Poco dopo le ore 19,10 del 5 marzo 1991 giungeva al
pronto soccorso dell’ospedale “Regina Margherita” di Messina l’ennesima
vittima di un attentato, il trentaquattrenne MAROTTA Gaetano, che presentava una
ferita d’arma da fuoco con foro
d’entrata al braccio destro con frattura scomposta e ritenzione del proiettile
e un’altra ferita d’arma da fuoco
con foro di entrata alla regione glutea destra e foro d’uscita alla regione
pubica. Il ferito, che presentava uno stato di shock, veniva sottoposto ad
intervento chirurgico d’urgenza e ricoverato con prognosi riservata. Nel corso
dell’intervento veniva estratta dal braccio del MAROTTA l’ogiva di un
proiettile verosimilmente calibro 38, che era consegnata al personale della
Squadra mobile e sottoposta a sequestro.
Nel quadro delle prime indagini venivano eseguite
una serie di perquisizioni domiciliari a carico di persone che si riteneva
potessero essere coinvolte nel fatto di sangue. Agli atti si trovano quelle
eseguite pochissimo tempo dopo l’attentato con esito negativo presso le
abitazioni di RIZZO Rosario e IDOTTA Marcello.
Le indagini si indirizzarono nei confronti di
questi ultimi due e di Zito Enzo, cognato di RIZZO Rosario, e tutti gli indagati
vennero sottoposti, diverse ore dopo il fatto, al prelievo diretto alla ricerca
di eventuali residui dello sparo. La relativa indagine, affidata dal Pubblico
Ministero ai dottori Gentile e Cardia, il secondo dei quali sentito
all’udienza dibattimentale del 24 ottobre 1997, si concluse con esito
negativo.
Nessun elemento utile alle investigazioni fu
fornito dalla vittima del ferimento, poiché il MAROTTA in ospedale, prima di
essere operato, si limitò a dichiarare che era stato ferito mentre passeggiava
con il cane da uno sconosciuto travisato (come ha riferito il teste Tripodo); ed
ancora meno il MAROTTA ha riferito in dibattimento, escludendo anche di avere
visto da dove provenissero i colpi.
Considerata l’inconsistenza degli elementi di
accusa (non è neppure emersa in dibattimento la ragione per cui le indagini si
erano indirizzate nei confronti di RIZZO, IDOTTA e Zito), il Pubblico Ministero
chiese ed ottenne l’archiviazione del procedimento, disposta con decreto del
30.11.1991.
Ancora una volta le dichiarazioni dei collaboratori
di giustizia e l’esplicita ammissione di responsabilità di uno di essi si
sono rivelate decisive per la ricostruzione della vicenda e per la
individuazione degli autori dell’attentato.
Sull’episodio sono stati sentiti in dibattimento
Santacaterina Umberto, De Francesco Paolo, RIZZO Rosario, TODARO Demetrio, LEO
Roberto, MARCHESE Mario e SPARACIO Luigi, e si è sottoposto all’esame
l’imputato MANCUSO Giorgio.
Santacaterina Umberto, sentito all’udienza del 24
ottobre 1997, ha dichiarato di avere appreso nel 1992, durante un periodo di
comune detenzione, da Calogero Placido, CORDIMA Francesco e Mauro Carmelo, che
autore dell’attentato del 5 marzo 1991 ai danni di MAROTTA Gaetano e Papale
Domenico era stato MANCUSO Giorgio; conferma gliene aveva dato poi
quest’ultimo sempre nell’anno 1992, ma qualche mese dopo, in occasione di un
incontro nel quartiere Provinciale, quando il Santacaterina era stato già
scarcerato. È stato accertato che CORDIMA Franco, Calogero Placido e
Santacaterina Umberto furono detenuti presso la casa circondariale di Messina,
all’interno dello stesso reparto, nel periodo compreso tra il 14.7 ed il
12.8.1992 (v. nota prot. n. 2850 del 6.5.1999 della direzione della casa
circondariale di Messina trasmessa dal D. A. P.).
In ordine alla dinamica del fatto Santacaterina ha
riferito di avere appreso che il MANCUSO si trovava nel quartiere Giostra,
allorché, rilevata la presenza di MAROTTA e PAPALE, e forse anche dei fratelli
Mauro, gli si era fatto incontro come se intendesse salutarli ed invece gli
aveva esploso contro dei colpi di arma da fuoco e poi si era allontanato a bordo
dell’autovettura del MAROTTA, una Volvo blindata.
In maniera molto generica Santacaterina ha individuato la causa dell’attentato
nello scontro che in quel momento contrapponeva il gruppo di RIZZO Rosario e
quelli di GALLI e MARCHESE in conseguenza dell’uccisione di Letterio Rizzo,
decisa nel corso di una riunione a casa di MARCHESE Mario e riconducibile
all’iniziativa dei gruppi GALLI e MARCHESE. Colmando una evidente lacuna
logica del racconto Santacaterina ha poi aggiunto su sollecitazione del Pubblico
Ministero che dopo l’omicidio di Rizzo Letterio il gruppo RIZZO si era alleato
con MANCUSO Giorgio.
