Nella notte tra il 21 ed il 22 aprile 1991, in
contrada Arco del torrente S. Filippo, sul ciglio destro di una stradina in
terra battuta, una pattuglia della polizia di Stato durante un normale servizio
di perlustrazione rinveniva parcheggiata con la parte anteriore rivolta verso
monte una Fiat UNO targata ME 445515,
al cui interno si trovava il cadavere del proprietario, il ventiseienne
D’Angelo Santo. Il corpo della vittima, che svolgeva l’attività di
venditore di articoli casalinghi nei mercati rionali di viale Giostra e di
villaggio Aldisio ed abitava al villaggio CEP, in via Bisignano, era riverso sul
sedile anteriore destro della autovettura, con la gamba destra piegata all’insù
quasi all’altezza del volante, e presentava una ferita d’arma da fuoco alla
nuca. All’interno del veicolo, che veniva sottoposto a sequestro, venivano
altresì rilevate copiose macchie di sangue sui sedili anteriori e sui
tappetini, mentre sul lato sinistro del sedile posteriore veniva trovato un
bossolo di proiettile per pistola calibro 7,65. Sul tappetino collocato in
corrispondenza del posto di guida veniva rinvenuta anche la scarpa destra del
D’Angelo, verosimilmente perduta dalla vittima durante lo spostamento verso il
sedile del lato passeggero. Esito negativo dava l’indagine diretta alla
ricerca di eventuali impronte digitali tanto sull’esterno che all’interno
del veicolo (v. verbali di sopralluogo e di sequestro, con l’allegato
fascicolo di rilievi fotografici, all’interno della carpetta contenente gli
atti relativi al capo 21).
La successiva indagine autoptica, eseguita dal
dott. Bondì che aveva partecipato al sopralluogo, evidenziava che la morte
pressoché immediata del D’Angelo si era verificata tra le ore una ed una e
trenta circa del 22 aprile 1991, ed era stata causata da arresto cardiaco
prodotto da una diffusa emorragia cerebrale. Il D’Angelo era stato raggiunto
da un unico colpo alla nuca, esploso con una pistola calibro 7,65 da distanza
non ravvicinata, con ritenzione del proiettile che veniva rinvenuto fortemente
deformato all’interno del capo della vittima. Chiamato in dibattimento a
riferire i risultati dell’indagine eseguita, il medico legale all’udienza
del 7 novembre 1997 ha precisato che i dati riscontrati erano compatibili con
uno sparo a distanza anche di poco superiore ai venti o trenta centimetri, e
quindi avvenuto all’interno dell’abitacolo di un’autovettura, ed ha altresì
ribadito un’ipotesi già formulata nella relazione depositata il 16.5.1991, e
cioè che la posizione del bossolo rinvenuto poteva ritenersi indicativa di uno
sparo proveniente dall’esterno dell’autovettura, posto che in armi di
calibro similare a quella usata l’espulsione avviene sempre dal lato destro.
Come di consueto l’attività investigativa delle
prime ore si concretizzò in una serie di perquisizioni domiciliari rimaste
senza esito. Agli atti si rinvengono i verbali di quelle eseguite sia presso
l’abitazione di villaggio CEP della vittima, che delle due eseguite presso le
abitazioni di SAMPERI Paolo e GIORGIANNI Salvatore. Una voce confidenziale
rimasta senza alcun seguito indicò poi MANCUSO Giorgio come mandante
dell’omicidio, materialmente commesso da tale Basile Giuseppe, che peraltro
risultava essere un assiduo frequentatore del D’Angelo.
Tra gli altri fu sentita anche la convivente della
vittima, Privitera Giuseppa, che venne interrogata dal Pubblico Ministero
qualche ora dopo il rinvenimento del cadavere e che rese dichiarazioni molto
ampie e dettagliate in ordine alle frequentazioni del compagno e soprattutto ai
suoi rapporti con MANCUSO Giorgio e con altri esponenti di spicco della
criminalità organizzata messinese dell’epoca.
La Privitera è stata anche sentita in dibattimento
all’udienza del 31 ottobre 1997 ed in tale occasione, confermata l’esistenza
del rapporto di convivenza con il D’Angelo e fornita una serie di informazioni
generiche in ordine all’attività lavorativa del medesimo e al suo luogo di
residenza, ha poi negato con tenacia di ricordare quanto riferito a suo tempo al
Pubblico Ministero, affermando di avere fatto di tutto per cancellare un momento
assai doloroso della propria esistenza che l’ha portata, come la testimone ha
riferito, sull’orlo della pazzia.
