorti tra MANCUSO Giorgio ed alcuni componenti del gruppo GALLI per una estorsione che il primo aveva intenzione di consumare ai danni di una scuola guida ubicata in una traversa della via Palermo, nei pressi di un ex-cinema, nella zona nord della città, controllata dai gruppi GALLI e MARCHESE. Concordata con il titolare della scuola guida la consegna della somma di cento milioni di lire dopo una serie di atti intimidatori, il MANCUSO, presentatosi insieme ai suoi affiliati Cucinotta, Catanzaro e PULLIA per la riscossione, si era visto rispondere dalla vittima che avrebbe dovuto discutere della questione con Mancuso Antonino, inteso nittola, affiliato al clan GALLI. Indispettito Giorgio MANCUSO aveva in un primo momento cercato invano di incontrare MARCHESE (“… Questi qua prima vengono a casa mia, suonano a casa mia, siccome io avevo la telecamera, avevo la casa blindata a casa mia, quando li ho visti ho fatto dire a mia moglie che non c’ero per non riceverli …”), e quindi aveva chiesto notizie del suo omonimo a MAROTTA Gaetano, ricevendone una risposta evasiva. Era sopraggiunto in questo frangente a bordo della sua Fiat UNO lanciata in velocità Papale Domenico ed il MANCUSO, temendo di rimanere vittima di un attentato, aveva cominciato a sparare, ferendo prima il MAROTTA ad una spalla e quindi il Papale ad una gamba, e si era poi allontanato a bordo dell’autovettura blindata del MAROTTA.

Del ferimento, avvenuto intorno alle ore 18, MARCHESE era stato avvisato dopo qualche ora da Mancuso Antonino e Mauro Carmelo, affiliati al gruppo GALLI, che si erano recati a trovarlo presso la sua abitazione in via Conte di Torino.

Il giorno successivo SPARACIO Luigi, che era incaricato di fare da tramite nei rapporti con MANCUSO Giorgio, così come MARCHESE curava i rapporti con GALLI Luigi (“… Perché noi eravamo rimasti che con il gruppo GALLI corrispondevo io con lui e lui corrispondeva per il gruppo MANCUSO, diciamo gruppo Leo poi MANCUSO, perché sia io che GALLI non ci fidavamo di questo MANCUSO come lui non si fidava di noi il MANCUSO sempre, il MANCUSO Giorgio e avevamo questo accordo qua che io dovevo corrispondere per GALLI Luigi e lui per MANCUSO Giorgio …”), si era fatto promotore di un incontro chiarificatore presso l’abitazione dello stesso MARCHESE, prima del quale di sua iniziativa  MANCUSO si era recato a casa di MAROTTA per restituire l’autovettura blindata. Per onorare l’impegno preso con SPARACIO, MARCHESE aveva poi dissuaso Gatto Giuseppe e gli altri del gruppo GALLI dalla consumazione immediata di un’azione ritorsiva (“… viene sotto casa mia Puccio Gatto e mi fa segno che c’erano loro a casa sua, dice: ‘sono lì a casa di MAROTTA […] che cosa dobbiamo fare, li dobbiamo ammazzare o no?’, e io gli ho fatto cenno di no, gli ho detto ‘no, lasciateli perdere per ora’, perché io avevo la parola con SPARACIO per cui ho detto no, a questo punto manteniamo la parola che io ho con SPARACIO, perché loro erano pronti, c’era […] dice il Mulé con la pistola addosso dietro MANCUSO che lo poteva ammazzare quando voleva, gli ho detto ‘no, lascia perdere’, e lui mi insisteva sotto casa io gli facevo segno di no, gli ho detto poi ci vediamo tutti a casa mia alle cinque ... ”). All’incontro chiarificatore a casa di MARCHESE Mario avevano preso parte, oltre a SPARACIO e allo stesso MARCHESE, gli affiliati di quest’ultimo LEARDO e CUSCINÀ e gli affiliati al gruppo GALLI Papale Domenico, COTUGNO Giovanni, inteso ‘u marocchinu, MAROTTA Gaetano e Mancuso Antonino. Giorgio MANCUSO, che era in compagnia di Cucinotta Giuseppe, aveva spiegato di essere stato indotto a sparare contro MAROTTA e Papale per il timore di rimanere vittima di un attentato, e di avere in un primo momento cercato di incontrare MARCHESE per discutere con lui la vicenda dell’estorsione contesa con l’altro Mancuso (MARCHESE ha aggiunto di avere poi appreso da FERRARA Sebastiano che MANCUSO Giorgio aveva invece intenzioni ostili, non concretizzatesi esclusivamente per lo stratagemma del MARCHESE). Un po’ contraddittoriamente MARCHESE ha aggiunto che l’incontro si era concluso con il chiarimento auspicato (anche se fu deciso che da quel momento in poi ogni questione avrebbe dovuto essere affrontata e discussa esclusivamente da MARCHESE e SPARACIO, senza ricorrere ad alcuna iniziativa individuale), ma che l’attentato a MAROTTA e Papale fu la causa dei successivi appostamenti organizzati per attentare alla vita del MANCUSO in epoca precedente all’omicidio Di Blasi (che scatenerà la vera e propria guerra degli altri gruppi contro il MANCUSO).

