2.3.18.    Omicidio volontario in danno di DI BLASI Domenico  (capo 18)

Per l’omicidio di Di Blasi Domenico, inteso Occhi ‘i bozza, e i reati connessi, consumati il 15 maggio 1991, la Corte di Assise di appello di Messina, con sentenza n. 9 del 22 luglio 1994, depositata il 28.10.1994 ed irrevocabile il 22.3.1995, ha già affermato la responsabilità di MANCUSO Giorgio, RIZZO Rosario e COSTANTINO Giovanni, condannando il primo alla pena dell’ergastolo, il secondo alla pena di anni 26 di reclusione e lire 3.000.000 di multa ed il terzo alla pena di anni 22 di reclusione e lire 2.000.000 di multa, previa concessione al RIZZO delle attenuanti generiche e al COSTANTINO di quella di cui all’art. 114 c. p., le une e l’altra considerate equivalenti alle contestate aggravanti. La decisione ha riformato la sentenza di primo grado del 19 giugno 1993 con cui, assolto il COSTANTINO, erano stati condannati MANCUSO e RIZZO alla pena di anni 28 di reclusione e lire 5.000.000 di multa ciascuno, previa esclusione per entrambi dell’aggravante della premeditazione.

Dall’esame di quelle decisioni, di cui la Corte ha acquisito copia, si ricava che il grave fatto di sangue avvenne intorno alle ore 17,40 del 15 maggio 1991 all’incrocio tra la centrale via Tommaso Cannizzaro e la via Protonotaro, nei pressi del negozio di elettrodomestici della ditta “Reluel” dei fratelli Bernava Morante presso il quale il Di Blasi, ritenuto uno dei principali esponenti della criminalità organizzata del tempo, si era recato da poco più di un’ora per effettuare l’acquisto di un apparecchio stereofonico destinato al figlio della convivente, Crisafulli Massimiliano. La vittima, giunta in stato di coma alle ore 18,00 al pronto soccorso dell’ospedale “Piemonte” di Messina, ove gli furono riscontrate numerose ferite di arma da fuoco in varie parti del corpo (fronte, orecchio, emitorace e fianco), morì qualche ora dopo il ricovero.

Le prime indagini consentirono di accertare che l’omicidio era avvenuto al culmine di una animata discussione che il Di Blasi aveva avuto con il MANCUSO, il quale era in compagnia di un’altra persona inizialmente non identificata. Nei confronti di MANCUSO, che alcuni dei presenti dichiararono di avere visto sparare al Di Blasi anche quando questi era ormai caduto a terra nei pressi del furgone Nissan della ditta “Reluel”, il 20 maggio 1991 fu emessa un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, eseguita solo il 10 giugno successivo in quanto il MANCUSO si era dato alla latitanza. Successive indagini consentivano di individuare RIZZO Rosario e COSTANTINO Giovanni quali complici del MANCUSO, ed anche a loro carico veniva emessa ordinanza di custodia cautelare, eseguita il 23.2.1993.

I due procedimenti, concernenti anche alcune imputazioni minori a carico di altri imputati, furono riuniti nel corso del dibattimento di primo grado, conclusosi nel modo già indicato, mentre durante il giudizio di appello, prima delle conclusioni dei difensori, il MANCUSO all’udienza del 1° luglio 1994 si dichiarò spontaneamente autore dell’omicidio, fornendo una sua versione dei fatti che il giudice d’appello ha tuttavia ritenuto non attendibile sotto il profilo dell’indicazione della causale del delitto e della negazione del ruolo del cognato COSTANTINO Giovanni (marito di una sorella di MANCUSO), giudicandola un maldestro ed ulteriore astuto tentativo di sottrarsi alla giusta punizione per il gravissimo delitto consumato.

La vicenda dell’omicidio Di Blasi, che alla luce dell’esposizione introduttiva del Pubblico Ministero è apparsa subito alla Corte un momento centrale dell’intera prospettazione accusatoria relativa a questo processo, è stata nuovamente rievocata in dibattimento per esaminare la posizione di ROMEO Simone e CALARESE Antonio, di cui le successive acquisizioni, scaturite dall’inizio della collaborazione con la giustizia di MANCUSO Giorgio e RIZZO Rosario, avrebbero consentito di mettere in luce il coinvolgimento nell’omicidio. Ad entrambi viene infatti ascritto il concorso nel fatto di sangue, concretizzatosi secondo l’accusa rivolta al ROMEO nell’attività di “pattugliamento” della zona compresa tra via Tommaso Cannizzaro e piazza Cairoli e di segnalazione della presenza della vittima, mentre al CALARESE, per il quale fu rigettata la richiesta di misura cautelare, avendo il GIP a suo tempo ritenuto insufficienti gli indizi di colpevolezza (ff. 194 ss. dell’ordinanza), viene addebitato di avere stazionato armato nei pressi del bar Tulipano di Gravitelli e di avere quindi accompagnato a bordo di un’autovettura MANCUSO e RIZZO sul luogo dove si trovava il Di Blasi e poi dopo l’omicidio presso l’abitazione di una zia del MANCUSO. Per PULLIA Carmelo viene invece ipotizzato dall’accusa un coinvolgimento di grado minore, consistito nell’avere accompagnato MANCUSO e RIZZO dopo l’omicidio a Venetico presso l’abitazione di tale Scimone Giovanni, consentendo loro di sottrarsi in tal modo alle ricerche delle forze dell’ordine.

Sull’omicidio di Di Blasi Domenico hanno riferito in questo dibattimento alcuni testimoni e i collaboratori di giustizia Aliquò Ignazio, MANCUSO Giorgio, RIZZO Rosario, SPARACIO Luigi e MARCHESE Mario. Riferimenti all’omicidio Di Blasi si rinvengono poi anche nelle dichiarazioni di altri collaboratori sentiti in dibattimento, tra cui CASTORINA Pasquale e VENTURA Salvatore.

L’andamento delle prime indagini è stato ripercorso da MONTAGNESE Francesco e GUGLIOTTA Carmelo, al tempo dei fatti rispettivamente dirigente e funzionario della Squadra Mobile di Messina, sentiti nelle udienze dei giorni 8 e 7 novembre 1997.

Entrambi gli investigatori, sottolineato lo spessore criminale della vittima, che era considerata uno dei due luogotenenti del capo storico della criminalità organizzata messinese Gaetano Costa (l’altro era Sebastiano Valveri, del cui omicidio avvenuto il 12 ottobre 1990 ci si è occupati in precedenza nell’analisi dei reati di cui al capo 9), hanno ricordato che all’omicidio seguì nel giro di pochi giorni una serie di fatti di sangue interpretati dalle forze dell’ordine come la violenta risposta degli altri gruppi al gesto di MANCUSO e RIZZO; il teste Gugliotta ha poi narrato un episodio che attesta la correttezza della direzione assunta dalle indagini: il MANCUSO, evidentemente avvertito delle ricerche avviate dalla polizia, dal suo nascondiglio telefonò in Questura ed al dirigente della Squadra Mobile che lo invitava a presentarsi disse di trovarsi a Reggio Emilia, senza ovviamente dare alcun seguito alla successiva richiesta di Montagnese di ripetere la telefonata dagli uffici di un presidio della polizia di Stato.

È stata sentita anche la zia di MANCUSO Giorgio, Renda Orioles Anna, la quale ha confermato che un pomeriggio il nipote si era presentato accaldato a casa sua (che si trova in cima da una lunga scalinata) in compagnia di un’altra persona sconosciuta alla testimone, si era portato in bagno per rinfrescarsi, aveva consumato un caffè e poi, un’ora più tardi, dopo avere fatto uso del telefono, era stato prelevato da altre persone insieme allo sconosciuto. La sera stessa della visita del congiunto o il giorno successivo la testimone aveva appreso dal telegiornale di una emittente locale che nel pomeriggio di quel giorno a Messina in via Tommaso Cannizzaro era stato ucciso Di Blasi Domenico, inteso Occhi ‘i bozza.