Il Pubblico Ministero, che aveva interpellato la
Privitera circa le frequentazioni e le attività anche criminose del D’Angelo,
ha allora legittimamente contestato il contenuto del verbale del 22 aprile 1991,
allorché la testimone aveva tra l’altro testualmente dichiarato: “… Sin dai primi giorni della convivenza, il D’Angelo, frequentava
tale GIORGIANNI Salvatore, che abita al Villaggio Aldisio, Fondo Fucile. Era
solito darsi appuntamento con il GIORGIANNI o con persone a lui vicine al
capolinea dell’autobus numero 2 in villaggio Aldisio. Si incontravano sia di
giorno che di notte, a seconda delle necessità. Lui non mi diceva nulla su
quanto faceva con il GIORGIANNI, ma so di certo che il GIORGIANNI spacciava
sostanze stupefacenti. Mio marito però non voleva trattare detta merce. Il
sodalizio con il GIORGIANNI è durato sino a quando il mio convivente non è
stato arrestato unitamente allo stesso GIORGIANNI e ad un certo Dell’Aglio
Antonino, che si accompagnava al GIORGIANNI, per essere stati colti in possesso
di un arma comune da sparo con matricola abrasa. Mio marito è stato un mese in
galera per questo fatto, e poi è uscito. A tal riguardo il D’Angelo, mi ha
confidato che il GIORGIANNI voleva che lui si accollasse la responsabilità del
reato affermando che essa era di sua esclusiva appartenenza, lui mi disse però
che non si era prestato a tale richiesta. Nella circostanza ricordo che il
D’Angelo, è stato fermato dalla Polizia mentre stava facendo rifornimento al
distributore di benzina del Villaggio Aldisio, alla guida della sua Vespa. Pur
non avendo armi addosso, è stato arrestato con l’accusa di avere portato in
luogo pubblico una pistola che deteneva il GIORGIANNI. Dopo tale episodio, il
mio convivente si è allontanato dal GIORGIANNI, il quale intendeva vendicarsi
per il fatto che il D’Angelo non si è accollato la responsabilità della
pistola, pur essendo stato richiesto in tal senso. Il mio convivente ha cercato
protezione allora con LEO Giuseppe, e ciò per timore di essere ucciso da
GIORGIANNI. Ciò posso affermarlo perché è stato proprio il D’Angelo, a
confidarmi di temere per la sua vita, a causa delle minacce ricevute dal
GIORGIANNI. Il mio convivente mi ha riferito pure che LEO aveva accettato di
proteggerlo. Il D’Angelo, per quanto ho potuto sapere dallo stesso, era solito
fare telefonate estorsive, rubare autovetture, bruciare negozi per conto dello
stesso LEO. Io sapevo perché è stato lo stesso D’ANGELO, a riferirmelo, anzi
perché me lo ha accennato che erano legati allo stesso LEO, cioè nella stessa
attività criminosa le seguenti persone: Pippo Vento, residente al Villaggio
Aldisio, Sarnataro Sabatino, che è stato ucciso circa 2 anni fa, Paolo SAMPERI,
MANCUSO Giorgio, ed altri che al momento non ricordo. Fra gli episodi criminosi
che sicuramente ha commesso il mio convivente per conto del LEO e del suo
gruppo, vi è quello commesso circa un anno fa in danno di una salumeria sita più
in basso dell’ospedale Piemonte, quasi all’incrocio, con la strada che porta
a Provinciale, cioè la strada che passa avanti al cimitero. Ricordo che è
stato incendiato il negozio di tale salumiere, di cui non conosco il nome.
Dell’episodio ne ha parlato poi la stampa cittadina. È stato mio marito a
cospargere di benzina il negozio e a dargli fuoco. Non saprei dire, se poi il
salumiere ha pagato le somme richieste. So che il mio convivente si lamentava
del fatto che gli ha richiesto continuamente di fare azioni criminose, di non
ricevere alcun compenso in denaro perché il LEO, e suoi amici dicevano che
ancora non avevano realizzato, e che lo avrebbero ricompensato in futuro. Per
quanto io sappia il mio convivente si limitava soltanto, con riferimento alle
estorsioni, ad incendiare i negozi, ma non si recava mai a prelevare i soldi che
costituivano il profitto dell’estorsione. Mio marito, cioè il D’Angelo, non
teneva nulla in casa, in quanto gli appunti su cui era solito trascrivere i
numeri telefonici delle persone alle quali doveva essere estorto il denaro li
buttava. Non mi risulta che in detto periodo, il mio convivente fosse stato
minacciato ancora da GIORGIANNI, però lo temeva molto nonostante la protezione
e le assicurazioni ricevute dal LEO. Dopo l’uccisione del LEO il mio
convivente è rimasto senza alcuna protezione, fino a quando è stato avvicinato
da tale Giorgio MANCUSO. Il MANCUSO, dopo la morte del LEO, ha preso il
sopravvento nella zona, e quindi mio marito si vedeva con lui sempre, per
eseguire attività illecite dello stesso genere di quelle consumate quando era
in vita il LEO. Un’altra persona legata al Giorgio è tale Paolo SAMPERI, che
abita pure a villaggio Aldisio. […] Devo precisare che negli ultimi tempi [il
D’Angelo] si è dissociato dal MANCUSO,
anzi si è avvicinato ed era stato visto avvicinarsi a tale Iano FERRARA, che
era suo amico di infanzia, e che abita al villaggio CEP. Circa un mese fa il
SAMPERI ha avvicinato il mio convivente minacciandolo che gli avrebbe fatto
saltare la testa. Credo che tale minaccia sia stata profferita perché il
MANCUSO aveva notato che il mio convivente si è avvicinato al FERRARA, che era
un suo antagonista e quindi temeva che facesse il doppio gioco. Ciò me lo ha
riferito mio marito quando è successo il fatto. Il mio convivente mi ha detto
di avere riferito al FERRARA di essere stato minacciato da MANCUSO Giorgio
tramite il SAMPERI. Dopo questo episodio, vi è stata una riunione al villaggio
CEP, tra tutti i capi dei clan malavitosi, e in particolare erano presenti:
MANCUSO Giorgio, FERRARA Iano, Mario MARCHESE, ed altri che non conosco. Mio
marito, mi ha riferito che è stata chiarita la posizione del SAMPERI, nel senso
che sempre secondo quanto mi ha riferito il D’Angelo, il SAMPERI non intendeva
minacciarlo seriamente. In tutti i modi mio marito avrebbe sempre secondo quanto
lui mi ha riferito avuto assicurazioni da MANCUSO, di non essere più minacciato
o altrimenti intimidito. Dopo tale riunione ho acquisito la certezza, e sempre
secondo quanto mi ha riferito il D’Angelo, che il medesimo si era avvicinato
definitivamente al MANCUSO. Mio marito mi diceva sempre che usciva con il
Giorgio, anzi che andava a casa sua. Ricordo che qualche giorno fa il
D’Angelo, mi ha telefonato dall’autogrill di Tremestieri, intorno alle
23.30, di sera, dicendomi che era in compagnia del MANCUSO e che sarebbe tornato
da lì a poco. Preciso che mio marito mi diceva sempre con chi stava,
evidenziandomi il fatto che se gli fosse accaduto qualcosa, io avrei saputo a
chi addebitare il fatto che lo riguardava. Posso altresì riferire che domenica
scorsa 14 aprile mio marito è uscito di casa intorno alle ore 15,00 per recarsi
insieme al MANCUSO a Barcellona, da dove è rientrato intorno alle ore 18,00.