SPARACIO Luigi, sentito all’udienza del 3 marzo 1999, ha riferito una versione sostanzialmente corrispondente a quella di MARCHESE Mario, precisando che il contrasto era scaturito da una estorsione che il gruppo GALLI continuava a praticare ai danni di un commerciante amico di MANCUSO Giorgio, sebbene fosse stato già chiarito che l’esercizio commerciale in questione “apparteneva” a MANCUSO Giorgio, che il MANCUSO era in compagnia di Giuseppe Vento e di un altro suo affiliato, e che il ferimento di MAROTTA era stato determinato solamente dalla irritazione di MANCUSO, infastidito dall’atteggiamento indisponente assunto dal MAROTTA. SPARACIO ha anche riferito delle sue iniziative successive all’attentato per ripristinare la tregua interrotta, naufragate a causa dell’opposizione di Di Blasi Domenico, che aveva decretato la morte di MANCUSO Giorgio nel corso di una riunione a casa di Mancuso Antonino a cui avevano preso parte, oltre a SPARACIO, Di Blasi e MARCHESE, anche MAROTTA Gaetano, ancora ingessato, Papale Domenico, GALLI Luigi e Gatto Giuseppe.

MANCUSO Giorgio, esaminato all’udienza del 22 gennaio 1999, nel corso di una dettagliatissima deposizione, compatibile esclusivamente con una conoscenza diretta dei fatti, ha ammesso le proprie responsabilità come autore dell’attentato ai danni di MAROTTA Gaetano e Papale Domenico.

Era in quel periodo intenzione di MANCUSO Giorgio uccidere Di Blasi Domenico o uno dei suoi alleati, posto che aveva saputo che Di Blasi aveva organizzato degli attentati ai suoi danni. Uno degli obiettivi di MANCUSO era MARCHESE Mario, che l’imputato aveva deciso di uccidere di persona. A tal fine più di una volta, anche in compagnia di Catanzaro Gaetano, Vento Giuseppe ed IDOTTA Marcello, si era recato a casa di MARCHESE senza trovarlo, ed in una occasione era stato dissuaso dall’intraprendere qualsiasi iniziativa dalla presenza di un’autovettura delle forze dell’ordine: è assai probabile, in considerazione della prossimità temporale tra i due episodi, che tale presenza rilevata da MANCUSO sia da mettere in relazione con il controllo di presunti affiliati del gruppo eseguito presso l’abitazione di MARCHESE Mario da personale della Squadra Mobile di Messina il 2 marzo 1991, di cui ha riferito in dibattimento il teste Stornante all’udienza del 24 ottobre 1997 nel contesto dell’audizione relativa alle indagini svolte sul tentato omicidio di PARATORE Giuseppe.