Aliquò Ignazio, che conosceva da molti anni Di Blasi, ha dichiarato che la sera del 15 maggio 1991, verso le ore 23, si era recato a Venetico in compagnia di Viena Antonello, come spesso faceva, presso l’abitazione di un amico comune, tale Scimone Giovanni, dove aveva notato la presenza di MANCUSO Giorgio, RIZZO Rosario, Catanzaro Gaetano, COSTANTINO Giovanni e altri di cui non ricorda più l’identità. I presenti stavano seguendo in televisione la replica del telegiornale trasmesso da un’emittente locale e l’Aliquò aveva appreso da RIZZO Rosario che erano i responsabili dell’omicidio di Di Blasi Domenico. Viena e Aliquò si erano quindi allontanati subito per evitare qualsiasi eventuale coinvolgimento. Aliquò ha riferito altresì che conosceva MANCUSO e gli altri da tempo, in quanto era amico di Pippo Leo e conosceva gli elementi del suo gruppo poi passato sotto la direzione del MANCUSO. Anche con MANCUSO Aliquò ha riferito di avere un buon rapporto, definendosi testualmente un suo simpatizzante, ed ammettendo di avere spacciato insieme a lui della cocaina. A questi rapporti l’Aliquò ha ricondotto le telefonate che quasi quotidianamente nei giorni successivi riceveva da MANCUSO Giorgio, ormai latitante, il quale consigliava ad Aliquò di essere cauto e di non uscire da casa perché avrebbe potuto rimanere vittima di uno degli agguati nei quali dopo l’omicidio di Di Blasi erano caduti molti dei personaggi più vicini al MANCUSO, come Pellegrino Paolo e Messina Giovanni. Aliquò aveva accolto il consiglio e si era allontanato per qualche giorno dalla città recandosi in Olanda.

MANCUSO Giorgio, così come già segnalato in occasione dell’analisi dei reati di cui ai capi precedenti, ha ripercorso le varie fasi del progressivo peggioramento dei suoi rapporti con gli altri uomini di vertice della criminalità organizzata messinese, ricordando che, dopo avere saputo che Di Blasi aveva organizzato degli agguati ai suoi danni, era sua intenzione uccidere Di Blasi o qualcuno dei suoi alleati. Uno degli obiettivi di MANCUSO era MARCHESE Mario, che aveva deciso di uccidere di persona. A tal fine più di una volta, anche in compagnia di Catanzaro Gaetano, Vento Giuseppe ed IDOTTA Marcello, si era recato a casa di MARCHESE senza trovarlo, ed in una occasione era stato dissuaso dall’intraprendere qualsiasi iniziativa dalla presenza di un’autovettura delle forze dell’ordine: è assai probabile, in considerazione della prossimità temporale tra i due episodi, che tale presenza rilevata da MANCUSO sia da mettere in relazione con il controllo di presunti affiliati del gruppo eseguito presso l’abitazione di MARCHESE Mario da personale della Squadra Mobile di Messina il 2 marzo 1991, di cui ha riferito in dibattimento il teste Stornante all’udienza del 24 ottobre 1997 nel contesto dell’audizione relativa alle indagini svolte sul tentato omicidio di PARATORE Giuseppe.

Altra vicenda ricordata da MANCUSO, sempre per spiegare il deterioramento dei rapporti con tutti gli altri gruppi, è quella relativa al ferimento di MAROTTA Gaetano, scaturito dal fallimento di un tentativo di chiarire e risolvere un contrasto sorto tra il suo affiliato Catanzaro ed alcuni elementi del gruppo “Galli”, originato a sua volta da una estorsione che il Catanzaro era stato indotto in un primo momento a commettere ai danni del titolare di una scuola guida da un giovane parente della stessa vittima. Successivamente, avendo la stessa persona cercato di convincere Catanzaro a desistere dall’iniziativa estorsiva e quindi preso contatti con alcuni componenti del gruppo “Galli”, tra cui Mancuso Antonino e MAROTTA Gaetano, Catanzaro si era arrabbiato, proponendo di compiere qualche azione criminosa contro il gruppo “Galli”, ma Giorgio MANCUSO lo aveva convinto a parlare della questione con Mancuso Antonino. A questo scopo salirono al villaggio Giostra, oltre a Giorgio MANCUSO e al Catanzaro, anche Vento Giuseppe e IDOTTA Marcello, armati il Vento con una pistola calibro 7,65, e MANCUSO con una calibro 28 (sorge il dubbio che si sia trattato di un errore di trascrizione o di un lapsus dell’imputato, e che il riferimento esatto sia ad un’arma calibro 38, peraltro comunemente usata da MANCUSO). MANCUSO e Vento incontrarono MAROTTA Gaetano e Mauro Carmelo a bordo di una Volvo station wagon blindata, li invitarono a fermarsi per discutere, ma in questo frangente, avvertita la frenata di un’altra autovettura che era sopraggiunta a gran velocità, Vento estrasse la pistola e cominciò a sparare in direzione degli occupanti del veicolo, inducendo a fare altrettanto il MANCUSO, che sparò un primo colpo contro il MAROTTA, e poi, quando questi fuggendo cominciava ad allontanarsi, un secondo colpo che lo raggiunse ad una spalla o ad un braccio. Essendo rimasti appiedati, poiché Catanzaro e gli altri erano rimasti a distanza sull’altra autovettura, MANCUSO e Vento si allontanarono a bordo del mezzo blindato che era stato abbandonato da MAROTTA. Fu lo SPARACIO qualche giorno più tardi a prendere contatto con MANCUSO e ad invitarlo a risolvere pacificamente il contrasto. Ciò avvenne successivamente, allorché il MANCUSO, che transitava sulla via Palermo, fu convinto dopo un significativo scambio di battute ad entrare in casa di MAROTTA, che era ancora a letto convalescente (“… c’era uno dei Di Mauro [probabilmente MANCUSO allude ad uno dei fratelli Mauro], che appena mi vide mi fece cenno di entrare, io mi fermai con la macchina, in quell’occasione ero con una Lancia Delta integrale, mi fermai e lui mi disse che non c’erano problemi. Io gli ho detto: ‘Guarda, problemi non ce ne sono, io sono armato; se eventualmente vedo qualcuno che fa qualche movimento ammazzerò anche il cane che hai davanti la porta’, mi disse: ‘No, non ti preoccupare’.”). MANCUSO spiegò che la fuga di MAROTTA lo aveva insospettito, ed apprese che alla guida dell’autovettura sopraggiunta a gran velocità si trovava Papale Domenico, che intendeva solamente salutare MANCUSO e che invece era stato costretto a fuggire ed era stato ferito ad un gluteo da Vento. Quanto all’autovettura blindata sottratta al MAROTTA, pur rammaricandosi della circostanza che il cognato di MAROTTA ne avesse denunziato il furto alle forze dell’ordine pur sapendo che era stato MANCUSO ad impadronirsene in occasione dell’attentato, MANCUSO si dichiarò disponibile a restituirla immediatamente e così fece consegnandola personalmente al congiunto del MAROTTA che a tal fine lo aveva seguito al villaggio Aldisio. Proprio all’attentato ai danni di MAROTTA Gaetano e Papale Domenico il MANCUSO ha ricondotto l’origine del progetto di un attentato ai suoi danni, nel quale erano coinvolti FERRARA Sebastiano, LEO Domenico, fratello del defunto Giuseppe, MARCHESE Mario, e soprattutto Di Blasi Domenico, che aveva esternato platealmente le sue intenzioni, allo scopo di accattivarsi l’amicizia dei “giostroti”, nel corso di una riunione a casa di MAROTTA Gaetano, assicurando che si sarebbe personalmente interessato dell’eliminazione di MANCUSO Giorgio.