Non saprei dire se a oltre a detta persona ve ne fossero delle altre. Quel
pomeriggio, una volta ritornato a casa, ne è uscito subito dopo dicendomi che
doveva recarsi al villaggio CEP, per appianare un contrasto tra persone di cui
non mi ha fatto i nomi. L’indomani il D’Angelo mi ha riferito che aveva
notato un autovettura sospetta posteggiata al villaggio CEP e che aveva avuto
l’impressione che con la stessa potevano essere commessi dei reati, o comunque
qualche cosa di illecito, che era andato a riferire al MANCUSO di tale
circostanza, e che il MANCUSO, aveva provveduto a farla scomparire. Ieri, 21
aprile 1991, il mio convivente ha trascorso la giornata nel modo seguente: sino
alle 11,00 del mattino è stato a casa con me, poi è uscito e ha fatto ritorno
alle ore 13,30. Non saprei dire dove è andato e con chi è stato. Abbiamo
quindi pranzato, poi mio marito è uscito da solo intorno alle ore 16,00,
dicendo che doveva recarsi a un appuntamento con una persona di cui ora non
ricordo il nome a Santa Lucia sopra Contesse. Da quel momento in poi io non ho
più rivisto mio marito. Lui doveva rientrare alle ore 20,00, perché dovevamo
uscire insieme… ”.
La specificità delle dichiarazioni, il dettaglio
dei riferimenti, lo stato d’animo della dichiarante, appena privata
tragicamente del proprio compagno di vita e padre di uno dei suoi figli,
inducono ad affermare la piena attendibilità del racconto e la sua conformità
a quanto effettivamente la Privitera aveva appreso da D’Angelo durante la
convivenza, e ciò anche a non volere considerare le successive acquisizioni
investigative e giudiziarie che hanno in larga parte confermato lo scenario
emergente dalle dichiarazioni della donna; ulteriore riprova della veridicità
di queste dichiarazioni è data dal fatto che alla Privitera non sfuggivano
certamente i rischi a cui si esponeva chiamando esplicitamente in causa
personaggi noti già nel 1991 come pericolosi esponenti della criminalità
organizzata messinese, e tuttavia a ciò fu verosimilmente indotta, dopo qualche
ora dal ritrovamento del corpo senza vita di D’Angelo Santo, dal desiderio di
fare tutto il possibile per orientare l’azione degli inquirenti e scoprire
possibilmente i responsabili dell’omicidio. Non deve perciò sorprendere che a
distanza di oltre otto anni dai fatti, ormai superata la spinta emotiva che
l’aveva indotta a rivelare senza remore quanto a sua conoscenza sulle
frequentazioni e sulle attività illecite del compagno, la Privitera abbia
assunto in dibattimento un atteggiamento visibilmente reticente, perché è
impossibile che il pur legittimo e comprensibile desiderio di non rievocare un
passato doloroso produca una totale amnesia in ordine a fatti e circostanze che
invece, in virtù di un meccanismo psicologico noto all’esperienza comune,
dovrebbero esserle rimasti impressi con maggiore forza nella memoria in quanto
associati al momento della perdita di una persona con la quale la donna aveva
convissuto per cinque anni.
Sull’episodio sono stati sentiti in dibattimento
i collaboratori di giustizia Santacaterina Umberto, LEO Roberto, SALVO Giovanni,
SPARACIO Luigi, TURRISI Antonino, MARCHESE Mario, ARNONE Marcello, Zoccoli
Giuseppe e SANTORO Angelo. All’esame si sono sottoposti anche i due imputati
FERRARA Sebastiano e LONGO Luigi.
Indicando come fonti delle sue conoscenze SANTORO
soprannominato giggia e FERRARA
Sebastiano, con il quale aveva rapporti legati alla comune passione per i
cavalli da corsa, Santacaterina Umberto, sentito sull’episodio all’udienza
del 14 novembre 1997, ha riferito che il D’Angelo, inteso ‘u
piattaru a causa della sua attività di venditore ambulante di casalinghi,
era stato ucciso su ordine di FERRARA Sebastiano perché era legato a MANCUSO
Giorgio e si sospettava che, abitando al villaggio CEP, potesse fornire
eventuali appoggi al MANCUSO per la consumazione di agguati nei confronti del
FERRARA o dei suoi affiliati. Gli esecutori, uno dei quali era forse FERRARA
Carmelo, avevano atteso di sera il D’Angelo nei pressi di casa sua e lo
avevano ucciso in un torrente nelle vicinanze del villaggio Santa Lucia.
