2.3.27.    Tentato omicidio volontario in danno di CATANZARO Gaetano (capo 27)

Le due vicende descritte ai capi 27 e 28 della rubrica, e cioè il tentato omicidio di Catanzaro Gaetano e l’omicidio di Bombara Giuseppe, appaiono nella prospettazione accusatoria intimamente connesse e questo collegamento è emerso con ancora maggiore evidenza nel corso del dibattimento alla luce dei risultati  dell’istruzione relativa alle prove originariamente indicate, comprendenti, ad es. anche il contributo di COSTANTINO Giovanni, divenuto collaboratore di giustizia dopo la notifica dell’ordinanza di custodia cautelare, e dell’attività di integrazione probatoria disposta dalla Corte ai sensi dell’art. 507 c. p. p., dalla quale il tentato omicidio di Catanzaro Gaetano e l’omicidio di Bombara Giuseppe che lo presuppone sono stati tra gli episodi maggiormente interessati.

La stretta relazione tra le due vicende si è peraltro rivelata determinante per fare emergere la stessa realtà storica del tentato omicidio di Catanzaro Gaetano, che era rimasto sconosciuto alle forze dell’ordine, avendo la presunta vittima omesso di denunziarlo, come è regola che avvenga in determinati ambienti per i fatti che non producono conseguenze di rilievo, e preferito avviare una personale attività “investigativa” diretta alla individuazione e soppressione dell’autore materiale del fatto di sangue e alla scoperta del mandante.

La peculiare situazione (di fatto originariamente non denunziato) spiega la centralità che inizialmente hanno assunto in dibattimento le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia ai fini della ricostruzione dell’intera vicenda, riguardante, unitariamente, la scomparsa di Bombara Giuseppe e l’attentato a Tanino Catanzaro che di quella scomparsa fu la causa.

Sull’episodio in questione hanno riferito in dibattimento ARNONE Marcello, LA TORRE Guido, SPARACIO Luigi, MARCHESE Mario, De Francesco Paolo e COSTANTINO Giovanni.

ARNONE Marcello, sentito all’udienza del 24 marzo 1999, ricondotto anche il tentato omicidio di Catanzaro Gaetano alla strategia di attacco al gruppo “Mancuso – Rizzo”, ha ricordato di avere incontrato sia pure per pochi istanti l’autore materiale dell’attentato, un giovane di nome Bombara, che gli era stato presentato a Rodia presso la villa di SPARACIO Luigi come un elemento capace di commettere l’omicidio. In compagnia di Bombara si trovava tale Nino nasca, soprannome di Antonino LEONARDI, che l’ARNONE, confermando in seguito alla contestazione le dichiarazioni di cui al verbale del 3.2.1993, ha accusato di essere coinvolto nell’attentato. A commettere materialmente l’agguato era stato tuttavia il solo Bombara, che aveva raggiunto il Catanzaro mentre questi stazionava all’interno di un bar, lo stesso all’interno del quale fu poi successivamente ucciso, e lo aveva affrontato con la pistola in pugno a cui aveva però dimenticato di togliere la sicura: essendosi il Catanzaro accorto delle intenzioni dell’aggressore, ne era nata una colluttazione al termine della quale il Catanzaro era riuscito a fuggire illeso. ARNONE ha infine ricordato che aveva appreso in carcere da BONASERA Angelo e LA TORRE Guido i particolari della vicenda, e la circostanza della comune detenzione di ARNONE e BONASERA per alcuni mesi nel 1992 all’interno della stessa cella (la n. 50) del secondo piano del reparto camerotti del carcere di Gazzi è stata positivamente riscontrata nell’ambito degli accertamenti disposti dal Pubblico Ministero sulla scorta delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia (v. la deposizione del teste Sciacca, sentito all’udienza del 5.12.1997, e la nota della direzione della casa circondariale di Messina del 3.4.1993, prodotta in copia dal Pubblico Ministero all’udienza del 28.4.1992 ed allegata alla carpetta degli atti relativi al capo 28).

LA TORRE Guido, sentito il 19 marzo 1999, ha confermato la matrice dell’attentato, posto in essere nel quadro della strategia portata avanti dai gruppi coalizzati “Ferrara”, “Sparacio”, “Marchese” e “Galli” contro il gruppo “Mancuso – Rizzo”, ed organizzato da LEONARDI Antonino, cognato di Leo Giuseppe, che nutriva personalmente rancore nei confronti di MANCUSO autore dell’omicidio del Leo. L’attentato era fallito in quanto la pistola si era inceppata e Catanzaro era fuggito illeso, ma l’esecutore materiale, un giovane di nome Bombara che era figlioccio di LEONARDI, era stato successivamente ucciso da elementi del gruppo “Mancuso” che ne avevano fatto sparire il corpo. Confermando quanto aveva dichiarato nel corso delle indagini preliminari e smentendo ciò che aveva affermato in un primo momento in dibattimento indicando in BONASERA Angelo la fonte delle proprie conoscenze in proposito, LA TORRE ha riferito che del fallito attentato aveva appreso qualche giorno dopo da SPARACIO Luigi o dal cugino di questi Villari Antonino o da GUARNERA Lorenzo, nel corso di un incontro presso l’abitazione del cognato GIORGIANNI Salvatore.

Anche in ordine a questo capo di imputazione BONASERA Angelo, convocato ai sensi dell’art. 195 c. p. p. perché indicato come fonte di conoscenza tanto da ARNONE Marcello che da LA TORRE Guido, si è avvalso della facoltà di non rispondere, non mancando di ostentare significativamente tutto il proprio disappunto nei confronti dei collaboratori di giustizia da cui era stato chiamato in causa (“Io voglio dire soltanto una cosa, che a questi signori non gli ho raccontato mai niente perché io non so niente, e per me sono quattro imbroglioni e tragediatori che mi stanno consumando a me e a tutti.”).

