Strettamente collegato all’omicidio di Catanzaro
Gaetano è un fatto di sangue verificatosi meno di una settimana dopo nella
contrada Fucile allorché vittima dell’ennesimo agguato cadde il trentenne
Mazzeo Roberto, personaggio noto alle forze dell’ordine che lo sospettavano,
come hanno riferito all’udienza del 20.12.1997 l’ispettore Trimigno ed il
maresciallo Currenti, di essere inserito nel gruppo delle persone vicine a
D’Arrigo Marcello, e di essere dedito ad attività delittuose nei settori
dello spaccio di sostanze stupefacenti e delle estorsioni.
L’omicidio, avvenuto a sua volta appena sei
giorni prima dell’uccisione di Pellegrino Salvatore (20.3.1992), fu consumato
mentre la vittima si trovava a bordo della autovettura intestata alla moglie ed
acquistata circa dieci giorni prima dell’omicidio (come ha riferito la vedova
del Mazzeo, Capurro Lucia, escussa il 9.1.1998), una Mercedes
190 di colore bianco (targata ME 575939) che fu trovata ferma con direzione
mare – monte nella via Socrate, all’altezza di un esercizio commerciale (il
“Mini-market” di tale Oliveri), con il freno di stazionamento inserito ma
con il motore ancora avviato e le luci accese. L’autovettura presentava il
cristallo anteriore laterale destro interamente frantumato, mentre su quelli
laterali posteriori erano presenti due fori, presumibilmente prodotti dai
proiettili esplosi nel corso della sparatoria. La vittima, che sedeva al posto
di guida con il capo reclinato sulla spalla e teneva ancora in mano una
sigaretta completamente consumata, presentava numerose ferite d’arma da fuoco
al mento, alla spalla, all’occhio ed al collo. All’interno
dell’autovettura e sparsi nelle vicinanze sul manto stradale venivano
rinvenuti e sequestrati quattro bossoli calibro 9 corto, cinque bossoli calibro
7,65, un’ogiva calibro 7,65 e due ogive calibro 9 corto (v. audizione dei
testimoni Volpe Giuseppe e Tosto Giuseppe, escussi il 20.12.1997 ed il 9.1.1998,
nonché copia del verbale di sequestro, del verbale di sopralluogo ed allegato
fascicolo dei rilievi fotografici eseguiti dai carabinieri del Reparto
operativo, contenuti nella carpetta degli atti relativi al capo 35).
L’esame autoptico, eseguito dal dott. Bondì,
escusso in dibattimento all’udienza del 20.12.1997, consentì di accertare che
la morte del Mazzeo era sopraggiunta per arresto cardiaco alle ore 20 circa del
14 marzo 1992 a causa delle gravi lesioni prodotte all’encefalo, ai polmoni ed
al fegato dai sei proiettili che avevano raggiunto la vittima, tutti esplosi da
distanza non ravvicinata ad eccezione di quello che aveva attinto la regione
orbitaria sinistra e che aveva prodotto il caratteristico “tatuaggio”; nel
corso dell’esame autoptico e durante l’ispezione degli indumenti venivano
rinvenuti quattro proiettili appartenenti a cartuccia d’arma da sparo a canna
corta, due calibro 38/357 mm e due calibro 7,65 (v. le conclusioni della
relazione di consulenza in atti).