De Francesco Paolo ha inquadrato le proprie
conoscenze in merito al tentato omicidio di MAROTTA Gaetano e Papale Domenico
nel contesto della propria frequentazione di elementi appartenenti al gruppo di
Gravitelli capeggiato da MANCUSO Giorgio, come SAMPERI Paolo, Cucinotta
Giuseppe, PULLIA Carmelo, COSTANTINO Giovanni, Vento Giuseppe, Catanzaro Gaetano
e altri.
Dal defunto Giuseppe Vento (che sarà ucciso il 2
luglio 1992 nel corso di un agguato) De Francesco ha riferito di avere appreso,
in occasione di una discussione successiva all’arresto di MANCUSO Giorgio per
l’omicidio di Di Blasi Domenico, che l’agguato ai danni di MAROTTA Gaetano,
appartenente al gruppo di Luigi GALLI, era stato organizzato nel quadro della
strategia diretta a vendicare la morte del fratello di Rosario RIZZO, inteso ‘u ferraiolo, che si era alleato con MANCUSO dopo l’uccisione
del congiunto. L’agguato, a cui presero parte Giuseppe Vento, Paolo SAMPERI,
Giorgio MANCUSO, Carmelo PULLIA, Simone ROMEO e qualche altro elemento del
gruppo, era finalizzato alla eliminazione degli elementi del gruppo GALLI. Avuta
notizia che il MAROTTA ed altri componenti del suo gruppo si trovavano sul viale
Giostra, MANCUSO ed i suoi uomini avevano preso posto su due autovetture. In
particolare, mentre uno dei due mezzi, la Renault 5 Turbo di SAMPERI Paolo, era rimasto a stazionare sul viale
Giostra perché il suo equipaggio potesse tenere sotto controllo la zona,
MANCUSO e Vento, armati di pistole, rispettivamente calibro 38 e calibro 7,65,
si erano avvicinati a bordo della Alfa
Romeo 164 di MANCUSO al gruppo degli avversari e all’improvviso avevano
cominciato a sparare. Vento si era accorto che uno dei feriti era MAROTTA
Gaetano, inteso ‘u rattata.
RIZZO Rosario ha invece collegato il ferimento di
MAROTTA e Papale al tentato omicidio del suo affiliato PARATORE Giuseppe
verificatosi il giorno prima. RIZZO Rosario aveva manifestato il proprio
disappunto a MANCUSO Giorgio, divenuto suo fedele alleato dopo la morte di Rizzo
Letterio e l’inizio di un difficile periodo per RIZZO Rosario a cui tutti gli
altri gruppi erano ostili. MANCUSO si era subito mostrato disponibile ad attuare
una rappresaglia e a tale scopo lo stesso MANCUSO, in compagnia di RIZZO,
Catanzaro Gaetano ed un altro elemento del gruppo, aveva subito raggiunto e
perlustrato il quartiere Giostra. Quindi, dopo il ritorno di RIZZO Rosario a
Santa Lucia sopra Contesse, un gruppo, composto questa volta da MANCUSO Giorgio,
Mancuso Gigi, Vento Giuseppe, IDOTTA Marcello e Catanzaro Gaetano, aveva
nuovamente raggiunto il viale Giostra a bordo di una Renault.
Era intenzione di Giorgio MANCUSO rintracciare Mancuso Antonino, inteso nittola
(appartenente al gruppo di GALLI Luigi), per chiedergli spiegazioni in merito ad
una estorsione; si era invece incontrato con MAROTTA Gaetano, che era a bordo
della sua autovettura blindata e che aveva proposto a MANCUSO Giorgio di
esporgli ugualmente la questione che questi avrebbe dovuto sottoporre
all’omonimo Mancuso Antonino. Era a questo punto sopraggiunto Papale Domenico
a bordo della sua autovettura ed il MANCUSO, temendo un’aggressione, aveva
sparato a MAROTTA e Papale, ferendoli entrambi, e si era quindi allontanato in
compagnia di Vento (il quale probabilmente aveva a sua volta fatto uso delle
armi) a bordo dell’autovettura blindata di MAROTTA che era fuggito. Il mezzo
era poi stato restituito in seguito all’interessamento di SPARACIO Luigi a cui
si erano rivolti i componenti del gruppo GALLI. MAROTTA era stato costretto al
ricovero in ospedale per le ferite subite, mentre Papale era stato curato
privatamente a domicilio. Dell’episodio RIZZO era stato informato sia dallo
stesso MANCUSO che da IDOTTA.
TODARO Demetrio, sentito all’udienza del 27
febbraio 1999, ha riferito di avere appreso da MAROTTA che a ferire lui e Papale
Domenico era stato tale Giorgio MANCUSO, appartenente ad un gruppo vicino al
gruppo RIZZO, che in quel momento era in lotta con il gruppo GALLI. MANCUSO
aveva sparato mentre si allontanava in compagnia di un’altra persona. Papale,
colpito al fondoschiena, aveva poi fatto ricorso privatamente alle cure di un
infermiere che prestava servizio all’ospedale “Regina Margherita”, mentre
per MAROTTA era stato necessario il ricovero.
