Le due vicende descritte ai capi 27 e 28 della
rubrica, e cioè il tentato omicidio di Catanzaro Gaetano e l’omicidio di
Bombara Giuseppe, appaiono nella prospettazione accusatoria intimamente connesse
e questo collegamento è emerso con ancora maggiore evidenza nel corso del
dibattimento alla luce dei risultati dell’istruzione
relativa alle prove originariamente indicate, comprendenti, ad es. anche il
contributo di COSTANTINO Giovanni, divenuto collaboratore di giustizia dopo la
notifica dell’ordinanza di custodia cautelare, e dell’attività di
integrazione probatoria disposta dalla Corte ai sensi dell’art. 507 c. p. p.,
dalla quale il tentato omicidio di Catanzaro Gaetano e l’omicidio di Bombara
Giuseppe che lo presuppone sono stati tra gli episodi maggiormente interessati.
La stretta relazione tra le due vicende si è
peraltro rivelata determinante per fare emergere la stessa realtà storica del
tentato omicidio di Catanzaro Gaetano, che era rimasto sconosciuto alle forze
dell’ordine, avendo la presunta vittima omesso di denunziarlo, come è regola
che avvenga in determinati ambienti per i fatti che non producono conseguenze di
rilievo, e preferito avviare una personale attività “investigativa” diretta
alla individuazione e soppressione dell’autore materiale del fatto di sangue e
alla scoperta del mandante.
La peculiare situazione (di fatto originariamente
non denunziato) spiega la centralità che inizialmente hanno assunto in
dibattimento le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia ai fini della
ricostruzione dell’intera vicenda, riguardante, unitariamente, la scomparsa di
Bombara Giuseppe e l’attentato a Tanino Catanzaro che di quella scomparsa fu
la causa.
Sull’episodio in questione hanno riferito in
dibattimento ARNONE Marcello, LA TORRE Guido, SPARACIO Luigi, MARCHESE Mario, De
Francesco Paolo e COSTANTINO Giovanni.
ARNONE Marcello, sentito all’udienza del 24 marzo
1999, ricondotto anche il tentato omicidio di Catanzaro Gaetano alla strategia
di attacco al gruppo “Mancuso – Rizzo”, ha ricordato di avere incontrato
sia pure per pochi istanti l’autore materiale dell’attentato, un giovane di
nome Bombara, che gli era stato presentato a Rodia presso la villa di SPARACIO
Luigi come un elemento capace di commettere l’omicidio. In compagnia di
Bombara si trovava tale Nino nasca,
soprannome di Antonino LEONARDI, che l’ARNONE, confermando in seguito alla
contestazione le dichiarazioni di cui al verbale del 3.2.1993, ha accusato di
essere coinvolto nell’attentato. A commettere materialmente l’agguato era
stato tuttavia il solo Bombara, che aveva raggiunto il Catanzaro mentre questi
stazionava all’interno di un bar, lo stesso all’interno del quale fu poi
successivamente ucciso, e lo aveva affrontato con la pistola in pugno a cui
aveva però dimenticato di togliere la sicura: essendosi il Catanzaro accorto
delle intenzioni dell’aggressore, ne era nata una colluttazione al termine
della quale il Catanzaro era riuscito a fuggire illeso. ARNONE ha infine
ricordato che aveva appreso in carcere da BONASERA Angelo e LA TORRE Guido i
particolari della vicenda, e la circostanza della comune detenzione di ARNONE e
BONASERA per alcuni mesi nel 1992 all’interno della stessa cella (la n. 50)
del secondo piano del reparto camerotti del carcere di Gazzi è stata
positivamente riscontrata nell’ambito degli accertamenti disposti dal Pubblico
Ministero sulla scorta delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia (v. la
deposizione del teste Sciacca, sentito all’udienza del 5.12.1997, e la nota
della direzione della casa circondariale di Messina del 3.4.1993, prodotta in
copia dal Pubblico Ministero all’udienza del 28.4.1992 ed allegata alla
carpetta degli atti relativi al capo 28).
LA TORRE Guido, sentito il 19 marzo 1999, ha
confermato la matrice dell’attentato, posto in essere nel quadro della
strategia portata avanti dai gruppi coalizzati “Ferrara”, “Sparacio”,
“Marchese” e “Galli” contro il gruppo “Mancuso – Rizzo”, ed
organizzato da LEONARDI Antonino, cognato di Leo Giuseppe, che nutriva
personalmente rancore nei confronti di MANCUSO autore dell’omicidio del Leo.
L’attentato era fallito in quanto la pistola si era inceppata e Catanzaro era
fuggito illeso, ma l’esecutore materiale, un giovane di nome Bombara che era
figlioccio di LEONARDI, era stato successivamente ucciso da elementi del gruppo
“Mancuso” che ne avevano fatto sparire il corpo. Confermando quanto aveva
dichiarato nel corso delle indagini preliminari e smentendo ciò che aveva
affermato in un primo momento in dibattimento indicando in BONASERA Angelo la
fonte delle proprie conoscenze in proposito, LA TORRE ha riferito che del
fallito attentato aveva appreso qualche giorno dopo da SPARACIO Luigi o dal
cugino di questi Villari Antonino o da GUARNERA Lorenzo, nel corso di un
incontro presso l’abitazione del cognato GIORGIANNI Salvatore.
Anche in ordine a questo capo di imputazione
BONASERA Angelo, convocato ai sensi dell’art. 195 c. p. p. perché indicato
come fonte di conoscenza tanto da ARNONE Marcello che da LA TORRE Guido, si è
avvalso della facoltà di non rispondere, non mancando di ostentare
significativamente tutto il proprio disappunto nei confronti dei collaboratori
di giustizia da cui era stato chiamato in causa (“Io
voglio dire soltanto una cosa, che a questi signori non gli ho raccontato mai
niente perché io non so niente, e per me sono quattro imbroglioni e
tragediatori che mi stanno consumando a me e a tutti.”).
SPARACIO Luigi ha dichiarato (udienze del 3 marzo e
del 17 aprile 1999) che LEONARDI Antonino, cognato di Leo Giuseppe, era andato a
trovarlo nel periodo estivo presso la casa di Rodia, manifestandogli la sua
intenzione di uccidere Catanzaro Gaetano per vendicare la morte del cognato (di
cui riteneva responsabile anche il Catanzaro). LEONARDI Antonino ha ammesso nel
corso delle dichiarazioni spontanee (ud. 3.5.1999) di essersi recato a casa di
SPARACIO ma per tutt’altra ragione (avrebbe cercato di incontrare il BONASERA
per il passaggio di proprietà di un’autovettura). Secondo il racconto di
SPARACIO LEONARDI temeva altresì di essere un possibile obiettivo di MANCUSO
Giorgio, con il quale aveva già litigato e di cui gli era noto il piano diretto
alla eliminazione di tutti gli elementi che erano rimasti fedeli a Leo Giuseppe.