SPARACIO Luigi ha dichiarato (udienze del 3 marzo e del 17 aprile 1999) che LEONARDI Antonino, cognato di Leo Giuseppe, era andato a trovarlo nel periodo estivo presso la casa di Rodia, manifestandogli la sua intenzione di uccidere Catanzaro Gaetano per vendicare la morte del cognato (di cui riteneva responsabile anche il Catanzaro). LEONARDI Antonino ha ammesso nel corso delle dichiarazioni spontanee (ud. 3.5.1999) di essersi recato a casa di SPARACIO ma per tutt’altra ragione (avrebbe cercato di incontrare il BONASERA per il passaggio di proprietà di un’autovettura). Secondo il racconto di SPARACIO LEONARDI temeva altresì di essere un possibile obiettivo di MANCUSO Giorgio, con il quale aveva già litigato e di cui gli era noto il piano diretto alla eliminazione di tutti gli elementi che erano rimasti fedeli a Leo Giuseppe. Per eseguire l’attentato, in ordine al quale aveva chiesto ed ottenuto l’assenso e l’appoggio morale di SPARACIO, il LEONARDI si era servito di un giovane incensurato abitante al villaggio Cumia ed occupato presso una macelleria, tale Bombara, che aveva affrontato il Catanzaro all’interno di un bar del villaggio Aldisio, che la vittima designata era solito frequentare, e gli aveva esploso contro qualche colpo di pistola prima che l’arma si inceppasse ed il Catanzaro riuscisse a fuggire.

MARCHESE Mario, sia pure manifestando una certa difficoltà a ricordare con chiarezza quanto dichiarato nel corso delle indagini preliminari (interrogatori del 13.7.1993 e del 9.11.1993), ha affermato (udienze del 19 febbraio e 2 aprile 1999) che nell’estate del 1991 si era recato in compagnia dei suoi affiliati Mulé e CUSCINÀ a Rodia presso la villa di SPARACIO Luigi, incontrandovi, oltre al padrone di casa ed ai suoi affiliati VINCI Rosario, BONASERA Angelo e De Luca Antonino, anche LEONARDI Antonino, inteso nasca, cognato di Leo Giuseppe. Sorpreso ed insospettito da questa presenza, MARCHESE era stato tranquillizzato da SPARACIO in ordine alla collocazione criminale del LEONARDI, che in passato era vicino ai Leo ma ormai era transitato tra gli affiliati dello stesso SPARACIO, tanto da essere in procinto di organizzare un attentato ai danni di Catanzaro Gaetano. Per l’attentato il LEONARDI aveva dato incarico ad un giovane suo figlioccio, tale Bombara, che tuttavia non era riuscito nell’impresa e aveva poi subito la rappresaglia di RIZZO Rosario e dello stesso Catanzaro Gaetano, che ne avevano fatto seppellire il corpo nella zona denominata delle “Quattro strade” come al MARCHESE aveva poi riferito Zito Enzo, alludendo evidentemente alla zona collinare dei monti Peloritani adiacente all’incrocio notoriamente indicato con la predetta denominazione (“Dorme alle ‘quattro strade’…” sarebbe stata precisamente l’espressione usata da Zito che MARCHESE si è limitato a confermare di avere riferito nel corso dell’interrogatorio del 9.11.1993).

Molto più significativo è stato il contributo di De Francesco Paolo, collaboratore di giustizia dal dicembre 1993, esaminato in dibattimento ai sensi dell’art. 210 c. p. p. principalmente sulle due vicende del tentato omicidio di Catanzaro Gaetano e dell’omicidio di Bombara Giuseppe.

Il De Francesco, che aveva un rapporto di amicizia con SAMPERI Paolo, Catanzaro Gaetano, Vento Giuseppe, COSTANTINO Giovanni e gli altri affiliati al gruppo di MANCUSO Giorgio (tra i quali ha menzionato espressamente ROMEO, PULLIA e CALARESE Antonio), e per questa ragione frequentava assiduamente il villaggio Aldisio ed il rione Gravitelli, ha affermato (ud. 5.12.1997) che il giorno dell’attentato (verificatosi intorno alle ore 14 o 15 di un giorno dell’estate del “91) si trovava al villaggio Aldisio all’interno del bar D’Andrea, probabilmente intento a giocare a carte con amici, mentre il Catanzaro era all’esterno in compagnia di Giovanni COSTANTINO. Ad un tratto aveva avvertito un colpo di arma da fuoco e, precipitatosi all’esterno insieme agli altri avventori, aveva avuto modo di notare Catanzaro Gaetano che saliva precipitosamente su una Fiat Croma insieme a COSTANTINO, il quale si poneva alla guida dell’autoveicolo e ripartiva a gran velocità, allo scopo – avrebbe saputo successivamente il De Francesco – di inseguire il giovane che aveva compiuto l’attentato e che si era allontanato infilandosi in una traversa. L’equipaggio di una “Volante” della Polizia era intervenuto sul posto qualche minuto dopo, quando anche De Francesco si era allontanato, ma, secondo quanto il collaboratore aveva successivamente appreso, non avrebbe constatato alcunché di rilevante. Dopo un po’ di tempo, forse nella stessa serata, il De Francesco aveva poi incontrato nei pressi del capolinea degli autobus del villaggio Aldisio Catanzaro, COSTANTINO e SAMPERI, i quali commentavano il fatto (COSTANTINO rivolto a Catanzaro avrebbe usato una espressione volgare per sottolineare il fortunoso fallimento dell’attentato, nel corso del quale Catanzaro si era vista puntare la pistola al volto), ed erano in cerca del giovane che aveva sparato senza riuscire nell’impresa solo perché la pistola si era inceppata, e la cui identità non era ancora nota a Catanzaro e SAMPERI.

