2.3.31.    Omicidio volontario in danno di CASPO Raimondo e tentato omicidio di RIZZO Rosario e IDOTTA Marcello (capo 31)

A due mesi esatti dall’attentato del 6 settembre 1991 la stessa zona della parte sud della città era teatro di un altro gravissimo fatto di sangue, il cui obiettivo era ancora RIZZO Rosario, sfuggito quasi illeso all’attentato, che determinò invece la morte di uno dei giovani che viaggiava insieme a lui ed il ferimento accidentale di una donna che transitava a bordo dell’autovettura condotta dal marito.

Poco prima delle ore 18,30 del 7 novembre 1991, mentre sulla via Comunale (o S. Antonio), che collega la S. S. 114 ed il villaggio Santa Lucia sopra Contesse, transitava la Maserati targata ME 467174, condotta da RIZZO Rosario, sulla quale si accertò nell’immediatezza che viaggiavano anche IDOTTA Marcello e Caspo Raimondo, un gruppo di persone armate, appostate dietro un muretto ed in corrispondenza di una curva, all’altezza della vecchia chiesetta di S. Antonio (che si trova invece sulla sinistra per chi percorre la strada nello stesso senso di marcia del RIZZO), esplodeva numerosi colpi in direzione dell’autovettura, a bordo della quale alla fine della sparatoria rimaneva il corpo senza vita di Caspo Raimondo.

Lo scenario presentatosi alle forze dell’ordine accorse sul posto è ben rappresentato dai rilievi fotografici e dall’allegato verbale di sopralluogo. Percorrendo la via S. Antonio con direzione mare – monte, nei pressi di una curva su cui si innesta una strada che conduce al vicino torrente S. Filippo, veniva innanzitutto rinvenuta una Fiat 127 di colore rosso, targata ME 309392, con lo sportello anteriore sinistro aperto e con le chiavi inserite nel quadro acceso. L’autovettura, che risultava rubata la mattina del 28 ottobre 1991 a Bonsignore Giuseppe, il quale, come ha dichiarato in dibattimento (ud. 12.12.1997), l’aveva momentaneamente lasciata nei pressi di un negozio con le chiavi inserite nel quadro, presentava danni evidenti all’altezza del paraurti e dello spigolo anteriore sinistro, da cui era stato asportato tutto il faro, mentre il cofano per l’urto aveva subito una deformazione: il tipo di danni riportati, nonché la circostanza che l’autovettura fu trovata collocata in una posizione tale da occupare parzialmente la carreggiata, indussero subito gli inquirenti a ritenere che il mezzo fosse stato utilizzato dai sicari per “speronare” la Maserati di RIZZO. Dava esito negativo la ricerca di eventuali impronte digitali sull’autovettura, ma all’interno del veicolo dopo una ricerca più accurata venivano rinvenuti 5 bossoli di cartucce per fucile mitragliatore (v. copia del verbale di sequestro del 7.11.1991, ore 21). Proseguendo verso il centro abitato venivano trovate danneggiate altre due autovetture, una Fiat 126 e una Fiat TIPO, perché raggiunte da alcuni dei colpi esplosi nel corso della sparatoria e in più parti lesionate probabilmente dalla Maserati di RIZZO lanciata in corsa dal conducente per cercare di sfuggire alla pioggia di fuoco degli aggressori. Nella stessa direzione di marcia, nei pressi della chiesetta di S. Antonio e a poca distanza dall’inizio del centro abitato di S. Lucia sopra Contesse, veniva trovata la Maserati del RIZZO, che presentava vistosi danni alla fiancata sinistra, allo spigolo anteriore destro e al lunotto posteriore, completamente lesionato dai proiettili e forato in più punti. All’interno dell’abitacolo, con il capo riverso sul sedile posteriore, veniva trovato il cadavere del ventiduenne Caspo Raimondo, raggiunto da numerosi colpi di arma da fuoco alla testa, alle braccia e al torace.

Nelle vicinanze della palazzina n. 43 di Santa Lucia veniva poi rinvenuta l’autovettura Ford Fiesta, targata ME 398862, su cui transitava al momento della sparatoria Fiorentino Emilia, che era in compagnia del marito Settimo Giuseppe e del figlio Arcangelo. Come evidenziano alcuni dei rilievi fotografici l’autovettura era stata raggiunta accidentalmente da almeno due dei colpi esplosi nel corso della sparatoria, che avevano forato la carrozzeria nella parte posteriore, all’altezza della targa e del gruppo ottico destro, penetrando poi all’interno dell’abitacolo. In dibattimento Settimo Giuseppe ha affermato (ud. 9.1.1998) che la moglie si era improvvisamente sentita male dopo essere stata raggiunta alla schiena da uno dei proiettili, il cui fragore, avvertito quando la Fiesta transitava all’altezza di una fabbrica di essenze, in un primo momento aveva indotto il Settimo a pensare che si trattasse di innocui petardi. Dall’esame del referto in atti si desume che la donna, dopo essere stata medicata al pronto soccorso del Policlinico universitario per una ferita con foro di entrata alla regione lombare sinistra e foro di uscita alla regione epigastrica, data la gravità delle condizioni fu subito ricoverata nel reparto di rianimazione con prognosi riservata. Il marito ha poi ricordato in dibattimento che i postumi delle lesioni al fegato subite nell’occasione avrebbero portato la Fiorentino alla morte due anni dopo: in relazione ai reati in esame il Settimo si era costituito parte civile (in proprio e quale genitore esercente la potestà sul figlio minore Arcangelo) all’udienza preliminare del 15 maggio 1996, anche se la costituzione non ha poi avuto in dibattimento ulteriori sbocchi processuali, sicché essa, ai sensi dell’art. 822 c. p. p., deve intendersi revocata analogamente a quella della madre di Bombara Giuseppe in relazione ai reati di cui al capo 28.

Conseguenze meno gravi riportarono i sopravvissuti all’agguato, IDOTTA Marcello e RIZZO Rosario, solo il primo ricoverato per una ferita al polpaccio sinistro con ritenzione del proiettile, mentre il secondo fu medicato per alcune ferite superficiali prodotte da pallini di piombo all’emitorace sinistro ed al braccio sinistro.

Furono numerosissimi e di svariati calibri i reperti balistici rinvenuti in un raggio molto esteso tanto dalla polizia di Stato che dai carabinieri, ostacolati nell’opera di recupero dalle pessime condizioni atmosferiche della serata (come ha riferito all’udienza del 12.12.1997 il teste Quartarone, dirigente pro tempore del commissariato di Messina sud). Più precisamente il personale della polizia di Stato rinvenne e sottopose a sequestro 12 bossoli di cartuccia per pistola calibro 9 ´ 21, un bossolo di fucile calibro 12 marca Clever (trovato nei pressi della Maserati di RIZZO), 3 bossoli di cartucce per mitra calibro 5,56, 20 bossoli di cartuccia per mitra calibro 7,62 ´ 39 marca Lapua, e due ogive, una di calibro imprecisato trovata sul sedile posteriore dell’autovettura Fiat 126 raggiunta da alcuni colpi e parcheggiata nelle vicinanze, l’altra presumibilmente appartenuta ad una cartuccia calibro 9 e consegnata dai sanitari di turno del pronto soccorso del Policlinico che l’avevano rinvenuta tra i vestiti della signora Fiorentino (testi Canale e Galletta, ud. 19 e 12.12.1997). La mattina successiva i carabinieri, ritornati sul luogo, ebbero modo di trovare e di sottoporre a sequestro altri due bossoli per fucile mitragliatore calibro 7,62 ´ 39 marca Lapua, altri due bossoli per fucile calibro 12 marca Clever, 4 bossoli per pistola calibro 9 ´ 21, due ogive presumibilmente calibro 9 ´ 21, ed infine 11 bossoli per arma automatica (tipo FNM 86 - 4) che la tipologia indicata nei relativi verbali di sequestro induce a ritenere fossero dello stesso tipo di quelli per fucile mitragliatore calibro 5,56 descritti inizialmente in questo modo anche nei verbali di sequestro redatti dai verbalizzanti della polizia di Stato. Sui due bossoli di cartuccia per fucile mitragliatore marca Lapua calibro 7,62 ´ 39 sequestrati dai carabinieri (ma stranamente non su quelli sequestrati dalla polizia il giorno prima) fu poi eseguita una comparazione balistica diretta a verificare se si trattava di bossoli espulsi dalla stessa arma utilizzata in occasione dell’attentato del 6 settembre 1991, e l’indagine, come si è già rilevato in occasione dell’analisi delle risultanze relative al capo 30, ebbe esito positivo: dal tipo di tracce presenti sui bossoli fu possibile inoltre arguire che l’arma in questione presumibilmente era un fucile kalashnikov (testi Giannico e Puglisi, ud. 12.12.1997).

L’esame autoptico sul cadavere di Caspo Raimondo, affidato al prof. Crinò (sentito all’udienza del 12.12.1997), consentì di accertare che il giovane era stato attinto da colpi di fucile da caccia e di arma da fuoco a proiettile unico, che l’avevano raggiunto in svariate parti del corpo; sebbene avessero avuto effetti devastanti sui tessuti colpiti, non risultarono determinanti ai fini della morte, perché non interessarono zone corporee vitali, i pallettoni delle cartucce di fucile, mentre tale effetto letale ebbe il proiettile sparato dall’arma a canna corta, probabilmente calibro 7,65, che aveva prodotto gravissime lesioni al cervello della vittima. Fu impossibile determinare anche approssimativamente la distanza di sparo, considerato soprattutto il fatto che il Caspo fu raggiunto dai colpi quando si trovava all’interno dell’autovettura, le cui strutture impedivano una valutazione appropriata, ma il medico legale, tenuto conto dei dati morfologici della vasta ferita al braccio destro, concluse che i colpi di fucile da caccia erano stati esplosi da distanza non superiore ai quindici metri.

Le indagini avviate nell’immediatezza muovevano dal possibile inquadramento dell’episodio nell’ambito dei contrasti tra i gruppi scaturiti dall’omicidio di Di Blasi Domenico, in considerazione del fatto che, mentre MANCUSO era stato già arrestato per l’omicidio, andava emergendo anche il coinvolgimento di RIZZO Rosario nell’omicidio (VENTURA Salvatore dichiarerà in dibattimento che le notizie che filtravano attestavano la partecipazione di RIZZO all’omicidio), sicché era plausibile ipotizzare che il medesimo fosse divenuto l’obiettivo principale dell’azione di rappresaglia avviata dagli altri gruppi (testi Gugliotta e Puglisi, ud. 12.12.1997). Nell’ambito delle indagini emerse che RIZZO Rosario, che nell’occasione viaggiava a bordo di una autovettura non blindata, la Maserati di colore nero che era già stata in uso al fratello Letterio (ucciso qualche mese prima), frequentava abitualmente il villaggio S. Lucia, presso il quale abitavano diversi suoi parenti ed aveva momentaneamente fissato la propria dimora lo stesso RIZZO Rosario, che risiedeva nella zona di Giostra, ma che in quel periodo evidentemente si sentiva più al sicuro in quella diversa zona della città. Il RIZZO, che quasi sempre si accompagnava ad altri personaggi di cui era nota l’appartenenza al suo gruppo o a quello di MANCUSO Giorgio, era poi solito usare in quel periodo per i suoi spostamenti autovetture blindate (teste Sciacca, ud. 16.5.1998), ed il tipo di munizionamento utilizzato nell’agguato induce a pensare che la circostanza fosse nota ai suoi aggressori, in possesso di armi in grado di perforare anche veicoli blindati.

Come di solito avviene in casi del genere, le vittime dell’agguato non fornirono alcun elemento utile alle indagini. Con esito negativo fu eseguita a casa di IDOTTA Marcello una perquisizione domiciliare, ma due giorni dopo l’accaduto (v. copia del verbale del 9.11.1991, relativo alla perquisizione delle ore 11 dello stesso giorno), e lo stesso IDOTTA Marcello la sera dell’attentato si era inizialmente rifugiato presso la propria abitazione, prima di essere prelevato dai carabinieri e condotto in ospedale per le cure del caso (il referto fu infatti compilato il 7.11.1991, alle ore 21,55, ad oltre tre ore dal ferimento).