Per eseguire l’attentato, in ordine al quale aveva chiesto ed ottenuto
l’assenso e l’appoggio morale di SPARACIO, il LEONARDI si era servito di un
giovane incensurato abitante al villaggio Cumia ed occupato presso una
macelleria, tale Bombara, che aveva affrontato il Catanzaro all’interno di un
bar del villaggio Aldisio, che la vittima designata era solito frequentare, e
gli aveva esploso contro qualche colpo di pistola prima che l’arma si
inceppasse ed il Catanzaro riuscisse a fuggire.
MARCHESE Mario, sia pure manifestando una certa
difficoltà a ricordare con chiarezza quanto dichiarato nel corso delle indagini
preliminari (interrogatori del 13.7.1993 e del 9.11.1993), ha affermato (udienze
del 19 febbraio e 2 aprile 1999) che nell’estate del 1991 si era recato in
compagnia dei suoi affiliati Mulé e CUSCINÀ a Rodia presso la villa di
SPARACIO Luigi, incontrandovi, oltre al padrone di casa ed ai suoi affiliati
VINCI Rosario, BONASERA Angelo e De Luca Antonino, anche LEONARDI Antonino,
inteso nasca, cognato di Leo Giuseppe.
Sorpreso ed insospettito da questa presenza, MARCHESE era stato tranquillizzato
da SPARACIO in ordine alla collocazione criminale del LEONARDI, che in passato
era vicino ai Leo ma ormai era transitato tra gli affiliati dello stesso
SPARACIO, tanto da essere in procinto di organizzare un attentato ai danni di
Catanzaro Gaetano. Per l’attentato il LEONARDI aveva dato incarico ad un
giovane suo figlioccio, tale Bombara, che tuttavia non era riuscito
nell’impresa e aveva poi subito la rappresaglia di RIZZO Rosario e dello
stesso Catanzaro Gaetano, che ne avevano fatto seppellire il corpo nella zona
denominata delle “Quattro strade” come al MARCHESE aveva poi riferito Zito
Enzo, alludendo evidentemente alla zona collinare dei monti Peloritani adiacente
all’incrocio notoriamente indicato con la predetta denominazione (“Dorme
alle ‘quattro strade’…” sarebbe stata precisamente l’espressione
usata da Zito che MARCHESE si è limitato a confermare di avere riferito nel
corso dell’interrogatorio del 9.11.1993).
Molto più significativo è stato il contributo di
De Francesco Paolo, collaboratore di giustizia dal dicembre 1993, esaminato in
dibattimento ai sensi dell’art. 210 c. p. p. principalmente sulle due vicende
del tentato omicidio di Catanzaro Gaetano e dell’omicidio di Bombara Giuseppe.
Il De Francesco, che aveva un rapporto di amicizia
con SAMPERI Paolo, Catanzaro Gaetano, Vento Giuseppe, COSTANTINO Giovanni e gli
altri affiliati al gruppo di MANCUSO Giorgio (tra i quali ha menzionato
espressamente ROMEO, PULLIA e CALARESE Antonio), e per questa ragione
frequentava assiduamente il villaggio Aldisio ed il rione Gravitelli, ha
affermato (ud. 5.12.1997) che il giorno dell’attentato (verificatosi intorno
alle ore 14 o 15 di un giorno dell’estate del “91) si trovava al villaggio
Aldisio all’interno del bar D’Andrea, probabilmente intento a giocare a
carte con amici, mentre il Catanzaro era all’esterno in compagnia di Giovanni
COSTANTINO. Ad un tratto aveva avvertito un colpo di arma da fuoco e,
precipitatosi all’esterno insieme agli altri avventori, aveva avuto modo di
notare Catanzaro Gaetano che saliva precipitosamente su una Fiat
Croma insieme a COSTANTINO, il quale si poneva alla guida dell’autoveicolo
e ripartiva a gran velocità, allo scopo – avrebbe saputo successivamente il
De Francesco – di inseguire il giovane che aveva compiuto l’attentato e che
si era allontanato infilandosi in una traversa. L’equipaggio di una
“Volante” della Polizia era intervenuto sul posto qualche minuto dopo,
quando anche De Francesco si era allontanato, ma, secondo quanto il
collaboratore aveva successivamente appreso, non avrebbe constatato alcunché di
rilevante. Dopo un po’ di tempo, forse nella stessa serata, il De Francesco
aveva poi incontrato nei pressi del capolinea degli autobus del villaggio
Aldisio Catanzaro, COSTANTINO e SAMPERI, i quali commentavano il fatto (COSTANTINO
rivolto a Catanzaro avrebbe usato una espressione volgare per sottolineare il
fortunoso fallimento dell’attentato, nel corso del quale Catanzaro si era
vista puntare la pistola al volto), ed erano in cerca del giovane che aveva
sparato senza riuscire nell’impresa solo perché la pistola si era inceppata,
e la cui identità non era ancora nota a Catanzaro e SAMPERI.