Altri motivi di contrasto contrapponevano MANCUSO Giorgio a FERRARA Sebastiano, che egli sapeva essersi messo a disposizione di uno dei fratelli di Leo Giuseppe, Domenico, di cui era intimo amico, per compiere degli attentati ai danni di MANCUSO, responsabile della morte di Leo Giuseppe.

Di ciò, ed in particolare del coinvolgimento di FERRARA Sebastiano, il MANCUSO veniva informato da alcuni degli stessi componenti del gruppo incaricato della esecuzione degli agguati (Vento Giuseppe, SAMPERI Paolo, De Francesco Paolo), che in realtà erano amici di MANCUSO. Dopo l’attentato ai suoi danni anche MAROTTA Gaetano era stato visto molte volte recarsi al villaggio CEP a far visita a FERRARA Sebastiano. Anche RIZZO Rosario, dopo la morte del fratello Letterio, sospettava che il FERRARA stesse organizzando un agguato ai suoi danni, come lo induceva a credere il ritrovamento di alcune autovetture rubate nei pressi della sua abitazione. Un concreto motivo di contrasto era poi scaturito dal fatto che un affiliato di MANCUSO, tale Messina Giovanni, che sarà successivamente ucciso (v. il capo 24), era entrato in conflitto con FERRARA Sebastiano per una estorsione, ed inoltre FERRARA ed i suoi affiliati avevano commesso delle estorsioni “in altri posti che interessavano il Messina”. Un’altra vicenda alla quale MANCUSO ha fatto risalire il risentimento di FERRARA era quella verificatasi presso gli uffici della USL di Bordonaro, il cui direttore, minacciato di morte da persone amiche del FERRARA che intendevano ottenere delle agevolazioni, si era rivolto a Pellegrino Paolo di cui era amico; quest’ultimo a sua volta aveva provocato l’intervento di MANCUSO, che si era presentato direttamente negli uffici trattando in malo modo gli amici di FERRARA Sebastiano.

Proseguendo nell’indicazione dei propri nemici MANCUSO ha poi usato espressioni durissime nei confronti di Di Blasi Domenico, additato come l’artefice dell’alleanza degli altri gruppi contro di lui e come il responsabile del fallimento dei vari tentativi di pacificazione compiuti soprattutto da SPARACIO Luigi (“… Per quanto riguarda il Di Blasi, dopo la morte di Valveri Sebastiano, io mi resi conto che il Di Blasi da agnello che voleva apparire in effetti aveva uscito la sua cattiveria dentro, perché in sostanza non dimentichiamo che il Di Blasi ha comandato a Messina e ha fatto uccidere per venti anni persone, e faceva il bene e il male di tutti. Per cui dopo la morte di Valveri Sebastiano, io decisi e feci un esame di coscienza che il Di Blasi poteva attentare anche alla mia vita, di questo ne ebbi conferma quando, dopo la sparatoria del MAROTTA, lo stesso SPARACIO si recò a casa del MAROTTA insieme a Di Blasi e ad altre persone. Mentre lo SPARACIO in effetti parlava di pace ed in sostanza proponeva la pace nei miei confronti perché SPARACIO per me aveva dell’amicizia, fino ad un certo punto, ma sincera, il Di Blasi il suo intento era diverso. Era di accattivarsi l’amicizia dei giostroti contro di me, in quell’occasione gli disse al MAROTTA davanti a tutti di non preoccuparsi che per la mia eliminazione ci avrebbe pensato lui stesso.”).

Le notizie apprese convinsero MANCUSO della ostilità degli altri gruppi e dei rischi che ciò comportava (“… io sapevo benissimo di essere nel mirino e di aspettarmi la morte da un secondo all’altro …”), ed un’ulteriore conferma la ebbe allorché SPARACIO lo informò che il FERRARA aveva registrato una conversazione con tale Gallo, il quale in questa occasione aveva informato il FERRARA che presto sarebbe stato scarcerato Costa Gaetano, acerrimo nemico di SPARACIO Luigi, e gli aveva proposto di aderire ad un complotto per la uccisione dello stesso SPARACIO, di Di Blasi Domenico, di MARCHESE Mario, di GALLI Luigi, progetto a cui, secondo quanto aveva riferito il Gallo a FERRARA, MANCUSO aveva già prestato la sua adesione. MANCUSO, che con il Gallo non aveva avuto alcun rapporto che autorizzasse lo stesso Gallo ad affermare quanto registrato dal FERRARA, non ha esitato a ricollegare la vicenda ad un complotto architettato ai suoi danni da Di Blasi, MARCHESE e FERRARA, con l’obiettivo di superare le resistenze di SPARACIO e coinvolgerlo a pieno titolo nel progetto di eliminare il MANCUSO. Lo stesso SPARACIO informò infatti MANCUSO di essere stato convocato dopo un paio di giorni presso l’abitazione di FERRARA Sebastiano per partecipare ad un vero e proprio summit insieme a Luigi GALLI, Domenico Di Blasi e Mario MARCHESE. In questa occasione lo SPARACIO aveva compiuto un estremo tentativo di perorare la causa di MANCUSO, dicendo di ritenete il Gallo un bugiardo e cercando invano di dissuadere gli altri dall’attuare qualsiasi iniziativa ai danni di MANCUSO. Quest’ultimo però aveva percepito il pericolo ed aveva deciso di uccidere MARCHESE e Di Blasi, ritenendoli gli ispiratori del complotto ai suoi danni (“La morte del Di Blasi scaturisce perché Di Blasi insieme ad altri ha attentato alla mia vita, io non ho ucciso Di Blasi per aiutare RIZZO Rosario, perché se loro volevamo ammazzare RIZZO Rosario potevano prenderlo quando volevano. Il Di Blasi è morto per essere stupido, per ritenersi superiore agli altri e per avere la convinzione che lui poteva fare tutto quello che volevano e gli altri dovevano solo subire le sue volontà.”).