Mentre non ebbe alcun esito una perquisizione
domiciliare presso l’abitazione del Mazzeo (v. il relativo verbale in atti),
l’attività investigativa subito avviata, prevalentemente sulla scorta di
notizie fornite da fonti confidenziali, consentì di ipotizzare che il Mazzeo
fosse giunto sul luogo in cui sarebbe stato ucciso in compagnia di un giovane
sul momento non identificato per consegnare un quantitativo di sostanza
stupefacente (cocaina) a Pellegrino Salvatore presso l’abitazione della madre:
il Pellegrino era figlio di Paolo che era stato ucciso poco meno di un anno
prima, quasi all’inizio della lunga serie di fatti di sangue che erano seguiti
all’omicidio di Di Blasi Domenico. Il sicario o i sicari avrebbero atteso per
entrare in azione il momento in cui Mazzeo era rimasto da solo
sull’autovettura. Il sospetto di un possibile coinvolgimento del Pellegrino
nell’omicidio fu alimentato da una circostanza obiettiva riscontrata dagli
inquirenti all’atto del sopralluogo, e cioè che il Pellegrino la sera
dell’omicidio era effettivamente a casa della madre, adiacente al luogo
dell’omicidio ed ubicata nello stesso stabile in cui si trovava il
supermercato già citato (gestito dalla suocera di tale La Maestra Giuseppe,
sentito in dibattimento il 20.12.1997), in quanto era stato notato mentre si
affacciava da una delle finestre dell’abitazione. La presenza del giovane
presso l’abitazione della madre Cocuzza Rosa (che ne ha dato conferma in
dibattimento all’udienza del 20.12.1997) apparve una circostanza singolare,
anche in considerazione dell’orario, dal momento che il Pellegrino era
coniugato con Abrami Elena e viveva nella zona di Galati, che dista notoriamente
svariati chilometri dal villaggio Aldisio (v. la deposizione del dott. Arena e
dell’ispettore Trimigno, escussi all’udienza del 20.12.1997 ed all’epoca
entrambi in servizio presso la Squadra mobile della Questura di Messina). La
morte violenta di Pellegrino Salvatore, avvenuta a meno di una settimana di
distanza, costituì un’ulteriore conferma del possibile collegamento tra la
presenza del Pellegrino e l’uccisione del Mazzeo e tra l’omicidio del primo
e l’offensiva scatenata dagli altri gruppi criminali contro il clan di MANCUSO
Giorgio a cui la famiglia Pellegrino, che gestiva una macelleria ed un deposito
di carni, si riteneva fosse molto vicina.
Tra parenti, conoscenti ed amici della vittima fu
sentito nell’immediatezza dei fatti tale Fusco Santino, che ammise di essere
stato insieme a Mazzeo a bordo della sua Mercedes
fino a mezz’ora prima dell’omicidio, come ha confermato in dibattimento
all’udienza del 20.12.1997. Che fosse proprio il Fusco il giovane in compagnia
del quale il Mazzeo aveva raggiunto il luogo in cui sarebbe stato ucciso scaturì
dalle dichiarazioni di tale Ieni Gaetano, rese alla Squadra Mobile a quasi un
mese dall’omicidio, in data 11.4.1992, ed ampiamente utilizzate in
dibattimento per le contestazioni, dal momento che lo Ieni, nel corso di una
deposizione dibattimentale che sarebbe eufemistico qualificare reticente, si è
limitato ad ammettere di avere conosciuto fin dall’infanzia il Mazzeo, e di
conoscere anche il Fusco. Secondo le dichiarazioni a suo tempo rese dallo Ieni
il Fusco, due giorni dopo l’omicidio, gli aveva confidato di avere
accompagnato il Mazzeo la sera dell’omicidio presso l’abitazione della madre
del Pellegrino e di essere entrato nello stabile per consegnare qualcosa allo
stesso Pellegrino lasciando il Mazzeo seduto al posto di guida della sua
autovettura. Mentre era nelle scale il Fusco aveva avvertito il fragore degli
spari ed era subito fuggito dopo avere visto il Mazzeo ormai privo di vita. In
dibattimento lo Ieni ha poi cercato di chiarire il senso delle sue precedenti
affermazioni, privandole di qualsiasi senso logico e spiegando che il Fusco non
gli aveva detto di aver sentito “sparare”, ma “grattare”, espressione
con cui forse il testimone intendeva sostenere che l’amico gli aveva confidato
di avere avvertito dei rumori ma di non averli subito identificati come spari:
il senso di una tale specificazione non richiede alcun commento, ma
l’affermazione andava sottolineata per comprendere lo spirito con cui lo Ieni,
evidentemente ben conscio di avere reso dichiarazioni compromettenti, ha
affrontato l’esame dibattimentale. Proseguendo il suo racconto allo Ieni, il
Fusco gli aveva poi confidato di essersi recato subito l’omicidio a casa del
Mazzeo e di avere rovistato in bagno alla ricerca di eventuali quantitativi di
sostanze stupefacenti. Confermando ulteriormente il coinvolgimento del Mazzeo
nell’attività di traffico di stupefacenti, lo Ieni aveva spontaneamente
aggiunto sempre in quelle prime dichiarazioni che in occasione dell’arresto di
Mazzeo nell’estate del 1991 aveva personalmente provveduto ad occultare un
involucro prelevato nel giardino della casa della madre dello stesso Mazzeo che
aveva collocato in una casa diroccata nelle vicinanze del Policlinico
universitario.