Anche LEO Roberto, sentito all’udienza del 7
aprile 1999, ha ricondotto la morte di D’Angelo alla sua appartenenza al
gruppo di MANCUSO Giorgio, contro il quale FERRARA Sebastiano si era schierato
unitamente agli altri gruppi dopo la morte di Domenico Di Blasi. Così il
collaboratore ha dato la sensazione di ritenere erroneamente successiva
all’omicidio Di Blasi l’uccisione del D’Angelo, a cui FERRARA non aveva
perdonato di appoggiare MANCUSO pur essendo originario del villaggio CEP. Quanto
al nome degli esecutori il LEO ha indicato in dibattimento FERRARA Sebastiano,
SANTORO Angelo, DI DIO Domenico, TURRISI Antonino e LONGO Luigi, affermando di
avere ricordato solo in un secondo momento i nomi degli ultimi tre, dal momento
che il 5.1.1994 aveva indicato come responsabili dell’omicidio solamente
FERRARA Sebastiano e SANTORO Angelo, inteso giggia.
Il D’Angelo era stato condotto nella stalla e ucciso personalmente da FERRARA
Sebastiano, mentre LONGO, TURRISI, DI DIO e SANTORO avevano poi provveduto a
portare il cadavere al torrente S. Filippo.
SALVO Giovanni, sentito all’udienza del 9 aprile
1999, ha dichiarato di avere appreso che autori dell’omicidio di D’Angelo
Santo erano TURRISI Antonino e LONGO Luigi, i quali avevano agito su ordine di
Sebastiano FERRARA che temeva che il D’Angelo potesse tenere informati gli
esponenti del gruppo “Mancuso – Rizzo” in ordine a quanto accadeva al
villaggio CEP, la cui notizia non avrebbe dovuto varcare i confini del quartiere
(così pare di intendere l’affermazione del collaboratore secondo cui il
D’Angelo fu ucciso “perché riferiva dei fatti personali che accadevano al CEP al clan
Mancuso - Rizzo”). Ad informare SALVO, in una delle occasioni già
ricordate in cui il SALVO si era recato al villaggio CEP (v. le risultanze
relative al capo 15), era stato Carmelo FERRARA spiegando la ragione per cui
alcune persone che abitavano davanti a casa del FERRARA (e che erano i familiari
del D’Angelo) indossavano sempre abiti di colore nero.
SPARACIO Luigi ha indicato l’omicidio di
D’Angelo Santo come l’atto iniziale della “guerra” di FERRARA Sebastiano
contro MANCUSO Giorgio. Il D’Angelo era stato ucciso in un torrente, nelle
vicinanze del villaggio CEP, da SANTORO Angelo e MANGANARO Rosario, inteso Nino
D’Angelo, su ordine di FERRARA Sebastiano il quale sospettava che il
D’Angelo, residente al villaggio CEP ovvero frequentatore del quartiere,
potesse riferire a MANCUSO gli spostamenti degli affiliati al gruppo
“Ferrara”. Dell’omicidio lo SPARACIO era stato informato poco tempo dopo
nel corso di una riunione presso l’abitazione di Maimone Pasquale (cognato di
FERRARA Sebastiano), alla quale avevano preso parte anche lo stesso Maimone,
FERRARA Sebastiano, SANTORO Angelo e MARCHESE Mario.
TURRISI Antonino, esaminato all’udienza del 24
marzo 1999, e sottoposto a procedimento penale separato per lo stesso fatto in
corso di celebrazione davanti al giudice minorile in quanto ancora minore di età
all’epoca del fatto, ha dichiarato che il D’Angelo era stato accolto in seno
al gruppo “Ferrara” in seguito a dei dissapori che avevano messo in crisi il
suo precedente rapporto con MANCUSO Giorgio. FERRARA Sebastiano aveva così
incaricato TURRISI e lo stesso D’Angelo di presidiare il quartiere armati di
pistola, con l’incarico di segnalare l’eventuale presenza di elementi
inseriti nel gruppo “Mancuso – Rizzo” la cui identità al D’Angelo erano
ben nota.