Il De Francesco ha proseguito il suo racconto
affermando di avere appreso successivamente ed in maniera progressiva la verità
sulla sorte di questa persona, avendogli in un primo momento confidato il
SAMPERI di “avere un ragazzo sulla
coscienza” in quanto si era reso responsabile della sua morte: ciò era
avvenuto, tre giorni dopo l’incontro presso la fermata degli autobus (come De
Francesco ha precisato durante il controesame in seguito alla contestazione),
all’interno di un’area autostradale di servizio nel corso di una passeggiata
che il De Francesco aveva fatto insieme a SAMPERI sull’autostrada Messina –
Catania a bordo di una motocicletta condotta da SAMPERI e prestatagli da un
amico abitante al rione Mangialupi e soprannominato ‘u
liuni. L’argomento non aveva formato in quella occasione oggetto di
ulteriori approfondimenti, ai quali in ogni caso il De Francesco non aspirava,
considerata la delicatezza della vicenda, e tenuto anche conto del fatto che lo
stato d’animo non era dei più adatti, dovendosi i due incontrare in serata
presso una località di mare (per divertirsi
il più possibile, ha precisato De Francesco) con Mariella Sgroi, già
convivente di MANCUSO Giorgio (intesa Cicciolina,
come ha ricordato MARCHESE all’udienza del 19.2.1999), spesso coinvolta nelle
vicende del gruppo e degli affiliati. Qualche tempo dopo invece SAMPERI e
Catanzaro, quest’ultimo in compagnia del suo cane pastore tedesco, avevano
coinvolto il De Francesco in una passeggiata pomeridiana nelle campagne
circostanti il campo sportivo di San Filippo, e durante il percorso De Francesco
li aveva visti confabulare come se discutessero dell’opportunità di rivelare
al medesimo qualche segreto. Decisi a confidare la circostanza al De Francesco
(“sì, lui lo può sapere, tanto è un
ragazzo a posto”), i due gli avevano rivelato che stavano andando a
verificare che la pioggia caduta nei giorni precedenti non avesse scoperto il
cadavere del giovane che aveva commesso l’attentato al Catanzaro e che per
questa ragione era stato ucciso e seppellito nelle vicinanze. Invitati dal De
Francesco a chiarire se avessero scoperto chi aveva dato incarico al giovane di
commettere l’attentato, i due interlocutori gli avevano ulteriormente
confidato che la vittima, un ragazzo di Cumia che faceva il macellaio, intuita
la morte imminente, aveva accusato di essere il mandante del delitto LEONARDI
Antonino, inteso nasca, cognato di
Pippo Leo, abitante al villaggio Aldisio, che gli aveva promesso per indurlo a
commettere l’omicidio la somma di cinque milioni di lire al mese.
All’esecuzione avevano preso parte, oltre a SAMPERI e Catanzaro, anche
COSTANTINO Giovanni e PULLIA Carmelo, dai quali il De Francesco aveva avuto in
un’altra occasione una ulteriore conferma dell’accaduto, poiché il secondo
accusava scherzosamente il primo di mancanza di umanità ricordandogli le
sevizie che aveva inflitto accostando una sigaretta al viso del giovane durante
una sorta di “interrogatorio” a cui la vittima era stata sottoposta prima di
essere uccisa.
Era stato il cugino di LEONARDI Antonino, un suo
omonimo (conosciuto come marmitta per
la sua attività di carrozziere, come ha riferito il teste Sciacca), a
consentire l’individuazione del giovane attentatore, che era stato trovato,
prelevato dai suoi assassini e quindi condotto nella zona dove avrebbe dovuto
essere ucciso. Sebbene SAMPERI e gli altri avessero compreso che si trattava di
un buon ragazzo, estraneo agli ambienti criminali e coinvolto suo malgrado
nell’attentato ideato dal LEONARDI, era stata ugualmente decisa la sua
eliminazione, l’unica punizione possibile per chi aveva osato armare la
propria mano ed attentare alla vita di un personaggio come Catanzaro Gaetano.
Era stato personalmente SAMPERI ad esplodere l’unico colpo di pistola con cui
il giovane era stato ucciso.
Proseguendo il racconto degli eventi di quel
pomeriggio, De Francesco ha ricordato che, giunto sul posto sempre in compagnia
di SAMPERI e Catanzaro, aveva notato che la zona in cui, secondo l’indicazione
dei due, era stato seppellito il cadavere (in corrispondenza di un albero che
gli avrebbe consentito successivamente di indicarla anche alle forze
dell’ordine), era maggiormente ricoperta di erba rispetto all’area
circostante. Quasi a sincerarsi della veridicità di quanto gli veniva riferito,
il De Francesco aveva allora preso un pezzo di legno e lo aveva affondato nel
terreno, incontrando una iniziale resistenza, poi superata come se il bastone si
conficcasse in qualcosa. Stessa cosa aveva fatto il SAMPERI, mentre De Francesco
aveva poi lanciato lontano un bossolo di cartuccia calibro 7,65 che aveva
rinvenuto a terra, manifestando la preoccupazione che potesse costituire una
traccia dell’omicidio.
Alla vicenda era poi capitato che successivamente
si facesse qualche incidentale riferimento nel corso delle discussioni, ma
l’argomento non era stato più affrontato in presenza di De Francesco.
Alle forze dell’ordine e ai magistrati che lo
interrogavano il De Francesco aveva successivamente indicato il luogo visionato
in compagnia di Catanzaro e SAMPERI, ed aveva poi saputo che le ricerche avevano
avuto esito positivo con l’effettivo ritrovamento del cadavere.
Interpellato circa l’identità della giovane
vittima De Francesco ha detto di non sapere chi esattamente fosse, anche se i
suoi interlocutori gli avevano riferito che probabilmente lo conosceva di vista
in quanto il ragazzo frequentava saltuariamente il bar D’Andrea, e che si
trattava di un giovane i cui genitori erano separati, dopo che uno dei due (De
Francesco non ricordava se fosse il padre o la madre) si era allontanato da
casa. Una informale individuazione fotografica era poi quella fatta da De
Francesco in presenza dei Carabinieri i quali gli mostrarono una fotografia che
riportava l’immagine di tre persone, due delle quali conosciute da De
Francesco (uno era Leonardi Antonino, cugino di nasca,
l’altro era un amico di SAMPERI che gli prestava di solito la sua moto tipo enduro), che aveva intuito che la terza era il giovane attentatore
ucciso e seppellito nei pressi del campo sportivo di San Filippo.
All’udienza del 18 dicembre 1998 è stato
esaminato anche su questo episodio COSTANTINO Giovanni, il quale ha affermato
che un pomeriggio di una giornata estiva (del 1991 o 1992) si trovava insieme a
Catanzaro Gaetano, in compagnia del quale aveva appena consumato un caffè
presso il bar D’Andrea di villaggio Aldisio e preso posto sull’autovettura
per allontanarsi, allorché un giovane, che indossava una maglietta
probabilmente bianca ed un paio di pantaloncini corti e calzava degli zoccoli,
aveva estratto una pistola calibro 7,65 puntandola verso Catanzaro e tentando
invano di fare fuoco in quanto l’arma si era inceppata. Mentre COSTANTINO che
era alla guida provvedeva ad avviare l’autovettura, il giovane era riuscito a
rendere la pistola efficiente e ad esplodere due colpi che avevano raggiunto il
parabrezza, il poggiatesta del sedile lato guida e la fiancata posteriore
dell’autovettura. COSTANTINO e Catanzaro, rimasti illesi, si erano invece
rifugiati a piedi presso una vicina abitazione, dove stavano facendo ingresso
due anziani, spaventati dall’irruzione o forse dagli spari, e da lì avevano
avvertito telefonicamente RIZZO Rosario chiedendogli di venire a prelevarli.