LEO Roberto, indicando come fonti delle sue
conoscenze certamente MAROTTA Gaetano, Papale Domenico e RAGUSA Natale, e con
qualche dubbio lo stesso MANCUSO Giorgio, ha dichiarato che agli inizi del 1991
si trovava una domenica sul viale Giostra in compagnia di RAGUSA Natale, che gli
propose un incontro con una persona di cui non gli fece il nome limitandosi a
rassicurarlo circa le intenzioni dell’interlocutore. Recatosi qualche ora dopo
sul luogo verosimilmente scelto per l’appuntamento, il LEO fu prelevato a
bordo di un’autovettura Volvo blindata
sulla quale si trovavano Papale Domenico e MAROTTA Gaetano, quest’ultimo con
una vistosa ingessatura tra il braccio, la spalla ed il collo, e quindi condotto
presso la casa di Mancuso Antonino, inteso nittola,
nella quale si trovava anche GALLI Luigi, in quel momento latitante. In quanto
abitante nel rione Aldisio a LEO Roberto fu chiesto un appoggio per
l’organizzazione di un agguato contro MANCUSO Giorgio e qualcuno del suo
gruppo, dal momento che MANCUSO, unitamente al suo affiliato Vento Giuseppe, si
era reso responsabile del ferimento di MAROTTA Gaetano in occasione di un
agguato al quale era sfuggito Papale Domenico. LEO Roberto si dichiarò
disponibile ad aderire alla richiesta, dal momento che MANCUSO era solito
frequentare nella zona la macelleria di Pellegrino e la casa di Sgroi Mariella,
ma disse che della cosa avrebbe interessato il cugino Giovanni per verificare se
lo stesso avesse la possibilità di fornire un appoggio migliore. Interpellato
sulle cause dell’ostilità di MANCUSO nei confronti degli affiliati al gruppo
GALLI, LEO è stato molto generico, affermando che il MANCUSO, ucciso Pippo Leo
e Di Blasi Domenico, si era di fatto messo contro tutti gli altri gruppi; e al
Pubblico Ministero che gli ha fatto rilevare che l’omicidio Di Blasi è
successivo all’attentato ai danni di MAROTTA e Papale, in maniera ancora più
evasiva LEO Roberto ha risposto che l’astio del MANCUSO andava forse
ricondotto ad una pregressa “vicinanza” del defunto Pippo Leo al gruppo di
GALLI Luigi.
MARCHESE Mario ha ricollegato l’attentato contro
MAROTTA Gaetano e Papale Domenico ai contrasti sorti tra MANCUSO Giorgio ed
alcuni componenti del gruppo GALLI per una estorsione che il primo aveva
intenzione di consumare ai danni di una scuola guida ubicata in una traversa
della via Palermo, nei pressi di un ex-cinema, nella zona nord della città,
controllata dai gruppi GALLI e MARCHESE. Concordata con il titolare della scuola
guida la consegna della somma di cento milioni di lire dopo una serie di atti
intimidatori, il MANCUSO, presentatosi insieme ai suoi affiliati Cucinotta,
Catanzaro e PULLIA per la riscossione, si era visto rispondere dalla vittima che
avrebbe dovuto discutere della questione con Mancuso Antonino, inteso nittola, affiliato al clan GALLI. Indispettito Giorgio MANCUSO aveva
in un primo momento cercato invano di incontrare MARCHESE (“…
Questi qua prima vengono a casa mia, suonano a casa mia, siccome io avevo la
telecamera, avevo la casa blindata a casa mia, quando li ho visti ho fatto dire
a mia moglie che non c’ero per non riceverli …”), e quindi aveva
chiesto notizie del suo omonimo a MAROTTA Gaetano, ricevendone una risposta
evasiva. Era sopraggiunto in questo frangente a bordo della sua Fiat
UNO lanciata in velocità Papale Domenico ed il MANCUSO, temendo di rimanere
vittima di un attentato, aveva cominciato a sparare, ferendo prima il MAROTTA ad
una spalla e quindi il Papale ad una gamba, e si era poi allontanato a bordo
dell’autovettura blindata del MAROTTA.
Del ferimento, avvenuto intorno alle ore 18,
MARCHESE era stato avvisato dopo qualche ora da Mancuso Antonino e Mauro
Carmelo, affiliati al gruppo GALLI, che si erano recati a trovarlo presso la sua
abitazione in via Conte di Torino.