Tuttavia alcuni episodi avevano insospettito
FERRARA ed i suoi, facendo sorgere il dubbio che il D’Angelo facesse il
“doppio gioco”, mantenendo di nascosto rapporti con il
MANCUSO. TURRISI ha ricordato la presenza di D’Angelo al villaggio CEP
la mattina in cui MANCUSO aveva fatto visita inaspettatamente visita al FERRARA
ed era stato immediatamente organizzato quello che in precedenza è stato
descritto come il primo degli appostamenti falliti ai danni di MANCUSO Giorgio e
RIZZO Rosario prima dell’omicidio Di Blasi (capo 15, lett. a); altro elemento di sospetto fu considerata l’abitudine del
D’Angelo di continuare a frequentare anche quotidianamente il villaggio
Aldisio. In conseguenza di tali sospetti e temendo che il D’Angelo potesse
sfruttare la propria familiarità con gli affiliati al gruppo “Ferrara” per
attuare qualche iniziativa ostile, lo stesso FERRARA Sebastiano, SANTORO Angelo,
DI DIO Domenico, LONGO Luigi e forse anche FERRARA Carmelo decretarono la sua
morte. A tale scopo il D’Angelo fu atteso una sera al rientro nei pressi della
sua abitazione ed invitato da LONGO Luigi a raggiungere FERRARA Sebastiano che
intendeva parlargli. Il D’Angelo senza sospettare nulla aveva aderì
all’invito e alla successiva richiesta del FERRARA, dopo la discussione, di
accompagnare il LONGO che abitava a Santa Lucia sopra Contesse ed era senza
autovettura. Sulla Fiat UNO condotta
da D’Angelo presero posto lo stesso TURRISI, al suo fianco, e LONGO Luigi, che
si sedette sul sedile posteriore già armato con una pistola. Durante il
percorso, mentre l’autovettura attraversava lentamente la strada in terra
battuta che costeggia il torrente S. Filippo e collega il villaggio S. Lucia al
quartiere CEP, il LONGO estrasse la pistola (una calibro 9 corto o più
probabilmente 7,65) ed esplose un colpo in direzione della testa del D’Angelo
attraverso una fessura del
poggiatesta. Arrestata l’autovettura i due spostarono il cadavere, LONGO si
mise alla guida con l’incarico di abbandonare l’autovettura nei pressi del
cantiere per la costruzione del nuovo stadio e TURRISI fece ritorno al villaggio
CEP, avvisando Carmelo FERRARA che l’omicidio era stato eseguito. Dopo venti
minuti o mezzora il TURRISI ricevette una visita di LONGO, che pregò di
ritornare sul posto per prelevare un panno utilizzato per rimuovere eventuali
impronte digitali; cosa che il LONGO fece dando poi assicurazione di avere
provveduto ad eliminare tanto il panno che la pistola usata per l’omicidio.
MARCHESE Mario, sentito nelle udienze del 19
febbraio e 2 aprile 1999, ha
dichiarato che l’omicidio di D’Angelo Santo, inteso ‘u
piattaru, costituì la risposta di FERRARA Sebastiano all’atteggiamento
tenuto da MANCUSO in occasione dell’estorsione al locale ubicato nei pressi
della caserma della Guardia di finanza di cui MARCHESE ha riferito per spiegare
l’origine dei contrasti tra FERRARA Sebastiano e MANCUSO Giorgio.
L’omicidio, secondo quanto MARCHESE aveva appreso da FERRARA Carmelo, era
stato commesso da TURRISI, soprannominato scagghia
nova, e da un altro affiliato di FERRARA, forse SANTORO Angelo, i quali
avevano ucciso il D’Angelo nel villaggio CEP e avevano poi trasportato il
cadavere sotto un ponte a San Filippo dove era stato ritrovato dopo un paio di
giorni.
Molto genericamente, senza indicare con precisione
la fonte delle sue conoscenze (“Anche
questo fatto l’ho appreso sempre nell’ambito malavitoso dove io
frequentavo...”), ARNONE Marcello si è limitato a dichiarare
all’udienza del 24 marzo 1999 di avere appreso che il mandante dell’omicidio
era FERRARA Sebastiano, che non accettava la presenza nel suo quartiere di un
personaggio molto vicino al MANCUSO.
Zoccoli Giuseppe, sentito all’udienza del 31
ottobre 1997, ha riferito di avere appreso i dettagli della vicenda
dell’omicidio di D’Angelo Santo da SANTORO Angelo durante un periodo di
comune detenzione presso il reparto cellulari della casa circondariale di
Messina nel luglio del 1994 e nel gennaio 1995. Con nota del D.A.P. n. 2839 del
6 maggio 1999 è stato accertato che Zoccoli e SANTORO sono stati effettivamente
detenuti insieme nel 1994 per due periodi presso il carcere di Messina (dal 27.1
al 20.4, e dal 25.6 al 13.7), nel più recente dei quali sono stati alloggiati
presso la stessa cella, la n. 107 del 2° piano del reparto cellulari. Le
confidenze di SANTORO scaturivano dalla pregressa comune appartenenza al gruppo
“Ferrara”, di cui faceva parte anche Zoccoli, e dalle preoccupazioni di
SANTORO che temeva di essere ingiustamente chiamato in causa per questo fatto da
FERRARA Sebastiano che aveva cominciato a collaborare con la giustizia e delle
cui dichiarazioni SANTORO era in qualche modo venuto a conoscenza. Il
D’Angelo, inteso ‘u piattaru, abitava al villaggio CEP ed era amico personale di
FERRARA Sebastiano, pur non essendo organicamente inserito nel suo gruppo. Poiché
svolgeva la propria attività di venditore ambulante di articoli casalinghi
prevalentemente nelle zone controllate dal gruppo “Mancuso – Rizzo” (Bordonaro,
villaggio Aldisio, villaggio Santo), FERRARA Sebastiano lo aveva incaricato di
tenerlo informato sui movimenti degli appartenenti a tale gruppo con il quale
FERRARA era in quel periodo entrato in contrasto. Il sospetto che il D’Angelo
facesse in realtà il “doppio gioco” aveva poi indotto FERRARA ad ordinarne
l’eliminazione affidata a LONGO Luigi, inteso ‘u cacciaturi, e a TURRISI Antonino, inteso scagghia nova, che una sera avevano condotto il giovane al torrente
S. Lucia a bordo della sua stessa autovettura e lo avevano ucciso.
SANTORO Angelo, sentito all’udienza del 4 luglio
1998, ha riferito che FERRARA gli aveva esternato i suoi timori (“ho
paura che lui gli dà un appoggio a MANCUSO”) e la conseguente decisione
di uccidere il D’Angelo, sospettato di condurre il “doppio gioco”. A
questo scopo FERRARA, in presenza dello stesso SANTORO, aveva convinto
D’Angelo ad accompagnare LONGO Luigi presso la sua abitazione di Santa Lucia.