Il De Francesco ha proseguito il suo racconto affermando di avere appreso successivamente ed in maniera progressiva la verità sulla sorte di questa persona, avendogli in un primo momento confidato il SAMPERI di “avere un ragazzo sulla coscienza” in quanto si era reso responsabile della sua morte: ciò era avvenuto, tre giorni dopo l’incontro presso la fermata degli autobus (come De Francesco ha precisato durante il controesame in seguito alla contestazione), all’interno di un’area autostradale di servizio nel corso di una passeggiata che il De Francesco aveva fatto insieme a SAMPERI sull’autostrada Messina – Catania a bordo di una motocicletta condotta da SAMPERI e prestatagli da un amico abitante al rione Mangialupi e soprannominato ‘u liuni. L’argomento non aveva formato in quella occasione oggetto di ulteriori approfondimenti, ai quali in ogni caso il De Francesco non aspirava, considerata la delicatezza della vicenda, e tenuto anche conto del fatto che lo stato d’animo non era dei più adatti, dovendosi i due incontrare in serata presso una località di mare (per divertirsi il più possibile, ha precisato De Francesco) con Mariella Sgroi, già convivente di MANCUSO Giorgio (intesa Cicciolina, come ha ricordato MARCHESE all’udienza del 19.2.1999), spesso coinvolta nelle vicende del gruppo e degli affiliati. Qualche tempo dopo invece SAMPERI e Catanzaro, quest’ultimo in compagnia del suo cane pastore tedesco, avevano coinvolto il De Francesco in una passeggiata pomeridiana nelle campagne circostanti il campo sportivo di San Filippo, e durante il percorso De Francesco li aveva visti confabulare come se discutessero dell’opportunità di rivelare al medesimo qualche segreto. Decisi a confidare la circostanza al De Francesco (“sì, lui lo può sapere, tanto è un ragazzo a posto”), i due gli avevano rivelato che stavano andando a verificare che la pioggia caduta nei giorni precedenti non avesse scoperto il cadavere del giovane che aveva commesso l’attentato al Catanzaro e che per questa ragione era stato ucciso e seppellito nelle vicinanze. Invitati dal De Francesco a chiarire se avessero scoperto chi aveva dato incarico al giovane di commettere l’attentato, i due interlocutori gli avevano ulteriormente confidato che la vittima, un ragazzo di Cumia che faceva il macellaio, intuita la morte imminente, aveva accusato di essere il mandante del delitto LEONARDI Antonino, inteso nasca, cognato di Pippo Leo, abitante al villaggio Aldisio, che gli aveva promesso per indurlo a commettere l’omicidio la somma di cinque milioni di lire al mese. All’esecuzione avevano preso parte, oltre a SAMPERI e Catanzaro, anche COSTANTINO Giovanni e PULLIA Carmelo, dai quali il De Francesco aveva avuto in un’altra occasione una ulteriore conferma dell’accaduto, poiché il secondo accusava scherzosamente il primo di mancanza di umanità ricordandogli le sevizie che aveva inflitto accostando una sigaretta al viso del giovane durante una sorta di “interrogatorio” a cui la vittima era stata sottoposta prima di essere uccisa.

Era stato il cugino di LEONARDI Antonino, un suo omonimo (conosciuto come marmitta per la sua attività di carrozziere, come ha riferito il teste Sciacca), a consentire l’individuazione del giovane attentatore, che era stato trovato, prelevato dai suoi assassini e quindi condotto nella zona dove avrebbe dovuto essere ucciso. Sebbene SAMPERI e gli altri avessero compreso che si trattava di un buon ragazzo, estraneo agli ambienti criminali e coinvolto suo malgrado nell’attentato ideato dal LEONARDI, era stata ugualmente decisa la sua eliminazione, l’unica punizione possibile per chi aveva osato armare la propria mano ed attentare alla vita di un personaggio come Catanzaro Gaetano. Era stato personalmente SAMPERI ad esplodere l’unico colpo di pistola con cui il giovane era stato ucciso.

Proseguendo il racconto degli eventi di quel pomeriggio, De Francesco ha ricordato che, giunto sul posto sempre in compagnia di SAMPERI e Catanzaro, aveva notato che la zona in cui, secondo l’indicazione dei due, era stato seppellito il cadavere (in corrispondenza di un albero che gli avrebbe consentito successivamente di indicarla anche alle forze dell’ordine), era maggiormente ricoperta di erba rispetto all’area circostante. Quasi a sincerarsi della veridicità di quanto gli veniva riferito, il De Francesco aveva allora preso un pezzo di legno e lo aveva affondato nel terreno, incontrando una iniziale resistenza, poi superata come se il bastone si conficcasse in qualcosa. Stessa cosa aveva fatto il SAMPERI, mentre De Francesco aveva poi lanciato lontano un bossolo di cartuccia calibro 7,65 che aveva rinvenuto a terra, manifestando la preoccupazione che potesse costituire una traccia dell’omicidio.

Alla vicenda era poi capitato che successivamente si facesse qualche incidentale riferimento nel corso delle discussioni, ma l’argomento non era stato più affrontato in presenza di De Francesco.

Alle forze dell’ordine e ai magistrati che lo interrogavano il De Francesco aveva successivamente indicato il luogo visionato in compagnia di Catanzaro e SAMPERI, ed aveva poi saputo che le ricerche avevano avuto esito positivo con l’effettivo ritrovamento del cadavere.

Interpellato circa l’identità della giovane vittima De Francesco ha detto di non sapere chi esattamente fosse, anche se i suoi interlocutori gli avevano riferito che probabilmente lo conosceva di vista in quanto il ragazzo frequentava saltuariamente il bar D’Andrea, e che si trattava di un giovane i cui genitori erano separati, dopo che uno dei due (De Francesco non ricordava se fosse il padre o la madre) si era allontanato da casa. Una informale individuazione fotografica era poi quella fatta da De Francesco in presenza dei Carabinieri i quali gli mostrarono una fotografia che riportava l’immagine di tre persone, due delle quali conosciute da De Francesco (uno era Leonardi Antonino, cugino di nasca, l’altro era un amico di SAMPERI che gli prestava di solito la sua moto tipo enduro), che aveva intuito che la terza era il giovane attentatore ucciso e seppellito nei pressi del campo sportivo di San Filippo.