Fatta questa ampia premessa che attesta il progressivo isolamento nel quale il MANCUSO si era venuto a trovare a causa delle ragioni di contrasto che lo contrapponevano a tutti gli altri gruppi, con la sola eccezione, almeno fino a questo momento, di SPARACIO Luigi, e che dimostra altresì come il risentimento e la rabbia di MANCUSO finissero per convergere ormai sulla persona di Di Blasi, MANCUSO è poi passato a descrivere con la consueta efficacia le varie fasi dell’omicidio, non senza avere prima ribadito il proprio disappunto per la condanna del cognato COSTANTINO Giovanni, determinata dalle dichiarazioni di altri collaboratori: “Quel giorno a casa mia c’era ROMEO, uno dei miei affiliati, un bravo ragazzo che purtroppo si è trovato in questa situazione anche per colpa mia, allora diedi il compito di fare da spola da Gravitelli a Piazza Cairoli e quando avrebbero trovato il Di Blasi fermo in qualche posto mi avrebbe dovuto avvisare tramite cellulare. Io ero a casa insieme al Catanzaro Gaetano, insieme a RIZZO Rosario, in effetti dopo un po’ mi arrivò questa telefonata, non ricordo il contenuto di quella telefonata, comunque mi avvisava, io ho capito che lì in quella zona c’era il Di Blasi e scendemmo. Io presi la pistola calibro 38, scendemmo io, Catanzaro e RIZZO Rosario, siamo saliti su una Fiat Tipo grigia di Pellegrino e mi sono recato a Gravitelli tramite l’autostrada Gazzi/Camaro. Arrivato a Gravitelli non trovai il ROMEO Simone, vidi il CALARESE Antonio che è cognato di ROMEO Simone, mio affiliato e mio intimo amico almeno all’epoca, mi sono fermato e gli ho chiesto del cognato e lui mi disse che il cognato ancora non si era visto, però era ripartito un’altra volta, io ho cercato il ROMEO per farlo correre alla guida della macchina, dato che lui sapeva dov’era e per condurmi sul posto. Il ROMEO non c’era, chiesi al CALARESE di mettersi al lato guida, il Catanzaro lo feci mettere davanti, io e RIZZO ci sedemmo dietro, gli dissi di recarsi presso la Reluel, negozio di elettrodomestici, che appena io sarei sceso dalla macchina lui si sarebbe dovuto fermare nella traversa, due traverse più sopra. Cosa che avvenne, al CALARESE io non spiegai quello che si doveva fare completamente, chiesi solamente di mettersi alla guida dell’auto, cosa che fece. Io arrivai alla Reluel, scesi, c’era l’autista del Di Blasi perché il Di Blasi era con una macchina blindata, lo salutai, entrai dentro la Reluel, là dentro c’era il Di Blasi, c’erano altri che io conoscevo da tempo perché quella è una zona dove io sono cresciuto, avevo la reggenza del clan. Entrai, stetti, insieme al RIZZO e a tutti gli altri assieme anche al Di Blasi, un quarto d’ora, venti minuti, parlando, scherzando, ridendo. Le mie intenzioni però erano quelle di ammazzarlo, non glielo feci capire, uscimmo fuori, lo salutai, salutai tutti, mentre lui stava salendo sulla macchina, io tirai fuori una pistola e gliela puntai al capo, sparai, ho premuto il grilletto e il colpo non è partito perché lo feci così piano che in una pistola a tamburo ci sono due scatti nel grilletto e fece solamente il primo scatto. Il Di Blasi si girò perché sentì la canna appoggiarsi alla testa, alla nuca e mi disse: ‘Che cosa stavi facendo?’, e io gli dissi: ‘Niente, sto scherzando’, gli sparai i primi due colpi, lui fece un paio di passi, cadde per terra e a circa 20, 30 centimetri gli sparai altri due colpi in testa. Siamo scappati io e RIZZO, nella traversa c’era la macchina con il CALARESE e il Catanzaro, ci siamo recati presso il COT, andando per la circonvallazione, ad un certo punto c’è un bivio dove si passa dietro le palazzine Primavera, che si arriva a Gravitelli, li feci fermare là, loro se ne andarono ed io presi la strada Acqua del Conte a piedi assieme al RIZZO, feci un 50 metri a piedi e poi salì insieme un centinaio di gradini e andai a casa di mia zia. Prima di entrare a casa, nascosi la pistola, entrai feci visita a mia zia tranquillo, sorridente, mi presi un caffè da mia zia, sono stato un po’ là. Dopodiché telefonai in un telefono dove trovai il PULLIA Carmelo, cognato di mio fratello, e gli dissi di venire a prendermi e lo stesso mi disse che non sapeva la casa di mia zia, e gli dissi di andare da mio fratello e farsi accompagnare da mio fratello, cosa che lui ha fatto. È venuto, dopodiché gli ho detto di accompagnare mio fratello e di ritornare con una sua macchina, lui lasciò mio fratello, ritornò con una sua macchina, mi disse che nel frattempo era stato fermato assieme a mio fratello dal capo della Squadra Mobile, dottor Montagnese, che lo stesso gli aveva detto che se mi incontravano di dirmi che mi voleva parlare, lo stesso gli fece cenno a quello che era successo e del perché mi voleva parlare. Il PULLIA me lo disse, io dalla stessa casa feci una telefonata al dottor Montagnese, parlai con lui, dopodiché chiusi il telefono e dallo stesso PULLIA mi feci accompagnare a casa di Scimone, un certo Giannini a Rometta, sono stato là, siamo stati un po’ là io, PULLIA e RIZZO. Lì ho incontrato a Ignazio Aliquò, Viena e un altro e siamo stati un po’ a parlare del più e del meno. Dopo un paio di ore ce ne siamo andati e lì abbiamo anche appreso la notizia che Di Blasi era morto perché uscì sul telegiornale dieci e mezza, undici, non ricordo bene.”.

MANCUSO ha poi precisato che né RIZZO né Catanzaro erano armati, e che ROMEO e CALARESE furono coinvolti pur non sapendo che MANCUSO aveva intenzione di uccidere Di Blasi. Al primo MANCUSO si era limitato a dare l’incarico di stazionare nella zona compresa tra Gravitelli e piazza Cairoli e di segnalare l’eventuale presenza di Di Blasi, cosa che il ROMEO fece indicando il negozio nel quale il Di Blasi si trovava. È probabile che rintracciatolo il MANCUSO gli avrebbe altresì affidato il compito di guidare l’autovettura, posto che era suo interesse avere accanto RIZZO Rosario al momento della consumazione dell’omicidio e Catanzaro non vedeva bene e non guidava neppure bene. Per questo motivo, non avendo trovato ROMEO, che si era allontanato dal bar Tulipano, MANCUSO diede l’incarico di mettersi alla guida al cognato di ROMEO, CALARESE Antonio, che si trovava nel locale e che eseguì il compito affidatogli conducendo l’autovettura, su cui insieme a MANCUSO si trovavano Catanzaro e RIZZO Rosario, ad un paio di traverse di distanza dal fabbricato nel quale si trovava il negozio della ditta “Reluel”. Dopo l’omicidio Catanzaro, che insieme a CALARESE aveva fatto ritorno al bar Tulipano, aveva incontrato COSTANTINO Giovanni ed era stato fermato insieme a lui, ma, secondo quanto MANCUSO ha ribadito in dibattimento, si era trattato di un incontro del tutto fortuito poiché il COSTANTINO era all’oscuro del piano omicida: dell’episodio, ricordato anche dal teste Gugliotta, si trae conferma documentale dalla annotazione di servizio dei componenti di una pattuglia della polizia di Stato, di cui è stata prodotta copia dal difensore di CALARESE Antonio all’udienza del 7.5.1999.

RIZZO Rosario, sentito nelle udienze del 15 febbraio e del 26 marzo 1999, ha indicato un’altra delle ragioni del contrasto che contrapponeva MANCUSO e lo stesso RIZZO Rosario, che gli si era alleato, agli altri gruppi della criminalità organizzata messinese dell’epoca, riferendo che SPARACIO, MARCHESE e Di Blasi si erano recati a Milano per trattare l’acquisto di un grosso quantitativo di droga, escludendo dalla trattativa MANCUSO e RIZZO e provocando il risentimento di questi che avevano subito provveduto a fare bloccare l’acquisto interessando Scimone Giovanni che aveva a sua volta preso contatti a tal fine con tale Isaia a Milano (la vicenda era già emersa nel corso del primo processo per l’omicidio Di Blasi ed è oggetto di ampie considerazioni nelle due sentenze acquisite, che ne offrono peraltro una interpretazione diversa ai fini della individuazione della causale del delitto e della determinazione dell’intensità del dolo).

Ha dichiarato quindi il RIZZO che l’omicidio era stato preceduto da un incontro a villaggio Aldisio presso l’abitazione di Mariella Sgroi, convivente di MANCUSO, a cui avevano preso parte lo stesso MANCUSO, Catanzaro, RIZZO e ROMEO Simone, al quale era stato dato incarico di controllare la zona della via Tommaso Cannizzaro da Gravitelli a piazza Cairoli e di segnalare la presenza del Di Blasi (che era solito frequentare nella zona un negozio di elettrodomestici, il cui titolare era suo cugino) telefonando all’utenza cellulare del MANCUSO e pronunciando la frase convenuta (“Giorgio il camion di tuo padre è qui a Gravitelli”). Ricevuta la segnalazione telefonica del ROMEO, MANCUSO, RIZZO e Catanzaro avevano raggiunto il quartiere di Gravitelli, trovandovi PULLIA Carmelo e CALARESE Antonio, i quali non conoscevano le intenzioni di MANCUSO. Queste intenzioni però le aveva sicuramente comprese dopo il CALARESE allorché era stato invitato a condurre l’autovettura Fiat TIPO su cui si trovavano MANCUSO, RIZZO e Catanzaro, dal momento che l’incarico non poteva essere affidato a quest’ultimo la cui capacità visiva era stata pregiudicata da un attentato subito in precedenza.