RIZZO era intervenuto con la sua autovettura blindata in compagnia di PULLIA
Carmelo ed IDOTTA Marcello, ed in questo frangente era arrivata anche una
“Volante” della Polizia il cui equipaggio, registrata la presenza del
gruppetto di persone, aveva chiesto notizie sulla sparatoria: tuttavia gli
affiliati presenti al bar, e segnatamente SAMPERI Paolo e Vento Giuseppe,
avevano già provveduto a cancellare ogni traccia dell’accaduto, nascondendo
l’autovettura colpita ed occultando i bossoli che erano rimasti a terra.
Precisando poi nel corso del controesame dei difensori la sorte
dell’autovettura, COSTANTINO ha riferito che era stata portata a Camaro nel
garage dell’abitazione della suocera dell’imputato (madre di MANCUSO
Giorgio), e quindi COSTANTINO, dopo avere frantumato l’intero parabrezza con
una pietra e dilatato i fori dei proiettili per non destare sospetti, aveva
personalmente provveduto a farla riparare da un suo lattoniere di fiducia con
officina ubicata in una traversa della via Tommaso Cannizzaro.
Circa l’identità dell’attentatore COSTANTINO
ha dichiarato che attraverso Vento Giuseppe si era saputo che il giovane, che si
chiamava Bombara Giuseppe, lavorava presso una macelleria di Cumia o di San
Filippo ed era solito farsi accompagnare tutte la mattine dal suo datore di
lavoro. Venuti a conoscenza di ciò, SAMPERI, Vento Catanzaro e lo stesso
COSTANTINO qualche giorno dopo si erano portati lungo la strada che conduce a S.
Filippo a bordo di un’autovettura Lancia
rubata, avevano atteso il passaggio di Bombara e del titolare della
macelleria, avevano quindi fermato la Renault
5 TURBO di colore bianco su cui i due si trovavano ed avevano condotto
entrambi al campo sportivo che si trova nella zona denominata “case GESCAL”.
Lasciato quindi andare il proprietario della macelleria, in quanto Vento garantì
che avrebbe conservato il silenzio sull’accaduto, era stato iniziato un vero e
proprio “interrogatorio” del Bombara, sottoposto a sevizie per indurlo a
rivelare il nome del mandante dell’attentato a Catanzaro. Mentre Vento e
SAMPERI tenevano il giovane, COSTANTINO gli spegneva una sigaretta in un occhio,
finché il giovane si era deciso a rivelare che era stato mandato da LEONARDI
Antonino, inteso nasca, cognato del
defunto Leo Giuseppe, che gli aveva promesso la somma di cinque milioni di lire
al mese, provento delle estorsioni ai danni di alcuni cantieri edili nelle quali
era intenzione di LEONARDI subentrare a MANCUSO Giorgio che ne era stato fino a
quel momento il beneficiario. Peraltro il Bombara aveva rivelato che
all’attentato a Catanzaro aveva preso parte anche il proprietario della
macelleria dove lavorava, il quale lo aveva condotto sui luoghi ed era pronto ad
attenderlo nelle vicinanze a bordo di un’autovettura per favorirne la fuga.
Presa a questo punto la decisione di uccidere il giovane (alla quale aveva già
dato il suo assenso RIZZO Rosario), i quattro si erano quindi separati, in
quanto COSTANTINO si era allontanato in compagnia di Catanzaro, mentre Vento e
SAMPERI, armati con due pistole (una calibro 9 ed una calibro 7,65), erano
rimasti sul posto ed avevano ucciso il Bombara, provvedendo successivamente a
sotterrarne il cadavere sulla collina che sovrasta il campo. Esprimendo il suo
convincimento sulle ragioni dell’attentato ai danni del Catanzaro, il
COSTANTINO ha dichiarato che esso si inquadrava probabilmente nella guerra
scatenata dagli altri gruppi e che LEONARDI Antonino aveva organizzato
l’agguato perché si stava forse legando a qualcuno dei gruppi coalizzati
contro il gruppo “Mancuso- Rizzo”, al quale tanto COSTANTINO che Catanzaro
appartenevano.
Alla luce delle circostanze emerse in dibattimento
la Corte, recependo peraltro una sollecitazione del Pubblico Ministero, ha
disposto un accertamento mirato a verificare l’episodio del controllo eseguito
dalle forze dell’ordine nelle vicinanze del bar D’Andrea subito dopo
l’attentato al Catanzaro e a dare possibilmente una collocazione cronologica
al delitto, che l’accusa ipotizza commesso “nel luglio 1991”, senza
ulteriori specificazioni.
È stata così disposta la citazione e
l’audizione di Giorgianni Santo e Pistone Giuseppe, componenti della pattuglia
della Polizia di Stato che la sala operativa della Questura inviò nel
pomeriggio del 23 luglio 1991 nelle vicinanze del bar D’Andrea dove era stata
segnalata una sparatoria. Entrambi i verbalizzanti hanno riferito (ud. 8.5.1999)
che sul posto, e precisamente nella via Allegra del villaggio Aldisio, fu
registrata la presenza di un gruppo di pregiudicati che discutevano
animatamente, nonché di alcune autovetture, una Alfetta
blindata, una Lancia Delta e una Peugeot 205, ma non furono rinvenuti bossoli o altro che potesse
confermare la segnalazione della sala operativa. Nessuna notizia fu possibile
ottenere dai presenti, interrogati informalmente, che vennero allora sottoposti
a perquisizione, estesa ai mezzi indicati. Confermando quanto già era noto alla
Corte alla luce delle dichiarazioni di alcuni dei protagonisti dell’episodio,
i due verbalizzanti hanno specificato l’identità delle persone controllate (SAMPERI
Paolo, RIZZO Rosario, COSTANTINO Giovanni, IDOTTA Marcello, Vento Giuseppe e
Catanzaro Gaetano), ed è stata successivamente acquisita copia dei verbali di
perquisizione a carico di SAMPERI, RIZZO e Vento e dei rispettivi automezzi, importanti ovviamente non
già per l’esito dell’atto (che fu negativo), ma per la indicazione della
data e dell’orario dell’intervento, riportati anche nella relazione di
servizio consultata dai testimoni (ore 16,35 del 23 luglio 1991) da cui è
agevole risalire anche all’ora in cui presumibilmente si verificò
l’attentato che sia De Francesco che COSTANTINO hanno affermato essere
avvenuto nel pomeriggio. Peraltro l’esame dei verbali di perquisizione e la
testimonianza dei due poliziotti è rilevante anche perché costituisce
l’ulteriore conferma della utilizzazione da parte dei personaggi controllati
di alcuni autoveicoli la cui presenza è attestata in molti degli episodi presi
in esame dalla Corte, come, ad es., l’Alfetta
2000 blindata di colore blu, su cui fu notata la presenza di RIZZO Rosario,
o la Lancia Delta HF di colore bianco,
sulla quale si trovava il Vento, ma che era notoriamente in uso prima
dell’arresto (10 giugno 1991) a MANCUSO Giorgio (che vi era stato notato in
compagnia di RIZZO Rosario nel pomeriggio del 10 maggio 1991 nella zona di
Provinciale, come risulta dalla relazione di servizio prodotta in copia dal
Pubblico Ministero in data 8.5.1999 e contenuta anche nella carpetta degli atti
relativi al capo 27). Appare poi quasi superfluo sottolineare la comune
appartenenza allo stesso contesto associativo delle persone controllate,
attestata dalle risultanze dell’intero dibattimento e ripetutamente affermata
dai testimoni che sono apparsi in possesso del più vasto patrimonio di
conoscenze investigative (come, ad es., il dott. Gugliotta, funzionario della
Squadra Mobile di Messina all’epoca dei fatti, sentito in diverse occasioni
nel corso del dibattimento ed in particolare all’udienza del 5.12.1997).