All’udienza del 18 dicembre 1998 è stato esaminato anche su questo episodio COSTANTINO Giovanni, il quale ha affermato che un pomeriggio di una giornata estiva (del 1991 o 1992) si trovava insieme a Catanzaro Gaetano, in compagnia del quale aveva appena consumato un caffè presso il bar D’Andrea di villaggio Aldisio e preso posto sull’autovettura per allontanarsi, allorché un giovane, che indossava una maglietta probabilmente bianca ed un paio di pantaloncini corti e calzava degli zoccoli, aveva estratto una pistola calibro 7,65 puntandola verso Catanzaro e tentando invano di fare fuoco in quanto l’arma si era inceppata. Mentre COSTANTINO che era alla guida provvedeva ad avviare l’autovettura, il giovane era riuscito a rendere la pistola efficiente e ad esplodere due colpi che avevano raggiunto il parabrezza, il poggiatesta del sedile lato guida e la fiancata posteriore dell’autovettura. COSTANTINO e Catanzaro, rimasti illesi, si erano invece rifugiati a piedi presso una vicina abitazione, dove stavano facendo ingresso due anziani, spaventati dall’irruzione o forse dagli spari, e da lì avevano avvertito telefonicamente RIZZO Rosario chiedendogli di venire a prelevarli. RIZZO era intervenuto con la sua autovettura blindata in compagnia di PULLIA Carmelo ed IDOTTA Marcello, ed in questo frangente era arrivata anche una “Volante” della Polizia il cui equipaggio, registrata la presenza del gruppetto di persone, aveva chiesto notizie sulla sparatoria: tuttavia gli affiliati presenti al bar, e segnatamente SAMPERI Paolo e Vento Giuseppe, avevano già provveduto a cancellare ogni traccia dell’accaduto, nascondendo l’autovettura colpita ed occultando i bossoli che erano rimasti a terra. Precisando poi nel corso del controesame dei difensori la sorte dell’autovettura, COSTANTINO ha riferito che era stata portata a Camaro nel garage dell’abitazione della suocera dell’imputato (madre di MANCUSO Giorgio), e quindi COSTANTINO, dopo avere frantumato l’intero parabrezza con una pietra e dilatato i fori dei proiettili per non destare sospetti, aveva personalmente provveduto a farla riparare da un suo lattoniere di fiducia con officina ubicata in una traversa della via Tommaso Cannizzaro.

Circa l’identità dell’attentatore COSTANTINO ha dichiarato che attraverso Vento Giuseppe si era saputo che il giovane, che si chiamava Bombara Giuseppe, lavorava presso una macelleria di Cumia o di San Filippo ed era solito farsi accompagnare tutte la mattine dal suo datore di lavoro. Venuti a conoscenza di ciò, SAMPERI, Vento Catanzaro e lo stesso COSTANTINO qualche giorno dopo si erano portati lungo la strada che conduce a S. Filippo a bordo di un’autovettura Lancia rubata, avevano atteso il passaggio di Bombara e del titolare della macelleria, avevano quindi fermato la Renault 5 TURBO di colore bianco su cui i due si trovavano ed avevano condotto entrambi al campo sportivo che si trova nella zona denominata “case GESCAL”. Lasciato quindi andare il proprietario della macelleria, in quanto Vento garantì che avrebbe conservato il silenzio sull’accaduto, era stato iniziato un vero e proprio “interrogatorio” del Bombara, sottoposto a sevizie per indurlo a rivelare il nome del mandante dell’attentato a Catanzaro. Mentre Vento e SAMPERI tenevano il giovane, COSTANTINO gli spegneva una sigaretta in un occhio, finché il giovane si era deciso a rivelare che era stato mandato da LEONARDI Antonino, inteso nasca, cognato del defunto Leo Giuseppe, che gli aveva promesso la somma di cinque milioni di lire al mese, provento delle estorsioni ai danni di alcuni cantieri edili nelle quali era intenzione di LEONARDI subentrare a MANCUSO Giorgio che ne era stato fino a quel momento il beneficiario. Peraltro il Bombara aveva rivelato che all’attentato a Catanzaro aveva preso parte anche il proprietario della macelleria dove lavorava, il quale lo aveva condotto sui luoghi ed era pronto ad attenderlo nelle vicinanze a bordo di un’autovettura per favorirne la fuga. Presa a questo punto la decisione di uccidere il giovane (alla quale aveva già dato il suo assenso RIZZO Rosario), i quattro si erano quindi separati, in quanto COSTANTINO si era allontanato in compagnia di Catanzaro, mentre Vento e SAMPERI, armati con due pistole (una calibro 9 ed una calibro 7,65), erano rimasti sul posto ed avevano ucciso il Bombara, provvedendo successivamente a sotterrarne il cadavere sulla collina che sovrasta il campo. Esprimendo il suo convincimento sulle ragioni dell’attentato ai danni del Catanzaro, il COSTANTINO ha dichiarato che esso si inquadrava probabilmente nella guerra scatenata dagli altri gruppi e che LEONARDI Antonino aveva organizzato l’agguato perché si stava forse legando a qualcuno dei gruppi coalizzati contro il gruppo “Mancuso- Rizzo”, al quale tanto COSTANTINO che Catanzaro appartenevano.

Alla luce delle circostanze emerse in dibattimento la Corte, recependo peraltro una sollecitazione del Pubblico Ministero, ha disposto un accertamento mirato a verificare l’episodio del controllo eseguito dalle forze dell’ordine nelle vicinanze del bar D’Andrea subito dopo l’attentato al Catanzaro e a dare possibilmente una collocazione cronologica al delitto, che l’accusa ipotizza commesso “nel luglio 1991”, senza ulteriori specificazioni.

È stata così disposta la citazione e l’audizione di Giorgianni Santo e Pistone Giuseppe, componenti della pattuglia della Polizia di Stato che la sala operativa della Questura inviò nel pomeriggio del 23 luglio 1991 nelle vicinanze del bar D’Andrea dove era stata segnalata una sparatoria. Entrambi i verbalizzanti hanno riferito (ud. 8.5.1999) che sul posto, e precisamente nella via Allegra del villaggio Aldisio, fu registrata la presenza di un gruppo di pregiudicati che discutevano animatamente, nonché di alcune autovetture, una Alfetta blindata, una Lancia Delta e una Peugeot 205, ma non furono rinvenuti bossoli o altro che potesse confermare la segnalazione della sala operativa. Nessuna notizia fu possibile ottenere dai presenti, interrogati informalmente, che vennero allora sottoposti a perquisizione, estesa ai mezzi indicati. Confermando quanto già era noto alla Corte alla luce delle dichiarazioni di alcuni dei protagonisti dell’episodio, i due verbalizzanti hanno specificato l’identità delle persone controllate (SAMPERI Paolo, RIZZO Rosario, COSTANTINO Giovanni, IDOTTA Marcello, Vento Giuseppe e Catanzaro Gaetano), ed è stata successivamente acquisita copia dei verbali di perquisizione a carico di SAMPERI, RIZZO e  Vento e dei rispettivi automezzi, importanti ovviamente non già per l’esito dell’atto (che fu negativo), ma per la indicazione della data e dell’orario dell’intervento, riportati anche nella relazione di servizio consultata dai testimoni (ore 16,35 del 23 luglio 1991) da cui è agevole risalire anche all’ora in cui presumibilmente si verificò l’attentato che sia De Francesco che COSTANTINO hanno affermato essere avvenuto nel pomeriggio. Peraltro l’esame dei verbali di perquisizione e la testimonianza dei due poliziotti è rilevante anche perché costituisce l’ulteriore conferma della utilizzazione da parte dei personaggi controllati di alcuni autoveicoli la cui presenza è attestata in molti degli episodi presi in esame dalla Corte, come, ad es., l’Alfetta 2000 blindata di colore blu, su cui fu notata la presenza di RIZZO Rosario, o la Lancia Delta HF di colore bianco, sulla quale si trovava il Vento, ma che era notoriamente in uso prima dell’arresto (10 giugno 1991) a MANCUSO Giorgio (che vi era stato notato in compagnia di RIZZO Rosario nel pomeriggio del 10 maggio 1991 nella zona di Provinciale, come risulta dalla relazione di servizio prodotta in copia dal Pubblico Ministero in data 8.5.1999 e contenuta anche nella carpetta degli atti relativi al capo 27). Appare poi quasi superfluo sottolineare la comune appartenenza allo stesso contesto associativo delle persone controllate, attestata dalle risultanze dell’intero dibattimento e ripetutamente affermata dai testimoni che sono apparsi in possesso del più vasto patrimonio di conoscenze investigative (come, ad es., il dott. Gugliotta, funzionario della Squadra Mobile di Messina all’epoca dei fatti, sentito in diverse occasioni nel corso del dibattimento ed in particolare all’udienza del 5.12.1997).