Il giorno successivo SPARACIO Luigi, che era incaricato di fare da
tramite nei rapporti con MANCUSO Giorgio, così come MARCHESE curava i rapporti
con GALLI Luigi (“… Perché noi
eravamo rimasti che con il gruppo GALLI corrispondevo io con lui e lui
corrispondeva per il gruppo MANCUSO, diciamo gruppo Leo poi MANCUSO, perché sia
io che GALLI non ci fidavamo di questo MANCUSO come lui non si fidava di noi il
MANCUSO sempre, il MANCUSO Giorgio e avevamo questo accordo qua che io dovevo
corrispondere per GALLI Luigi e lui per MANCUSO Giorgio …”), si era
fatto promotore di un incontro chiarificatore presso l’abitazione dello stesso
MARCHESE, prima del quale di sua iniziativa
MANCUSO si era recato a casa di MAROTTA per restituire l’autovettura
blindata. Per onorare l’impegno preso con SPARACIO, MARCHESE aveva poi
dissuaso Gatto Giuseppe e gli altri del gruppo GALLI dalla consumazione
immediata di un’azione ritorsiva (“…
viene sotto casa mia Puccio Gatto e mi fa segno che c’erano loro a casa sua,
dice: ‘sono lì a casa di MAROTTA […] che cosa dobbiamo fare, li dobbiamo
ammazzare o no?’, e io gli ho fatto cenno di no, gli ho detto ‘no,
lasciateli perdere per ora’, perché io avevo la parola con SPARACIO per cui
ho detto no, a questo punto manteniamo la parola che io ho con SPARACIO, perché
loro erano pronti, c’era […] dice il Mulé con la pistola addosso dietro
MANCUSO che lo poteva ammazzare quando voleva, gli ho detto ‘no, lascia
perdere’, e lui mi insisteva sotto casa io gli facevo segno di no, gli ho
detto poi ci vediamo tutti a casa mia alle cinque ...
”).
All’incontro chiarificatore a casa di MARCHESE Mario avevano preso parte,
oltre a SPARACIO e allo stesso MARCHESE, gli affiliati di quest’ultimo LEARDO
e CUSCINÀ e gli affiliati al gruppo GALLI Papale Domenico, COTUGNO Giovanni,
inteso ‘u marocchinu, MAROTTA Gaetano e Mancuso Antonino. Giorgio MANCUSO,
che era in compagnia di Cucinotta Giuseppe, aveva spiegato di essere stato
indotto a sparare contro MAROTTA e Papale per il timore di rimanere vittima di
un attentato, e di avere in un primo momento cercato di incontrare MARCHESE per
discutere con lui la vicenda dell’estorsione contesa con l’altro Mancuso
(MARCHESE ha aggiunto di avere poi appreso da FERRARA Sebastiano che MANCUSO
Giorgio aveva invece intenzioni ostili, non concretizzatesi esclusivamente per
lo stratagemma del MARCHESE). Un po’ contraddittoriamente MARCHESE ha aggiunto
che l’incontro si era concluso con il chiarimento auspicato (anche se fu
deciso che da quel momento in poi ogni questione avrebbe dovuto essere
affrontata e discussa esclusivamente da MARCHESE e SPARACIO, senza ricorrere ad
alcuna iniziativa individuale), ma che l’attentato a MAROTTA e Papale fu la
causa dei successivi appostamenti organizzati per attentare alla vita del
MANCUSO in epoca precedente all’omicidio Di Blasi (che scatenerà la vera e
propria guerra degli altri gruppi contro il MANCUSO).
SPARACIO Luigi, sentito all’udienza del 3 marzo
1999, ha riferito una versione sostanzialmente corrispondente a quella di
MARCHESE Mario, precisando che il contrasto era scaturito da una estorsione che
il gruppo GALLI continuava a praticare ai danni di un commerciante amico di
MANCUSO Giorgio, sebbene fosse stato già chiarito che l’esercizio commerciale
in questione “apparteneva” a MANCUSO Giorgio, che il MANCUSO era in
compagnia di Giuseppe Vento e di un altro suo affiliato, e che il ferimento di
MAROTTA era stato determinato solamente dalla irritazione di MANCUSO,
infastidito dall’atteggiamento indisponente assunto dal MAROTTA. SPARACIO ha
anche riferito delle sue iniziative successive all’attentato per ripristinare
la tregua interrotta, naufragate a causa dell’opposizione di Di Blasi
Domenico, che aveva decretato la morte di MANCUSO Giorgio nel corso di una
riunione a casa di Mancuso Antonino a cui avevano preso parte, oltre a SPARACIO,
Di Blasi e MARCHESE, anche MAROTTA Gaetano, ancora ingessato, Papale Domenico,
GALLI Luigi e Gatto Giuseppe.
MANCUSO Giorgio, esaminato all’udienza del 22
gennaio 1999, nel corso di una dettagliatissima deposizione, compatibile
esclusivamente con una conoscenza diretta dei fatti, ha ammesso le proprie
responsabilità come autore dell’attentato ai danni di MAROTTA Gaetano e
Papale Domenico.