Sull’autovettura di D’Angelo erano saliti TURRISI Antonino, che gli si era
seduto accanto, e LONGO Luigi, che aveva preso posto sul sedile posteriore. Ad
un tratto, mentre l’autovettura aveva dovuto rallentare durante
l’attraversamento del torrente S. Lucia,
LONGO aveva estratto la pistola, forse una calibro 9, esplodendo un solo
colpo alla testa del D’Angelo. L’autovettura con il cadavere a bordo era
stata poi condotta al torrente S. Filippo, sotto un ponte, e lì abbandonata,
allo scopo di orientare i sospetti verso MANCUSO Giorgio. SANTORO ha infine
evidenziato di sentirsi moralmente responsabile dell’omicidio in quanto
presente alle varie fasi che avevano preceduto e seguito l’omicidio, e
soprattutto in quanto aveva recepito senza alcuna obiezione la determinazione
omicida di FERRARA (“Sì, sì, ho detto
‘va be, fai come vuoi’...”).
FERRARA Sebastiano, sentito nelle udienze del 12 e
del 13 marzo 1999, ha dichiarato che la conoscenza con il D’Angelo risaliva
all’età infantile, trattandosi di un giovane che era cresciuto al villaggio
CEP, anche se poi aveva cominciato a frequentare il villaggio Aldisio. Tuttavia
dopo la morte di Leo Giuseppe (al quale evidentemente era legato), i rapporti di
D’Angelo con il MANCUSO non erano buoni, sicché il FERRARA gli aveva proposto
di avvicinarsi a lui e di “mettersi a disposizione” ove ce ne fosse stato
bisogno. In questo contesto gli era stato affidato l’incarico di presidiare
armato di pistola il villaggio CEP, ma il suo atteggiamento era apparso sospetto
in occasione della più volte citata visita di MANCUSO Giorgio, RIZZO Rosario e
Catanzaro Gaetano a casa di FERRARA Sebastiano, allorché era sembrato
interessato a salvaguardare più MANCUSO e i suoi che non il FERRARA. A
quest’ultimo era stato poi riferito che il D’Angelo quasi ogni notte si
recava al villaggio Aldisio per unirsi agli elementi del gruppo MANCUSO,
condotta assolutamente incompatibile con la diffidenza che D’Angelo diceva di
nutrire nei confronti di MANCUSO. L’ulteriore conferma il FERRARA l’aveva
avuta in occasione dell’ultima discussione con il D’Angelo, quando questi
aveva cercato di rassicurarlo sulle intenzioni di MANCUSO, facendo capire
comunque di conoscerle molto bene. Da questi sospetti in ordine alla fedeltà di
D’Angelo era nata la decisione di eliminarlo, assunta da FERRARA Sebastiano
insieme a SANTORO Angelo, TURRISI Antonino e LONGO Luigi. Una sera TURRISI ne
aveva perciò atteso il rientro a casa, invitandolo a raggiungere FERRARA che
doveva parlargli. Alla fine della discussione era stato lo stesso FERRARA a
chiedere a D’Angelo di accompagnare a Santa Lucia il LONGO. Sull’autovettura
di D’Angelo aveva anche preso posto accanto a lui TURRISI Antonino, ma durante
il tragitto, mentre il D’Angelo stava percorrendo la strada che collega il
torrente S. Filippo e l’abitato di Santa Lucia, LONGO aveva estratto una
pistola calibro 9 ed esploso un colpo alla nuca del D’Angelo. Il cadavere era
stato poi spostato sul sedile dove si trovava il TURRISI e LONGO aveva
personalmente condotto l’autovettura nella parte alta del torrente S. Filippo,
nei pressi dello stadio, dando poi conferma subito dopo al FERRARA
dell’avvenuta consumazione dell’omicidio. Il giorno dopo anche TURRISI aveva
poi informato FERRARA della riuscita del piano omicida.
L’altro imputato LONGO Luigi è stato esaminato
all’udienza del 17 luglio 1998. LONGO ha confermato che gli atteggiamenti di
D’Angelo avevano spaventato FERRARA, il quale temeva che il giovane, abitando
a villaggio CEP, potesse fornire appoggio a MANCUSO per la perpetrazione di
qualche atto ostile ai danni di lui o dei suoi affiliati. La decisione di
ucciderlo era stata così assunta nel corso di un incontro a cui avevano preso
parte, oltre a Sebastiano FERRARA, anche SANTORO, TURRISI, DI DIO e forse anche
Carmelo FERRARA. Il racconto di LONGO è da questo momento in poi perfettamente
sovrapponibile a quello di SANTORO e FERRARA, sia per quanto riguarda lo
stratagemma utilizzato per attirare il D’Angelo, sia per quanto riguarda le
fasi successive (l’esigenza di accompagnare LONGO a Santa Lucia, la posizione
di LONGO e TURRISI all’interno della Fiat
UNO di D’Angelo, il colpo alla nuca, lo spostamento del cadavere
sull’altro sedile, la collocazione dell’autovettura nella parte alta del
torrente S. Filippo). Ad integrazione di quanto riferito dagli altri LONGO ha
precisato che la pistola da lui utilizzata era una calibro 7,65 che gli era
stata consegnata da Iano FERRARA e che aveva poi provveduto a gettare nel
torrente S. Filippo nascondendola sotto dei mattoni, e che il colpo era stato
esploso da una distanza di venticinque centimetri.