Un imponente complesso di convergenti risultanze processuali giustifica l’affermazione di responsabilità di LEONARDI Antonino quale mandante del tentato omicidio di Catanzaro Gaetano. Ci si riferisce certamente agli elementi già illustrati e di cui ci si accinge a compiere una breve analisi critica, ma anche a quanto è emerso in dibattimento con riferimento all’episodio della scomparsa di Bombara Giuseppe, che a quello in considerazione è intimamente connesso, ed il cui esame è stato rinviato per mera comodità espositiva e per evitare, nei limiti del possibile, ripetizioni superflue: la relazione di interdipendenza probatoria che lega le due vicende fa sì che la piena conferma dell’ipotesi accusatoria anche con riferimento all’omicidio di Bombara Giuseppe è destinata a ripercuotersi in maniera decisiva sull’affidabilità delle risultanze relative all’attentato a Catanzaro Gaetano, e viceversa i riscontri di quest’ultimo episodio emersi o acquisiti in dibattimento rafforzano ulteriormente le ragioni della condanna di SAMPERI Paolo, l’unico tra gli imputati a negare con forza la propria responsabilità in ordine alla soppressione di Bombara Giuseppe.

Alla luce di quanto è emerso in dibattimento, anche al di là di quanto era stato accertato al momento della emissione dell’ordinanza di custodia cautelare o del rinvio a giudizio degli imputati, è innanzitutto certa la realtà storica di un attentato a Catanzaro Gaetano, esponente di spicco del gruppo “Mancuso”, avvenuto al villaggio Aldisio, nei pressi del bar D’Andrea, nelle prime ore del pomeriggio del 23 luglio 1991. Le dichiarazioni dei testi Giorgianni e Pistone e le risultanze dei verbali di perquisizione acquisiti, anche senza chiamare in causa le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia relative all’episodio in esame, autorizzano ampiamente l’affermazione che nel primo pomeriggio di quella giornata estiva nel quartiere della zona sud della città denominato villaggio Aldisio si verificò una sparatoria, la cui segnalazione al 113 della Questura provocò l’intervento della pattuglia composta dal vicesovraintendente Giorgianni, dall’agente scelto Pistone e dall’agente Cambria. La presenza sui luoghi dello stesso Catanzaro, di COSTANTINO e degli altri esponenti del gruppo “Mancuso - Rizzo”, constatata dai verbalizzanti, costituisce comunque una conferma del fatto che fosse accaduto qualcosa di rilevante, tanto da giustificare, peraltro in un periodo particolare come quello seguito all’uccisione di Di Blasi Domenico e al conseguente arresto di MANCUSO Giorgio, l’incontro o comunque la convergenza nella stessa zona di personaggi notoriamente restii a farsi vedere insieme, per non essere costretti in caso di controllo a dare troppe spiegazioni e per non alimentare i sospetti di una comune militanza criminosa.

È poi significativo che l’identità delle persone controllate nella via Allegra corrisponda perfettamente con quella dei personaggi menzionati da COSTANTINO Giovanni nel corso della sua ricostruzione, posto che, secondo il collaboratore (le cui dichiarazioni sono successive all’ordinanza di custodia cautelare, risalendo al 20 luglio 1995), RIZZO ed IDOTTA erano intervenuti perché chiamati telefonicamente dallo stesso COSTANTINO e da Catanzaro, mentre Vento e SAMPERI si trovavano nella zona, forse proprio al bar D’Andrea, avevano appreso dell’attentato e, ispirati esclusivamente dall’esperienza maturata nell’ambiente e senza che alcuno glielo ordinasse, si erano immediatamente dati da fare per cancellare ogni traccia dell’accaduto.