RIZZO ha escluso in dibattimento che PULLIA e CALARESE fossero presenti alla riunione in casa della Sgroi in cui era stato organizzato l’omicidio ed era avvenuta la distribuzione dei compiti, modificando la versione resa nel corso delle indagini preliminari. Il collaboratore ha attribuito la divergenza ad una sua confusione, precisando poi, anche nel corso del controesame, che tanto CALARESE che PULLIA erano stati informati del progetto omicida non appena MANCUSO e gli altri li avevano raggiunti a Gravitelli. Adeguandosi alle dichiarazioni contenute nel verbale usato per le contestazioni RIZZO ha poi affermato di avere rifiutato l’offerta della pistola calibro 7,65 che gli era stata fatta dal PULLIA, che era pertanto rimasto armato presso il bar Tulipano a controllare l’eventuale sopraggiungere di qualche pattuglia delle forze dell’ordine. RIZZO ha poi descritto in maniera assai dettagliata l’uccisione del Di Blasi (“… siamo scesi io e MANCUSO dalla macchina e lui dice ‘me ne vado ragazzi, vi saluto’, e stava venendo il suo autista Luigi Perna con la macchina blindata. Mentre che MANCUSO mi guarda a me negli occhi che lui era girato che stava salutando e stava salendo sulla macchina gli punta la pistola nella testa, la 38 che era sua quella, gli punta quella pistola e non parte subito il colpo della pistola. Gli punta la pistola nella nuca […] puntando la pistola nella nuca non è partito subito il colpo, ha fatto tic, lui si gira il Di Blasi dicendo ‘compare, cosa state facendo?’, dice ‘sto scherzando, compare’, e gli parte il primo colpo e lo prende nel fianco. Mentre che lui diciamo va indietro il MANCUSO gli spara frontale, l’ha preso nel fianco, nel petto mi sembra, io sempre vicino a lui come se fosse che sparavo pure io, come cade per terra gli punto la pistola nella fronte e lì pure io mi sono abbassato come se fosse che sparavo pure io e ci puntavo la pistola nella fronte e gli è uscito pure il cervello di fuori gli è uscito a Di Blasi ...”); ha altresì dichiarato che PULLIA era poi passato dall’abitazione della zia di MANCUSO, conducendo i due a casa di Scimone Giovanni, nei pressi di Torregrotta, in cui si erano poi trattenuti per alcuni giorni. Anche RIZZO ha escluso categoricamente che COSTANTINO Giovanni, condannato in base alle dichiarazioni di altri collaboratori, abbia avuto un ruolo nell’omicidio Di Blasi.

SPARACIO Luigi, sentito nelle udienze del 3 marzo, 16 e 17 aprile 1999, ha spiegato che l’omicidio, così come gli aveva confermato lo stesso MANCUSO per telefono, era scaturito dal fatto che Di Blasi aveva manifestato le sue intenzioni ostili nei confronti di MANCUSO. Quest’ultimo fu avvisato della presenza di Di Blasi all’interno del negozio di elettrodomestici “Reluel” e vi si recò armato in compagnia di Catanzaro e RIZZO Rosario, mentre altri componenti del gruppo “Mancuso” stazionavano nelle vicinanze e controllavano la zona. La presenza di MANCUSO e degli altri era stata notata dai dipendenti dell’esercizio, che intendevano avvertire le forze dell’ordine, ma ne erano stati dissuasi dallo stesso Di Blasi. Questi aveva tentato di salire sulla sua autovettura blindata, ma ne era stato impedito da MANCUSO e RIZZO con i quali aveva ingaggiato una breve colluttazione conclusa dagli spari di MANCUSO. Dell’omicidio lo SPARACIO aveva appreso telefonicamente la notizia dal cugino Villari mentre si trovava a Roccalumera, e da quel momento era stata avviata una serie di contatti telefonici con i rappresentati degli altri gruppi, poiché dopo l’uccisione di Di Blasi era interesse di tutti riunirsi al più presto e decidere il tipo di atteggiamento da assumere. Delle modalità esecutive dell’omicidio invece lo SPARACIO ha dichiarato di avere appreso dall’autista di Di Blasi, da Bernava, titolare del negozio di elettrodomestici, e da altre persone presenti di cui non ha indicato l’identità.

CASTORINA Pasquale, sentito all’udienza del 12 dicembre 1998, ha riferito di avere appreso personalmente dall’autista di Di Blasi, Luigi Perna, le modalità esecutive del fatto di sangue, avvenuto davanti al negozio “Reluel”, mentre successivamente, nel corso della riunione tenutasi il giorno dopo, in cui tutti i rappresentanti dei gruppi decretarono di fare “terra bruciata” attorno a MANCUSO e RIZZO, fu SPARACIO ad aprire la discussione annunziando che l’omicidio era stato commesso da MANCUSO Giorgio e RIZZO Rosario, sui quali peraltro erano subito ricaduti i sospetti di tutti essendo notori i dissapori che li contrapponevano al Di Blasi.

Anche VENTURA Salvatore, sentito il 17 marzo 1999, ha riferito di avere appreso da SPARACIO che a commettere l’omicidio erano stati MANCUSO e RIZZO.

MARCHESE Mario, sentito nelle udienze del 19 febbraio e 2 aprile 1999, ha ulteriormente arricchito il quadro dei contrasti che avevano segnato il progressivo deterioramento dei rapporti tra MANCUSO e Di Blasi, riferendo un episodio che era emerso anche in occasione del primo processo per l’omicidio Di Blasi (v. pp. 19 – 20 della sentenza della Corte di Assise di appello). La convivente del MANCUSO, tale Sgroi Mariella, intesa Cicciolina, si era recata in un negozio di abbigliamento di tale D’Angelo, ubicato nei pressi del carcere di Gazzi, pretendendo di prelevare della merce senza pagarla ed approfittando a tal fine della fama criminale del proprio uomo. Incontrata l’opposizione del D’Angelo, che aveva fatto presente di essere sotto la “protezione” di CASTORINA e Di Blasi, la donna aveva riferito l’accaduto al MANCUSO e quest’ultimo aveva finito per litigare con Di Blasi e CASTORINA che il titolare dell’esercizio aveva convocato presso il negozio per un incontro chiarificatore.

MARCHESE ha probabilmente sopravvalutato l’episodio indicandolo coma la “causale” dell’omicidio Di Blasi, ma sembra plausibile ritenere, come lo stesso collaboratore ha lasciato intendere, che l’aggressività dimostrata nell’occasione da MANCUSO avesse allarmato non poco Di Blasi, convincendolo che il MANCUSO aveva ormai percepito l’ostilità nei suoi confronti e che non era perciò da escludersi una sua eventuale imminente azione di carattere preventivo.

Interpellato in ordine all’identità degli autori materiali dell’omicidio Di Blasi, MARCHESE ha poi indicato MANCUSO Giorgio, Catanzaro Gaetano, COSTANTINO Giovanni, cognato di MANCUSO, e RIZZO Rosario, escludendo espressamente il coinvolgimento di ROMEO e CALARESE. Anche MARCHESE ha indicato come propria fonte di conoscenza in ordine alle modalità dell’omicidio l’autista del Di Blasi, Luigi Perna.

In relazione alle altre risultanze dibattimentali è stata disposta ai sensi dell’art. 507 c. p. p. la citazione di Sgroi Mariella, già convivente di MANCUSO Giorgio, ma la stessa, convocata all’udienza del 7 maggio 1999, ha dichiarato di volersi astenere dal rispondere, esercitando la facoltà scaturente dall’art. 199, 3° comma, lett. a), c. p. p., sicché è stata successivamente data lettura delle dichiarazioni rese dalla Sgroi nel dibattimento relativo al primo processo per l’omicidio Di Blasi, all’udienza del 31.5.1993[1] (e non nel processo Peloritana Uno, come erroneamente è stato indicato nel verbale di udienza del 17 maggio 1999).