Durante l’esame dibattimentale di IDOTTA Marcello (ud. 30.4.1999), in seguito alla contestazione di quanto l’imputato aveva dichiarato al personale della Squadra mobile due giorni dopo l’attentato, si è appreso che lo stesso, spesso sottoposto a controllo dalle forze dell’ordine mentre era in compagnia di RIZZO Rosario, si era munito di un giubbotto antiproiettile acquistato a Catania e trovato al momento della perquisizione, e la circostanza, assai significativa del clima che si era instaurato in città, è stata ammessa dall’IDOTTA con un certo imbarazzo (“P.M.: E come mai l’aveva acquistato questo giubbotto? IDOTTA: È una cosa che mi piaceva e l’ho comprato.”).

Per fare chiarezza sull’episodio anche in questo caso fu necessario attendere l’avvento dei collaboratori di giustizia, che hanno fornito una compiuta e dettagliata descrizione delle varie fasi dell’attentato, senza dubbio uno dei fatti più eclatanti nella storia criminale cittadina degli ultimi decenni.

Le fonti di prova principali sono evidentemente rappresentate dalle dichiarazioni dei sette imputati che hanno ammesso le loro rispettive responsabilità (FERRARA Sebastiano, SPARACIO Luigi, LONGO Luigi, TURRISI Antonino, CARIOLO Antonio, VENTURA Salvatore e SANTORO Angelo), ma sull’episodio sono stati altresì sentiti in dibattimento, oltre a RIZZO Rosario, anche MANCUSO Giorgio, LA TORRE Guido, MARCHESE Mario, e, ai sensi dell’art. 507 c. p. p., FERRARA Carmelo.

Le dichiarazioni di questi ultimi in particolare appaiono di modesta rilevanza, trattandosi di contributi per lo più scaturiti da conoscenze apprese da altri, anche se, pur con questi limiti, forniscono una ulteriore conferma della “cornice” nella quale maturò e fu portata ad esecuzione la determinazione criminosa.

MANCUSO Giorgio si è limitato a confermare (ud. 22.1.1999) che l’agguato rientrava in quelli organizzati dai gruppi coalizzati contro RIZZO Rosario, a cui Caspo Raimondo era molto vicino, anche se la sua presenza a Messina e sulla Maserati di RIZZO il giorno dell’attentato fu una fatalità, perché Caspo si era ormai trasferito a Milano.

LA TORRE Guido (ud. 19.3.1999), dimostrando di ricordare ben poco dell’episodio, si è solamente limitato ad inserire l’attentato nell’ambito consueto della guerra degli altri clan nei confronti del gruppo “Mancuso – Rizzo” e a confermare di avere assistito, nel corso di un incontro presso l’abitazione di SPARACIO Luigi e alla presenza di MARCHESE Mario, ai “rimproveri” che ironicamente Mulé Giuseppe rivolgeva a Franco CUSCINÀ accusandolo di avere fallito l’attentato nel corso del quale a Santa Lucia sopra Contesse era deceduto Caspo Raimondo, senza riuscire ad uccidere RIZZO Rosario e ferendo soltanto ad una gamba IDOTTA Marcello, verso il quale Mulé aveva motivi di personale risentimento legati all’attentato da lui subito ad opera di IDOTTA il 28 gennaio 1991.

Analogo è l’inquadramento dell’episodio proposto da MARCHESE Mario (udienze 19.2.1999 e 2.4.1999), il quale, ricondotto l’attentato allo scenario più volte delineato, si è innanzitutto attribuita la paternità del delitto, spiegando che quanto FERRARA Sebastiano organizzava nella zona più direttamente sottoposta al suo controllo scaturiva in ogni caso dalla deliberazione iniziale e godeva dell’assenso preventivo dei capi di tutti i gruppi coinvolti (“I mandanti siamo sempre […] sempre gli stessi, perché tutto quello che faceva FERRARA era già per la riunione che abbiamo fatto, che dovevamo eliminare tutte le persone appartenenti sia a RIZZO, sia a MANCUSO, per cui eravamo tutti mandanti, almeno io mi sento di essere mandante di tutti gli omicidi.”).

Invitato ad indicare gli esecutori materiali dell’attentato, MARCHESE ha confermato dopo la contestazione che furono coinvolti nell’esecuzione elementi di tutti i gruppi, ad eccezione di quello “Galli”, e cioè AMANTE Brunello e CUSCINÀ Francesco del gruppo “Marchese”, VENTURA Salvatore e CARIOLO Antonio del gruppo “Sparacio”, FERRARA Carmelo, SANTORO Angelo e tale Luigi, inteso ‘u cacciaturi, del gruppo “Ferrara”. L’agguato prevedeva l’utilizzazione di svariate armi fornite da tutti i gruppi, tra cui qualche fucile kalashnikov, anche nell’eventualità che l’autovettura di RIZZO Rosario potesse essere blindata, ed era stata altresì preparata una Fiat 127 con cui Brunello AMANTE avrebbe dovuto ostruire la carreggiata ed impedire il passaggio. Era nota la circostanza che RIZZO fosse solito passare da quella strada, in quanto in quel periodo frequentava il villaggio Santa Lucia dove disponeva di una casa e abitavano anche dei parenti. Lo stratagemma, come MARCHESE apprese da CUSCINÀ che lo informò sullo svolgimento dell’attentato, funzionò solo in parte, perché a causa della pioggia abbondante la Fiat 127 “scivolò” andando a posizionarsi in maniera diversa da come previsto. RIZZO ed IDOTTA, lievemente feriti, il primo alla spalla, il secondo ad una gamba, riuscirono ad abbandonare in tempo la Maserati, mentre non fu possibile sfuggire al fuoco dei killer a Caspo Raimondo, che si trovava sul sedile posteriore privo di aperture laterali (in quanto la Maserati è dotata dei soli sportelli anteriori). Nel corso della sparatoria rimase anche ferita da un colpo vagante una giovane, tale Fiorentino, cugina di MARCHESE Mario.

Peraltro emerge dagli atti che originariamente MARCHESE Mario aveva indicato tra i responsabili dell’attentato Papale Domenico e PIETROPAOLO Pasquale, dei quali in un secondo momento escluse ogni coinvolgimento fornendo la ricostruzione emersa successivamente in dibattimento. Per Papale e PIETROPAOLO, nonché per altri personaggi accusati dal solo ARNONE Marcello (LA TORRE Guido, GALLETTA Nicola, BONASERA Angelo e i non meglio identificati fratelli Pavone), è stato pertanto inevitabile chiedere e disporre l’archiviazione al momento della chiusura delle indagini preliminari (decreto del 10 maggio 1996).

FERRARA Carmelo, per le cui dichiarazioni inerenti all’omicidio Caspo si è posto lo stesso problema sollevato per le altre vicende per le quali il FERRARA avrebbe collaborato durante le indagini preliminari (la circostanza è stata smentita dall’accertamento compiuto dalla Corte: v. in proposito le osservazioni sviluppate nel contesto dell’analisi delle imputazioni di cui al capo 24), ha affermato un po’ confusamente che all’attentato presero parte anche SPARACIO Luigi e FERRARA Sebastiano, il cui compito era quello di sostare nei pressi dello svincolo autostradale a bordo della Fiat Uno bianca in uso a FERRARA Sebastiano, pronti a segnalare l’arrivo di RIZZO Rosario. Il gruppo di fuoco, che si era armato all’interno della stalla del villaggio CEP, era composto da SANTORO Angelo (da cui FERRARA avrebbe appreso subito dopo come erano andati i fatti, riferitigli successivamente anche dagli altri), VENTURA Salvatore, CARIOLO Antonio, CUSCINÀ Francesco e VINCI Rosario, mentre era compito di Brunello AMANTE condurre la Fiat 127, che avrebbe dovuto speronare l’autovettura di RIZZO Rosario ostruendole il passaggio.

RIZZO Rosario ha ricordato (ud. 26.3.1999) che il pomeriggio del giorno dell’attentato, avvenuto nel novembre “91, era uscito di casa alla guida della sua Maserati in compagnia di IDOTTA Marcello, Caspo Raimondo e Rapisarda Maurizio, nipote di RIZZO, e si era recato allo studio del suo difensore del tempo, avv. Traclò, per corrispondergli l’onorario relativo ad un processo per omicidio celebratosi nella mattinata da cui RIZZO era uscito assolto. Imboccata l’autostrada allo svincolo di Camaro, ne era successivamente uscito allo svincolo di Tremestieri, e, dopo avere percorso un tratto della S. S. 114, si era diretto sotto una pioggia battente verso S. Lucia sopra Contesse per fare rientro a casa della sorella. Tuttavia, lungo la strada che conduce al villaggio, nei pressi di una curva su cui si innesta una strada che conduce al villaggio CEP, il RIZZO notava allarmato nell’oscurità la presenza di una Fiat 127 di colore rosso ferma sulla carreggiata, a bordo della quale si trovava (RIZZO ha precisato “con un piede dentro e uno fuori”) Brunello AMANTE, che il RIZZO ben conosceva, essendo peraltro il responsabile della morte dei due fratelli del giovane. Giova in proposito ricordare che effettivamente per il duplice omicidio dei fratelli Giovanni e Lorenzo Amante, intesi Nic & Nac, avvenuto il 25 gennaio 1989, sono stati già condannati in primo grado RIZZO Rosario, Croce Pietro e Paratore Giovanni: v. capi 61 e 62 del decreto che dispone il giudizio nell’ambito del procedimento Peloritana Uno, e copia del dispositivo della sentenza, da cui risulta altresì l’assoluzione di Pagano Antonino dagli stessi reati; per la descrizione delle fasi dell’omicidio v. invece la confessione di RIZZO Rosario, resa all’udienza del 4.6.1996 del processo Peloritana Uno, del cui verbale ha prodotto copia con riferimento ad altro capo di imputazione il difensore dell’imputato TORRE Salvatore).

Azionati i fari abbaglianti in direzione della Fiat 127 ed oltrepassato l’ostacolo, il RIZZO, che aveva evidentemente intuito la situazione di pericolo, quasi subito avvertì l’esplosione di alcuni colpi di pistola, forse sparati dallo stesso AMANTE, a cui fece seguito una gragnola di colpi, provenienti da dietro dell’autovettura e lateralmente. Dopo una serie di sbandate e dopo avere urtato una Fiat TIPO, la Maserati si arrestò, mentre IDOTTA, RIZZO ed il nipote di quest’ultimo fuggivano a piedi inseguiti dagli aggressori. Dopo una corsa di circa 300 metri i tre, trovato rifugio all’interno del portone di una palazzina, da una finestra ebbero modo di riconoscere tra i killer CUSCINÀ, VENTURA e CARIOLO, le cui sagome RIZZO aveva già individuato, e di notare che imbracciavano armi di svariata natura (mitra, pistole, kalashnikov).

Attraverso le dichiarazioni di RIZZO Rosario è emersa in dibattimento la circostanza inedita della presenza sull’autovettura Maserati al momento dell’attentato del nipote Rapisarda Maurizio (di cui era stata invece già accertata a suo tempo la presenza al momento dell’attentato 6 dicembre 1991, in occasione del quale RIZZO Rosario fu ferito: v. capo 32, e del 24 febbraio 1992 in cui perse la vita Morabito Maurizio: v. capo 33).