Una ulteriore conferma dell’effettivo accadimento dell’attentato proviene poi da Leonardi Antonino, cugino ed omonimo dell’odierno imputato, inteso marmitta fin dalla giovinezza per la sua attività di carrozziere, o forse perché, come il testimone ha spiegato in dibattimento, aveva in passato alterato il proprio ciclomotore rendendolo più rumoroso ed associando la propria persona a questa particolare caratteristica del veicolo. Costui, sentito all’udienza del 12.12.1997 ed originariamente indicato per riferire in merito all’omicidio di Bombara Giuseppe, in relazione allo strettissimo legame di interdipendenza probatoria che intercorre tra le due vicende è stato interpellato anche in merito all’attentato subito da Catanzaro Gaetano, e nel contesto di una deposizione, che, come si rileverà meglio in seguito, è apparsa molto reticente, non ha trovato di meglio che accusare apertamente i verbalizzanti che lo avevano sentito nel corso delle indagini preliminari di averlo minacciato di arresto e di avergli prospettato il rischio di un pestaggio ove non si fosse deciso a sottoscrivere un verbale di dichiarazioni con cui, tra l’altro, il Leonardi ammetteva di avere saputo dell’attentato al Catanzaro all’interno del bar D’Andrea pochi minuti dopo il verificarsi dell’accaduto, e di avere notato anche nella stessa circostanza che il SAMPERI veniva controllato da alcuni poliziotti (nel verbale del 13 gennaio 1994, sottoscritto negli uffici della Squadra Mobile di Messina e contenuto in copia nella carpetta degli atti relativi al capo 28, è scritto tra l’altro: “…Ricordo perfettamente che verso la metà del mese di luglio del 1991, un pomeriggio intorno alle ore 16,30, recatomi come di consueto presso il bar D’Andrea, sito nei pressi della suddetta piazzetta al Villaggio Aldisio, apprendevo dagli avventori che poco prima avevano attentato alla vita di Catanzaro Gaetano. Stando a quello che ho sentito l’attentatore era un giovane che subito dopo avere esploso qualche colpo di pistola, senza comunque colpire il Catanzaro, si dileguava a piedi in direzione della via che costeggia il supermercato della famiglia Leo, quindi avviandosi verso le case GESCAL di S. Filippo. Nell’occasione appresi che l’attentatore, che aveva agito a viso scoperto, era un giovane di circa 20 anni ai più sconosciuto. Ricordo senza ombra di dubbio che era il mese di luglio in quanto proprio in quel mese stavo eseguendo un lavoro edile presso l’abitazione della sorella della signora D’Andrea, moglie del titolare del sopra citato bar, e sono sicuro anche circa l’orario già indicato, in quanto ricordo bene di aver smesso di lavorare alle ore 16,30 circa. […] Ricordo che allorquando arrivai al bar, poco distante notai il SAMPERI Paolo che veniva controllato da alcuni agenti di Polizia…”).

A prescindere dalle pesanti ed esplicite accuse ai verbalizzanti rivolte dal Leonardi, per le quali si è resa doverosa alla fine della stessa udienza del 12.12.1997 la trasmissione degli atti al Pubblico Ministero, nei limiti in cui in questa sede è necessario privilegiare una delle due versioni fornite dal Leonardi, si deve osservare che appare poco plausibile l’idea che il contenuto delle dichiarazioni di cui al verbale del 1994 possa essere il frutto dei pressanti “suggerimenti” dei verbalizzanti, esclusivamente desiderosi, come ha fatto intendere Leonardi, di trovare un supporto alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e di completare la ricostruzione di una vicenda che aveva da qualche giorno avuto un inatteso e positivo sbocco investigativo con il ritrovamento dei resti cadaverici di Bombara Giuseppe. Va piuttosto rilevato che la smentita dibattimentale si inserisce nel contesto di una deposizione che ha lasciato molto perplessi, inducendo il sospetto che il Leonardi, ben inserito nell’ambiente in cui maturarono i due delitti ed in rapporti di conoscenza e di frequentazione con tutti i protagonisti della vicenda, oltre ad essere il cugino dell’odierno imputato, sappia in ogni caso molto di più di quanto non sia disposto ad ammettere e possa essere addirittura coinvolto personalmente nella scomparsa di Bombara Giuseppe, tanto da imporsi l’esigenza di ulteriori approfondimenti proprio in ordine alla posizione del Leonardi inteso marmitta da parte del Pubblico Ministero al quale è stata trasmessa a tal fine copia degli atti relativi al capo 28. Il Leonardi è stato indicato espressamente da De Francesco come colui che aveva consentito l’individuazione del giovane attentatore (il 10.1.1994 ne aveva parlato come di colui che aveva rivelato l’identità del giovane al SAMPERI), e la reticenza dimostrata dal Leonardi in dibattimento potrebbe scaturire proprio dalla volontà di allontanare da sé qualsiasi sospetto e di ostentare una completa estraneità ai fatti, che è totalmente smentita da tutte le altre risultanze dibattimentali. Per quel che rileva in questa sede l’affermazione di avere saputo dagli avventori del bar D’Andrea che poco prima un giovane aveva attentato alla vita di Catanzaro Gaetano è ricca di troppe specificazioni per essere il frutto di una “manipolazione” dei verbalizzanti, anche perché il dichiarante, per ancorare temporalmente la vicenda, l’ha associata ad un elemento ben preciso di cui nessun altro poteva essere a conoscenza (i lavori che stava eseguendo presso l’abitazione della sorella della titolare del bar).

L’attentato fu poi compiuto in un orario compatibile con l’attività lavorativa di Bombara (ed anche di Carpenzano Raffaele, ove si volesse dar credito a COSTANTINO), dal momento che il lavoro in macelleria proseguiva nel pomeriggio solo nelle giornate di venerdì e di sabato.

Anche l’attentato a Catanzaro Gaetano si inserisce nella lunga serie di agguati e omicidi seguita all’omicidio Di Blasi e costituisce una tappa della strategia di sistematico annientamento degli elementi del gruppo “Mancuso – Rizzo” decisa ed attuata dagli altri gruppi. Che Catanzaro fosse un possibile obiettivo della rappresaglia non può sorprendere, dal momento che la sua collocazione criminale al fianco di MANCUSO Giorgio era un fatto notorio: la tragica conferma la si ebbe meno di un anno dopo, allorché nel marzo del 1992 il Catanzaro non sfuggì all’ennesimo agguato ai suoi danni, organizzato, come quello del luglio 1991, presso lo stesso bar D’Andrea ma con un impegno di mezzi e di uomini di gran lunga maggiore, tale, in questo caso, da non lasciare scampo (v. l’analisi delle risultanze dibattimentali relative ai reati di cui al capo 34). Venuta meno qualsiasi possibilità di colpire MANCUSO che era stato arrestato nel giugno precedente e prima che l’offensiva dei gruppi avversari coalizzati si concentrasse sulla persona di RIZZO Rosario, è del tutto logico ritenere che fosse perseguita o vista comunque con favore l’idea di eliminare uno degli elementi più rappresentativi del gruppo “Mancuso”, personaggio di carisma e di notevole prestigio criminale (colui che, secondo RIZZO Rosario, comandava il gruppo in mancanza di MANCUSO), anche se non più valido dal punto di vista operativo, in quanto afflitto tra l’altro da problemi visivi, forse per i postumi di un precedente attentato, subito da Catanzaro il 12 gennaio 1984 (per il quale, in esito al primo grado del procedimento Peloritana Uno, sono stati condannati D’Arrigo Marcello e SPARACIO Luigi, capi 17 e 18 del decreto che dispone il giudizio): per un altro attentato ai danni dello stesso Catanzaro, verificatosi in data 11.7.1983, si procedeva originariamente nell’ambito della Peloritana Due a carico di PARATORE Vincenzo, Crocè Giuseppe e FERRANTE Santi, questi ultimi due arrestati nel luglio 1995 (v. capo 69 dell’ordinanza di custodia cautelare, pp. 331 – 332, successivamente oggetto del provvedimento di separazione del GUP citato nel corso dell’esposizione dello svolgimento del processo): episodi ai quali evidentemente si riferiva il COSTANTINO, quando, secondo il racconto di De Francesco, commentava la buona sorte avuta fino a quel momento dal Catanzaro. E quanto il Catanzaro fosse importante nella gerarchia interna e negli equilibri del gruppo “Mancuso” lo attesta anche la circostanza che la sua uccisione fu tra i pochissimi episodi (tra i numerosi verificatisi in danno di elementi del gruppo “Mancuso – Rizzo”) a suscitare una immediata reazione, concretizzatasi nell’omicidio di Mazzeo Roberto (v. capo 35).