Le dichiarazioni dello Ieni avevano costituito una
parziale conferma di quanto agli inquirenti in data 24 marzo e 11 aprile 1992
aveva riferito la madre dell’ucciso, Puleo Giovanna (escussa in dibattimento
il 27.2.1998), la quale aveva dichiarato che subito dopo l’omicidio un amico
del figlio, tale Fusco Santino (che “di
solito camminava” con Roberto), le aveva chiesto il permesso di entrare
nel bagno di casa per cercare qualcosa che apparteneva al defunto e che la Puleo
dichiarò di presumere che potesse essere droga. La madre della vittima ha poi
confermato in dibattimento i rapporti del figlio con MANCUSO Giorgio e con
Catanzaro Antonino, fratello di Gaetano, il cui omicidio, avvenuto appena
qualche giorno prima, il giovane aveva commentato in presenza della madre
esprimendo una certa soddisfazione (ed affermando “chi
uccide muore ucciso”). Sempre in data 11 aprile 1992, evidentemente nel
quadro di una momentanea ripresa dell’azione investigativa attraverso una
nuova audizione di tutte le persone vicine alla vittima o che si presumeva
fossero per altre ragioni in possesso di informazioni utili alle indagini, anche
la vedova del Mazzeo, Capurro Lucia, confermò di avere visto il marito per
l’ultima volta poco dopo le ore 20 del giorno dell’omicidio allontanarsi in
compagnia di Fusco Santino.
Tuttavia solo in seguito alle dichiarazioni dei
collaboratori di giustizia MANCUSO Giorgio e RIZZO Rosario la vicenda
dell’omicidio di Mazzeo Roberto ebbe quegli sbocchi giudiziari che in
precedenza erano mancati, poiché con l’ordinanza del 14 luglio 1995 veniva
disposta la cattura di PULLIA Carmelo, COSTANTINO Giovanni e Sturniolo Pietro a
cui MANCUSO e RIZZO avevano attribuito la responsabilità dell’omicidio. In
seguito all’applicazione della misura, anche COSTANTINO Giovanni, seguendo la
scelta del cognato Giorgio MANCUSO, dichiarava di volere collaborare con la
giustizia, ammetteva, tra l’altro, le proprie responsabilità ed offriva
significativi chiarimenti in ordine alle modalità dell’accaduto, consentendo
di scagionare Sturniolo Pietro (per il quale, su conforme richiesta del Pubblico
Ministero, il GIP disporrà l’archiviazione come per il RIZZO Rosario) e
soprattutto di individuare quali suoi ulteriori concorrenti CALARESE Antonio e
ROMEO Simone, l’uno e l’altro raggiunti dalla misura della custodia
cautelare in carcere disposta nei loro confronti con ordinanza del 1° marzo
1996.
È pertanto evidente, nella prospettazione
accusatoria, l’importanza che assumono le dichiarazioni di COSTANTINO
Giovanni, sulla cui falsariga l’ipotesi di accusa si è sviluppata e quindi
delineata in dibattimento.
Prima di prenderle in considerazione è tuttavia
opportuno, ripercorrendo in un certo senso l’andamento delle indagini
preliminari, soffermarsi brevemente sulle dichiarazioni di MANCUSO Giorgio e
RIZZO Rosario, che corrispondono, soprattutto le seconde, ad una prima fase di
tali indagini, e ne condividono i limiti e l’incompiutezza, evidenziati del
resto anche nell’ordinanza custodiale del luglio 1995.