Il giovane, di cui è stata disposta l’audizione ai sensi dell’art. 507 c. p. p., ha cercato (ud. 14.5.1999) di avvalorare la casualità della sua presenza in compagnia di RIZZO, spiegando che si era da poco fidanzato con Mento Giusy, figlia della sorella di RIZZO Rosario, e che la futura suocera l’aveva fatto incontrare con il fratello; a quest’ultimo, che pretendeva l’ufficializzazione del rapporto, il Rapisarda aveva spiegato la serietà delle sue intenzioni, e nel contesto di questa conoscenza il pomeriggio del 7 novembre 1991 il RIZZO gli aveva chiesto di accompagnarlo perché doveva recarsi dal suo avvocato. Il Rapisarda (che all’udienza del 5.12.1997 ha dichiarato di avere poi sposato la nipote del RIZZO in seguito alla fuitina), fatte queste iniziali e parziali ammissioni, si è poi trincerato dietro una serie di affermazioni sconcertanti, negando di conoscere il giovane che era stato ucciso e che si trovava seduto accanto a lui sul sedile posteriore della Maserati, ribadendo a più riprese e spesso senza alcuna necessità di non avere visto o notato alcunché di significativo (“perché pioveva e c’era buio”), ammettendo soltanto di essere scappato per sfuggire ai colpi, di essersi rifugiato in un appartamento, forse insieme a RIZZO, dopo averne suonato il campanello, e di essere infine andato a casa della suocera, dove anche il RIZZO si presentò dopo qualche tempo. Peraltro alla luce delle ammissioni che il Rapisarda è stato suo malgrado costretto a fare dopo la sua convocazione ai sensi dell’art. 507 c. p. p., appare evidente l’inaffidabilità della sua testimonianza di quasi due anni prima, allorché, sentito il 5.12.1997 sul tentato omicidio di RIZZO Rosario e Lagonigro Angelo del 6 dicembre 1991 (v. capo 32), consapevole che la sua presenza in occasione dell’attentato del settembre non era un fatto noto, il Rapisarda negò di sapere che RIZZO Rosario aveva subito altri attentati prima di quello del 6 dicembre 1991, circostanza che ha in ogni caso dell’incredibile alla luce delle modalità eclatanti che assunse l’agguato del 7 novembre 1991, ma che risulta poi deliberatamente contraria al vero posto che è stata inconfutabilmente accertata la presenza di Rapisarda sulla Maserati bersagliata dai colpi al momento dell’attentato.

Sette degli odierni imputati, scelta la strada della collaborazione con la giustizia, hanno ammesso la propria responsabilità per l’omicidio di Caspo Raimondo, fornendo ciascuno di essi versioni sostanzialmente convergenti e pienamente aderenti alla prospettazione accusatoria e alla realtà dei fatti così come emersa nel corso delle indagini svolte nell’immediatezza.

SPARACIO Luigi, sentito sull’episodio in esame nel corso delle udienze del 3 marzo, 16 e 17 aprile 1999, ha ammesso la propria diretta partecipazione ai fatti, dichiarando che la sera del giorno in cui era stato organizzato l’agguato si trovava in compagnia del cugino Villari Antonino e di FERRARA Sebastiano in un’area di servizio nei pressi dello svincolo autostradale di Tremestieri in attesa del passaggio di RIZZO Rosario, il quale, secondo le informazioni in possesso del FERRARA, quotidianamente ad un certo orario percorreva quella strada a bordo della sua Maserati di colore nero dirigendosi verso Santa Lucia sopra Contesse. La circostanza che RIZZO continuasse a transitare da una strada lungo la quale aveva subìto appena due mesi prima un altro attentato è stata spiegata da SPARACIO con il fatto che il RIZZO, dopo un primo periodo immediatamente successivo all’agguato del settembre 1991 in cui aveva evitato di recarsi a Santa Lucia sopra Contesse, aveva poi ripreso a farlo, in quanto era stato tranquillizzato da FERRARA Sebastiano che aveva il controllo della zona.

Avvistato il RIZZO che si immetteva sulla S. S. 114 lasciando l’autostrada, il terzetto, superata in velocità la Maserati, era andato incontro ai componenti del gruppo di fuoco che attendevano il segnale appostati dietro un muretto sul margine destro della strada che conduce al villaggio Santa Lucia in corrispondenza di una curva. In quell’occasione il piano prevedeva il posizionamento sulla carreggiata di una Fiat 127 rubata a bordo della quale si trovavano AMANTE Bruno, ed i killer affiliati al gruppo “Sparacio”, e cioè CARIOLO Antonio,  VENTURA Salvatore e VINCI Rosario, anche se in ordine al coinvolgimento di quest’ultimo SPARACIO ha manifestato qualche dubbio. Parteciparono all’agguato anche CUSCINÀ Francesco, SANTORO Angelo, Mulé Giuseppe e tale Luigi, un affiliato al gruppo “Ferrara” che era conosciuto con lo pseudonimo di ‘u cacciaturi (e che durante il controesame SPARACIO ricorderà chiamarsi LONGO). Il gruppo di fuoco era armato con diverse pistole calibro 9 ´ 21, con fucili da caccia calibro 12, di cui uno a pompa e l’altro automatico del gruppo “Ferrara”, e con due fucili mitragliatori kalashnikov, uno procurato dallo stesso SPARACIO e l’altro fornito da MARCHESE Mario (che a sua volta l’aveva ricevuto dal gruppo “Galli” tramite Mancuso Antonino o MAROTTA Gaetano). La non perfetta riuscita dell’attentato era stata determinata dal fatto che la Maserati era riuscita ad oltrepassare la Fiat 127 che era destinata ad arrestarne la corsa, sicché RIZZO ed IDOTTA, quando l’autovettura su cui viaggiavano si era fermata contro un muro, erano fuggiti a piedi verso un torrente che costeggiava la strada, mentre Caspo Raimondo, probabilmente già ferito a morte, era stato poi raggiunto sul sedile posteriore da uno o due colpi di fucile calibro 12 esplosigli contro da CUSCINÀ Francesco che si era avvicinato al veicolo.

SPARACIO è stato poi interpellato sulle ragioni per cui originariamente, nel verbale del 27 aprile 1994, non indicò VINCI Rosario tra i partecipanti all’attentato, circostanza già nota alla Corte perché se ne dà atto nell’ambito dell’ordinanza di custodia cautelare, che menziona il successivo mutamento di atteggiamento di SPARACIO, il quale avrebbe poi (13.3.1995) accusato anche VINCI, motivando le iniziali reticenze con i rapporti di amicizia che lo legavano all’odierno coimputato. Lo SPARACIO è stato anche invitato a spiegare perché anche in dibattimento in un primo momento aveva espresso qualche incertezza sulla partecipazione del VINCI, ed alla fine ha confermato quanto dichiarato nel 1995 (v. l’analogo iter delle accuse al VINCI per l’omicidio di Spagnolo Giovanni illustrato nell’ambito dell’analisi delle risultanze relative al capo 2).

FERRARA Sebastiano, sentito il 12 ed il 13 marzo 1999, ha ricondotto anche questo attentato alla deliberazione iniziale adottata insieme ai capi degli altri gruppi, che lo autorizzava ad assumere qualunque iniziativa contro gli aderenti al gruppo “Mancuso – Rizzo”. Attibuitasi la responsabilità dell’ideazione ed organizzazione dell’attentato, FERRARA ha spiegato che in compagnia di SPARACIO e del cugino di questi Villari Antonino si era portato con la Fiat UNO di colore bianco della moglie presso l’area di servizio adiacente allo svincolo autostradale di Tremestieri e non lontana dalla caserma dei Carabinieri. Scopo dell’appostamento era quello di avvistare l’autovettura sulla quale si trovava RIZZO Rosario ed andare immediatamente ad avvisare i componenti del gruppo di fuoco (CUSCINÀ Francesco, SANTORO Angelo, VINCI Rosario, CARIOLO Antonio, VENTURA Salvatore ed AMANTE Bruno), armati con fucili a pompa, fucili kalashnikov, e pistole calibro 9 ´ 21. L’uscita della Fiat UNO a tutta velocità dall’area dello svincolo sarebbe passata inosservata in quanto anche i Carabinieri disponevano di un’autovettura dello stesso tipo e colore, e quindi quella condotta da FERRARA avrebbe potuto anche essere scambiata con la UNO dei Carabinieri. Compito specifico di AMANTE Bruno era invece quello di posizionare la Fiat 127 (che FERRARA aveva dato incarico a TURRISI Antonino di rubare), in maniera tale da ostacolare il passaggio dell’autovettura su cui si trovava RIZZO Rosario ed obbligarla a fermarsi. Subito dopo l’attentato, nel quale perse la vita solo Caspo Raimondo, tutti i partecipanti si dileguarono, facendo rapidamente ritorno al villaggio CEP attraverso una stradina vicina al luogo dell’attentato.

Anche con riferimento all’esame di FERRARA Sebastiano si è posta la questione della partecipazione di VINCI Rosario, posto che in seguito alla contestazione del difensore è emerso che durante le indagini preliminari nell’ambito delle uniche dichiarazioni verbalizzate in atti, quelle rese dal FERRARA il 19 settembre 1994, il VINCI non era stato menzionato dal collaboratore tra i partecipanti all’attentato, mentre in dibattimento il FERRARA ha indicato VINCI come uno degli affiliati al gruppo “Sparacio” che con maggiore assiduità frequentava il villaggio CEP, in quanto era tra gli elementi messi specificamente a disposizione di FERRARA “24 ore su 24” per la organizzazione di agguati nell’ambito della attuazione della strategia comune.

CARIOLO Antonio ha dichiarato (udienze 3.2 e 20.3.1999) che inizialmente non era prevista la sua partecipazione all’attentato del novembre 1991 in cui perse la vita Caspo Raimondo, in quanto egli aveva solamente accompagnato  VENTURA Salvatore all’incontro al villaggio CEP che precedette l’attentato, al quale erano presenti SPARACIO Luigi, FERRARA Sebastiano, DI DIO Domenico, Mulé Giuseppe, CUSCINÀ Francesco, SANTORO Angelo e VINCI Rosario, oltre ad un giovane del gruppo “Marchese” che accompagnava il CUSCINÀ.

L’attentato era stato organizzato nella zona di S. Lucia sopra Contesse frequentata abitualmente da RIZZO Rosario, che vi si era trasferito in quanto, dopo le assicurazione fornitegli da FERRARA Sebastiano che aveva il controllo della zona, si sentiva più sicuro di quanto non fosse nel quartiere di Giostra dove risiedeva, in quanto questo era sotto l’influenza dei gruppi “Galli” e “Marchese” a lui ostili. FERRARA Sebastiano in realtà faceva il “doppio gioco”, perché tranquillizzava da un lato RIZZO Rosario, e dall’altro tramava ai suoi danni, essendo tra i più attivi nella organizzazione degli agguati.

Il piano meticolosamente messo a punto nel corso di alcune riunioni svoltesi al villaggio CEP presso l’abitazione di FERRARA Carmelo e quella di FERRARA Sebastiano prevedeva lo “speronamento” dell’autovettura su cui viaggiava RIZZO, che si presumeva fosse blindata, e quindi il successivo intervento del gruppo di fuoco, composto con affiliati di vari clan, che avrebbe dovuto entrare in azione con fucili e kalashnikov in grado di perforare la blindatura per completare la missione omicida. Le armi furono consegnate da un elemento del gruppo “Ferrara” conosciuto come il cacciatore, che le teneva riposte in un borsone, e si trattava di due kalashnikov, uno calibro 5,56 ed uno calibro 7,62, uno di fabbricazione cecoslovacca ed uno cinese, un fucile automatico e due pistole calibro 9 ´ 21, una delle quali già utilizzata in occasione dell’agguato ai danni di Rizzo Ignazio, Zito Enzo e Rossano Salvatore del 16 giugno 1991 (v. capo 26). All’attentato parteciparono, oltre a CARIOLO, che all’ultimo momento aveva preso il posto di Mulé Giuseppe (per il quale si era fatto troppo tardi dovendo fare rientro a casa per rispettare gli obblighi della sorveglianza speciale), VENTURA Salvatore, CUSCINÀ Francesco, VINCI Rosario, SANTORO Angelo ed un giovane del gruppo “Marchese”, AMANTE Bruno, la cui identità CARIOLO ha affermato essergli stata nota dopo averne visto la fotografia pubblicata sui giornali. Nella zona stazionavano anche Mulé Giuseppe (nonostante l’esigenza di rientrare che aveva manifestato) e DI DIO Domenico, quest’ultimo a bordo della sua Lancia Thema, con il compito di “coprire” eventualmente la fuga dei killer, altri personaggi ancora facevano da vedette, mentre SPARACIO Luigi, Villari Antonino e FERRARA Sebastiano, che si trovavano sulla S. S. 114 a bordo della Fiat UNO di proprietà della moglie di quest’ultimo, avevano il compito di dare il segnale del passaggio di RIZZO Rosario a mezzo di un’apparecchiatura walkie – talkie marca Kenwood, acquistate per conto di SPARACIO e CARIOLO da tale Cuminale Luigi, esperto nel settore della clonazione dei telefoni cellulari.