La possibile coesistenza di altre causali dell’attentato non determina poi alcun pregiudizio alla coerenza di siffatto inquadramento. Anche per altri episodi, tra quelli successivi all’omicidio Di Blasi o connessi comunque ad una determinata strategia di gruppo, si è spesso registrata la coesistenza tra causali per così dire individuali e causali di più ampio respiro, destinate le une e le altre a convergere rafforzandosi vicendevolmente ed alimentando la determinazione criminosa dell’autore o degli autori materiali del delitto. Nel caso di specie alla causale connessa alla volontà di indebolimento del gruppo “Mancuso – Rizzo” si sono certamente sovrapposte ragioni proprie dell’istigatore, a cui spesso ci si è riferiti in dibattimento per giustificare il fatto che proprio LEONARDI Antonino avesse preso l’iniziativa di organizzare l’omicidio di Catanzaro Gaetano. Rancore mai sopito per l’uccisione del cognato Leo Giuseppe da parte di MANCUSO, tra i cui fedelissimi rientrava il Catanzaro, bisogno di dimostrare di non appartenere al gruppo “Mancuso”, volontà di anticipare MANCUSO ed i suoi affiliati che ne avevano decretato la morte, desiderio di assumere il controllo delle estorsioni gestite dal gruppo “Mancuso”: sono queste le ragioni che in dibattimento sono emerse per spiegare l’interesse di LEONARDI alla morte di Catanzaro Gaetano, ma ciò che risalta in maniera univoca è che ad esse fa da sfondo la consueta cornice, necessaria per comprendere la richiesta di assenso e di appoggio rivolta dal LEONARDI allo SPARACIO nel corso di quell’incontro presso la villa di Rodia in cui fu anche presentato il giovane a cui sarebbe stata affidata l’importante missione. È perciò plausibile che, come in altre occasioni, le ragioni individuali del delitto abbiano finito per costituire l’occasione per dare sfogo ed esecuzione a progetti di più ampia portata, come dimostra l’ottima accoglienza che SPARACIO riservò all’idea di LEONARDI.

Sul nome di LEONARDI Antonino, inteso nasca, quale autore del mandato che il Bombara non riuscì a portare ad esecuzione, si registra poi una così assoluta convergenza delle fonti di accusa da smentire qualsiasi ipotesi di macchinazione ai danni dell’imputato, il quale peraltro non ha dimostrato l’esistenza di particolari ragioni di risentimento da parte dei suoi accusatori, o di contatti tra di essi precedenti alla verbalizzazione delle loro dichiarazioni. Da punti di vista completamente diversi, considerate le pregresse appartenenze e le diverse modalità di acquisizione delle relative conoscenze, i collaboratori di giustizia sentiti in dibattimento hanno riferito in maniera concorde un nucleo comune di circostanze relative all’attentato a Catanzaro Gaetano, tra cui in primo luogo l’indicazione di LEONARDI Antonino quale mandante del delitto.

Secondo quanto è emerso in dibattimento attraverso le contestazioni, di LEONARDI Antonino come mandante od organizzatore dell’attentato a Catanzaro Gaetano commesso nell’estate del 1991, prima che all’episodio facesse ampio riferimento De Francesco Paolo nel gennaio 1994 (allorché consentì il ritrovamento dei resti del cadavere di Bombara), avevano già parlato ARNONE Marcello (verbale del 3.2.1993) e MARCHESE Mario (verbale del 13.7.1993), mentre ai primi mesi del 1994 risalgono i contributi degli altri due collaboratori sentiti in dibattimento, SPARACIO Luigi (verbale del 27.4.1994) e LA TORRE Guido (verbale del 26.5.1994).

A quanti avevano già in precedenza riferito sull’episodio, appena qualche giorno dopo la notifica dell’ordinanza di custodia cautelare (che lo aveva raggiunto anche per l’omicidio di Bombara Giuseppe) si aggiunse COSTANTINO Giovanni, determinatosi a seguire la strada della collaborazione intrapresa dal cognato MANCUSO Giorgio. Va a questo proposito evidenziato che se, in linea di principio, il contributo dell’indagato, e poi imputato, che abbia iniziato a collaborare dopo la notifica dell’ordinanza di custodia cautelare, è dotato di un livello di attendibilità minore con riferimento alle vicende per le quali la misura è stata emessa, in quanto la conoscenza della prospettazione accusatoria trasfusa nel provvedimento restrittivo rende concreto il rischio della mancanza di autonomia delle dichiarazioni più recenti, nel caso di specie le dichiarazioni di COSTANTINO Giovanni sono associate ad una personale ammissione di responsabilità (per l’uccisione di Bombara Giuseppe) ed appaiono sotto molti profili frutto di una conoscenza diretta dei fatti, avendo il collaboratore inserito nel panorama già noto alcuni elementi nuovi, non facenti parte della ricostruzione contenuta nell’ordinanza con cui fu applicata la misura cautelare e destinati a trovare conferma nelle altre risultanze dibattimentali (come ad es. il controllo eseguito dalla pattuglia intervenuta, o la presenza sui luoghi di RIZZO Rosario e di IDOTTA Marcello, o la spiegazione della ragione per cui non furono trovate tracce della sparatoria).