Del tutto inutilizzabile, per la sua estrema
genericità, appare invece il modestissimo contributo di SPARACIO Luigi, che
interpellato durante il controesame (ud. 17.4.1999) circa l’omicidio di Mazzeo
Roberto, ha solo confermato di avere indicato il 14 marzo 1994 come esecutore
materiale del delitto Paolo SAMPERI, in qualità di killer del gruppo “Mancuso”,
ma senza ricordare o riferire alcunché in ordine alla causale o alle specifiche
modalità del fatto di sangue, e soprattutto alla fonte delle sue conoscenze.
MANCUSO Giorgio, sentito il 22.1.1999, ha
inquadrato l’omicidio nel clima che si era creato dopo l’omicidio di
Domenico Di Blasi, ricordando con rammarico che dopo il suo arresto (10 giugno
1991) gli capitava di apprendere quotidianamente dal giornale l’uccisione di
soggetti indicati come a lui vicini o appartenenti al suo gruppo (anche se
MANCUSO ha affermato che solo in un numero limitato di casi erano stati
effettivamente uccisi degli affiliati, e non dei semplici “amici” o
fiancheggiatori). La morte di Catanzaro Gaetano, persona a cui MANCUSO ha
affermato di tenere “moltissimo” perché a lui legata da un legame di amicizia che
trascendeva i vincoli di natura criminale, determinò in MANCUSO un forte senso
di rivalsa, alimentato dai sospetti che si nutrivano nei confronti di Mazzeo (di
cui il cognato COSTANTINO lo aveva informato durante i colloqui in carcere),
indicato come possibile informatore dei sicari o autore del “segnale” con
cui era stato dato il via al gruppo di fuoco che aveva eseguito l’omicidio del
Catanzaro, ed ancora come uno dei responsabili della sparizione delle armi che
il Catanzaro custodiva per conto del gruppo (“Allora io decisi che era giunto il momento per prendersela con chiunque
senza guardare in faccia nessuno. Diedi mandato a mio cognato di fare ammazzare
a Mazzeo Roberto, CALABRÒ Salvatore ed altre persone. Mazzeo Roberto è stato
eseguito, CALABRÒ non è stato eseguito.”). Tanto il CALABRÒ che il
Mazzeo facevano parte di un piccolo gruppo di elementi vicini a D’Arrigo
Marcello, originariamente imputato nell’ambito della Peloritana
bis (la sua posizione è stata oggetto di un provvedimento di separazione),
personaggio carismatico del villaggio Aldisio che i collaboratori di giustizia
hanno frequentemente posto a capo di un piccolo gruppo di elementi gravitante
nell’orbita del clan “Sparacio” a cui il D’Arrigo sarebbe stato
affiliato. Tuttavia, ha proseguito MANCUSO, il passaggio casuale e
l’intervento di una pattuglia delle forze dell’ordine aveva determinato il
fallimento del piano diretto alla eliminazione del CALABRÒ, mentre Mazzeo era
stato ucciso, anche se sulle modalità del delitto e sull’identità degli
esecutori nulla MANCUSO è stato in grado di dichiarare essendosi limitato a
conferire il mandato omicida al cognato Giovanni COSTANTINO che il rapporto di
affinità gli consentiva di incontrare in carcere per i colloqui.
Più dettagliate, ma con il limite fondamentale di
essere frutto di notizie apprese da altri e non scaturite dall’esperienza
diretta dei fatti, appaiono le dichiarazioni di RIZZO Rosario, escusso
all’udienza del 26.3.1999, il quale ha confermato che l’omicidio di
Catanzaro Gaetano aveva determinato un momento di particolare sconforto
all’interno del gruppo. Era perciò naturale che, appresa da tale Pietro
Sturniolo, inteso Ciancia, la notizia che era stato Mazzeo Roberto, affiliato al
gruppo “Sparacio” a dare il “segnale” per l’omicidio del Catanzaro,
RIZZO Rosario, PULLIA Carmelo, Vento Giuseppe e COSTANTINO Giovanni, che si
trovavano insieme a Gravitelli, decidessero di vendicarsi. Ad uccidere il Mazzeo,
secondo quanto RIZZO avrebbe poi appreso da PULLIA Carmelo, erano andato lo
stesso PULLIA, lo Sturniolo e Giuseppe Vento, ma era stato solo il primo a
sparare sorprendendo la vittima al villaggio Aldisio nei pressi
dell’abitazione di Pellegrino Salvatore dove i sicari sapevano che la vittima
si sarebbe recata per prelevare della cocaina.