Era in quel periodo intenzione di MANCUSO Giorgio
uccidere Di Blasi Domenico o uno dei suoi alleati, posto che aveva saputo che Di
Blasi aveva organizzato degli attentati ai suoi danni. Uno degli obiettivi di
MANCUSO era MARCHESE Mario, che l’imputato aveva deciso di uccidere di
persona. A tal fine più di una volta, anche in compagnia di Catanzaro Gaetano,
Vento Giuseppe ed IDOTTA Marcello, si era recato a casa di MARCHESE senza
trovarlo, ed in una occasione era stato dissuaso dall’intraprendere qualsiasi
iniziativa dalla presenza di un’autovettura delle forze dell’ordine: è
assai probabile, in considerazione della prossimità temporale tra i due
episodi, che tale presenza rilevata da MANCUSO sia da mettere in relazione con
il controllo di presunti affiliati del gruppo eseguito presso l’abitazione di
MARCHESE Mario da personale della Squadra Mobile di Messina il 2 marzo 1991, di
cui ha riferito in dibattimento il teste Stornante all’udienza del 24 ottobre
1997 nel contesto dell’audizione relativa alle indagini svolte sul tentato
omicidio di PARATORE Giuseppe.
Fatta questa premessa non pienamente coordinata con
il resto del racconto, se non sotto il profilo della spiegazione del progressivo
peggioramento dei rapporti di MANCUSO con tutti gli altri esponenti di rilievo
della criminalità organizzata messinese, l’imputato ha poi dichiarato che era
sorto un contrasto tra il suo affiliato Catanzaro ed alcuni elementi del gruppo
GALLI, scaturito da una estorsione che il Catanzaro era stato indotto in un
primo momento a commettere ai danni del titolare di una scuola guida da un
giovane parente della stessa vittima. Successivamente, avendo la stessa persona
cercato di convincere Catanzaro a desistere dall’iniziativa estorsiva e quindi
preso contatti con alcuni componenti del gruppo GALLI, tra cui Mancuso Antonino
e MAROTTA Gaetano, Catanzaro si era arrabbiato, proponendo di compiere qualche
azione criminosa contro il gruppo GALLI, ma Giorgio MANCUSO lo aveva convinto a
parlare della questione con Mancuso Antonino. A questo scopo salirono al
villaggio Giostra, oltre a Giorgio MANCUSO e al Catanzaro, anche Vento Giuseppe
e IDOTTA Marcello, armati il Vento con una pistola calibro 7,65, e MANCUSO con
una calibro 28 (sorge il dubbio che si sia trattato di un errore di trascrizione
o di un lapsus dell’imputato, e che
il riferimento esatto sia al calibro 38). MANCUSO e Vento incontrarono MAROTTA
Gaetano e Mauro Carmelo a bordo di una Volvo station wagon blindata, li invitarono a fermarsi per
discutere, ma in questo frangente, avvertita la frenata di un’altra
autovettura che era sopraggiunta a gran velocità, Vento estrasse la pistola e
cominciò a sparare in direzione degli occupanti del veicolo, inducendo a fare
altrettanto il MANCUSO, che sparò un primo colpo contro il MAROTTA, e poi,
quando questi fuggendo cominciava ad allontanarsi, un secondo colpo che lo
raggiunse ad una spalla o ad un braccio. Essendo rimasti appiedati, poiché
Catanzaro e gli altri erano rimasti a distanza sull’altra autovettura, MANCUSO
e Vento si allontanarono a bordo del mezzo blindato che era stato abbandonato da
MAROTTA. Fu lo SPARACIO qualche giorno più tardi a prendere contatto con
MANCUSO e ad invitarlo a risolvere pacificamente il contrasto. Ciò avvenne
successivamente, allorché il MANCUSO, che transitava sulla via Palermo, fu
convinto dopo un significativo scambio di battute ad entrare in casa di MAROTTA,
che era ancora a letto convalescente (“…
c’era uno dei Di Mauro [probabilmente MANCUSO allude ad uno dei fratelli
Mauro], che appena mi vide mi fece cenno
di entrare, io mi fermai con la macchina, in quell’occasione ero con una
Lancia Delta integrale, mi fermai e lui mi disse che non c’erano problemi. Io
gli ho detto: ‘Guarda, problemi non ce ne sono, io sono armato; se
eventualmente vedo qualcuno che fa qualche movimento ammazzerò anche il cane
che hai davanti la porta’, mi disse: ‘No, non ti preoccupare’.”).
MANCUSO spiegò che la fuga di MAROTTA lo aveva insospettito, ed apprese che
alla guida dell’autovettura sopraggiunta a gran velocità si trovava Papale
Domenico, che intendeva solamente salutare MANCUSO e che invece era stato
costretto a fuggire ed era stato ferito ad un gluteo da Vento. Quanto
all’autovettura blindata sottratta al MAROTTA, pur rammaricandosi della
circostanza che il cognato di MAROTTA ne avesse denunziato il furto alle forze
dell’ordine pur sapendo che era stato MANCUSO ad impadronirsene in occasione
dell’attentato, MANCUSO si dichiarò disponibile a restituirla immediatamente
e così fece consegnandola personalmente al congiunto del MAROTTA che a tal fine
lo aveva seguito al villaggio Aldisio. All’attentato ai danni di MAROTTA
Gaetano e Papale Domenico il MANCUSO ha poi ricondotto l’origine del progetto
di un attentato ai suoi danni, nel quale erano coinvolti FERRARA Sebastiano, LEO
Domenico, fratello del defunto Giuseppe, MARCHESE Mario, e soprattutto Di Blasi
Domenico, che aveva esternato platealmente le sue intenzioni, allo scopo di
accattivarsi l’amicizia dei “giostroti”, nel corso di una riunione a casa
di MAROTTA Gaetano, assicurando che si sarebbe personalmente interessato
dell’eliminazione di MANCUSO Giorgio.