Un imponente complesso di convergenti risultanze
processuali giustifica l’affermazione di responsabilità di LEONARDI Antonino
quale mandante del tentato omicidio di Catanzaro Gaetano. Ci si riferisce
certamente agli elementi già illustrati e di cui ci si accinge a compiere una
breve analisi critica, ma anche a quanto è emerso in dibattimento con
riferimento all’episodio della scomparsa di Bombara Giuseppe, che a quello in
considerazione è intimamente connesso, ed il cui esame è stato rinviato per
mera comodità espositiva e per evitare, nei limiti del possibile, ripetizioni
superflue: la relazione di interdipendenza probatoria che lega le due vicende fa
sì che la piena conferma dell’ipotesi accusatoria anche con riferimento
all’omicidio di Bombara Giuseppe è destinata a ripercuotersi in maniera
decisiva sull’affidabilità delle risultanze relative all’attentato a
Catanzaro Gaetano, e viceversa i riscontri di quest’ultimo episodio emersi o
acquisiti in dibattimento rafforzano ulteriormente le ragioni della condanna di
SAMPERI Paolo, l’unico tra gli imputati a negare con forza la propria
responsabilità in ordine alla soppressione di Bombara Giuseppe.
Alla luce di quanto è emerso in dibattimento,
anche al di là di quanto era stato accertato al momento della emissione
dell’ordinanza di custodia cautelare o del rinvio a giudizio degli imputati,
è innanzitutto certa la realtà storica di un attentato a Catanzaro Gaetano,
esponente di spicco del gruppo “Mancuso”, avvenuto al villaggio Aldisio, nei
pressi del bar D’Andrea, nelle prime ore del pomeriggio del 23 luglio 1991. Le
dichiarazioni dei testi Giorgianni e Pistone e le risultanze dei verbali di
perquisizione acquisiti, anche senza chiamare in causa le dichiarazioni dei
collaboratori di giustizia relative all’episodio in esame, autorizzano
ampiamente l’affermazione che nel primo pomeriggio di quella giornata estiva
nel quartiere della zona sud della città denominato villaggio Aldisio si
verificò una sparatoria, la cui segnalazione al 113 della Questura provocò
l’intervento della pattuglia composta dal vicesovraintendente Giorgianni,
dall’agente scelto Pistone e dall’agente Cambria. La presenza sui luoghi
dello stesso Catanzaro, di COSTANTINO e degli altri esponenti del gruppo
“Mancuso - Rizzo”, constatata dai verbalizzanti, costituisce comunque una
conferma del fatto che fosse accaduto qualcosa di rilevante, tanto da
giustificare, peraltro in un periodo particolare come quello seguito
all’uccisione di Di Blasi Domenico e al conseguente arresto di MANCUSO
Giorgio, l’incontro o comunque la convergenza nella stessa zona di personaggi
notoriamente restii a farsi vedere insieme, per non essere costretti in caso di
controllo a dare troppe spiegazioni e per non alimentare i sospetti di una
comune militanza criminosa.
È poi significativo che l’identità delle
persone controllate nella via Allegra corrisponda perfettamente con quella dei
personaggi menzionati da COSTANTINO Giovanni nel corso della sua ricostruzione,
posto che, secondo il collaboratore (le cui dichiarazioni sono successive
all’ordinanza di custodia cautelare, risalendo al 20 luglio 1995), RIZZO ed
IDOTTA erano intervenuti perché chiamati telefonicamente dallo stesso
COSTANTINO e da Catanzaro, mentre Vento e SAMPERI si trovavano nella zona, forse
proprio al bar D’Andrea, avevano appreso dell’attentato e, ispirati
esclusivamente dall’esperienza maturata nell’ambiente e senza che alcuno
glielo ordinasse, si erano immediatamente dati da fare per cancellare ogni
traccia dell’accaduto.
Una ulteriore conferma dell’effettivo accadimento
dell’attentato proviene poi da Leonardi Antonino, cugino ed omonimo
dell’odierno imputato, inteso marmitta
fin dalla giovinezza per la sua attività di carrozziere, o forse perché, come
il testimone ha spiegato in dibattimento, aveva in passato alterato il proprio
ciclomotore rendendolo più rumoroso ed associando la propria persona a questa
particolare caratteristica del veicolo. Costui, sentito all’udienza del
12.12.1997 ed originariamente indicato per riferire in merito all’omicidio di
Bombara Giuseppe, in relazione allo strettissimo legame di interdipendenza
probatoria che intercorre tra le due vicende è stato interpellato anche in
merito all’attentato subito da Catanzaro Gaetano, e nel contesto di una
deposizione, che, come si rileverà meglio in seguito, è apparsa molto
reticente, non ha trovato di meglio che accusare apertamente i verbalizzanti che
lo avevano sentito nel corso delle indagini preliminari di averlo minacciato di
arresto e di avergli prospettato il rischio di un pestaggio ove non si fosse
deciso a sottoscrivere un verbale di dichiarazioni con cui, tra l’altro, il
Leonardi ammetteva di avere saputo dell’attentato al Catanzaro all’interno
del bar D’Andrea pochi minuti dopo il verificarsi dell’accaduto, e di avere
notato anche nella stessa circostanza che il SAMPERI veniva controllato da
alcuni poliziotti (nel verbale del 13 gennaio 1994, sottoscritto negli uffici
della Squadra Mobile di Messina e contenuto in copia nella carpetta degli atti
relativi al capo 28, è scritto tra l’altro: “…Ricordo perfettamente che verso la metà del mese di luglio del 1991,
un pomeriggio intorno alle ore 16,30, recatomi come di consueto presso il bar
D’Andrea, sito nei pressi della suddetta piazzetta al Villaggio Aldisio,
apprendevo dagli avventori che poco prima avevano attentato alla vita di
Catanzaro Gaetano. Stando a quello che ho sentito l’attentatore era un giovane
che subito dopo avere esploso qualche colpo di pistola, senza comunque colpire
il Catanzaro, si dileguava a piedi in direzione della via che costeggia il
supermercato della famiglia Leo, quindi avviandosi verso le case GESCAL di S.