L’appostamento avvenne nei pressi di una curva, dietro alcuni massi che non proteggevano dalla pioggia battente i killer che erano travisati con dei sotto-caschi. Probabilmente le cattive condizioni atmosferiche causarono il cattivo funzionamento delle radio ricetrasmittenti, sicché FERRARA, SPARACIO e Villari furono costretti a precedere l’arrivo del RIZZO con l’autovettura su cui viaggiavano, usando il clacson per dare il segnale ed avvertendo che RIZZO non viaggiava su un veicolo blindato, ma era a bordo di una Maserati.

Per speronare l’autovettura di RIZZO Rosario era stata già rubata una Fiat CROMA, ma questa fu poi sottratta da ignoti, sicché si dovette fare ricorso ad una Fiat 127 rubata (“una macchina di fortuna”, ha precisato CARIOLO). Il piano tuttavia non riuscì interamente, perché la Maserati fu solamente urtata sul lato destro ma non bloccata dall’automobile destinata a speronarla, mentre i colpi di tutte le armi utilizzate venivano indirizzati verso gli occupanti, ed andò a fermarsi oltre la curva, consentendo la fuga a piedi a RIZZO Rosario e IDOTTA Marcello, invano inseguiti dai killer con le armi in pugno. Mentre CARIOLO e VENTURA, con le armi ormai scariche stavano tornando indietro, CUSCINÀ si avvicinò alla Maserati ed esplose qualche altro colpo di fucile all’interno dell’abitacolo, dove si trovava Caspo Raimondo probabilmente già deceduto per le ferite provocate dai colpi che in precedenza erano stati concentrati su di lui pensando che si trattasse di RIZZO Rosario che era l’obiettivo primario dell’agguato. VENTURA e CARIOLO, dopo avere consegnato le armi ad un affiliato del gruppo “Ferrara”, inteso Scagghianova, che le riponeva in un borsone nei pressi di un varco del muro che separa il torrente S. Filippo dal villaggio CEP, con la Fiat 126 in uso a VENTURA fecero quindi ritorno a Rometta dove abitavano su due piani diversi della stessa casa. Dai giornali successivamente CARIOLO avrebbe saputo che nell’attentato era rimasta accidentalmente ferita una donna, una tale Fiorentino, che transitava nella zona durante la sparatoria in compagnia del marito.

In seguito alla contestazione delle dichiarazioni rese il 10 novembre 1994, CARIOLO ha ricordato che in realtà Mulé Giuseppe, DI DIO Domenico e l’affiliato del gruppo “Ferrara” inteso Scagghianova, si sarebbero incaricati altresì di condurre i killer sul luogo dell’appostamento a bordo di alcune autovetture (una Lancia Thema il DI DIO, una Turbo il Mulé, una Fiat UNO Turbo di colore chiaro lo Scagghianova).

VENTURA Salvatore, sentito il 17 ed il 27 marzo 1999, ha fornito una ricostruzione dei fatti per molti versi sovrapponibile a quella data da CARIOLO Antonio. Ha aggiunto il VENTURA che, così come pianificato, i primi a sparare alcune raffiche furono i kalashnikov che imbracciavano lui stesso e VINCI Rosario, anche se l’effetto non fu quello voluto perché gli altri cominciarono a sparare quasi subito esaurendo i colpi a loro disposizione e la Maserati riuscì ad allontanarsi di una cinquantina di metri dopo l’urto con la Fiat 127 che Brunello AMANTE, che era l’unico non armato, non era riuscito a posizionare nella maniera giusta a causa di un inconveniente all’accensione.

Va poi rilevato che VENTURA Salvatore è tra gli odierni imputati il cui rapporto di collaborazione con la giustizia iniziò in data successiva alla notifica dell’ordinanza di custodia cautelare (sarà scarcerato nel febbraio del 1996), sicché è stato più volte evidenziato dai difensori che il suo contributo presuppone quantomeno la conoscenza, fin dall’inizio della collaborazione, delle dichiarazioni degli altri collaboratori e della ricostruzione dei fatti recepita dalla prospettazione accusatoria accolta dal provvedimento restrittivo. È poi sorto tra le parti, proprio in occasione del controesame relativo all’omicidio Caspo, un animato contrasto in ordine alla pretesa esistenza di dichiarazioni del VENTURA diverse da quelle contenute nel verbale di interrogatorio al GIP del 21 luglio 1995 successivo all’applicazione della misura cautelare, e ciò sulla scorta di alcune affermazioni dello stesso imputato secondo cui, tanto in ordine all’omicidio La Rosa (di cui al precedente capo 21) che all’omicidio Caspo, sarebbe stato sentito in maniera dettagliata presso il carcere di Bicocca e avrebbe rilasciato agli organi inquirenti ampie dichiarazioni, oltre ad avere indicato entrambi gli episodi nel 1994 in una “dichiarazione di intenti”, o in un atto ad essa assimilato, preliminare all’inizio della collaborazione vera e propria. Sul punto, analogamente a quanto rilevato nell’ambito delle analisi relative all’omicidio di La Rosa Carmelo, deve essere ovviamente confermata l’ordinanza emessa da questa Corte all’udienza del 17 marzo 1999, con cui si sono rigettate le contestazioni dei difensori relative ad una pretesa incompletezza del materiale d’accusa messo a disposizione delle parti al momento dell’esercizio dell’azione penale e ad una conseguente asserita invalidità del decreto che dispone il giudizio. A prescindere dalla mancanza di fondamento sotto il profilo tecnico della dedotta eccezione di nullità, in punto di fatto l’esame del verbale di interrogatorio del 21 luglio 1995 evidenzia senza alcuna ombra di dubbio l’equivoco in cui probabilmente lo stesso VENTURA è stato indotto dall’interesse a sottolineare l’originalità del proprio contributo, dal momento che appare certo che il VENTURA in quella occasione rese per la prima volta dichiarazioni in merito ai fatti contestati, limitandosi a confermare, come si legge nell’ordinanza citata di questa Corte, le circostanze apprese dalla lettura dell’ordinanza custodiale ed aggiungendo qualche altro elemento con riferimento all’omicidio Caspo in ordine al ruolo di LEARDO e soprattutto con riferimento all’omicidio La Rosa per il quale chiamava espressamente in correità il coindagato GUARNERA Lorenzo. E d’altra parte è stato lo stesso VENTURA a smentire indirettamente quanto aveva affermato laddove ha preteso di fare scaturire la “prova” del proprio assunto dalla circostanza che, se fossero mancate le dichiarazioni a cui egli faceva riferimento, non sarebbe stato possibile emettere il mandato di cattura a carico del GUARNERA che lo stesso VENTURA era l’unico ad accusare dell’omicidio di La Rosa Carmelo: è sufficiente in proposito rilevare che il GUARNERA non è mai stato sottoposto a misura cautelare nell’ambito del procedimento Peloritana bis, e che la richiesta di cattura nei suoi confronti, peraltro non accolta per insufficienza degli indizi, fu avanzata solamente per il tentato omicidio di RIZZO Rosario e Lagonigro Angelo, del quale non è VENTURA Salvatore ad accusarlo (v. infra capo 32). Quanto al preteso ruolo di LEARDO Luigi, il VENTURA ne ha escluso espressamente la partecipazione all’attentato, dichiarando che tuttavia stazionava nella zona e sapeva ciò che sarebbe accaduto. Analogamente CARIOLO Antonio ha dichiarato che nella zona si trovava anche con la propria autovettura un elemento del gruppo “Marchese”, di nome Gino, che faceva l’infermiere.

SANTORO Angelo, sentito nel corso delle udienze del 4 e del 10 luglio 1998, ha ammesso la sua partecipazione all’attentato, indicando come complici CUSCINÀ Francesco, VINCI Rosario, CARIOLO Antonino, VENTURA Salvatore ed AMANTE Bruno, di cui ha specificato l’appartenenza ai vari contesti associativi nei termini già noti (CARIOLO, VENTURA e VINCI del gruppo “Sparacio”, gli altri due del gruppo “Marchese”). Ricostruendo le fasi precedenti all’attentato, il SANTORO ha dichiarato che FERRARA Sebastiano aveva già predisposto tutto per l’esecuzione (macchina rubata, armi) e attendeva solamente la collaborazione degli altri gruppi, forse sollecitata nel corso di una conversazione con SPARACIO Luigi a cui aveva manifestato tutta la sua impazienza.

SANTORO ha riferito che la sera del giorno scelto per l’attentato FERRARA Sebastiano aveva dato ordine a TURRISI e CURATOLA di andare a prelevare le armi che si trovavano in un borsone all’interno della stalla del villaggio CEP, ed il borsone fu portato nel torrente S. Filippo, nei pressi di un varco che consentiva a piedi di raggiungere direttamente il villaggio CEP (il cosiddetto “buco” di cui quasi tutti i collaboratori hanno parlato). Al torrente il gruppo di fuoco, composto da SANTORO, Franco CUSCINÀ, Antonio CARIOLO, Salvatore VENTURA, Rosario VINCI e Brunello AMANTE, ritirò le armi consegnate da Giuseppe CURATOLA. CUSCINÀ prese il fucile a pompa che al villaggio CEP era stato in precedenza portato da Mulé Giuseppe (inizialmente presente anche la sera dell’attentato), VINCI Rosario si armò con un fucile kalashnikov, VENTURA Salvatore prese l’altro kalashnikov, CARIOLO ed AMANTE una pistola calibro 7,65 ciascuno e SANTORO una 9 ´ 21. Fu FERRARA Sebastiano, che si era posizionato allo svincolo di Tremestieri in compagnia di SPARACIO a bordo della sua Fiat UNO, a segnalare l’arrivo della Maserati su cui viaggiava RIZZO ai sei componenti del gruppo di fuoco che erano appostati nei pressi di una fabbrica di essenze. Poco prima dell’arrivo di RIZZO Brunello AMANTE portò al centro della carreggiata una Fiat 127 destinata a costringere la Maserati a fermarsi, ma lo stratagemma non funzionò del tutto, perché la Maserati in velocità riuscì a superare l’ostacolo prima di andare ad arrestarsi contro un muro un po’ più a monte. Al momento del passaggio tutti gli aggressori cominciarono a sparare in direzione della Maserati e poi, anche dallo stesso SANTORO, fu tentato inutilmente l’inseguimento dei due fuggitivi che avevano abbandonato la Maserati dopo l’urto. Da un telegiornale SANTORO avrebbe poi appreso l’identità del giovane ucciso nella sparatoria. Le armi dopo l’attentato furono nuovamente consegnate a CURATOLA che attendeva nei pressi del citato “passaggio” ed aveva il compito di riportarle nella stalla, e poi ognuno fece ritorno a casa. Mentre SANTORO si stava ancora asciugando (in quanto era una serata piovosa), ricevette la visita di Sebastiano FERRARA e Mimmo DI DIO ai quali riferì come era andata.