COSTANTINO Giovanni, sentito il 18.12.1998, ha
confermato che era stato il cognato MANCUSO Giorgio a conferirgli durante un
colloquio in carcere, un paio di giorni prima del delitto, il mandato di
organizzare l’omicidio di Mazzeo Roberto, affiliato al gruppo di Marcello
D’Arrigo, e di CALABRÒ Salvatore, l’uno e l’altro sospettati di essere
coinvolti nell’agguato mortale ai danni del Catanzaro Gaetano per avere dato
il “segnale” ai killer. COSTANTINO aveva comunicato le intenzioni di MANCUSO
agli affiliati ROMEO Simone, CALARESE Antonio, PULLIA Carmelo e Vento Giuseppe,
ed aveva poi preso contatti con Pellegrino Salvatore che aveva dei rapporti con
il Mazzeo, da cui si riforniva di cocaina, suggerendogli di proporre al Mazzeo
l’acquisto di un po’ di sostanza stupefacente e di indurlo in tal modo a
recarsi presso l’abitazione dello stesso Pellegrino. COSTANTINO ha aggiunto
che, ricevuta telefonicamente da Pellegrino (che avrebbe ignorato il piano
omicida) la conferma dell’appuntamento con il Mazzeo, ne aveva dato notizia a
PULLIA, CALARESE, ROMEO e Vento, incaricati di eseguire l’omicidio, al quale
il COSTANTINO non avrebbe potuto prendere direttamente parte perché
l’omicidio avrebbe dovuto essere commesso nelle ore serali ed egli era in quel
periodo sottoposto ad una misura di prevenzione. Era stata quindi rubata nel
pomeriggio dello stesso giorno dell’omicidio (da COSTANTINO e CALARESE) nella
via Sacro Cuore di Messina una Fiat UNO,
alla cui guida si era posto PULLIA Carmelo. Sull’autovettura viaggiavano anche
CALARESE e Vento, armati con due pistole (una calibro 7,65 ed una calibro 9),
mentre il ROMEO attendeva i complici a bordo di un’autovettura “pulita” a
Camaro. Il Mazzeo era giunto all’appuntamento sotto l’abitazione del
Pellegrino alla guida di una Mercedes di
colore bianco ed in compagnia di un giovane, nipote di Cariolo Placido. Quando
quest’ultimo aveva fatto ingresso nello stabile dove si trovava la casa del
Pellegrino per consegnargli la droga, Vento e CALARESE erano entrati in azione,
sparando al Mazzeo. Il terzetto aveva quindi imboccato la tangenziale
autostradale per uscirne allo svincolo di Camaro, nei pressi del quale,
abbandonata l’autovettura rubata, PULLIA ed i complici avevano preso posto
sulla Fiat UNO del ROMEO per recarsi
ad avvertire il COSTANTINO che a sua volta avrebbe poi informato il cognato.
Escluso espressamente qualsiasi coinvolgimento di
Pietro Sturniolo, inteso Ciancia, e di
RIZZO Rosario (il secondo avrebbe al più potuto essere informato del piano),
COSTANTINO ha poi fatto cenno nel corso della sua prima audizione al piano per
l’uccisione di CALABRÒ, che avrebbe dovuto essere eseguito nello stesso
giorno in cui fu poi ucciso Pellegrino Salvatore e che fallì a causa
dell’intervento di una pattuglia delle forze dell’ordine quando il CALABRÒ
si trovava già a bordo di un’Alfetta blindata
con Vento Giuseppe e CALARESE Antonio.