Premesso di avere convissuto con il MANCUSO per circa un anno, la Sgroi ha ricordato in quella sede che il 15 maggio 1991 stava poco bene di salute, tanto da essere costretta a farsi accompagnare al pronto soccorso perché affetta da una febbre molto alta (41 gradi). In ospedale, dove era stata condotta intorno alle ore 15 o 15,30 da un giovane di nome Franco, aveva rivisto in compagnia di due amici il MANCUSO, che aveva trascorso la mattinata a casa e se ne era poi allontanato. La circostanza del disturbo di salute della Sgroi è stata espressamente confermata nel corso del controesame da RIZZO Rosario, che ha precisato che si trattava di un problema alla tiroide. Ha poi riferito la Sgroi che verso le ore 16 aveva fatto ritorno a casa, e così anche MANCUSO, che era in compagnia di Sarino RIZZO. Dopo un po’ di tempo, ricevuta una comunicazione sul proprio telefono portatile (il cui numero, 0337/886507, la teste aveva ricordato durante le indagini preliminari), MANCUSO si era allontanato con il RIZZO a bordo di una Fiat TIPO scura che gli era stata prestata da Pellegrino Salvatore. Successivamente la Sgroi era stata condotta in Questura e le era stato chiesto dove fosse il MANCUSO, che non avrebbe più rivisto così come il RIZZO. In quel periodo MANCUSO, che disponeva di un’Alfa Romeo 164, frequentava abitualmente il RIZZO, tale Tanino (probabilmente la Sgroi si riferisce a Catanzaro Gaetano) ed il cognato COSTANTINO Giovanni, inteso stalieddu. La Sgroi ha però escluso che il COSTANTINO quel giorno fosse in compagnia di MANCUSO, con cui si trovava invece RIZZO Rosario.

Il complesso delle risultanze acquisite non è sufficiente, ad avviso di questa Corte, ad affermare la responsabilità degli imputati.

L’accusa nei confronti di ROMEO e CALARESE per quanto riguarda il coinvolgimento nell’omicidio di Di Blasi Domenico, e nei confronti di PULLIA Carmelo per quanto attiene al reato di favoreggiamento che sarebbe stato commesso dopo l’omicidio a vantaggio di MANCUSO e RIZZO, poggia evidentemente soltanto sulle dichiarazioni dei due esecutori materiali già giudicati e condannati per questo fatto di sangue: ed è irrimediabilmente compromessa dalle contraddizioni e dalle incongruenze che contraddistinguono queste dichiarazioni.

Quanto a ROMEO, MANCUSO ne ha affermato la presenza all’incontro con RIZZO Rosario e Catanzaro Gaetano che precedette l’omicidio e nel corso del quale allo stesso ROMEO fu affidato il compito di sorvegliare la zona compresa tra piazza Cairoli ed il rione Gravitelli allo scopo di rilevare l’eventuale presenza di Di Blasi Domenico e di segnalarla telefonicamente al MANCUSO. Affermando più di una volta che tanto il ROMEO che il CALARESE erano dei bravi ragazzi che si trovarono coinvolti loro malgrado nella vicenda esclusivamente per colpa sua e che di regola non erano mai informati di ciò che si doveva fare, MANCUSO ha badato a minimizzare in dibattimento il ruolo di ROMEO, lasciando intendere che compito del medesimo era quello di segnalare la presenza di Di Blasi e di indicare dove si trovasse ed eventualmente l’autovettura su cui si spostava; e sebbene il MANCUSO gli avesse chiesto di aspettare per indicargli esattamente dove si trovava Di Blasi e probabilmente per affidargli la guida dell’autovettura alla quale non poteva mettersi il Catanzaro, il ROMEO non fu successivamente trovato a Gravitelli, presso quel bar Tulipano che costituiva il luogo di ritrovo abituale degli affiliati al gruppo. Anche secondo RIZZO il ROMEO prese parte alla riunione preparatoria presso la casa di Mariella Sgroi e gli fu affidato il compito di segnalare telefonicamente la presenza del Di Blasi: peraltro la circostanza che fosse stato convenuto il contenuto di una frase convenzionale per segnalare la presenza di Di Blasi lascia intendere con maggiore chiarezza che il ROMEO, secondo RIZZO, era ben consapevole che l’interesse di MANCUSO ad essere informato della presenza di Di Blasi era da porre in relazione con un progetto omicida.

Secondo MANCUSO il coinvolgimento di CALARESE fu invece un fatto del tutto accidentale, scaturito dal mancato incontro con il cognato ROMEO e dalla esigenza di tenere con sé RIZZO Rosario perché lo affiancasse al momento dell’omicidio e di affidare al tempo stesso a qualcuno che fosse più efficiente di Catanzaro la guida dell’autovettura per portarsi nelle vicinanze del negozio all’interno del quale era stata segnalata la presenza di Di Blasi. Come aveva già sostenuto nel corso delle indagini preliminari MANCUSO ha categoricamente escluso che il CALARESE fosse al corrente delle sue intenzioni o che ne fosse venuto a conoscenza durante il tragitto tra il bar Tulipano ed il negozio della ditta Reluel.

Molto più tormentate in proposito si sono rivelate le dichiarazioni di RIZZO Rosario, il quale in un primo momento in dibattimento ha dichiarato che CALARESE Antonino e PULLIA Carmelo (del quale il MANCUSO non aveva parlato) si trovavano a Gravitelli quando era sopraggiunto il terzetto costituito da MANCUSO, RIZZO e Catanzaro, ma erano all’oscuro del progetto omicida; CALARESE tuttavia lo aveva certamente intuito quando gli fu chiesto di mettersi alla guida dell’autovettura. Gli è stato allora contestato il contenuto delle dichiarazioni rese nel corso delle indagini preliminari, allorché aveva riferito che PULLIA e CALARESE erano presenti alla riunione preparatoria svoltasi in casa della Sgroi a villaggio Aldisio, ed a tale incontro avevano preso parte attivamente, assumendosi il ruolo di stazionare (il PULLIA armato con una pistola calibro 7,65 con matricola abrasa) nei pressi del bar Tulipano di Gravitelli in attesa del momento in cui il ROMEO avrebbe segnalato a MANCUSO e agli altri il luogo in cui si trovava il Di Blasi.

Prendendo atto della contestazione, ma senza confermare le dichiarazioni rese nel corso delle indagini preliminari, RIZZO ha in un primo momento dichiarato che l’affermazione della presenza di PULLIA e CALARESE a casa della Sgroi nasceva da confusione, precisando subito dopo che tanto l’uno che l’altro avevano intuito ciò che doveva succedere alla vista di MANCUSO e degli altri (“… siccome quando io ho fatto quella dichiarazione famosa su questo omicidio qua, sì loro frequentavano la casa diciamo di Mariella Sgroi, io mi sono confuso su quella parte là, perché il CALARESE e il PULLIA non è che erano presenti quando noi abbiamo fatto il discorso per uccidere il Di Blasi, per coscienza lo debbo dire, ma bensì dopo loro l’hanno saputo che doveva essere ucciso il Di Blasi. PM: Ma la mattina dell’omicidio l’hanno saputo o no? IMPUTATO: No, lo sapevano di sera. PRESIDENTE: Di sera dopo o prima? IMPUTATO: Esattamente di sera quando il Simone ci telefona stiamo partiti dal Villaggio Aldisio a Gravitelli, lì abbiamo visto a PULLIA e a CALARESE e lì hanno capito che noi dovevamo uccidere a Di Blasi e così è venuto solo CALARESE con noi.”). Sotto l’incalzare delle ulteriori contestazioni del Pubblico Ministero RIZZO ha poi aggiunto che CALARESE e PULLIA erano stati espressamente informati del progetto omicida, e ciò era avvenuto per il primo quando gli era stato chiesto di condurre l’autovettura nelle vicinanze del negozio dove si trovava il Di Blasi, mentre il PULLIA era stato avvisato nel momento in cui gli fu affidato il compito di stazionare davanti al bar di Gravitelli allo scopo di segnalare l’eventuale arrivo di qualche pattuglia delle forze dell’ordine (“… ci dissi ‘Carmelo vedi che stiamo ammazzando a Di Blasi’, MANCUSO invece non aveva parlato con lui, gliel’ho detto io a PULLIA, ci dissi ‘statti docu e controlla ‘a situazioni’. Però sul momento gliel’ho detto io …”), ed aveva allora offerto a RIZZO la propria pistola calibro 7,65 che RIZZO restituì poiché secondo MANCUSO era sufficiente la calibro 38 da lui detenuta per commettere l’omicidio.