LONGO Luigi ha dichiarato (ud. 17.7.1998) che l’attentato fu preceduto da una riunione presso l’abitazione di FERRARA Carmelo, a cui erano presenti gli affiliati al gruppo “Ferrara” (tra cui SANTORO, TURRISI e lo stesso LONGO), SPARACIO, MARCHESE e anche loro affiliati, tra cui un tale inteso Carosello ed un certo CARIOLO, appartenenti al gruppo “Sparacio”, personaggi sconosciuti a LONGO che nutriva una certa diffidenza, anche per il numero dei componenti del gruppo di fuoco, a suo avviso eccessivo, e per questo motivo decise di non prendere direttamente parte all’attentato (“Iano FERRARA quando c’è stata l’organizzazione mi ha detto: ‘Vai tu e SANTORO da parte nostra, da parte di SPARACIO va VINCI, ‘sto Carosello, ‘sto CARIOLO, Franco CUSCINÀ’.  Ci dissi: ‘No, io non ci vaiu, picchi c’è cristiani che non canusciu, troppa confusione c’è. Chisti non vannu a mazzari, chisti vannu a fari ‘u capudannu’, e non ci sono andato.”). Nel corso della riunione, a cui presero parte anche Sarino VINCI e Franco CUSCINÀ, si stabilì di organizzare un attentato contro il gruppo “Mancuso – Rizzo” nella zona di Santa Lucia sopra Contesse. LONGO, venuta meno la possibilità di una partecipazione diretta all’attentato, si incaricò della fase organizzativa prelevando e riponendo in un borsone insieme a TURRISI le armi destinate al gruppo di fuoco, e cioè un fucile a pompa, un kalashnikov, un mitra, delle pistole, tra cui una 9 ´ 21. Oltre ad essere stato l’organizzatore dell’attentato, FERRARA Sebastiano, che si trovava sulla S. S. 114 in compagnia di SPARACIO Luigi a bordo di un’autovettura, svolse anche il ruolo di segnalare l’arrivo della Maserati su cui si trovava RIZZO Rosario ed il gruppo di fuoco, che era appostato nei pressi di una fabbrica di essenze, entrò in azione dopo che Brunello AMANTE posizionò un’autovettura rubata (una Fiat 127 o una Fiat UNO rubata da TURRISI Antonino) in maniera da ostacolare il passaggio di quella su cui viaggiava RIZZO Rosario. LONGO invece si trovava al villaggio CEP in compagnia di Mimmo DI DIO, con il quale commentava la sua mancata partecipazione all’attentato. LONGO vide poi ritornare gli esecutori materiali, tra cui SANTORO, che gli riferì di avere sparato inseguendo a piedi uno dei due fuggitivi (RIZZO o IDOTTA), ed ebbe modo di assistere alla sistemazione delle armi che furono riposte nel borsone nei pressi del “buco” nel muro che separa il torrente S. Filippo dal villaggio CEP, e quindi prese in consegna da TURRISI (ma forse c’era anche CURATOLA) e nascoste nel terreno adiacente alla stalla di FERRARA. Dai giornali LONGO avrebbe poi appreso, oltre che della morte di Caspo Raimondo, anche la circostanza del ferimento accidentale di una giovane.

TURRISI Antonino ha dichiarato (ud. 24.3.1999) che il fallimento delle precedenti iniziative aveva indotto FERRARA a prevedere la collocazione sulla strada di un’autovettura o di un altro veicolo allo scopo di costringere il RIZZO a fermarsi anche se fosse passato con un’autovettura blindata. TURRISI fu perciò incaricato di rubare un mezzo ed a tale scopo si recò in via La Farina in compagnia di CURATOLA Giuseppe. Avvistata e prelevata in una strada parallela una Fiat 127 che il proprietario imprudentemente aveva lasciato nei pressi di un esercizio commerciale con le chiavi inserite nel quadro, TURRISI fece ritorno al villaggio CEP e avvisò FERRARA che l’autovettura era disponibile. La stessa sera o l’indomani seguì al villaggio CEP una riunione destinata all’organizzazione dell’agguato, svoltasi nella stalla di FERRARA, a cui presero parte SPARACIO Luigi, il cugino Nino siccia, VINCI Rosario, Mulé Giuseppe, CUSCINÀ Francesco, AMANTE Bruno, FERRARA Sebastiano, SANTORO Angelo, LONGO Luigi, CURATOLA Giuseppe, MANGANARO Salvatore, TAMBURELLA Rosario e DI DIO Domenico.

SPARACIO, il cugino di questi Villari Antonino e FERRARA Sebastiano, che erano a bordo di una Fiat UNO bianca di proprietà della moglie di FERRARA, si incaricarono di dare il segnale dell’arrivo di RIZZO quando lo avessero avvistato allo svincolo autostradale di Tremestieri. TURRISI e CURATOLA dovevano invece portare le armi nel c. d. buco del muro che delimita il torrente S. Filippo e che mette in comunicazione con il villaggio CEP; poiché pioveva moltissimo, il TURRISI preferì aspettare il ritorno dei killer, che gli avrebbero dovuto consegnare le armi utilizzate, all’interno della Fiat 126 di VINCI Rosario che era parcheggiata nelle vicinanze. Brunello AMANTE era incaricato di collocare l’autovettura rubata al centro della carreggiata per speronare l’autovettura di RIZZO Rosario. Componevano il gruppo di fuoco CUSCINÀ Francesco, VINCI Rosario, SANTORO Angelo, VENTURA Salvatore e CARIOLO Antonio, che erano armati con due fucili kalashnikov di diverse dimensioni, un altro fucile (a pompa o calibro 12), una pistola 9 ´ 21, una pistola calibro 9 corto ed un’altra pistola di calibro imprecisato. Il giorno successivo LONGO e TURRISI furono incaricati di recuperare una pistola calibro 9 corto che nella concitazione della sera precedente era stata perduta da AMANTE Bruno.

Alla luce di questo panorama di risultanze dibattimentali si impone l’affermazione di responsabilità degli imputati SPARACIO Luigi, FERRARA Sebastiano, VENTURA Salvatore, CARIOLO Antonio, SANTORO Angelo (inteso Gigia), LONGO Luigi (inteso ‘u Cacciaturi), TURRISI Antonino (inteso Scagghianova), CUSCINÀ Francesco, AMANTE Bruno e VINCI Rosario.

Appare innanzitutto corretta la contestazione del delitto di tentato omicidio in danno di IDOTTA Marcello e RIZZO Rosario e di omicidio in danno di Caspo Raimondo, essendo evidente che era intenzione degli aggressori sopprimere tutti gli occupanti della Maserati, e cioè, oltre a RIZZO Rosario, che ovviamente costituiva l’obiettivo primario, chiunque si fosse trovato in sua compagnia al momento dell’attentato, situazione che a ben vedere caratterizza tutti gli agguati a RIZZO Rosario esaminati nell’ambito di questo processo, a dimostrazione dell’importanza dell’obiettivo al cui raggiungimento sarebbe stato del tutto indifferente sacrificare altre vite umane.

Una mera fatalità fu invece il ferimento di Fiorentino Emilia, destinato peraltro ad avere, successivamente, ulteriori ed infausti sviluppi essendo la donna deceduta qualche anno dopo in conseguenza delle lesioni interne prodotte dal proiettile penetrato all’interno della Ford Fiesta guidata dal marito che transitava al momento della sparatoria. In relazione a questo ulteriore sbocco delle condotte delittuose appare corretta la configurazione, accanto al delitto di omicidio volontario di Caspo Raimondo e di tentato omicidio di IDOTTA Marcello e RIZZO Rosario, quello di lesioni personali ai danni di Fiorentino Emilia, per errore nell’uso dei mezzi di esecuzione del reato (cosiddetta aberratio ictus plurioffensiva, ai sensi dell’art. 82 c.p.).

Le fonti di prova sono poi assolutamente concordi nel ricondurre l’episodio in esame alla rappresaglia deliberata dagli altri gruppi nei confronti del gruppo “Mancuso – Rizzo” in seguito all’omicidio di Di Blasi Domenico (sia pure riferendo notizie apprese da altri, forse nell’ambito del circuito carcerario, ha confermato tale inquadramento, per questo come per agli altri attentati a RIZZO Rosari, anche MANCUSO Giorgio, sentito all’udienza del 22 gennaio 1999). L’agguato, il secondo tra quelli organizzati con modalità analoghe lungo la strada che collega la S. S. 114 al centro abitato del villaggio S. Lucia sopra Contesse, appartiene alla fase della “guerra” in cui l’attenzione degli altri gruppi cominciò a concentrarsi nei confronti di RIZZO Rosario, di cui andava emergendo il coinvolgimento nell’omicidio Di Blasi al fianco di MANCUSO Giorgio.

Le modalità che caratterizzano l’agguato in esame valgono a farne uno degli episodi più eclatanti di questa autentica “caccia all’uomo” scatenatasi a partire dall’autunno “91, e ciò per il numero delle persone coinvolte, appartenenti a tutti i gruppi coalizzati ad eccezione di quello di GALLI Luigi, per la quantità e la potenzialità offensiva dei mezzi impiegati, per il coinvolgimento diretto nella fase esecutiva di alcuni uomini di vertice, come SPARACIO Luigi e FERRARA Sebastiano, per la improntitudine dimostrata da organizzatori ed esecutori materiali, del tutto incuranti dei rischi che avrebbe comportato la partecipazione ad un attentato del genere, consumato a non molta distanza dagli uffici di un commissariato della Polizia di Stato (quello di Messina sud diretto in quel momento dal dott. Quartarone), e di una compagnia dei Carabinieri (quella di Messina sud Tremestieri, la cui caserma è ubicata a pochi metri di distanza dal luogo in cui FERRARA Sebastiano e SPARACIO Luigi si appostarono attendendo l’arrivo allo svincolo autostradale di RIZZO Rosario).

Al di là di divergenze del tutto marginali su circostanze particolari o sulla successione delle varie fasi in cui si è snodata l’organizzazione e l’attuazione del piano omicida, che appaiono pienamente comprensibili in considerazione della complessità della vicenda e della possibilità che singoli momenti siano sfuggiti all’uno o all’altro degli imputati in relazione al ruolo assunto da ciascuno di essi, è significativo che ben sette collaboratori di giustizia, le cui dichiarazioni godono di una credibilità rafforzata dalla contestuale ammissione di personali responsabilità, abbiano fornito ricostruzioni dell’attentato perfettamente compatibili tra loro e corrispondenti agli elementi acquisiti nell’immediatezza dei fatti.

È rimasto sufficientemente provato che l’attentato, che avrebbe coinvolto elementi appartenenti a tutti i gruppi, come probabilmente auspicato da FERRARA Sebastiano dopo il fallimento delle precedenti iniziative, e segnatamente dell’agguato che si era verificato il 6 settembre 1991, fu preceduto da una fase organizzativa abbastanza complessa, della quale si interessò in larga parte lo stesso FERRARA, verosimilmente l’ideatore delle modalità dell’assalto e certamente colui che per ragioni di “competenza” territoriale meglio conosceva i luoghi e più agevolmente avrebbe usufruito di eventuali appoggi o supporti di natura logistica. Nella difficoltà di collegare un incontro o una riunione ad un fatto specifico, tutti i protagonisti di quelle vicende hanno spesso sottolineato che le riunioni in quel periodo si susseguivano quotidianamente, il più delle volte proprio al villaggio CEP presso le abitazioni di FERRARA Carmelo o di FERRARA Sebastiano, ma è ragionevole presumere, come peraltro hanno riferito con grande precisione LONGO, CARIOLO e TURRISI, che un attentato di siffatto genere non poteva non essere preceduto da una specifica riunione di carattere organizzativo, non già destinata a “deliberare” la morte di RIZZO Rosario, che era frutto di una determinazione più remota che non vi era alcuna necessità di ribadire, ma a mettere a punto gli aspetti operativi, anche alla luce del fallimento delle precedenti analoghe iniziative, e ad assegnare i compiti individuali.