Mentre gli ulteriori doverosi approfondimenti sul
punto non hanno avuto sfogo nel corso di quella prima audizione a causa
dell’opposizione di un difensore, in dibattimento erano stati già escussi, il
9.1, e, rispettivamente, 16.1.1998, gli agenti della Polizia di Stato
Notarnicola e Muzio, autori della relazione di servizio del 20.3.1992, in cui si
dava atto che nel corso di un normale controllo, alle ore 18,15 dello stesso
giorno, era stata registrata in località Gravitelli la presenza di un’Alfetta
blindata di colore grigio, targata ROMA X65687, condotta da Vento Giuseppe,
personaggio noto alle forze dell’ordine, come i passeggeri Filippini Orazio,
SARNATARO Santo e CALABRÒ Salvatore. La circostanza che si trattasse di
personaggi noti alle forze dell’ordine, che fosse da poco stato consumato in
città un omicidio (quello del Pellegrino)
e che i quattro si trovassero in una località “isolata” (come l’ha definita il teste Muzio) aveva indotto i
verbalizzanti a procedere al controllo, esteso all’autoveicolo, ma conclusosi
con esito negativo, e a condurre quindi i soggetti controllati in Questura per
essere sentiti dal personale della Squadra Mobile che aveva appena avviato le
indagini in ordine all’omicidio di Pellegrino Salvatore.
Rilevata la discrasia tra quanto riferito, per la
verità in maniera molto approssimativa, dal COSTANTINO, e quanto indicato nella
relazione di servizio, in cui non si menziona la presenza del CALARESE tra i
soggetti sottoposti al controllo del 20.3.1992, è stata disposta ai sensi
dell’art. 507 c. p. p. una nuova audizione di COSTANTINO Giovanni, escusso
all’udienza del 14 maggio 1999, nel corso della quale l’imputato,
attribuendo ad una momentanea confusione quanto aveva in un primo momento
riferito, ha precisato che la sera, in cui avrebbe dovuto essere ucciso, il
CALABRÒ era giunto al bar Il Tulipano di
Gravitelli a bordo di una Fiat 126 di
colore giallo, in compagnia di un giovane, tale Filippini Orazio, proprietario
dell’autovettura. Ad aspettarlo vi erano CALARESE, SARNATARO e Vento, ma
mentre gli ultimi due erano poi saliti a bordo dell’Alfetta
blindata su cui avevano preso posto anche CALABRÒ ed il Filippini, e si
erano portati insieme a loro nella parte alta del rione Gravitelli, dove si
trova il bivio che conduce a Bisconte, in attesa che arrivassero PULLIA Carmelo
e COSTANTINO Giovanni che avrebbero dovuto prendere parte all’omicidio del
CALABRÒ, CALARESE era rimasto presso il bar in attesa del segnale (che il piano
era stato portato regolarmente ad esecuzione) per provvedere ad occultare la Fiat 126. Il sopraggiungere di una pattuglia delle forze
dell’ordine, la cui presenza fu notata da COSTANTINO e PULLIA che stavano per
arrivare sul posto, determinò il fallimento del piano ed il successivo
controllo a carico dei quattro occupanti dell’autovettura blindata. Al
COSTANTINO è stato a questo punto contestato il contenuto delle sue prime
dichiarazioni sull’episodio, quelle rese il 21 luglio 1995, dopo la notifica
dell’ordinanza custodiale (che all’episodio non fa alcun cenno), con le
quali sembrava attribuire al CALARESE un ruolo incompatibile con la situazione
verificata dai verbalizzanti al momento del controllo, assumendo che fosse tra
gli occupanti dell’autovettura (“Per
quanto riguarda l’agguato in danno di CALABRÒ debbo precisare che esso era
stato organizzato da me, dal PULLIA, dal CALARESE e dal Vento, e più
esattamente mentre il CALARESE e Vento ebbero l’incarico di far salire a bordo
di una Alfetta blindata del nostro gruppo la vittima e cioè il CALABRÒ con la
scusa di seguirli in una località della quale avrebbero incontrato un fornitore
di cocaina, da cui il CALABRÒ avrebbe potuto acquistare la droga che gli
necessitava. Il CALABRÒ quel giorno viaggiava a bordo di una Fiat 126 gialla
con un giovane di cui non conosco il nome. I due furono invitati a salire a
bordo dell’Alfetta blindata per i motivi sopra indicati. Mentre i quattro si
trovavano a bordo dell’Alfetta blindata sulla strada che da Gravitelli conduce
a Bisconte - Montepiselli, in attesa del mio arrivo e di PULLIA Carmelo, si
verificò un inconveniente derivato dal fatto che una volante della Polizia fermò
i suddetti per un controllo visto che si era verificato quella sera stessa
l’omicidio di Pellegrino Salvatore”).