Fatta questa premessa non pienamente coordinata con il resto del racconto, se non sotto il profilo della spiegazione del progressivo peggioramento dei rapporti di MANCUSO con tutti gli altri esponenti di rilievo della criminalità organizzata messinese, l’imputato ha poi dichiarato che era sorto un contrasto tra il suo affiliato Catanzaro ed alcuni elementi del gruppo GALLI, scaturito da una estorsione che il Catanzaro era stato indotto in un primo momento a commettere ai danni del titolare di una scuola guida da un giovane parente della stessa vittima. Successivamente, avendo la stessa persona cercato di convincere Catanzaro a desistere dall’iniziativa estorsiva e quindi preso contatti con alcuni componenti del gruppo GALLI, tra cui Mancuso Antonino e MAROTTA Gaetano, Catanzaro si era arrabbiato, proponendo di compiere qualche azione criminosa contro il gruppo GALLI, ma Giorgio MANCUSO lo aveva convinto a parlare della questione con Mancuso Antonino. A questo scopo salirono al villaggio Giostra, oltre a Giorgio MANCUSO e al Catanzaro, anche Vento Giuseppe e IDOTTA Marcello, armati il Vento con una pistola calibro 7,65, e MANCUSO con una calibro 28 (sorge il dubbio che si sia trattato di un errore di trascrizione o di un lapsus dell’imputato, e che il riferimento esatto sia al calibro 38). MANCUSO e Vento incontrarono MAROTTA Gaetano e Mauro Carmelo a bordo di una Volvo station wagon blindata, li invitarono a fermarsi per discutere, ma in questo frangente, avvertita la frenata di un’altra autovettura che era sopraggiunta a gran velocità, Vento estrasse la pistola e cominciò a sparare in direzione degli occupanti del veicolo, inducendo a fare altrettanto il MANCUSO, che sparò un primo colpo contro il MAROTTA, e poi, quando questi fuggendo cominciava ad allontanarsi, un secondo colpo che lo raggiunse ad una spalla o ad un braccio. Essendo rimasti appiedati, poiché Catanzaro e gli altri erano rimasti a distanza sull’altra autovettura, MANCUSO e Vento si allontanarono a bordo del mezzo blindato che era stato abbandonato da MAROTTA. Fu lo SPARACIO qualche giorno più tardi a prendere contatto con MANCUSO e ad invitarlo a risolvere pacificamente il contrasto. Ciò avvenne successivamente, allorché il MANCUSO, che transitava sulla via Palermo, fu convinto dopo un significativo scambio di battute ad entrare in casa di MAROTTA, che era ancora a letto convalescente (“… c’era uno dei Di Mauro [probabilmente MANCUSO allude ad uno dei fratelli Mauro], che appena mi vide mi fece cenno di entrare, io mi fermai con la macchina, in quell’occasione ero con una Lancia Delta integrale, mi fermai e lui mi disse che non c’erano problemi. Io gli ho detto: ‘Guarda, problemi non ce ne sono, io sono armato; se eventualmente vedo qualcuno che fa qualche movimento ammazzerò anche il cane che hai davanti la porta’, mi disse: ‘No, non ti preoccupare’.”). MANCUSO spiegò che la fuga di MAROTTA lo aveva insospettito, ed apprese che alla guida dell’autovettura sopraggiunta a gran velocità si trovava Papale Domenico, che intendeva solamente salutare MANCUSO e che invece era stato costretto a fuggire ed era stato ferito ad un gluteo da Vento. Quanto all’autovettura blindata sottratta al MAROTTA, pur rammaricandosi della circostanza che il cognato di MAROTTA ne avesse denunziato il furto alle forze dell’ordine pur sapendo che era stato MANCUSO ad impadronirsene in occasione dell’attentato, MANCUSO si dichiarò disponibile a restituirla immediatamente e così fece consegnandola personalmente al congiunto del MAROTTA che a tal fine lo aveva seguito al villaggio Aldisio. All’attentato ai danni di MAROTTA Gaetano e Papale Domenico il MANCUSO ha poi ricondotto l’origine del progetto di un attentato ai suoi danni, nel quale erano coinvolti FERRARA Sebastiano, LEO Domenico, fratello del defunto Giuseppe, MARCHESE Mario, e soprattutto Di Blasi Domenico, che aveva esternato platealmente le sue intenzioni, allo scopo di accattivarsi l’amicizia dei “giostroti”, nel corso di una riunione a casa di MAROTTA Gaetano, assicurando che si sarebbe personalmente interessato dell’eliminazione di MANCUSO Giorgio.

Dal complesso assai articolato delle risultanze processuali di cui si è illustrato il contenuto emerge, indiscutibilmente, la responsabilità di MANCUSO Giorgio.

L’indicazione di MANCUSO Giorgio quale esecutore materiale dell’attentato ricorre come una costante nelle dichiarazioni di tutti i collaboratori di giustizia sentiti in dibattimento, ed appare particolarmente significativa perché è uno dei pochi aspetti su cui si registra una convergenza completa delle fonti di accusa, spesso assai lontane l’una dall’altra nella descrizione della successione delle varie fasi dell’attentato, ovvero nella indicazione dell’antefatto, o ancora nella specificazione della causale del fatto di sangue. In presenza di un panorama così variegato la convergente indicazione di uno degli esecutori acquista particolare rilievo, perché esprime certamente un dato aderente alla realtà storica dei fatti, comune a fonti diverse che sotto numerosi altri profili dimostrano di ignorarsi a vicenda.