Quanto alla dinamica dell’episodio, su cui con sufficiente dovizia di particolari hanno riferito gli imputati nei termini che sono stati ampiamente illustrati, è pacifico, perché lo hanno ammesso i diretti interessati superstiti e lo hanno affermato anche tutti gli altri, che FERRARA Sebastiano, in compagnia di SPARACIO Luigi e del cugino di questi Villari Antonino, successivamente ucciso, si appostò nell’area di servizio adiacente allo svincolo di Tremestieri in attesa del passaggio di RIZZO Rosario che evidentemente era solito fare rientro a Santa Lucia sopra Contesse percorrendo a ritroso, in direzione di Messina, il tratto della S. S. 114 che separa lo svincolo autostradale dal bivio da cui si diparte la strada che conduce al villaggio. Che poi per dare il “segnale” fosse stato previsto l’uso di apparecchi ricetrasmittenti, come ha riferito il solo CARIOLO, ha importanza marginale, e potrebbe essere sfuggito agli altri imputati, oppure  essere il frutto di un cattivo ricordo o di una sovrapposizione di ricordi di CARIOLO: ciò che importa, e che è ammesso dallo stesso CARIOLO (che lo giustifica con il cattivo funzionamento degli apparecchi causato dal cattivo tempo), è che in concreto fu personalmente FERRARA, dopo essersi precipitosamente portato sul luogo dell’appostamento con SPARACIO e Villari, a segnalare con l’avvisatore acustico della Fiat UNO l’imminente arrivo di RIZZO Rosario.

Le modalità con le quali fu consumato il furto della Fiat 127 utilizzata dagli attentatori corrispondono a quanto riferito da TURRISI Antonino a cui FERRARA si era rivolto per avere a disposizione un’autovettura, che fu prelevata senza alcun particolare sforzo in quanto trovata con le chiavi inserite nel quadro (da ciò l’esclusione, al momento della condanna, dell’aggravante di cui all’art. 625 n. 2 c. p.).

Anche sulle ragioni del momentaneo trasferimento di RIZZO Rosario le indicazioni dei collaboratori sono univoche, avendo quasi tutti riferito dei timori che RIZZO nutriva circa la sua sicurezza, tali da indurlo a lasciare momentaneamente la dimora abituale del rione Giostra, soggetto all’influenza dei gruppi “Galli” e “Marchese” a lui e al suo clan apertamente ostili anche prima della consumazione dell’omicidio Di Blasi. Ulteriore dimostrazione del clima che si era instaurato e della consapevolezza del pericolo che RIZZO ed i suoi affiliati avevano maturato, si trae dalla circostanza, altrettanto pacifica (attestata anche dai testimoni che hanno dimostrato maggiore padronanza del patrimonio investigativo dell’epoca) che il RIZZO era solito in quel periodo spostarsi a bordo di autovetture blindate (lo attestano anche le risultanze relative alle vicende di cui ai capi 30, 32 e 33), ed uno tra i suoi più fedeli accoliti, come IDOTTA Marcello, aveva avvertito il bisogno di munirsi di un giubbotto antiproiettile, non certo perché gli piacesse o fosse alla moda, come ha genericamente risposto l’IDOTTA interpellato con garbata ironia dal Pubblico Ministero, ma perché ben consapevole dei pericoli ai quali la “guerra” in atto lo esponeva per la sua particolare contiguità a RIZZO Rosario.

Appare certamente singolare che il RIZZO,  conscio della situazione e dei rischi ai quali andava incontro ogniqualvolta imboccava una strada che si prestava per le sue caratteristiche alla organizzazione di agguati (ad uno dei quali era scampato miracolosamente due mesi prima), continuasse a frequentare la zona, anche se si trattava della via di accesso più comoda al villaggio Santa Lucia (l’altro percorso lato monte, attraverso il villaggio S. Filippo, è notoriamente più tortuoso), ed è perciò verosimile, come qualcuno degli imputati ha riferito, che effettivamente avesse ricevuto delle garanzie da chi aveva il controllo indiscusso della parte di territorio cittadino in cui ricade il villaggio S. Lucia sopra Contesse (FERRARA Sebastiano) e falsamente gli aveva assicurato che non vi era ostilità nei suoi confronti. Interpellato circa le ragioni per cui pur avendo riconosciuto alcuni dei suoi aggressori non li avesse denunziati, RIZZO Rosario ha usato qualche espressione molto efficace, anche se non ineccepibile dal punto di vista linguistico, per descrivere il proprio stato d’animo dell’epoca, quello di chi, ormai rassegnato al peggio, ha scelto di subire l’azione degli altri, senza tradire la consegna mafiosa del silenzio e aspettando che la reazione si esaurisse spontaneamente (“RIZZO: Io se dicevo mezza parola, loro mi uccideva anche mia madre, mio padre, tutti i familiari mi ammazzavano, però specialmente in quel periodo, io dovevo sopportare e basta, quando morivo morivo, non potevo dire chi era e chi non era. Avv. SERAFINO: Io non le sto chiedendo perché lei non ha fatto il nome della persona che avrebbe riconosciuto. PRESIDENTE: RIZZO guardi l’avvocato le sta dicendo non con riferimento alle persone ma anche come dinamica, come posizione della macchina, come mai non ha rappresentato la stessa posizione, ecco? […] RIZZO: Non la posso dire, perché io rappresentavo giustamente il mio gruppo, ero quello che ero, delinquente, un mafioso non posso dire come sono andati i fatti, debbo dire che non ho visto niente.”).

Lo stesso RIZZO Rosario ha peraltro avvalorato la circostanza di suoi contatti con il FERRARA anche nel periodo contraddistinto dalla serie degli agguati ai suoi danni, dichiarando spontaneamente all’udienza del 12.5.1999 che dopo l’attentato del novembre 1991 (quello “fatto nel Maserati”) FERRARA Sebastiano lo aveva convinto a recarsi a casa sua al villaggio CEP, e gli aveva parlato della “guerra” in corso, promettendogli il suo interessamento ai fini di una riconciliazione con tutti i gruppi ostili a RIZZO in cambio del suo aiuto per la uccisione di Catanzaro Gaetano e COSTANTINO Giovanni. RIZZO ha ricordato che nell’occasione aveva rifiutato l’accordo, in quanto non era disponibile a tradire Giorgio MANCUSO, a cui i due erano particolarmente vicini, e che a FERRARA aveva rammentato quando, insieme al fratello Letterio, si era opposto alla morte dello stesso FERRARA Sebastiano, decretata da Nuccio Cambria in seguito all’omicidio di tale D’Amico (dall’esame dei documenti relativi al processo Peloritana Uno acquisiti dalla Corte emerge che effettivamente con la sentenza in data 11 aprile 1998 FERRARA Sebastiano è stato condannato per l’omicidio di D’Amico Francesco, avvenuto il 20 febbraio 1981, capi 108 e 109).

La ricostruzione dell’attentato fornita da chi vi prese direttamente parte (è il caso delle dichiarazioni molto precise di CARIOLO Antonio, SANTORO Angelo e VENTURA Salvatore) corrisponde alle risultanze della c. d. prova generica: l’indicazione dei calibri del munizionamento di vario genere utilizzato trova rispondenza nei risultati del sopralluogo e dell’indagine autoptica sul cadavere di Caspo Raimondo, la descrizione del luogo  dell’attentato riproduce le caratteristiche della zona così come desumibili dall’esame delle numerose fotografie allegate al verbale di sopralluogo, la dinamica del tentato speronamento della Maserati di RIZZO è perfettamente compatibile con la posizione della autovetture registrata al momento dell’arrivo sul posto delle forze dell’ordine e con la tipologia e la localizzazione dei danni riportati dai mezzi.

Sotto quest’ultimo profilo il ritrovamento di bossoli all’interno della Fiat 127 avvalora quanto sostenuto da RIZZO, che sentì arrivare i primi colpi dalla stessa autovettura che stava oltrepassando, poiché il ritrovamento dei bossoli calibro 7,62 ´ 39 dimostra che se non proprio dall’interno del mezzo rubato almeno uno dei due mitragliatori, come riferito da VENTURA Salvatore, fu azionato nelle vicinanze. La dispersione dei reperti balistici in un raggio abbastanza ampio, desumibile dalle indicazioni contenute nel verbale di sequestro, dimostra inoltre che gli aggressori furono costretti dal mancato arresto della Maserati a spostarsi in direzione degli obiettivi, o addirittura ad inseguire i due fuggitivi che erano riusciti a lasciare quasi illesi l’abitacolo dell’autovettura. Va poi rilevato che il verbale di sequestro redatto dal personale della polizia di Stato del commissariato Messina Sud attesta la posizione del bossolo di cartuccia per fucile calibro 12 marca Clever, indicando che fu ritrovato vicino alla Maserati, e che l’indagine autoptica dimostrò che il Caspo era stato raggiunto da alcuni colpi (almeno due) esplosi da fucile da caccia caricato a pallettoni: quasi tutti i presenti (VENTURA e SANTORO ad es.) hanno dichiarato che CUSCINÀ imbracciava un fucile, ed in particolare CARIOLO Antonio e SPARACIO Luigi hanno affermato che dopo la fuga di RIZZO ed IDOTTA il CUSCINÀ si era avvicinato alla Maserati ed aveva esploso al suo interno qualche altro colpo di fucile in direzione di Caspo Raimondo che forse era già spirato, e che effettivamente, in base ai risultati dell’indagine medico – legale, morì in seguito alle lesioni al cervello prodotte dal colpo di pistola alla testa (che lo aveva verosimilmente raggiunto in precedenza nel corso della sparatoria).

Se l’ammissione esplicita e senza riserve delle proprie responsabilità da parte degli imputati collaboratori di giustizia esime dallo svolgimento di ulteriori considerazioni (ed il discorso vale anche per MARCHESE Mario il cui riconoscimento di una responsabilità morale trova rispondenza nella condanna per la condotta di istigazione di cui al capo 19), inquadrandosi coerentemente la confessione in un compiuto panorama di risultanze processuali che rende plausibile l’assunzione da parte di ciascun imputato dei ruoli da essi descritti, le dichiarazioni dei collaboratori meritano pieno credito anche laddove esse sono dirette alla chiamata in correità di AMANTE Bruno, CUSCINÀ Francesco e VINCI Rosario.

La convergenza delle accuse nei loro confronti, provenienti tanto dai soggetti già appartenuti agli stessi gruppi (quello “Marchese” per i primi due, il gruppo “Sparacio” per il terzo) che da collaboratori inseriti all’epoca in gruppi diversi, soddisfa in pieno i requisiti di cui all’art. 192 c. p. p. ai fini della prova della responsabilità. La conferma infatti non riguarda soltanto l’indicazione nominativa degli accusati, ma concerne specificamente il ruolo assunto da ciascuno di essi nell’esecuzione del piano criminoso. VINCI viene unanimemente indicato come uno dei componenti del gruppo di fuoco, e tanto VENTURA che SANTORO gli attribuiscono l’uso di uno dei due kalashnikov impiegati nell’agguato, il primo con la ulteriore precisazione che tanto lui stesso che il VINCI erano incaricati di aprire la sparatoria con una serie di raffiche, destinate, nelle intenzioni degli aggressori, a perforare la blindatura del veicolo su cui viaggiava RIZZO: la circostanza che originariamente VINCI non sia stato menzionato da FERRARA Sebastiano, se pure non fuga il sospetto che quello di FERRARA sia un successivo allineamento alla ricostruzione degli altri collaboratori, non incide sulla affidabilità delle accuse che a VINCI muovono tutti gli altri protagonisti della vicenda, tra cui SPARACIO Luigi che ha ammesso di avere inizialmente cercato di tenere fuori l’amico dal coinvolgimento in fatti di sangue (v. sul punto anche le osservazioni sviluppate in occasione dell’analisi delle risultanze relative all’omicidio di Spagnolo Giovanni, capo 2). Anche CUSCINÀ è indicato come uno degli aggressori, a cui viene attribuito, secondo quanto già messo in evidenza, l’uso di uno dei fucili in possesso dei killer. Altrettanta unanimità si registra sulla indicazione del ruolo di AMANTE Brunello, giovane riconosciuto anche da RIZZO Rosario al momento dell’attentato, incaricato secondo la ricostruzione accolta di collocare la Fiat 127 rubata in una posizione tale da impedire il passaggio dell’autovettura di RIZZO.

Valgono con riferimento al solo CUSCINÀ Francesco le considerazioni già svolte in altra sede per quanto concerne la sua imputabilità (v. l’illustrazione dei risultati dell’indagine peritale sulla sua capacità di intendere e di volere contenuta nell’ambito dell’analisi delle risultanze probatorie relative al capo 26).