COSTANTINO ha più volte ribadito la certezza della
presenza del CALARESE, addebitando ad un iniziale cattivo ricordo il possibile
equivoco e specificando che era stato il SARNATARO ad accompagnare il Vento
sull’autovettura blindata che era stata poi sottoposta al controllo, peraltro
non mentre era in movimento ma mentre i quattro erano fermi, anche se con il
motore avviato, in attesa di PULLIA e COSTANTINO.
Una parte dell’istruttoria dibattimentale è
stata dedicata poi, attraverso l’acquisizione di documenti e l’audizione dei
testimoni Giacobino e Laisa, escussi il 20.12.1997, e, rispettivamente, il
9.1.1998 alla ricerca degli elementi di conferma alle dichiarazioni dei
collaboratori, e segnatamente di COSTANTINO Giovanni, alle quali era seguito
l’espletamento di un’attività investigativa diretta alla individuazione dei
riscontri oggettivi.
È così emerso che il giorno prima del delitto era
stato denunziato presso il commissariato “Duomo” di Messina il furto di una Fiat UNO, targata ME 506716, che il proprietario, Carbone Giacinto
(sentito all’udienza del 20.12.1997) aveva lasciato nei pressi della sua
abitazione in via San Sebastiano, che è una parallela della via Sacro Cuore di
Gesù (come emerge anche dallo “stralcio” della pianta urbana prodotto dal
Pubblico Ministero ed allegato agli atti relativi al capo 35), indicata dal
COSTANTINO come la strada in cui era avvenuto il furto dell’autovettura
utilizzata dai sicari.
Accertato il possesso da parte di Filippini Orazio
di una Fiat 126 di colore giallo e la
circostanza di regolari colloqui nel periodo compreso tra febbraio ed aprile
1992 tra il MANCUSO ed i familiari, tra i quali il cognato COSTANTINO Giovanni
(v. nota dell’Ufficio comando della Direzione della casa circondariale di
Messina n. 3128 del 20.4.1995), sono state inoltre acquisite una serie di
relazioni di servizio, relative ai controlli subiti da alcuni dei protagonisti
della vicenda, che attestano effettivamente l’esistenza di rapporti di assidua
frequentazione. Così il 29 luglio 1990 a bordo di quell’Alfetta blindata, che il COSTANTINO aveva definito “autovettura
del gruppo”, sul viale Europa veniva registrata la presenza di MANCUSO
Giorgio, CALARESE Antonio e Messina Giovanni, quest’ultimo successivamente tra
i primi a cadere in seguito allo scatenarsi della rappresaglia degli altri
gruppi successiva all’omicidio di Di Blasi Domenico. Meno di un mese più
tardi, nel pomeriggio del 16 agosto 1990, davanti al bar Il Tulipano di Gravitelli, che spesso è stato indicato come un vero
e proprio punto di riunione degli affiliati al clan “Mancuso”, una pattuglia
dei Carabinieri registrava la presenza di MANCUSO Giorgio, Cunsolo Vittorio,
Cucinotta Giuseppe, CALARESE Antonio, PULLIA Carmelo, del cognato di
quest’ultimo Catrimi Salvatore, e di Sgroi Mariella, che in dibattimento è
emerso essere in quel periodo la convivente del MANCUSO. Alle ore 12 del 6 marzo
1991, in via Pietro Castelli (che notoriamente conduce al rione Gravitelli)
ROMEO Simone veniva notato a bordo di una Fiat UNO in compagnia di un’altra persona, mentre era intento a
conversare con gli occupanti di una Alfa
Romeo 164, identificati dai componenti della pattuglia in Cunsolo Vittorio e
MANCUSO Giorgio. In via Tommaso Cannizzaro, in data 8 aprile 1992, venivano
invece controllati COSTANTINO Giovanni e CALARESE Antonio, che si trovavano
sulla Fiat CROMA del primo in
compagnia di un altro giovane. Infine, in data 1° giugno 1992, ROMEO Simone, a
bordo di un’altra Fiat UNO, veniva
controllato in compagnia di Cunsolo Vittorio lungo il viale Italia, notoriamente
assai vicino alla zona di Gravitelli, abitualmente frequentata dagli elementi
del gruppo “Mancuso”.