Dal complesso assai articolato delle risultanze
processuali di cui si è illustrato il contenuto emerge, indiscutibilmente, la
responsabilità di MANCUSO Giorgio.
L’indicazione di MANCUSO Giorgio quale esecutore
materiale dell’attentato ricorre come una costante nelle dichiarazioni di
tutti i collaboratori di giustizia sentiti in dibattimento, ed appare
particolarmente significativa perché è uno dei pochi aspetti su cui si
registra una convergenza completa delle fonti di accusa, spesso assai lontane
l’una dall’altra nella descrizione della successione delle varie fasi
dell’attentato, ovvero nella indicazione dell’antefatto, o ancora nella
specificazione della causale del fatto di sangue. In presenza di un panorama così
variegato la convergente indicazione di uno degli esecutori acquista particolare
rilievo, perché esprime certamente un dato aderente alla realtà storica dei
fatti, comune a fonti diverse che sotto numerosi altri profili dimostrano di
ignorarsi a vicenda.
Anche sul nome del defunto Vento Giuseppe si
registra una ampia convergenza di fonti, avendolo indicato come esecutore
materiale dell’attentato De Francesco Paolo, LEO Roberto, RIZZO Rosario e
SPARACIO Luigi.
Questa completa sovrapponibilità delle accuse,
sotto il profilo considerato, rafforza ulteriormente il valore della confessione
di MANCUSO, in linea di principio non bisognosa di alcun riscontro ed idonea a
giustificare autonomamente l’affermazione di responsabilità, e tuttavia nel
caso di specie affiancata da un’imponente serie di elementi di prova, a loro
volta idonei, anche in mancanza della confessione, a giustificare la condanna
dell’imputato. Ovviamente nessun pregiudizio può venire alla confessione di
MANCUSO Giorgio e alle dichiarazioni degli altri collaboratori sentiti dalla
mancata conferma delle circostanze da essi riferite da parte di coloro che,
tutti imputati in questo processo o imputati in procedimenti connessi, sono
stati indicati come fonti di conoscenza. Si è già rilevato in precedenza il
valore assai limitato di tali smentite, provenienti da soggetti interessati,
direttamente o indirettamente, a minare l’attendibilità dei collaboratori di
giustizia e attenti a non fornire mai alcuna conferma alle loro dichiarazioni
(v. le osservazioni sviluppate con riferimento al capo 12), anche quando, come
nel caso concreto, esse hanno una portata prevalentemente confessoria e non
investono in maniera significativa la responsabilità di altri. Pertanto assume
un rilievo assolutamente secondario la circostanza che con riferimento alla
vicenda in esame, mentre GALLI Luigi, Papale Domenico, MAROTTA Gaetano e Mancuso
Antonino si siano avvalsi della facoltà di non rispondere, RAGUSA Natale,
CORDIMA Franco, Calogero Placido e Mauro Carmelo abbiano negato di sapere
alcunché in ordine all’attentato, e conseguentemente di averne potuto
riferire a coloro i quali li hanno indicati come fonte delle loro conoscenze in
proposito.
La confessione di MANCUSO giova in ogni caso a
superare le perplessità che potrebbe suscitare eventualmente, anche con
riferimento alla sua posizione, l’isolato esame delle altre fonti di accusa,
attestate su versioni diverse per quanto riguarda la descrizione delle varie
fasi dell’attentato e soprattutto l’indicazione della causale del fatto di
sangue.
Mentre infatti Santacaterina e De Francesco hanno
ricondotto l’agguato ai contrasti scaturiti dall’uccisione di Rizzo
Letterio, RIZZO Rosario ha istituito uno stretto collegamento dell’attentato
con il tentato omicidio di PARATORE Giuseppe avvenuto il giorno prima. Più
genericamente TODARO Demetrio e LEO Roberto hanno inquadrato l’agguato nello
scontro tra gruppi avversi, mentre MARCHESE e SPARACIO, ed in una certa misura
anche RIZZO Rosario, hanno concordemente indicato come origine del contrasto una
estorsione contesa, pur descrivendo in maniera diversa i termini del contrasto.
Quest’ultima spiegazione dell’agguato, o,
meglio, dell’iniziativa di MANCUSO che sfociò nell’agguato a MAROTTA
Gaetano e Papale Domenico, appare la più plausibile, provenendo dalle due fonti
che appaiono meglio informate, anche perché SPARACIO e MARCHESE furono presto
messi al corrente della cosa e coinvolti direttamente nella complessa rete di
approcci e trattative, diretti, almeno in apparenza, a “ricucire” lo strappo
prodotto dallo spargimento del sangue di due fra gli elementi più
rappresentativi del gruppo di GALLI Luigi.