A conclusioni ben diverse deve pervenirsi per quanto riguarda le posizioni degli imputati CURATOLA Giuseppe e DI DIO Domenico, che vanno entrambi assolti dagli addebiti per non avere commesso il fatto.

Secondo TURRISI il primo, affiliato al gruppo “Ferrara”, avrebbe avuto il compito di coadiuvarlo nell’attività di consegna delle armi ai killer che avrebbero dovuto prelevarle dal borsone in cui erano state riposte, posizionato nei pressi del c. d. buco, come gli imputati hanno più volte definito convenzionalmente un particolare nascondiglio a disposizione del gruppo “Ferrara”, costituito da un varco aperto nel muro che delimita il torrente S. Filippo, corso d’acqua ormai generalmente asciutto, e dal quale è possibile, provenendo dall’altra sponda, limitrofa alla strada che conduce a S. Lucia sopra Contesse, accedere al vicino villaggio CEP (“… io in compagnia di CURATOLA Giuseppe avevo il compito di portare le armi nel cosiddetto buco che corrisponde fra il torrente San Filippo e il villaggio CEP, che poi antistante c’è la salita dove saliva Rosario RIZZO per salire verso il villaggio Santa Lucia sopra Contesse  […] Io e CURATOLA Giuseppe ebbimo il compito di appostarci lì nel buco a tenere le armi, però prima sono andato io lì a mettermi nel cosiddetto buco in quanto sottostante la scalinata di questo buco c’era la Fiat 126 di Rosario VINCI perché quella sera pioveva. […] Una volta finiti gli spari si sono tutti ritirati, mi hanno consegnato le armi, nel frattempo era giunto CURATOLA Giuseppe che era lì con me e si sono dileguati e tutti se ne sono andati … ”). A menzionare CURATOLA è poi anche SANTORO Angelo, secondo il quale il coimputato aveva il compito di preparare le armi, di aspettarne il ritiro nel torrente da parte dei killer e di riporre le armi nelle vicinanze della stalla di FERRARA dopo la sparatoria (“Il FERRARA gli aveva detto al TURRISI di prendere i mitra che ci avevano nella stalla, erano dentro un borsone, li avevamo nascosti nella stalla, e sono andati mi sembra il TURRISI e il CURATOLA nella stalla a prendere questi borsoni e a portarlo nel torrente che si passava dal villaggio CEP, c’era un buco fra il torrente e il villaggio CEP che si poteva passare a piedi, e il CURATOLA era lì che ci aspettava a noi coi borsoni che ci aveva lì le armi.”).

È evidente che si tratta di indicazioni poco precise, frutto probabilmente di un ricordo sul punto approssimativo, non essendo chiaro se il CURATOLA condivideva l’incarico del TURRISI fin dall’inizio o se sia sopraggiunto successivamente, e in questo secondo caso quando e a quale scopo.

Un altro riferimento a CURATOLA lo ha fatto, sia pure con qualche dubbio, LONGO Luigi, ma attribuendosi proprio il ruolo che altri hanno assegnato al CURATOLA, la cui presenza non ha, nella ricostruzione di LONGO, un significato ben preciso (“E così sono scesi loro, tutto ad un tratto ‘nchianai io pi pighiari l’armi, iddi lassaru l’armi ‘nto borsello, e siamo saliti io, visti a TURRISI, mi sembra che c’era CURATOLA, e visti a tutti ‘sti ragazzi chi mittiunu tutti l’armi vicino ‘u famusu bustu, passava ‘nto torrente San Filippo o CEP”.).

Nessun accenno alla posizione dell’imputato si coglie invece nelle dichiarazioni di CARIOLO Antonio e VENTURA Salvatore, pur trattandosi di una fase esecutiva che entrambi vissero in prima persona, ed analogamente FERRARA Sebastiano non ha menzionato il CURATOLA, affermando di avere incaricato TURRISI di portare le armi nel luogo prestabilito perché i killer le potessero prelevare.

Giova ricordare a questo punto che CURATOLA Giuseppe è uno degli affiliati che era intenzione di FERRARA Sebastiano tenere fuori da qualsiasi accusa, ed a tale scopo nella registrazione più volte citata un passaggio è espressamente dedicato al tipo di notizie che, intrapresa la collaborazione, avrebbero potuto essere fornite sul conto di CURATOLA per circoscrivere il suo coinvolgimento entro ambiti penalmente non significativi (“Invece a Pippo CURATOLA non lo nominate proprio, perché non lo sto nominando proprio neanche io, perché se voi lo nominate dite soltanto: ‘Lo conosco e basta, è un amico nostro che sta, però non ha mai avuto a che fare con noi.”). Questo dato potrebbe destare il sospetto che il mancato riferimento a CURATOLA Giuseppe sia, nelle dichiarazioni di FERRARA, il frutto di una certa resistenza ad abbandonare l’atteggiamento iniziale, analogamente a quanto è stato verificato per LAGANÀ  Gianfranco con riferimento alle dichiarazioni relative all’omicidio di Messina Giovanni. E tuttavia la circostanza che al preteso ruolo di CURATOLA non facciano alcun cenno due collaboratori come CARIOLO e VENTURA, del tutto estranei al contesto al quale le indicazioni di FERRARA erano destinate, e perciò immuni dal sospetto di condizionamenti, appare significativa, ed avvalora la tesi della estraneità dell’imputato alla vicenda dell’omicidio Caspo, fatta propria dal Pubblico Ministero, convintosi evidentemente della incompletezza degli elementi di prova a carico dell’imputato, che ha avanzato richiesta di proscioglimento dal delitto più grave e dal connesso reato in materia di armi. È probabile che il CURATOLA, in quanto attivamente inserito nel gruppo di FERRARA Sebastiano (che teneva particolarmente a lui), fosse al corrente del piano criminoso, per averne appreso dallo stesso FERRARA o nel corso dei numerosissimi incontri e contatti che caratterizzavano il rapporto anche con gli altri affiliati, ma è in ogni caso da escludere, considerata la sua subalternità rispetto a FERRARA Sebastiano, che la sua presenza possa avere superato l’ambito di una connivenza riprovevole ma penalmente irrilevante (con riferimento all’attentato) per sfociare in un contributo causalmente apprezzabile.

La debolezza in sé della prospettazione accusatoria esime dal prendere in considerazione gli elementi emersi dalla prova testimoniale assunta su richiesta della difesa, al cui esito sarebbe invero stato assai problematico affidare in via esclusiva la richiesta di proscioglimento dell’imputato. Sono sfilati davanti alla Corte i testi Catrini Salvatore, Marongiu Giovanni, Di Stefano Vincenzo e Ventra Luciano, abituali frequentatori di un circolo ricreativo, l’Uragano CEP, i quali hanno concordemente affermato che il giorno in cui, nel novembre 1991, fu commesso l’attentato in cui perse la vita Caspo Raimondo, al club si trovava, come avveniva quotidianamente, anche CURATOLA Giuseppe. Premesso che qualcuno di essi ha manifestato anche delle evidenti difficoltà a distinguere l’episodio in esame dagli altri analoghi verificatisi sempre nei pressi dell’abitato di Santa Lucia sopra Contesse, riesce difficile credere che a distanza di quasi otto anni si riesca a conservare il ricordo di una circostanza come quella riferita, anche se a fissarla nella memoria possa avere contribuito proprio la notizia dell’attentato appresa dai testimoni mentre si trovavano ancora al circolo intenti agli svaghi abituali.

L’assoluzione del CURATOLA deve peraltro riguardare anche il furto aggravato dell’autovettura Fiat 127 utilizzata dagli aggressori per ostacolare il passaggio della Maserati di RIZZO, il cui furto avvenne per ordine di FERRARA Sebastiano qualche giorno prima dell’attentato. Anche in questo caso il solo TURRISI Antonino ha fatto un cenno alla presenza di CURATOLA Giuseppe al momento del furto, ma è poco chiaro quale ruolo il CURATOLA avrebbe avuto, posto che TURRISI ha riferito a sé stesso l’incarico di rubare, e nel contesto dalla narrazione ha continuato ad attribuirsi personalmente tutte le condotte inerenti alla sottrazione dell’autoveicolo e quelle successive (“TURRISI: Negli agguati successivi il FERRARA e tutti gli altri affiliati avevamo deciso di mettere una macchina davanti, un mezzo più grosso perché essendo che il RIZZO con la macchina blindata saliva a velocità elevata non c’era la possibilità di fermarlo. Allora il FERRARA Sebastiano mi ordinò di rubare una macchina e io così feci, se non ricordo male mi recai presso la via La Farina in compagnia di CURATOLA Giuseppe. P.M.: Che macchina rubò? TURRISI: Alle spalle della via La Farina c’è un riparatore di ammortizzatori, non ricordo adesso il nome, lì questo signore scese dalla macchina in quanto lasciò incustodita con le chiavi appese sul quadro una Fiat 127 di colore rosso, io ad un tratto ne approfittai, presi questa macchina e la salii al villaggio Cep percorrendo delle strade secondarie. Una volta arrivato al villaggio Cep avvisai il FERRARA che avevo rubato la macchina e che era pronta per quello che voleva fare lui …”; ed ancora nel corso del controesame, sempre in prima persona, il collaboratore ha affermato: “quando FERRARA mi ordinò di rubare la macchina già io lo sapevo che la macchina serviva per un attentato contro Mancuso-Rizzo …”). In ogni caso, anche ove si potesse desumere da siffatte dichiarazioni, la prova della responsabilità di CURATOLA in ordine al furto della Fiat 127 sarebbe insufficiente, perché le accuse di TURRISI sono sul punto del tutto isolate.

Per quanto riguarda la posizione di DI DIO Domenico, si tratta indubbiamente di un altro personaggio che gravitava in quel periodo nell’orbita del gruppo di FERRARA Sebastiano, probabilmente uno degli elementi più rappresentativi ed autorevoli, anche se forse meno investito di altri all’interno del gruppo di responsabilità di carattere operativo (quantomeno con riferimento alla consumazione dei delitti di sangue). Peraltro, alla luce delle considerazioni già illustrate con riferimento all’omicidio di Messina Giovanni, DI DIO Domenico non figura, a differenza di altri affiliati, tra coloro per i quali FERRARA Sebastiano aveva predisposto al momento di iniziare la sua collaborazione un “trattamento di favore”, ed anzi, proprio alla luce delle circostanze già evidenziate, il pericolo al quale è necessario sfuggire è quello opposto, che cioè la sua posizione risulti aggravata più del dovuto a causa di un evidente risentimento che FERRARA Sebastiano ha mostrato di nutrire nei confronti del suo affiliato di un tempo. Premesso pertanto che FERRARA Sebastiano non può essere ragionevolmente sospettato di avere un atteggiamento benevolo nei confronti di DI DIO Domenico, bisogna prendere atto della circostanza che FERRARA in dibattimento non ha mai fatto il nome di DI DIO Domenico con riferimento all’omicidio Caspo. La notazione è particolarmente significativa, non solo per le ragioni già indicate, ma anche perché FERRARA è unanimemente riconosciuto come l’ideatore ed organizzatore dell’attentato, e si è inoltre attribuito un ruolo anche nella fase esecutiva, sicché è da escludere che possa essergli sfuggito un dato rilevante come l’assunzione di un ruolo concreto nella vicenda da parte di un suo affiliato.

A DI DIO Domenico, in termini che il Pubblico Ministero ha ritenuto compatibili con l’affermazione di responsabilità, fanno riferimento TURRISI Antonino, SANTORO Angelo, LONGO Luigi, CARIOLO Antonio e VENTURA Salvatore.