Filippo. Nell’occasione appresi che l’attentatore, che aveva agito a viso
scoperto, era un giovane di circa 20 anni ai più sconosciuto. Ricordo senza
ombra di dubbio che era il mese di luglio in quanto proprio in quel mese stavo
eseguendo un lavoro edile presso l’abitazione della sorella della signora
D’Andrea, moglie del titolare del sopra citato bar, e sono sicuro anche circa
l’orario già indicato, in quanto ricordo bene di aver smesso di lavorare alle
ore 16,30 circa. […] Ricordo che allorquando arrivai al bar, poco distante
notai il SAMPERI Paolo che veniva controllato da alcuni agenti di Polizia…”).
A prescindere dalle pesanti ed esplicite accuse ai
verbalizzanti rivolte dal Leonardi, per le quali si è resa doverosa alla fine
della stessa udienza del 12.12.1997 la trasmissione degli atti al Pubblico
Ministero, nei limiti in cui in questa sede è necessario privilegiare una delle
due versioni fornite dal Leonardi, si deve osservare che appare poco plausibile
l’idea che il contenuto delle dichiarazioni di cui al verbale del 1994 possa
essere il frutto dei pressanti “suggerimenti” dei verbalizzanti,
esclusivamente desiderosi, come ha fatto intendere Leonardi, di trovare un
supporto alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e di completare la
ricostruzione di una vicenda che aveva da qualche giorno avuto un inatteso e
positivo sbocco investigativo con il ritrovamento dei resti cadaverici di
Bombara Giuseppe. Va piuttosto rilevato che la smentita dibattimentale si
inserisce nel contesto di una deposizione che ha lasciato molto perplessi,
inducendo il sospetto che il Leonardi, ben inserito nell’ambiente in cui
maturarono i due delitti ed in rapporti di conoscenza e di frequentazione con
tutti i protagonisti della vicenda, oltre ad essere il cugino dell’odierno
imputato, sappia in ogni caso molto di più di quanto non sia disposto ad
ammettere e possa essere addirittura coinvolto personalmente nella scomparsa di
Bombara Giuseppe, tanto da imporsi l’esigenza di ulteriori approfondimenti
proprio in ordine alla posizione del Leonardi inteso marmitta
da parte del Pubblico Ministero al quale è stata trasmessa a tal fine copia
degli atti relativi al capo 28. Il Leonardi è stato indicato espressamente da
De Francesco come colui che aveva consentito l’individuazione del giovane
attentatore (il 10.1.1994 ne aveva parlato come di colui che aveva rivelato
l’identità del giovane al SAMPERI), e la reticenza dimostrata dal Leonardi in
dibattimento potrebbe scaturire proprio dalla volontà di allontanare da sé
qualsiasi sospetto e di ostentare una completa estraneità ai fatti, che è
totalmente smentita da tutte le altre risultanze dibattimentali. Per quel che
rileva in questa sede l’affermazione di avere saputo dagli avventori del bar
D’Andrea che poco prima un giovane aveva attentato alla vita di Catanzaro
Gaetano è ricca di troppe specificazioni per essere il frutto di una
“manipolazione” dei verbalizzanti, anche perché il dichiarante, per
ancorare temporalmente la vicenda, l’ha associata ad un elemento ben preciso
di cui nessun altro poteva essere a conoscenza (i lavori che stava eseguendo
presso l’abitazione della sorella della titolare del bar).
L’attentato fu poi compiuto in un orario
compatibile con l’attività lavorativa di Bombara (ed anche di Carpenzano
Raffaele, ove si volesse dar credito a COSTANTINO), dal momento che il lavoro in
macelleria proseguiva nel pomeriggio solo nelle giornate di venerdì e di
sabato.
Anche l’attentato a Catanzaro Gaetano si
inserisce nella lunga serie di agguati e omicidi seguita all’omicidio Di Blasi
e costituisce una tappa della strategia di sistematico annientamento degli
elementi del gruppo “Mancuso – Rizzo” decisa ed attuata dagli altri
gruppi. Che Catanzaro fosse un possibile obiettivo della rappresaglia non può
sorprendere, dal momento che la sua collocazione criminale al fianco di MANCUSO
Giorgio era un fatto notorio: la tragica conferma la si ebbe meno di un anno
dopo, allorché nel marzo del 1992 il Catanzaro non sfuggì all’ennesimo
agguato ai suoi danni, organizzato, come quello del luglio 1991, presso lo
stesso bar D’Andrea ma con un impegno di mezzi e di uomini di gran lunga
maggiore, tale, in questo caso, da non lasciare scampo (v. l’analisi delle
risultanze dibattimentali relative ai reati di cui al capo 34). Venuta meno
qualsiasi possibilità di colpire MANCUSO che era stato arrestato nel giugno
precedente e prima che l’offensiva dei gruppi avversari coalizzati si
concentrasse sulla persona di RIZZO Rosario, è del tutto logico ritenere che
fosse perseguita o vista comunque con favore l’idea di eliminare uno degli
elementi più rappresentativi del gruppo “Mancuso”, personaggio di carisma e
di notevole prestigio criminale (colui che, secondo RIZZO Rosario, comandava il
gruppo in mancanza di MANCUSO), anche se non più valido dal punto di vista
operativo, in quanto afflitto tra l’altro da problemi visivi, forse per i
postumi di un precedente attentato, subito da Catanzaro il 12 gennaio 1984 (per
il quale, in esito al primo grado del procedimento Peloritana
Uno, sono stati condannati D’Arrigo Marcello e SPARACIO Luigi, capi 17 e
18 del decreto che dispone il giudizio): per un altro attentato ai danni dello
stesso Catanzaro, verificatosi in data 11.7.1983, si procedeva originariamente
nell’ambito della Peloritana Due a
carico di PARATORE Vincenzo, Crocè Giuseppe e FERRANTE Santi, questi ultimi due
arrestati nel luglio 1995 (v. capo 69 dell’ordinanza di custodia cautelare,
pp. 331 – 332, successivamente oggetto del provvedimento di separazione del
GUP citato nel corso dell’esposizione dello svolgimento del processo): episodi
ai quali evidentemente si riferiva il COSTANTINO, quando, secondo il racconto di
De Francesco, commentava la buona sorte avuta fino a quel momento dal Catanzaro.