Il complesso delle risultanze dibattimentali
conferma interamente la prospettazione accusatoria e giustifica l’affermazione
di responsabilità di FERRARA Sebastiano e LONGO Luigi, gli unici in questa sede
imputati dell’omicidio di D’Angelo Santo.
Va infatti rilevato che il GUP non accolse la
richiesta di rinvio a giudizio che il Pubblico Ministero aveva presentato anche
con riferimento a SANTORO Angelo, considerando ambigue e non decisive le
affermazioni di FERRARA relative al preteso coinvolgimento morale del SANTORO
nella deliberazione omicida e rilevando che la mera presenza dello stesso non è
indicativa di un contributo causale penalmente apprezzabile e che da un’approvazione platonica non può farsi discendere una
responsabilità per concorso nell’omicidio.
Le dichiarazioni confessorie di FERRARA Sebastiano,
TURRISI Antonino e LONGO Luigi appaiono interamente sovrapponibili le une alle
altre e si inseriscono perfettamente nel panorama degli altri elementi di prova,
trovando in essi quella conferma che alla confessione, in linea di principio,
non è necessaria.
Convergono tutte le risultanze processuali nel
ricondurre l’omicidio, sia pure con diverse sfumature, al contrasto che ormai
sempre più apertamente andava contrapponendo FERRARA Sebastiano e MANCUSO
Giorgio e nel quale il primo cercava di coinvolgere anche gli altri gruppi.
Tutte le fonti appaiono concordi nell’attribuire l’omicidio all’iniziativa
del gruppo “Ferrara” e nell’indicare FERRARA Sebastiano come mandante del
fatto di sangue, determinato dal sospetto che il D’Angelo, prima vicino al
gruppo Leo e quindi a MANCUSO, e poi “arruolato” da FERRARA tra gli
affiliati del suo gruppo, continuasse a mantenere assidui contatti con il
MANCUSO, e, considerata la situazione di conflitto venutasi a creare, potesse
fornire al medesimo preziose informazioni circa l’attività degli esponenti
del gruppo “Ferrara”, profittando anche della completa libertà di movimento
nel villaggio CEP che gli assicurava la residenza nel rione.
Sulle origini di tale contrasto e sulle cause
probabilmente molteplici che lo avevano determinato è sufficiente rinviare alle
ampie considerazioni illustrate nel corso dell’analisi dei reati di cui ai
precedenti capi della rubrica, mentre è assai significativo che le indicazioni
dei collaboratori di giustizia siano perfettamente collimanti, nella
individuazione della causale dell’omicidio, con le dichiarazioni rese
coraggiosamente nell’immediatezza dei fatti dalla convivente del D’Angelo,
che, alla luce di tutte le ragioni in precedenza esaminate, devono essere
sicuramente privilegiate rispetto alle reticenti e poco verosimili affermazioni
dibattimentali. Giova in proposito ricordare, anche per allontanare i dubbi che
qualche difensore ha insinuato in ordine alla genuinità di quelle prime
dichiarazioni, adombrando evidentemente il sospetto che il racconto della
Privitera potesse raccogliere e riassumere alcune intuizioni investigative, che
seguendo il filo logico di quanto la Privitera aveva dichiarato la mattina del
22 aprile 1991 si perviene a conclusioni coerenti con la ricostruzione
successivamente fornita dai collaboratori, poiché essa attestava in tempi
assolutamente non sospetti il definitivo avvicinamento del D’Angelo a MANCUSO,
per conto del quale egli aveva peraltro iniziato concretamente a svolgere
quell’attività di controllo dei movimenti del gruppo di villaggio CEP, che
fondatamente FERRARA Sebastiano riteneva essere il vero ruolo di D’Angelo; si
è appreso invece dal teste Galizia, in servizio alla Squadra Mobile di Messina,
che gli investigatori invece cercavano di dare sbocco ad una voce confidenziale
di segno opposto, secondo la quale D’Angelo avrebbe potuto essere stato punito
proprio da MANCUSO per essersi appropriato di una partita di droga, voce
confidenziale che, alla luce di quanto in realtà era avvenuto, non è azzardato
attribuire allo stesso FERRARA, interessato a depistare le indagini e
possibilmente a creare ulteriori fastidi al MANCUSO con la divulgazione della
notizia di un suo possibile coinvolgimento nell’uccisione di D’Angelo.
Appaiono invece notevoli le divergenze per quanto
riguarda la individuazione degli esecutori materiali dell’omicidio. Tali
divergenze riguardano però soprattutto le dichiarazioni provenienti da
collaboratori già estranei alla cerchia degli affiliati di FERRARA Sebastiano.
SALVO Giovanni ha infatti esattamente indicato i nomi di TURRISI e LONGO, ma
secondo MARCHESE gli esecutori erano stati TURRISI e SANTORO, secondo SPARACIO
erano stati SANTORO e MANGANARO Rosario e secondo LEO Roberto a sparare era
stato addirittura il solo FERRARA, mentre SANTORO, DI DIO, LONGO e TURRISI
avevano poi trasportato il cadavere al torrente S. Filippo.