Quest’ultimo si è tuttavia limitato ad affermare che il coimputato non ebbe un ruolo operativo nella consumazione del delitto, mentre CARIOLO Antonio lo ha indicato tra i presenti all’incontro di tipo organizzativo che precedette l’attentato e ha poi affermato di averlo visto successivamente, unitamente ad altri (Mulé Giuseppe, e tale Gino, infermiere, appartenente al gruppo “Marchese” e identificabile agevolmente con LEARDO Luigi), mentre stazionava nella zona del villaggio CEP a bordo della sua Lancia Thema, deducendo da ciò che potesse avere un ruolo di supporto per coprire una eventuale fuga dei killer; solo in seguito alla contestazione delle dichiarazioni rese il 10 novembre 1994 CARIOLO ha confermato la circostanza dell’assunzione di un ruolo più concreto da parte di DI DIO, poiché lo aveva indicato tra coloro che erano incaricati di accompagnare i killer con le proprie autovetture sul luogo dell’appostamento.

Molto genericamente TURRISI Antonino indica DI DIO Domenico tra i partecipanti alla riunione che precedette l’esecuzione dell’attentato (insieme ad altri, tra cui, ad es., TAMBURELLA Rosario e MANGANARO Salvatore), mentre LONGO Luigi, secondo il quale il DI DIO era informatissimo di ciò che era stato organizzato, ha dichiarato di avere atteso a bordo della Lancia Thema di DI DIO (perché pioveva) il rientro dei killer che avrebbero dovuto restituirgli le armi, conversando con lo stesso DI DIO che gli chiedeva spiegazioni in ordine alla sua mancata partecipazione all’appostamento.

SANTORO Angelo, menzionato il DI DIO tra gli affiliati che aspettavano l’arrivo degli appartenenti agli altri gruppi per organizzare l’attentato, ha poi espressamente escluso che lo stesso DI DIO abbia preso parte al delitto, essendosi limitato ad accompagnare gli esecutori per un certo tratto ed avendo poi fatto visita allo stesso SANTORO subito dopo l’attentato in compagnia di FERRARA Sebastiano.

Alla luce di questi scarni elementi è possibile ritenere, forse con maggiori probabilità di affermare il vero rispetto all’analoga considerazione relativa a CURATOLA Giuseppe, che DI DIO fosse perfettamente a conoscenza del piano dell’attentato, dell’identità e dei ruoli degli esecutori, delle altre concrete modalità organizzative. Ma ciò non appare sufficiente per pervenire alla affermazione di responsabilità, in mancanza della dimostrazione che egli abbia fornito un contributo causalmente apprezzabile alla consumazione dell’omicidio, eventualmente anche sotto il profilo, evidenziato dal Pubblico Ministero, dell’apporto della propria disponibilità. Che il LONGO, aspettando il ritorno dei killer, si sia riparato dalla pioggia a bordo della Lancia Thema di DI DIO non appare significativo, perché non è espressione di un contributo alla realizzazione del piano comune, ma appare piuttosto il frutto di una scelta estemporanea, determinata da una esigenza imprevista del tutto sganciata dalla attuazione del compito assegnato a LONGO, che sarebbe stato svolto comunque. Maggiore concretezza il ruolo di DI DIO potrebbe assumere ove si accogliesse la versione fornita da CARIOLO Antonio, ma a questo proposito va rilevato che il preteso ruolo di supporto (DI DIO stazionava a villaggio CEP per coprire un’eventuale fuga dei killer) sembra corrispondere, nelle dichiarazioni dibattimentali di CARIOLO, più ad un’ipotesi del collaboratore, che alla conoscenza di un compito specifico assegnato al coimputato (“P.M.: Tornando sempre a questo episodio a proposito del Mulé e del DI DIO, mi vuole dire questo DI DIO che ruolo ha avuto? CARIOLO: Stazionava nella zona di CEP, consigliere, quindi probabilmente, come io avevo intuito doveva coprire la fuga, lo stesso DI DIO era un affiliato al clan capeggiato da FERRARA Sebastiano, quindi era perfettamente a conoscenza di tutto il progetto e stazionava da quelle parti.”); mentre solo in seguito alla contestazione CARIOLO ha ricordato che DI DIO avrebbe anche accompagnato alcuni dei killer sul luogo dell’appostamento, ma trattasi di un’affermazione isolata, insufficiente a dare una persuasiva conferma agli altri elementi emersi a carico dell’imputato in dibattimento.

Sussistono le aggravanti della premeditazione e della natura “mafiosa” del delitto (art. 7 d. l. n. 152/91).

Le caratteristiche dell’attentato rivelano che il delitto scaturì da un’accurata e meticolosa preparazione e fu preceduto da incontri e riunioni destinate alla messa a punto del piano omicida e alla distribuzione dei compiti. Il coinvolgimento di elementi appartenenti a quasi tutti i gruppi coalizzati contro il clan “Mancuso - Rizzo”, la scelta di armi ad alto potenziale offensivo, la prevista utilizzazione di un’autovettura rubata per ostacolare il passaggio del veicolo su cui si trovava RIZZO Rosario, sono tutti elementi dimostrativi di una lucida e persistente determinazione criminosa, che scaturisce in ogni caso dalla causale dell’attentato ed è connessa alla deliberazione originaria che assiste tutte le iniziative concepite nell’ambito della rappresaglia decisa dopo l’omicidio Di Blasi.

Tali considerazioni non valgono, ad avviso della Corte, per AMANTE Bruno. Non vi è prova che sussista con riferimento alla sua posizione l’aggravante della premeditazione, perché non vi è prova di un proposito criminoso protratto nel tempo, e di un coinvolgimento dell’imputato in termini compatibili con gli elementi che costituiscono, sul versante del decorso del tempo e del radicamento del proposito criminoso, la struttura della circostanza. Il nome di AMANTE non viene menzionato con riferimento a nessun’altra vicenda tra quelle esaminate, e non è provata la sua partecipazione né alle fasi che immediatamente precedettero o seguirono la consumazione del delitto, né agli incontri in cui era stata decisa ed elaborata la strategia da attuare nei confronti del gruppo “Mancuso - Rizzo”, prova che legittimerebbe l’estensione dell’aggravante fondata sulla effettiva conoscenza dell’altrui premeditazione.

La mancanza di contestazioni sul punto induce poi la Corte, in base agli elementi di giudizio in suo possesso, a ritenere che questo esito fosse pronosticabile già sulla scorta delle indagini preliminari, e che, in altri termini, fosse possibile già al momento della richiesta di rinvio a giudizio escludere per AMANTE Bruno la contestazione della premeditazione e non privarlo in tal modo della possibilità di accedere al giudizio abbreviato così come l’imputato ha tempestivamente ma inutilmente chiesto nel corso dell’udienza preliminare attraverso il suo difensore (all’udienza del 28 maggio 1996 in cui l’imputato era presente).

Alla luce delle considerazioni sviluppate nell’ambito dell’analisi delle risultanze relative al capo 24 per la posizione di LAGANÀ Gianfranco, alle quali si fa espresso rinvio, ciò si traduce nel diritto dell’AMANTE alla riduzione di un terzo della pena così come determinata in seguito alle operazioni di commisurazione e alla concessione delle circostanze attenuanti generiche da ritenersi equivalenti alle altre aggravanti comuni contestate. La marginalità del coinvolgimento dell’AMANTE, limitatosi alla collocazione della Fiat 127 al centro della carreggiata, peraltro con modalità tali da non impedire il passaggio della Maserati di RIZZO Rosario, senza la prova convincente di suoi ulteriori interventi (non vi è la prova certa che fosse ramato e che abbia sparato), giustificano la concessione del beneficio nella misura indicata.

La causale e le modalità dell’attentato ne attestano indiscutibilmente la matrice “mafiosa”, dal momento che esso è stato consumato per agevolare un’associazione di stampo mafioso e, comunque, avvalendosi delle condizioni previste dall’art. 416-bis c. p.; l’agguato fu eseguito con l’uso di armi ad alto potenziale offensivo in una zona del territorio cittadino sottoposta al controllo di un gruppo criminale, lo stesso a cui era riconducibile in primo luogo l’organizzazione dell’attentato, che registrò tuttavia il coinvolgimento di elementi di quasi tutti i gruppi coalizzati contro il clan “Mancuso – Rizzo”, e la partecipazione personale all’esecuzione di due uomini di vertice, come SPARACIO Luigi e FERRARA Sebastiano. Il piano fu portato ad esecuzione secondo modalità che esprimono un vero e proprio controllo di intere zone del territorio cittadino, da parte di gruppi criminali i cui affiliati traevano proprio da questa situazione di radicamento territoriale la certezza di potere entrare in azione senza correre eccessivi pericoli, incuranti della eventuale presenza di altri autoveicoli, tutt’altro che improbabile considerata la stagione, l’orario e la prossimità di un popoloso centro abitato, come avrebbe dimostrato il casuale ferimento di Fiorentino Emilia. Il movente dell’agguato, così come rilevato per altri episodi esaminati dalla Corte, è poi riconducibile ai contrasti tra gruppi contrapposti, nel cui ambito la consumazione dell’omicidio si pone quale strumento strategico diretto alla acquisizione di un ruolo egemonico nel panorama delle organizzazioni criminali attraverso la eliminazione dei capi e degli affiliati appartenenti ai clan rivali.

Compete agli imputati VENTURA Salvatore, CARIOLO Antonio, SANTORO Angelo, LONGO Luigi e TURRISI Antonino l’attenuante speciale per la collaborazione prevista dall’art. 8 del d. l. n. 152/91. Il contributo relativo all’omicidio Caspo si inserisce per ciascuno di essi in una più ampia scelta di collaborazione con la giustizia e di dissociazione rispetto ai contesti di appartenenza di cui essi hanno dato ampia prova in questo dibattimento. Dal punto di osservazione proprio di ciascuno, essi hanno poi contribuito in maniera decisiva all’accertamento dei fatti e alla ricostruzione di un episodio che, nonostante l’allarme sociale destato, il muro di omertà eretto inizialmente dalle stesse vittime aveva obbligato a confinare tra le vicende prive di concreti sbocchi giudiziari.

Mentre per i predetti imputati la concessione del beneficio si traduce nella neutralizzazione della corrispondente aggravante di cui all’art. 7 del d. l. n. 152/91, a SPARACIO Luigi e FERRARA Sebastiano spettano invece le circostanze attenuanti generiche da dichiararsi equivalenti alla contestata aggravante della premeditazione. Il contegno processuale di questi imputati, che hanno ammesso le rispettive responsabilità e fornito una ricostruzione dei fatti corrispondente a quella degli altri collaboratori, giustifica ampiamente la concessione del beneficio, ma non autorizza, limitatamente a questo capo di imputazione, la fruizione dell’ulteriore attenuante di cui all’art. 8 del d. l. n. 152/91 di cui i difensori dei collaboratori di giustizia hanno invocato una generalizzata applicazione. Analogamente a quanto rilevato per altre vicende esaminate dalla Corte, la ratio dell’attribuzione dell’ulteriore beneficio è proprio quella di premiare il contributo che si sia rivelato decisivo ai fini della ricostruzione dei fatti, ma che si inscriva altresì, fin dall’inizio, in un contesto di collaborazione leale e genuina. Sulla qualità e meritevolezza del contributo di SPARACIO relativamente al reato in esame incide tuttavia l’iniziale reticenza in ordine alla partecipazione di VINCI Rosario, di cui si è preso atto anche esaminando la posizione di VINCI Rosario in merito all’omicidio di Spagnolo Giovanni. Ed analogamente FERRARA Sebastiano, che durante le indagini preliminari aveva taciuto il nome di Rosario VINCI, in dibattimento, limitandosi a giustificare la cosa con un migliore ricordo, lo ha indicato, oltre che come partecipante all’omicidio, come uno dei più assidui frequentatori del villaggio CEP e delle riunioni nelle quali veniva messa a punto l’attuazione del programma comune, destando il sospetto di un suo successivo allineamento alle dichiarazioni degli altri collaboratori.

Nell’affermazione di responsabilità relativa ai reati di cui al capo in esame rimane assorbita per FERRARA Sebastiano e SPARACIO Luigi la contestazione relativa agli stessi reati contenuta sotto il capo 19, lettera a), della rubrica.

Per la concreta commisurazione della pena si rinvia alla parte conclusiva di questa motivazione.