E quanto il Catanzaro fosse importante nella gerarchia interna e negli equilibri
del gruppo “Mancuso” lo attesta anche la circostanza che la sua uccisione fu
tra i pochissimi episodi (tra i numerosi verificatisi in danno di elementi del
gruppo “Mancuso – Rizzo”) a suscitare una immediata reazione,
concretizzatasi nell’omicidio di Mazzeo Roberto (v. capo 35).
La possibile coesistenza di altre causali
dell’attentato non determina poi alcun pregiudizio alla coerenza di siffatto
inquadramento. Anche per altri episodi, tra quelli successivi all’omicidio Di
Blasi o connessi comunque ad una determinata strategia di gruppo, si è spesso
registrata la coesistenza tra causali per così dire individuali e causali di più
ampio respiro, destinate le une e le altre a convergere rafforzandosi
vicendevolmente ed alimentando la determinazione criminosa dell’autore o degli
autori materiali del delitto. Nel caso di specie alla causale connessa alla
volontà di indebolimento del gruppo “Mancuso – Rizzo” si sono certamente
sovrapposte ragioni proprie dell’istigatore, a cui spesso ci si è riferiti in
dibattimento per giustificare il fatto che proprio LEONARDI Antonino avesse
preso l’iniziativa di organizzare l’omicidio di Catanzaro Gaetano. Rancore
mai sopito per l’uccisione del cognato Leo Giuseppe da parte di MANCUSO, tra i
cui fedelissimi rientrava il Catanzaro, bisogno di dimostrare di non appartenere
al gruppo “Mancuso”, volontà di anticipare MANCUSO ed i suoi affiliati che
ne avevano decretato la morte, desiderio di assumere il controllo delle
estorsioni gestite dal gruppo “Mancuso”: sono queste le ragioni che in
dibattimento sono emerse per spiegare l’interesse di LEONARDI alla morte di
Catanzaro Gaetano, ma ciò che risalta in maniera univoca è che ad esse fa da
sfondo la consueta cornice, necessaria per comprendere la richiesta di assenso e
di appoggio rivolta dal LEONARDI allo SPARACIO nel corso di quell’incontro
presso la villa di Rodia in cui fu anche presentato il giovane a cui sarebbe
stata affidata l’importante missione. È perciò plausibile che, come in altre
occasioni, le ragioni individuali del delitto abbiano finito per costituire
l’occasione per dare sfogo ed esecuzione a progetti di più ampia portata,
come dimostra l’ottima accoglienza che SPARACIO riservò all’idea di
LEONARDI.
Sul nome di LEONARDI Antonino, inteso nasca, quale autore del mandato che il Bombara non riuscì a portare
ad esecuzione, si registra poi una così assoluta convergenza delle fonti di
accusa da smentire qualsiasi ipotesi di macchinazione ai danni dell’imputato,
il quale peraltro non ha dimostrato l’esistenza di particolari ragioni di
risentimento da parte dei suoi accusatori, o di contatti tra di essi precedenti
alla verbalizzazione delle loro dichiarazioni. Da punti di vista completamente
diversi, considerate le pregresse appartenenze e le diverse modalità di
acquisizione delle relative conoscenze, i collaboratori di giustizia sentiti in
dibattimento hanno riferito in maniera concorde un nucleo comune di circostanze
relative all’attentato a Catanzaro Gaetano, tra cui in primo luogo
l’indicazione di LEONARDI Antonino quale mandante del delitto.
Secondo quanto è emerso in dibattimento attraverso le contestazioni, di
LEONARDI Antonino come mandante od organizzatore dell’attentato a Catanzaro
Gaetano commesso nell’estate del 1991, prima che all’episodio facesse ampio
riferimento De Francesco Paolo nel gennaio 1994 (allorché consentì il
ritrovamento dei resti del cadavere di Bombara), avevano già parlato ARNONE
Marcello (verbale del 3.2.1993) e MARCHESE Mario (verbale del 13.7.1993), mentre
ai primi mesi del 1994 risalgono i contributi degli altri due collaboratori
sentiti in dibattimento, SPARACIO Luigi (verbale del 27.4.1994) e LA TORRE Guido
(verbale del 26.5.1994).
A quanti avevano già in precedenza riferito
sull’episodio, appena qualche giorno dopo la notifica dell’ordinanza di
custodia cautelare (che lo aveva raggiunto anche per l’omicidio di Bombara
Giuseppe) si aggiunse COSTANTINO Giovanni, determinatosi a seguire la strada
della collaborazione intrapresa dal cognato MANCUSO Giorgio. Va a questo
proposito evidenziato che se, in linea di principio, il contributo
dell’indagato, e poi imputato, che abbia iniziato a collaborare dopo la
notifica dell’ordinanza di custodia cautelare, è dotato di un livello di
attendibilità minore con riferimento alle vicende per le quali la misura è
stata emessa, in quanto la conoscenza della prospettazione accusatoria trasfusa
nel provvedimento restrittivo rende concreto il rischio della mancanza di
autonomia delle dichiarazioni più recenti, nel caso di specie le dichiarazioni
di COSTANTINO Giovanni sono associate ad una personale ammissione di
responsabilità (per l’uccisione di Bombara Giuseppe) ed appaiono sotto molti
profili frutto di una conoscenza diretta dei fatti, avendo il collaboratore
inserito nel panorama già noto alcuni elementi nuovi, non facenti parte della
ricostruzione contenuta nell’ordinanza con cui fu applicata la misura
cautelare e destinati a trovare conferma nelle altre risultanze dibattimentali
(come ad es. il controllo eseguito dalla pattuglia intervenuta, o la presenza
sui luoghi di RIZZO Rosario e di IDOTTA Marcello, o la spiegazione della ragione
per cui non furono trovate tracce della sparatoria).