Ed anche se su questo aspetto della vicenda è mancato qualsiasi
approfondimento in dibattimento, sebbene nel corso delle indagini preliminari si
fosse giunti probabilmente alla individuazione della scuola-guida il cui
titolare aveva subito l’estorsione (ciò si desume dalla parte
dell’ordinanza di custodia cautelare dedicata al rigetto della richiesta per
IDOTTA Marcello), alla luce delle affermazioni di MANCUSO si può affermare con
un margine di sufficiente certezza che fu questa la ragione determinante del
contrasto sfociato nel ferimento di MAROTTA e Papale. Giova però precisare che
la versione fornita di MANCUSO è più complessa, perché l’imputato ha
attribuito ad un suo affiliato, il defunto Catanzaro Gaetano, l’interesse
all’estorsione ed il relativo contrasto con Mancuso Antonino, offrendo
peraltro una spiegazione diversa ed inedita dell’inizio dell’estorsione e
dando l’impressione di avere originariamente preso l’iniziativa allo scopo
di favorire un chiarimento tra il Catanzaro ed il proprio omonimo affiliato al
clan GALLI. Che poi il fatto potesse inquadrarsi nel crescente peggioramento dei
rapporti del MANCUSO con la maggior parte degli altri esponenti di spicco della
criminalità organizzata dell’epoca, è conclusione più che fondata alla luce
delle affermazioni dello stesso imputato, che ha premesso alla descrizione
dell’attentato un chiaro riferimento alla ostilità delle sue intenzioni nei
confronti di MARCHESE Mario e di Di Blasi Domenico e dei suoi alleati. Giova poi
ricordare che pure RIZZO Rosario, pur non potendo escludere che MANCUSO avesse
agito anche per motivi di interesse personale connessi in qualche misura alla
estorsione contesa, interpretò il gesto come una manifestazione di amicizia e
di disponibilità, una sorta di atto di consacrazione dell’alleanza scaturita
dall’uccisione del fratello Letterio e dalla conseguente situazione di
isolamento nella quale RIZZO Rosario si era venuto a trovare: sicché è
plausibile ritenere, come emerge in maniera sufficientemente convincente dalle
dichiarazioni di tutti gli altri collaboratori ascoltati in dibattimento, che
l’attentato ai danni di MAROTTA Gaetano e Papale Domenico, al di là della
ragione immediata del contrasto, abbia determinato la prima deliberazione di
guerra nei confronti di MANCUSO e RIZZO, ormai palesemente alleati, da parte
degli altri gruppi criminosi (significativamente SPARACIO, riferendosi alla
citata riunione presso l’abitazione di Mancuso Antonino, ha dichiarato che in
quella occasione fu decisa “la morte di
MANCUSO Giorgio con l’accordo di GALLI, di MARCHESE, mio e di Di Blasi
Domenico”).
L’esame delle dichiarazioni di MANCUSO Giorgio
introduce l’analisi della posizione di IDOTTA Marcello, imputato,
nell’ambito dello stesso capo 14, per avere concorso a portare in luogo
pubblico delle armi diverse da quelle poi usate per il ferimento di MAROTTA e di
Papale, allo scopo di commettere un omicidio poi non consumato (lettera c
dell’imputazione). Va rilevato che l’attuale imputazione, con
riferimento alla posizione di IDOTTA Marcello, parrebbe costituire un
ridimensionamento della originaria piattaforma indiziaria, posto che
nell’ordinanza di custodia cautelare viene motivato il rigetto della richiesta
di cattura del Pubblico Ministero, avanzata anche per il tentato omicidio di
MAROTTA Gaetano e Papale Domenico (capo 25 della richiesta, pp. 345 ss.
dell’ordinanza del 14 luglio 1995). Si desume invece dalla motivazione del
decreto che dispone il giudizio che il rigetto della richiesta di misura si
fondava sull’erroneo presupposto che essa concernesse reati diversi da quelli
riguardanti la normativa sulle armi.
Tuttavia, anche così circoscritto, l’addebito ad
IDOTTA Marcello non appare sufficientemente dimostrato, almeno alla luce delle
risultanze dibattimentali, che sono le uniche, in mancanza di contestazioni, a
potere essere prese in considerazione dalla Corte.
Dovrebbe infatti la prova della responsabilità di
IDOTTA poggiare sulle dichiarazioni accusatorie di MANCUSO Giorgio, secondo il
quale il coimputato faceva effettivamente parte del gruppo che lo aveva
accompagnato al rione Giostra, prendendo posto sulla autovettura insieme a Vento
e Catanzaro. Lo stesso MANCUSO riferisce che Catanzaro e IDOTTA erano rimasti in
macchina ad una certa distanza quando MANCUSO e Vento a piedi avevano chiesto a
MAROTTA di fermarsi. Vento e MANCUSO erano armati e la possibilità che il
programmato chiarimento sfociasse in una sparatoria costituirebbe, ad avviso del
Pubblico Ministero che ha invocato la condanna di IDOTTA anche per questo reato,
la prova della comune consapevolezza della detenzione delle armi e
giustificherebbe l’affermazione di responsabilità limitatamente al porto
illegale delle armi utilizzate per l’agguato.