Anche sul nome del defunto Vento Giuseppe si registra una ampia convergenza di fonti, avendolo indicato come esecutore materiale dell’attentato De Francesco Paolo, LEO Roberto, RIZZO Rosario e SPARACIO Luigi.

Questa completa sovrapponibilità delle accuse, sotto il profilo considerato, rafforza ulteriormente il valore della confessione di MANCUSO, in linea di principio non bisognosa di alcun riscontro ed idonea a giustificare autonomamente l’affermazione di responsabilità, e tuttavia nel caso di specie affiancata da un’imponente serie di elementi di prova, a loro volta idonei, anche in mancanza della confessione, a giustificare la condanna dell’imputato. Ovviamente nessun pregiudizio può venire alla confessione di MANCUSO Giorgio e alle dichiarazioni degli altri collaboratori sentiti dalla mancata conferma delle circostanze da essi riferite da parte di coloro che, tutti imputati in questo processo o imputati in procedimenti connessi, sono stati indicati come fonti di conoscenza. Si è già rilevato in precedenza il valore assai limitato di tali smentite, provenienti da soggetti interessati, direttamente o indirettamente, a minare l’attendibilità dei collaboratori di giustizia e attenti a non fornire mai alcuna conferma alle loro dichiarazioni (v. le osservazioni sviluppate con riferimento al capo 12), anche quando, come nel caso concreto, esse hanno una portata prevalentemente confessoria e non investono in maniera significativa la responsabilità di altri. Pertanto assume un rilievo assolutamente secondario la circostanza che con riferimento alla vicenda in esame, mentre GALLI Luigi, Papale Domenico, MAROTTA Gaetano e Mancuso Antonino si siano avvalsi della facoltà di non rispondere, RAGUSA Natale, CORDIMA Franco, Calogero Placido e Mauro Carmelo abbiano negato di sapere alcunché in ordine all’attentato, e conseguentemente di averne potuto riferire a coloro i quali li hanno indicati come fonte delle loro conoscenze in proposito.

La confessione di MANCUSO giova in ogni caso a superare le perplessità che potrebbe suscitare eventualmente, anche con riferimento alla sua posizione, l’isolato esame delle altre fonti di accusa, attestate su versioni diverse per quanto riguarda la descrizione delle varie fasi dell’attentato e soprattutto l’indicazione della causale del fatto di sangue.

Mentre infatti Santacaterina e De Francesco hanno ricondotto l’agguato ai contrasti scaturiti dall’uccisione di Rizzo Letterio, RIZZO Rosario ha istituito uno stretto collegamento dell’attentato con il tentato omicidio di PARATORE Giuseppe avvenuto il giorno prima. Più genericamente TODARO Demetrio e LEO Roberto hanno inquadrato l’agguato nello scontro tra gruppi avversi, mentre MARCHESE e SPARACIO, ed in una certa misura anche RIZZO Rosario, hanno concordemente indicato come origine del contrasto una estorsione contesa, pur descrivendo in maniera diversa i termini del contrasto.

Quest’ultima spiegazione dell’agguato, o, meglio, dell’iniziativa di MANCUSO che sfociò nell’agguato a MAROTTA Gaetano e Papale Domenico, appare la più plausibile, provenendo dalle due fonti che appaiono meglio informate, anche perché SPARACIO e MARCHESE furono presto messi al corrente della cosa e coinvolti direttamente nella complessa rete di approcci e trattative, diretti, almeno in apparenza, a “ricucire” lo strappo prodotto dallo spargimento del sangue di due fra gli elementi più rappresentativi del gruppo di GALLI Luigi.