In presenza di questo coerente e convincente quadro
accusatorio, destinato a rafforzarsi ulteriormente alla luce dell’esposizione
delle risultanze processuali specificamente relative ai reati di cui al capo
successivo della rubrica, rimane solamente da spendere qualche considerazione in
ordine alla correttezza della qualificazione giuridica assegnata all’episodio
e alla sussistenza delle aggravanti contestate.
Sotto il primo profilo, l’accoglimento della
ricostruzione dei fatti fornita dai collaboratori sentiti in dibattimento
attesta senza alcuna ombra di dubbio la volontà omicida di chi organizzò ed
eseguì, sia pure infruttuosamente, l’attentato a Catanzaro Gaetano. Il
progetto reso noto da LEONARDI Antonino in occasione dell’incontro con
SPARACIO Luigi presso la villa di Rodia non prevedeva sbocco diverso dalla
eliminazione del Catanzaro, la cui morte avrebbe al contempo contribuito alla
causa comune dell’indebolimento del gruppo “Mancuso – Rizzo” e
soddisfatto le esigenze di natura più propriamente personale che avevano
indotto il LEONARDI a prendere l’iniziativa. Le modalità dell’episodio
denotano poi univocamente la volontà omicida dell’esecutore materiale
dell’attentato, soprattutto alla luce delle dichiarazioni di COSTANTINO
Giovanni, che era presente e che rischiò concretamente di rimanere suo malgrado
coinvolto pur non essendo l’obiettivo del giovane attentatore: che fosse
intenzione di questi uccidere la vittima predestinata e che la sua condotta
fosse idonea allo scopo, lo dimostrano la direzione che avrebbe potuto avere il
primo colpo di pistola ove l’arma non si fosse inceppata, essendo indirizzato
verso il volto di Catanzaro, ma anche la traiettoria dei colpi successivi colpi,
indirizzati verso coloro che avevano preso momentaneamente posto sulla Croma
di COSTANTINO con direzione compatibile con il loro ferimento in parti
vitali (l’autovettura, secondo quanto ha riferito COSTANTINO, fu raggiunta
anche al parabrezza e al poggiatesta di uno dei sedili anteriori). L’idoneità
offensiva dell’attentato è anche attestata dall’allarme che l’episodio
suscitò nelle potenziali vittime, che sentirono il bisogno di chiamare
immediatamente in aiuto il RIZZO, tanto per metterlo al corrente
dell’accaduto, quanto, più concretamente, per chiedere “rinforzi” e
decidere il da farsi.
La ricostruzione accolta attesta inoltre che
l’attentato fu il frutto di una preparazione protrattasi per un arco di tempo
sufficiente a ritenere sussistente l’aggravante della premeditazione.
Rinviando ancora una volta all’esposizione dei principi generali illustrati in
altra parte di questa motivazione (v. le osservazioni contenute nell’ambito
dell’analisi dei reati di cui al capo 2, omicidio di Spagnolo Giovanni e reati
connessi), è sufficiente in questa sede segnalare che il LEONARDI era
consapevole dello scontro che vedeva contrapposti tutti gli altri gruppi a
quello di appartenenza del Catanzaro, che l’attentato fu preannunciato da
LEONARDI in occasione del più volte citato incontro con SPARACIO presso la
villa di Rodia, e che esso fu preceduto da una fase organizzativa ancora
precedente, necessaria al LEONARDI quantomeno per individuare la persona a cui
affidare l’incarico: sintomi di una risoluzione criminosa, che, quantomeno con
riferimento all’odierno imputato, si è protratta ferma e costante per un
apprezzabile lasso di tempo.
Ricorre infine l’aggravante di cui all’art. 7 del d. l. n. 152/91.
Prescindendo evidentemente dalla estraneità del giovane esecutore materiale ad
ambienti criminali o logiche associative, circostanza sulla quale il
dibattimento non autorizza dubbi, è invece certo che, considerata la personalità
della vittima ed il momento nel quale l’attentato fu commesso, esso era
destinato, in caso di riuscita, ad agevolare oggettivamente l’azione dei
gruppi ostili a MANCUSO Giorgio e RIZZO Rosario, spasmodicamente impegnati
nell’opera di sistematico annientamento del gruppo avversario decisa dopo
l’omicidio Di Blasi. Che l’attentato giovasse alla causa comune non poteva
certamente sfuggire a LEONARDI Antonino, cognato del defunto Leo Giuseppe,
cugino, per sua stessa ammissione, di GALLI Luigi e condannato, in esito al
primo grado del procedimento Peloritana
Uno, per associazione a delinquere di stampo mafioso e per associazione
finalizzata al traffico di stupefacenti. Solo in questa prospettiva si comprende
la richiesta di appoggio a SPARACIO Luigi, finalizzata ad ostentare la propria
affidabilità e a smentire eventuali sospetti di contiguità con l’erede di
Leo Giuseppe, ma anche a cercare l’assenso “rassicurante” di SPARACIO per
un delitto destinato ad innescare reazioni non interamente prevedibili e non
sopportabili senza conseguenze in mancanza di un autorevole sostegno da parte di
chi rappresentava l’interesse di tutti gli altri gruppi all’indebolimento
del gruppo “Mancuso – Rizzo”. Ed anche le causali che sono emerse in
dibattimento come proprie dello stesso LEONARDI rimandano ad un contesto di
antagonismo tra gruppi contrapposti, di lotta per l’affermazione della
supremazia di un gruppo sull’altro, di utilizzazione dell’omicidio come
strumento per l’acquisto ed il consolidamento di posizioni egemoniche
nell’ambito del panorama della criminalità organizzata cittadina. Anche la
mancata denuncia dell’episodio, rimasto sconosciuto alle forze dell’ordine
per una precisa scelta della stessa vittima, rispecchia la matrice del delitto e
conferma la sussistenza dell’aggravante in questione.
Per la concreta commisurazione della pena si rinvia
alla parte conclusiva di questa motivazione, evidenziando fin da adesso che
LEONARDI Antonino figura tra gli imputati che fecero tempestivamente richiesta
di definizione del procedimento con le forme del giudizio abbreviato nel corso
dell’udienza preliminare (ud. 28.5.1996), sicché, essendo il titolo di reato
per il quale viene pronunciata condanna compatibile con l’applicabilità della
diminuente prevista dall’art. 442 c. p. p. ed apparendo anche in questo caso
ingiustificato il dissenso opposto dal Pubblico Ministero alla celebrazione del
rito alternativo (in base alle considerazioni che saranno sviluppate nella parte
conclusiva di questa motivazione), compete al LEONARDI la riduzione di un terzo
della pena.