È evidente che in dibattimento il RIZZO ha operato, per l’usare l’espressione del Pubblico Ministero, una vera e propria “marcia indietro”, ispirata presumibilmente dalla volontà di ridimensionare il ruolo di PULLIA, per il quale tuttavia le accuse mosse in precedenza da RIZZO erano rimaste isolate tanto da indurre il Pubblico Ministero correttamente ad escludere una responsabilità a titolo di concorso nell’omicidio, e soprattutto di CALARESE, allineandosi, sotto questo profilo, alla versione del MANCUSO. Va peraltro rilevato che per CALARESE, prendendo atto della discrepanza tra le dichiarazioni di RIZZO e quelle di MANCUSO, era stata già rigettata la richiesta di misura cautelare, avendo il GIP ritenuto che a suo carico era ipotizzabile eventualmente solo una responsabilità di grado minore, ex art. 378 c. p., connessa alle attività compiute successivamente all’omicidio, posto che il contributo dato in precedenza, ignorando il progetto omicida di MANCUSO e RIZZO, si era esaurito nel momento in cui, arrestata l’autovettura, il CALARESE avrebbe acquisito la consapevolezza delle intenzioni criminose delle persone da lui trasportate.

Preso atto della conferma, da parte di MANCUSO, della versione resa in precedenza, le gravi incertezze manifestate da RIZZO Rosario in dibattimento e l’abbandono del tutto ingiustificato della posizione assunta nel corso delle indagini preliminari appaiono alla Corte non agevolmente superabili e, anche alla luce delle risultanze del processo già definito, finiscono per ripercuotersi sull’intera prospettazione accusatoria e sulla attendibilità delle dichiarazioni di MANCUSO e RIZZO laddove indicano l’identità di coloro che li affiancarono in occasione della consumazione dell’omicidio di Di Blasi Domenico.

È infatti necessario ricordare che nessuna delle altre fonti di accusa indica quali complici di MANCUSO e RIZZO i due imputati ROMEO e CALARESE. Il loro presunto coinvolgimento non era emerso nel corso del primo processo, e lo stesso MANCUSO, ammettendo alla fine del giudizio di appello la propria responsabilità, non vi aveva fatto alcun riferimento, mentre RIZZO, la cui collaborazione con la giustizia ebbe inizio nello stesso periodo (v. sentenza della Corte di assise di appello del 22.7.1994, p. 31), non aveva neppure avuto modo di essere esaminato dai giudici di secondo grado in questa sua nuova veste.

All’odierno dibattimento né SPARACIO né MARCHESE hanno fatto il nome di CALARESE e ROMEO, il secondo escludendo espressamente un loro coinvolgimento su precisa domanda del Pubblico Ministero. Si potrebbe obiettare che la peculiarità del ruolo attribuito ai due odierni imputati è compatibile con una conoscenza limitata del loro coinvolgimento, posto che, secondo l’accusa, nessuno dei due si sarebbe avvicinato a Di Blasi o al negozio di elettrodomestici, sicché la loro presenza non avrebbe potuto essere rilevata da coloro che SPARACIO e MARCHESE hanno indicato come proprie fonti (si tratta dell’autista del Di Blasi, Perna Luigi, e del titolare del negozio Bernava). E tuttavia le risultanze del primo processo e la ricostruzione dell’agguato contenuta nelle sentenze citate impongono molta cautela nella valutazione delle dichiarazioni di RIZZO e MANCUSO, che sono peraltro apparsi entrambi molto rammaricati del fatto che non siano stati già una volta ritenuti credibili (specificamente in ordine alla partecipazione all’omicidio del cognato di MANCUSO, COSTANTINO Giovanni), tanto da attribuire a questa ragione la severità della condanna riportata (soprattutto da MANCUSO) e la mancata concessione di ulteriori misure premiali connesse allo status di collaboratori.

Si legge infatti nella sentenza di primo grado che MARCHESE Mario, chiamato a ricostruire con maggiore ricchezza di particolari, rispetto a quanto gli sia stato consentito in questo dibattimento, le varie fasi dell’omicidio così come riferitegli dall’autista di Di Blasi, aveva dichiarato che MANCUSO e RIZZO, al loro arrivo nei pressi del negozio di elettrodomestici, erano scesi da un’autovettura Lancia Delta di colore bianco su cui si trovavano anche COSTANTINO Giovanni e Catanzaro Gaetano, della cui partecipazione il MARCHESE aveva avuto successivamente conferma anche da Scimone Giovanni presso la cui abitazione di Venetico MANCUSO e RIZZO si erano rifugiati la sera stessa dell’omicidio (pp. 14 – 15). È agevole rilevare l’incompatibilità di una tale circostanza con l’intera prospettazione accusatoria, poiché, a parte il coinvolgimento di COSTANTINO, negato tenacemente da MANCUSO e RIZZO, le modalità riferite non lasciano alcuno spazio al ruolo di accompagnatore, consapevole o meno, attribuito a CALARESE.

Va ancora rilevato che la circostanza appena indicata si salda invece perfettamente, inducendo ulteriori perplessità sulla genuinità della versione di MANCUSO e RIZZO, con quanto nel corso di quel primo processo aveva riferito il collaboratore di giustizia Fresco Alfredo, già legato da rapporti di amicizia con MANCUSO emersi anche in questo dibattimento, il quale nel pomeriggio del 15.5.1991 si trovava in casa di Sgroi Mariella a villaggio Aldisio, dove si trovavano in attesa della telefonata che segnalasse la presenza di Di Blasi, oltre a MANCUSO e RIZZO, anche COSTANTINO e Catanzaro; i quattro, appena arrivata la notizia, si sarebbero allontanati a bordo di due autovetture, una Lancia Delta e una Fiat di Pellegrino Paolo (v. sentenza d’appello, pp. 24, 33). È evidente che la presenza fin dall’inizio di un quarto elemento, in grado di svolgere il compito che secondo MANCUSO e RIZZO non avrebbe potuto essere affidato a Catanzaro, indebolisce l’accusa nei confronti di CALARESE, fondata sulla pretesa esigenza di trovare un guidatore affidabile allo scopo di percorrere le poche centinaia di metri che separano il luogo dell’appuntamento con il ROMEO da quello in cui avrebbe dovuto trovarsi il Di Blasi.