A parte la scarsa verosimiglianza di questa ultima
versione, peraltro frutto di una modificazione rispetto a quanto il LEO aveva
dichiarato nel corso delle indagini preliminari, è necessario osservare che
sarebbe sbagliato sopravvalutare l’attendibilità di dichiarazioni interamente
de relato, provenienti da soggetti
estranei al contesto associativo al quale pacificamente l’omicidio deve essere
ricondotto, e quindi necessariamente condizionate da una conoscenza mediata e
spesso non completa di vicende considerate dal dichiarante di limitato
interesse.
Vanno invece privilegiate le dichiarazioni
provenienti da FERRARA e dai suoi affiliati, gli unici in grado di conoscere
veramente in modo completo le circostanze di tempo e di luogo dell’omicidio di
D’Angelo Santo e di indicarne i responsabili. E l’esame di queste
dichiarazioni evidenzia la piena convergenza di esse sia per quanto riguarda le
modalità concrete dell’omicidio, descritto in modo del tutto coerente con le
risultanze investigative iniziali, sia per quanto concerne l’identità degli
esecutori materiali, che tanto FERRARA, quanto i suoi affiliati LONGO, SANTORO e
TURRISI, hanno riferito essere LONGO e TURRISI.
Sotto il primo profilo vi è piena corrispondenza
tra il racconto dei collaboratori e i dati rilevati in occasione del sopralluogo
e dell’esame autoptico sul cadavere della vittima. Luogo del ritrovamento
dell’autovettura, zona del corpo raggiunta dall’unico colpo esploso,
probabile posizione dello sparatore (attestata dal ritrovamento del bossolo sul
sedile posteriore), posizione finale assunta dal corpo della vittima in seguito
al trascinamento dal posto di guida al sedile accanto: accanto a questi elementi
riferiti da FERRARA, LONGO, SANTORO e TURRISI in maniera assolutamente aderente
alla realtà dei fatti, va poi citato il calibro dell’arma che solo LONGO e
TURRISI hanno indicato esattamente, il che è comprensibile tenendo conto del
fatto che fu il primo a sparare alla presenza del secondo e che è facile
scambiare una pistola calibro 7,65 per una calibro 9, come hanno fatto FERRARA e
SANTORO. Un altro particolare significativo è quello citato da TURRISI, secondo
cui il LONGO sparò alla nuca del D’Angelo attraverso una fessura
del poggiatesta: l’espressione, anche se impropria, è comprensibile alla
luce delle caratteristiche dei poggiatesta della Fiat UNO del D’Angelo, che, come documentano le fotografie in
atti, erano del tipo a barre orizzontali alternate, sicché per colpire
direttamente alla nuca la persona seduta al posto di guida si rendeva
effettivamente necessario porre la canna dell’arma in direzione di uno degli
spazi vuoti tra una barra e l’altra.
Alla luce di questa imponente serie di elementi
oggettivi di riscontro la confessione di LONGO e FERRARA deve essere considerata
pienamente idonea a suffragare l’affermazione di responsabilità.
Sussiste senza alcuna ombra di dubbio
l’aggravante contestata della premeditazione. Richiamate anche in questo caso
le osservazioni di carattere generale in ordine agli elementi costitutivi
dell’aggravante sviluppate in altra parte della motivazione (v. l’analisi
dei reati di cui al capo 2 della rubrica), nel caso di specie è sufficiente
considerare che la decisione di uccidere il D’Angelo, maturata inizialmente
nella mente di FERRARA, fu poi condivisa con sufficiente anticipo rispetto
all’esecuzione dagli altri responsabili e da essi fatta propria, oltre ad
essere probabilmente portata a conoscenza anche degli altri affiliati. Ci fu il
tempo di programmare l’azione omicida, di scegliere gli esecutori, di
individuare i ruoli. E non è escluso, almeno stando a quanto riferito da
FERRARA, che fossero state individuate anche delle alternative poi scartate per
la uccisione del D’Angelo e l’eventuale occultamento del cadavere (“…
noi avevamo pensato di ammazzare D’Angelo pure qualche giorno prima tanto che
avevamo fatto una buca vicino alla nostra stalla assieme a TURRISI e a SANTORO
Angelo.”). Alla luce di questi elementi poco importa, come in altri casi,
l’occasionalità della consumazione, la circostanza cioè che si sia passati
all’esecuzione del piano omicida in tempi ristretti, legati alla esigenza di
scegliere il momento più propizio per sorprendere la vittima senza destare
sospetti e soprattutto senza richiamare l’attenzione di eventuali testimoni.
La completezza del contributo dato alla
ricostruzione dei fatti, sia pure con il differente grado di approfondimento
corrispondente alla diversità dei ruoli, e la dissociazione completa ed
irreversibile dal contesto associativo in cui era maturata la determinazione
omicida rende tanto FERRARA Sebastiano che LONGO Luigi meritevoli, ad avviso
della Corte, del beneficio di cui all’art. 8 della legge n. 203/91. La
confessione resa dai due imputati è il frutto di una scelta di collaborazione
più ampia e ad essa va ricondotto l’abbandono e la rottura del pactum
sceleris di cui tanto LONGO che FERRARA hanno più volte dato dimostrazione
nel corso di questo dibattimento
Per la determinazione delle pene si rinvia alla
parte finale della motivazione.