Ed anche se su questo aspetto della vicenda è mancato qualsiasi approfondimento in dibattimento, sebbene nel corso delle indagini preliminari si fosse giunti probabilmente alla individuazione della scuola-guida il cui titolare aveva subito l’estorsione (ciò si desume dalla parte dell’ordinanza di custodia cautelare dedicata al rigetto della richiesta per IDOTTA Marcello), alla luce delle affermazioni di MANCUSO si può affermare con un margine di sufficiente certezza che fu questa la ragione determinante del contrasto sfociato nel ferimento di MAROTTA e Papale. Giova però precisare che la versione fornita di MANCUSO è più complessa, perché l’imputato ha attribuito ad un suo affiliato, il defunto Catanzaro Gaetano, l’interesse all’estorsione ed il relativo contrasto con Mancuso Antonino, offrendo peraltro una spiegazione diversa ed inedita dell’inizio dell’estorsione e dando l’impressione di avere originariamente preso l’iniziativa allo scopo di favorire un chiarimento tra il Catanzaro ed il proprio omonimo affiliato al clan GALLI. Che poi il fatto potesse inquadrarsi nel crescente peggioramento dei rapporti del MANCUSO con la maggior parte degli altri esponenti di spicco della criminalità organizzata dell’epoca, è conclusione più che fondata alla luce delle affermazioni dello stesso imputato, che ha premesso alla descrizione dell’attentato un chiaro riferimento alla ostilità delle sue intenzioni nei confronti di MARCHESE Mario e di Di Blasi Domenico e dei suoi alleati. Giova poi ricordare che pure RIZZO Rosario, pur non potendo escludere che MANCUSO avesse agito anche per motivi di interesse personale connessi in qualche misura alla estorsione contesa, interpretò il gesto come una manifestazione di amicizia e di disponibilità, una sorta di atto di consacrazione dell’alleanza scaturita dall’uccisione del fratello Letterio e dalla conseguente situazione di isolamento nella quale RIZZO Rosario si era venuto a trovare: sicché è plausibile ritenere, come emerge in maniera sufficientemente convincente dalle dichiarazioni di tutti gli altri collaboratori ascoltati in dibattimento, che l’attentato ai danni di MAROTTA Gaetano e Papale Domenico, al di là della ragione immediata del contrasto, abbia determinato la prima deliberazione di guerra nei confronti di MANCUSO e RIZZO, ormai palesemente alleati, da parte degli altri gruppi criminosi (significativamente SPARACIO, riferendosi alla citata riunione presso l’abitazione di Mancuso Antonino, ha dichiarato che in quella occasione fu decisa “la morte di MANCUSO Giorgio con l’accordo di GALLI, di MARCHESE, mio e di Di Blasi Domenico”).

L’esame delle dichiarazioni di MANCUSO Giorgio introduce l’analisi della posizione di IDOTTA Marcello, imputato, nell’ambito dello stesso capo 14, per avere concorso a portare in luogo pubblico delle armi diverse da quelle poi usate per il ferimento di MAROTTA e di Papale, allo scopo di commettere un omicidio poi non consumato (lettera c dell’imputazione). Va rilevato che l’attuale imputazione, con riferimento alla posizione di IDOTTA Marcello, parrebbe costituire un ridimensionamento della originaria piattaforma indiziaria, posto che nell’ordinanza di custodia cautelare viene motivato il rigetto della richiesta di cattura del Pubblico Ministero, avanzata anche per il tentato omicidio di MAROTTA Gaetano e Papale Domenico (capo 25 della richiesta, pp. 345 ss. dell’ordinanza del 14 luglio 1995). Si desume invece dalla motivazione del decreto che dispone il giudizio che il rigetto della richiesta di misura si fondava sull’erroneo presupposto che essa concernesse reati diversi da quelli riguardanti la normativa sulle armi.

Tuttavia, anche così circoscritto, l’addebito ad IDOTTA Marcello non appare sufficientemente dimostrato, almeno alla luce delle risultanze dibattimentali, che sono le uniche, in mancanza di contestazioni, a potere essere prese in considerazione dalla Corte.

Dovrebbe infatti la prova della responsabilità di IDOTTA poggiare sulle dichiarazioni accusatorie di MANCUSO Giorgio, secondo il quale il coimputato faceva effettivamente parte del gruppo che lo aveva accompagnato al rione Giostra, prendendo posto sulla autovettura insieme a Vento e Catanzaro. Lo stesso MANCUSO riferisce che Catanzaro e IDOTTA erano rimasti in macchina ad una certa distanza quando MANCUSO e Vento a piedi avevano chiesto a MAROTTA di fermarsi. Vento e MANCUSO erano armati e la possibilità che il programmato chiarimento sfociasse in una sparatoria costituirebbe, ad avviso del Pubblico Ministero che ha invocato la condanna di IDOTTA anche per questo reato, la prova della comune consapevolezza della detenzione delle armi e giustificherebbe l’affermazione di responsabilità limitatamente al porto illegale delle armi utilizzate per l’agguato.