Ma a questo punto è l’intera ricostruzione proposta da RIZZO e MANCUSO relativamente al ruolo dei due odierni imputati a suscitare ineludibili perplessità sotto il profilo della logica dei fatti e del rispetto di quelle esigenze organizzative che certamente, secondo la stessa prospettazione accusatoria, imponeva l’uccisione di un personaggio del calibro di Di Blasi Domenico. Ci si chiede infatti per quale ragione, ricevuta telefonicamente la notizia della presenza di Di Blasi presso il negozio della Reluel, MANCUSO e gli altri, impiegato già il tempo necessario ad attraversare la tangenziale tra gli svincoli di viale Gazzi e Camaro e quindi l’ulteriore tratto di strada che separa Camaro dal quartiere Gravitelli, avrebbero dovuto recarsi al bar Tulipano, perdendo altri minuti preziosi e correndo concretamente il rischio che il Di Blasi si allontanasse dalla zona, dal momento che al ROMEO non era stato affidato l’incarico di segnalare gli eventuali ulteriori spostamenti dell’obiettivo; ed ancora, posto che al ROMEO non pare fosse stato dato un vero e proprio appuntamento e che lo stesso non era stato avvertito dell’esigenza di condurre l’autovettura, è possibile ritenere che MANCUSO e RIZZO, già determinati, probabilmente anche per il valore simbolico della cosa, a presenziare entrambi all’uccisione di Di Blasi, si muovessero senza avere alcuna garanzia in ordine alla presenza di un quarto componente del gruppo di fuoco idoneo a svolgere il compito che non poteva essere affidato a Catanzaro ?

In presenza di queste incongruenze logiche l’ipotesi che MANCUSO e RIZZO continuino a riferire una versione di comodo diretta a coprire le responsabilità di altre persone, per quanto non verificabile, non appare del tutto infondata: oltre al cognato di MANCUSO, la cui partecipazione ai fatti è stata definitivamente accertata in esito al primo processo anche in base ad elementi ulteriori rispetto alle dichiarazioni dei collaboratori di cui MANCUSO e RIZZO contestano vivacemente la veridicità, non può escludersi che delle dichiarazioni dei due collaboratori possano beneficiare anche altri, come ad es. qualche dipendente della stessa ditta Reluel, una dei quali il RIZZO ha ricordato essere stata assunta grazie all’interessamento di MANCUSO, che avrebbero potuto sicuramente tenere informato il MANCUSO non solo della presenza di Di Blasi, ma anche di eventuali ulteriori sviluppi. La Corte ha in proposito tentato una verifica, disponendo l’acquisizione dei tabulati relativi al traffico telefonico concernente l’utenza radiomobile intestata a MANCUSO Giorgio per il periodo 1.5/31.5.1991, ma l’accertamento, dato il tempo trascorso, non è stato possibile (avendo la Telecom comunicato con nota del 10.5.1999 che i dati relativi erano stati già cancellati in ossequio alla normativa vigente).

D’altra parte anche MANCUSO Giorgio, determinatosi a confessare di essere l’autore materiale dell’omicidio, aveva riferito in quel primo processo di essersi allontanato dall’abitazione della Sgroi insieme a RIZZO Rosario e su di una Lancia Delta condotta da Vento Giuseppe (ibidem, p. 24).

Ulteriori elementi di perplessità, che finiscono per comunicarsi all’intera prospettazione accusatoria, scaturiscono poi dalla circostanza, che MANCUSO ha attribuito ad una mera casualità, che l’equipaggio di una volante della polizia di Stato poco dopo l’omicidio intercettò nella parte alta della via Tommaso Cannizzaro, all’inizio del rione Gravitelli, una Fiat Croma a bordo della quale si trovavano Catanzaro Gaetano e COSTANTINO Giovanni, il cui abbigliamento peraltro corrispondeva a quello della coppia di giovani invano inseguiti subito dopo la consumazione dell’omicidio da due carabinieri che erano stati richiamati dal fragore degli spari (copia della relativa annotazione di servizio è stata prodotta dal difensore di CALARESE all’udienza del 7.5.1999, e si trova allegata anche alla carpetta degli atti relativi al capo 18; lo stesso difensore ha prodotto copia di un’altra annotazione di servizio relativa al contenuto di una telefonata anonima, pervenuta in Questura alle ore 18 del giorno dell’omicidio, con cui l’interlocutrice segnalava l’allontanamento dal luogo dell’omicidio di due persone vestite in modo analogo).

Sempre dalla sentenza con cui si concluse il secondo grado del giudizio a carico di RIZZO e MANCUSO emerge un ulteriore particolare sul quale in quella sede aveva riferito SPARACIO Luigi, che il MANCUSO latitante aveva raggiunto telefonicamente perché intervenisse su alcune delle persone che erano presenti al momento dell’omicidio; risulta infatti che uno dei titolari del negozio raccontò allo SPARACIO che, mentre il Di Blasi si trovava all’interno dell’esercizio commerciale, uno dei suoi dipendenti aveva segnalato la presenza all’esterno di MANCUSO Giorgio, RIZZO Rosario, COSTANTINO Giovanni e Catanzaro Gaetano (p. 35).

Quest’insieme di elementi pregiudica in maniera irrimediabile l’attendibilità delle accuse mosse da MANCUSO e RIZZO agli odierni imputati.

A fronte delle incongruenze segnalate non appare sufficiente il rinvio a considerazioni di ordine puramente logico, come la necessità che un delitto di tale importanza coinvolgesse una pluralità di soggetti con ruoli diversi, o l’accertata appartenenza di CALARESE, ROMEO e PULLIA al gruppo “Mancuso”; né ovviamente giovano altre risultanze processuali di analoga consistenza, come, ad es., il generico riferimento di PIETROPAOLO Pasquale, che, senza precisare la fonte di questa sua conoscenza all’udienza del giorno 11 dicembre 1998, ha indicato PULLIA Carmelo, Catanzaro Gaetano e qualche altro affiliato come coautori dell’omicidio Di Blasi.

Se infatti il dato dell’appartenenza al gruppo “Mancuso” dei tre imputati, pur emergendo da una molteplicità di fonti convergenti nell’ambito di questo processo, non ha significato univoco con riferimento alla partecipazione al fatto di sangue, sotto il primo dei profili indicati è certo che un omicidio come quello in esame, deliberato nei confronti di uno degli esponenti più in vista della criminalità organizzata messinese, con le conseguenze che avrebbe avuto – come ha effettivamente avuto – sui futuri assetti dei gruppi mafiosi che operavano sul territorio, sul predominio che i clan contrapposti si ripromettevano di esercitare l’uno a scapito dell’altro, sulle alleanze e sulle vendette che ne sarebbero scaturite, non poteva non essere meticolosamente organizzato, con la rigorosa assegnazione a tutte le persone coinvolte di un ruolo ben preciso e con il coinvolgimento di più appartenenti al gruppo che aveva deliberato l’uccisione per evitare il più possibile vuoti di esecuzione e per non affidarsi alla casualità ed all’accidentalità degli eventi: ciò peraltro va ritenuto, è doveroso aggiungere, compatibilmente con la particolare natura del MANCUSO, il cui spiccato protagonismo, ben manifestato anche dalla disinvoltura e dalla sicurezza dimostrate in dibattimento nel corso dell’esame, mal si concilia probabilmente con programmi troppo rigidi o eccessive parcellizzazioni dei ruoli. E tuttavia l’esatta considerazione illustrata dal Pubblico Ministero non giova ad accreditare automaticamente la verosimiglianza della versione fornita da RIZZO e MANCUSO, che mostra invece proprio delle lacune organizzative e delle incongruenze logiche non compatibili con la meticolosità e l’attenzione che è ragionevole attendersi data l’importanza dell’impresa.

Conseguentemente CALARESE Antonio, ROMEO Simone e PULLIA Carmelo devono essere tutti assolti per non avere commesso il fatto dai reati a loro rispettivamente ascritti sotto il capo 18 della rubrica.



[1] Anche alla luce dell’interpretazione autorevolmente fornita da Corte cost. 16 maggio 1994, n. 179, secondo cui l’art. 512 c. p. p. non preclude la lettura delle dichiarazioni rese nel corso delle indagini preliminari da prossimi congiunti dell’imputato che si siano avvalsi al dibattimento della facoltà di non rispondere.