In presenza di questo coerente e convincente quadro accusatorio, destinato a rafforzarsi ulteriormente alla luce dell’esposizione delle risultanze processuali specificamente relative ai reati di cui al capo successivo della rubrica, rimane solamente da spendere qualche considerazione in ordine alla correttezza della qualificazione giuridica assegnata all’episodio e alla sussistenza delle aggravanti contestate.

Sotto il primo profilo, l’accoglimento della ricostruzione dei fatti fornita dai collaboratori sentiti in dibattimento attesta senza alcuna ombra di dubbio la volontà omicida di chi organizzò ed eseguì, sia pure infruttuosamente, l’attentato a Catanzaro Gaetano. Il progetto reso noto da LEONARDI Antonino in occasione dell’incontro con SPARACIO Luigi presso la villa di Rodia non prevedeva sbocco diverso dalla eliminazione del Catanzaro, la cui morte avrebbe al contempo contribuito alla causa comune dell’indebolimento del gruppo “Mancuso – Rizzo” e soddisfatto le esigenze di natura più propriamente personale che avevano indotto il LEONARDI a prendere l’iniziativa. Le modalità dell’episodio denotano poi univocamente la volontà omicida dell’esecutore materiale dell’attentato, soprattutto alla luce delle dichiarazioni di COSTANTINO Giovanni, che era presente e che rischiò concretamente di rimanere suo malgrado coinvolto pur non essendo l’obiettivo del giovane attentatore: che fosse intenzione di questi uccidere la vittima predestinata e che la sua condotta fosse idonea allo scopo, lo dimostrano la direzione che avrebbe potuto avere il primo colpo di pistola ove l’arma non si fosse inceppata, essendo indirizzato verso il volto di Catanzaro, ma anche la traiettoria dei colpi successivi colpi, indirizzati verso coloro che avevano preso momentaneamente posto sulla Croma di COSTANTINO con direzione compatibile con il loro ferimento in parti vitali (l’autovettura, secondo quanto ha riferito COSTANTINO, fu raggiunta anche al parabrezza e al poggiatesta di uno dei sedili anteriori). L’idoneità offensiva dell’attentato è anche attestata dall’allarme che l’episodio suscitò nelle potenziali vittime, che sentirono il bisogno di chiamare immediatamente in aiuto il RIZZO, tanto per metterlo al corrente dell’accaduto, quanto, più concretamente, per chiedere “rinforzi” e decidere il da farsi.

La ricostruzione accolta attesta inoltre che l’attentato fu il frutto di una preparazione protrattasi per un arco di tempo sufficiente a ritenere sussistente l’aggravante della premeditazione. Rinviando ancora una volta all’esposizione dei principi generali illustrati in altra parte di questa motivazione (v. le osservazioni contenute nell’ambito dell’analisi dei reati di cui al capo 2, omicidio di Spagnolo Giovanni e reati connessi), è sufficiente in questa sede segnalare che il LEONARDI era consapevole dello scontro che vedeva contrapposti tutti gli altri gruppi a quello di appartenenza del Catanzaro, che l’attentato fu preannunciato da LEONARDI in occasione del più volte citato incontro con SPARACIO presso la villa di Rodia, e che esso fu preceduto da una fase organizzativa ancora precedente, necessaria al LEONARDI quantomeno per individuare la persona a cui affidare l’incarico: sintomi di una risoluzione criminosa, che, quantomeno con riferimento all’odierno imputato, si è protratta ferma e costante per un apprezzabile lasso di tempo.

Ricorre infine l’aggravante di cui all’art. 7 del d. l. n. 152/91. Prescindendo evidentemente dalla estraneità del giovane esecutore materiale ad ambienti criminali o logiche associative, circostanza sulla quale il dibattimento non autorizza dubbi, è invece certo che, considerata la personalità della vittima ed il momento nel quale l’attentato fu commesso, esso era destinato, in caso di riuscita, ad agevolare oggettivamente l’azione dei gruppi ostili a MANCUSO Giorgio e RIZZO Rosario, spasmodicamente impegnati nell’opera di sistematico annientamento del gruppo avversario decisa dopo l’omicidio Di Blasi. Che l’attentato giovasse alla causa comune non poteva certamente sfuggire a LEONARDI Antonino, cognato del defunto Leo Giuseppe, cugino, per sua stessa ammissione, di GALLI Luigi e condannato, in esito al primo grado del procedimento Peloritana Uno, per associazione a delinquere di stampo mafioso e per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Solo in questa prospettiva si comprende la richiesta di appoggio a SPARACIO Luigi, finalizzata ad ostentare la propria affidabilità e a smentire eventuali sospetti di contiguità con l’erede di Leo Giuseppe, ma anche a cercare l’assenso “rassicurante” di SPARACIO per un delitto destinato ad innescare reazioni non interamente prevedibili e non sopportabili senza conseguenze in mancanza di un autorevole sostegno da parte di chi rappresentava l’interesse di tutti gli altri gruppi all’indebolimento del gruppo “Mancuso – Rizzo”. Ed anche le causali che sono emerse in dibattimento come proprie dello stesso LEONARDI rimandano ad un contesto di antagonismo tra gruppi contrapposti, di lotta per l’affermazione della supremazia di un gruppo sull’altro, di utilizzazione dell’omicidio come strumento per l’acquisto ed il consolidamento di posizioni egemoniche nell’ambito del panorama della criminalità organizzata cittadina. Anche la mancata denuncia dell’episodio, rimasto sconosciuto alle forze dell’ordine per una precisa scelta della stessa vittima, rispecchia la matrice del delitto e conferma la sussistenza dell’aggravante in questione.

Per la concreta commisurazione della pena si rinvia alla parte conclusiva di questa motivazione, evidenziando fin da adesso che LEONARDI Antonino figura tra gli imputati che fecero tempestivamente richiesta di definizione del procedimento con le forme del giudizio abbreviato nel corso dell’udienza preliminare (ud. 28.5.1996), sicché, essendo il titolo di reato per il quale viene pronunciata condanna compatibile con l’applicabilità della diminuente prevista dall’art. 442 c. p. p. ed apparendo anche in questo caso ingiustificato il dissenso opposto dal Pubblico Ministero alla celebrazione del rito alternativo (in base alle considerazioni che saranno sviluppate nella parte conclusiva di questa motivazione), compete al LEONARDI la riduzione di un terzo della pena.