Sarebbe in proposito agevole replicare che il dato logico costituito dalla probabilità che il chiarimento si risolvesse in una sparatoria non può sovrapporsi, ignorandola, alla precisa dichiarazione di MANCUSO che ha ribadito essere sua unica ed originaria intenzione chiarire con Mancuso Antonino la questione dell’estorsione a cui era interessato il Catanzaro. La circostanza della detenzione di due pistole da parte di MANCUSO e Vento non è poi particolarmente significativa della intenzione di fare degenerare il chiarimento, o quantomeno dell’accettazione del rischio che l’incontro degenerasse in una sparatoria, posto che circolare armati è condotta aderente alla personalità dei protagonisti, tutt’altro che significativa di una particolare e specifica determinazione criminosa. Né appare un riscontro convincente l’affermazione di RIZZO Rosario, che, unico tra gli altri collaboratori, ha indicato IDOTTA come uno dei componenti del gruppetto capeggiato da MANCUSO che si era recato al rione Giostra: nel racconto di RIZZO non vi è alcuna descrizione del ruolo che IDOTTA avrebbe avuto, anche se RIZZO ha sottolineato che obiettivo della spedizione punitiva era Mancuso Antonino, inteso nittola. La descrizione degli avvenimenti successivi, secondo le parole dello stesso RIZZO, accredita piuttosto l’idea, peraltro con il conforto di tutte le altre risultanze processuali, che il ferimento di MAROTTA e Papale fu la conseguenza di un’iniziativa estemporanea di MANCUSO e Vento, forse insospettiti dall’arrivo improvviso di Papale o irritati dall’atteggiamento di sufficienza del MAROTTA.

Va piuttosto osservato che, alla luce della concreta configurazione del capo di imputazione, non è questo l’addebito di cui IDOTTA è chiamato a rispondere, posto che gli si attribuisce il concorso nel porto illegale in luogo pubblico di armi comuni da sparo diverse dalle due pistole, calibro 7,65 e calibro 38, rispettivamente portate da Vento e MANCUSO ed utilizzate per commettere l’attentato, laddove le armi diverse portate da IDOTTA in concorso con MANCUSO, Catanzaro e Vento, sarebbero servite per un altro omicidio non consumato.

Alla luce delle risultanze dibattimentali l’unico riferimento nelle fonti di accusa che sia compatibile con l’imputazione è quello desumibile dalle dichiarazioni di MANCUSO Giorgio, che ha riferito di un suo precedente giro di perlustrazione nel rione Giostra alla ricerca di MARCHESE Mario che avrebbe dovuto essere ucciso. In sua compagnia, oltre a RIZZO Rosario, si trovavano Catanzaro, Vento ed IDOTTA. E tuttavia è evidente che tale laconica affermazione, se per un verso si inserisce nella confessione di MANCUSO e giustifica anche sotto questo aspetto la sua affermazione di responsabilità, per altro verso è del tutto priva di riscontri con riferimento alla posizione di IDOTTA Marcello e inidonea a giustificarne la condanna. RIZZO Rosario ha infatti raccontato anche lui di avere preso parte con MANCUSO ad un giro nel rione Giostra finalizzato a rintracciare MARCHESE, nei cui confronti doveva essere attuata la ritorsione per il tentato omicidio di PARATORE Giuseppe, ma ha indicato, come altri componenti del gruppetto, Catanzaro Gaetano ed un altro ragazzo di cui non è stato in grado di ricordare l’identità. La dichiarazione di RIZZO Rosario non può pertanto costituire una conferma dell’accusa nei confronti di IDOTTA Marcello che va assolto dall’addebito in esame perché il fatto non sussiste.

Per la determinazione della pena a carico di MANCUSO Giorgio si rinvia alla parte finale della motivazione.

Va solo rilevato per completezza, pur trattandosi di una valutazione destinata ad essere assorbita, in sede di applicazione dell’istituto della continuazione, dalla prevalenza della violazione più grave per la quale il MANCUSO ha riportato condanna, che con riferimento ai reati in esame non compete all’imputato l’attenuante speciale di cui all’art. 8 della legge n. 203/91, e ciò perché, pur non disponendo la Corte di elementi precisi in ordine all’andamento delle indagini preliminari e soprattutto alla successione cronologica delle dichiarazioni dei vari collaboratori sentiti, la confessione di MANCUSO non assume comunque quel carattere di decisività ai fini della ricostruzione del fatto che è necessario per concedere il beneficio in questione; a tale conclusione induce l’autosufficienza degli altri elementi di accusa, peraltro provenienti prevalentemente da soggetti che hanno iniziato la loro collaborazione in epoca precedente rispetto al MANCUSO, ed idonei a giustificare la sua affermazione di responsabilità anche in assenza della confessione.