Sarebbe in proposito agevole replicare che il dato
logico costituito dalla probabilità che il chiarimento si risolvesse in una
sparatoria non può sovrapporsi, ignorandola, alla precisa dichiarazione di
MANCUSO che ha ribadito essere sua unica ed originaria intenzione chiarire con
Mancuso Antonino la questione dell’estorsione a cui era interessato il
Catanzaro. La circostanza della detenzione di due pistole da parte di MANCUSO e
Vento non è poi particolarmente significativa della intenzione di fare
degenerare il chiarimento, o quantomeno dell’accettazione del rischio che
l’incontro degenerasse in una sparatoria, posto che circolare armati è
condotta aderente alla personalità dei protagonisti, tutt’altro che
significativa di una particolare e specifica determinazione criminosa. Né
appare un riscontro convincente l’affermazione di RIZZO Rosario, che, unico
tra gli altri collaboratori, ha indicato IDOTTA come uno dei componenti del
gruppetto capeggiato da MANCUSO che si era recato al rione Giostra: nel racconto
di RIZZO non vi è alcuna descrizione del ruolo che IDOTTA avrebbe avuto, anche
se RIZZO ha sottolineato che obiettivo della spedizione punitiva era Mancuso
Antonino, inteso nittola. La
descrizione degli avvenimenti successivi, secondo le parole dello stesso RIZZO,
accredita piuttosto l’idea, peraltro con il conforto di tutte le altre
risultanze processuali, che il ferimento di MAROTTA e Papale fu la conseguenza
di un’iniziativa estemporanea di MANCUSO e Vento, forse insospettiti
dall’arrivo improvviso di Papale o irritati dall’atteggiamento di
sufficienza del MAROTTA.
Va piuttosto osservato che, alla luce della
concreta configurazione del capo di imputazione, non è questo l’addebito di
cui IDOTTA è chiamato a rispondere, posto che gli si attribuisce il concorso
nel porto illegale in luogo pubblico di armi comuni da sparo diverse
dalle due pistole, calibro 7,65 e calibro 38, rispettivamente portate da Vento e
MANCUSO ed utilizzate per commettere l’attentato, laddove le armi diverse
portate da IDOTTA in concorso con MANCUSO, Catanzaro e Vento, sarebbero servite
per un altro omicidio non consumato.
Alla luce delle risultanze dibattimentali l’unico
riferimento nelle fonti di accusa che sia compatibile con l’imputazione è
quello desumibile dalle dichiarazioni di MANCUSO Giorgio, che ha riferito di un
suo precedente giro di perlustrazione nel rione Giostra alla ricerca di MARCHESE
Mario che avrebbe dovuto essere ucciso. In sua compagnia, oltre a RIZZO Rosario,
si trovavano Catanzaro, Vento ed IDOTTA. E tuttavia è evidente che tale
laconica affermazione, se per un verso si inserisce nella confessione di MANCUSO
e giustifica anche sotto questo aspetto la sua affermazione di responsabilità,
per altro verso è del tutto priva di riscontri con riferimento alla posizione
di IDOTTA Marcello e inidonea a giustificarne la condanna. RIZZO Rosario ha
infatti raccontato anche lui di avere preso parte con MANCUSO ad un giro nel
rione Giostra finalizzato a rintracciare MARCHESE, nei cui confronti doveva
essere attuata la ritorsione per il tentato omicidio di PARATORE Giuseppe, ma ha
indicato, come altri componenti del gruppetto, Catanzaro Gaetano ed un altro
ragazzo di cui non è stato in grado di ricordare l’identità. La
dichiarazione di RIZZO Rosario non può pertanto costituire una conferma
dell’accusa nei confronti di IDOTTA Marcello che va assolto dall’addebito in
esame perché il fatto non sussiste.
Per la determinazione della pena a carico di
MANCUSO Giorgio si rinvia alla parte finale della motivazione.
Va solo rilevato per completezza, pur trattandosi
di una valutazione destinata ad essere assorbita, in sede di applicazione
dell’istituto della continuazione, dalla prevalenza della violazione più
grave per la quale il MANCUSO ha riportato condanna, che con riferimento ai
reati in esame non compete all’imputato l’attenuante speciale di cui
all’art. 8 della legge n. 203/91, e ciò perché, pur non disponendo la Corte
di elementi precisi in ordine all’andamento delle indagini preliminari e
soprattutto alla successione cronologica delle dichiarazioni dei vari
collaboratori sentiti, la confessione di MANCUSO non assume comunque quel
carattere di decisività ai fini della ricostruzione del fatto che è necessario
per concedere il beneficio in questione; a tale conclusione induce
l’autosufficienza degli altri elementi di accusa, peraltro provenienti
prevalentemente da soggetti che hanno iniziato la loro collaborazione in epoca
precedente rispetto al MANCUSO, ed idonei a giustificare la sua affermazione di
responsabilità anche in assenza della confessione.