Alla luce del complesso delle risultanze
dibattimentali di cui si è fornita la sintesi, ritiene la Corte che si sia
raggiunta la prova della responsabilità di tutti gli imputati.
Il semplice dato temporale costituisce un serio
indizio della riconducibilità dell’omicidio di Roberto Mazzeo al violento
scontro tra i gruppi della criminalità organizzata messinese esacerbatosi dopo
l’uccisione di Di Blasi Domenico, e caratterizzato da una ulteriore
recrudescenza nei primi mesi del 1992, in particolare nel corso del mese di
marzo, che a meno di una settimana di distanza l’uno dall’altro registrò le
uccisioni di Catanzaro Gaetano, Mazzeo Roberto e Pellegrino Salvatore.
Rispetto alla maggior parte dei fatti di sangue che
lo precedettero e che lo seguirono l’omicidio di Mazzeo Roberto si segnala in
quanto trattasi di uno degli sporadici tentativi del clan “Mancuso –
Rizzo” di contrastare la schiacciante preponderanza dei gruppi avversari
coalizzati e di reagire al disegno di sistematico annientamento dei capi e degli
affiliati deciso dopo l’omicidio Di Blasi. Come si è già messo in rilievo,
era stata la gravità della perdita subita con la morte di Catanzaro a
determinare una ferma volontà di reagire nel MANCUSO, che sebbene detenuto
continuava di fatto a tenere le fila del gruppo e comunque a conservare
l’autorità necessaria per adottare ed imporre agli altri la scelta della
rappresaglia. Non è senza significato che un altro episodio, tra i pochissimi
riconducibili alla reazione del gruppo “Mancuso – Rizzo”, e precisamente
l’omicidio di Bombara Giuseppe, scaturì da un tentato omicidio nei confronti
dello stesso Gaetano Catanzaro, e ciò offre la misura dell’importanza del
personaggio all’interno delle gerarchie criminali del gruppo.
Anche in questo caso la confessione dei due
imputati collaboratori di giustizia spiana la strada all’affermazione della
loro responsabilità, l’uno essendosi attribuita senza riserve la paternità
del mandato omicida, conferito in carcere al cognato COSTANTINO in seguito alla
notizia del possibile coinvolgimento di Mazzeo Roberto nell’uccisione del
Catanzaro, l’altro avendo ammesso di avere raccolto l’istigazione del
MANCUSO organizzando subito
l’omicidio del Mazzeo e programmando dopo qualche giorno anche quello di
CALABRÒ Salvatore.
È tuttavia evidente, in considerazione della
diversa posizione dei due imputati, il divario tra le conoscenze di cui l’uno
e l’altro sono in possesso in ordine all’omicidio. MANCUSO ha ammesso in
modo molto chiaro di avere indicato i due primi obiettivi della rappresaglia, il
Mazzeo appunto, e CALABRÒ Salvatore, specificando che gli fu poi riferito nel
corso dei successivi colloqui da COSTANTINO che il primo era stato ucciso,
mentre un imprevisto (l’intervento casuale di una pattuglia delle forze
dell’ordine) aveva impedito l’esecuzione del piano omicida relativo al
secondo, ma è stato altrettanto esplicito nell’escludere di potere riferire
alcunché in merito alle concrete modalità operative ed all’identità degli
esecutori dell’omicidio di Mazzeo Roberto (“In
quel periodo mio cognato veniva, veniva spesso perché poi si era già sposato
con mia sorella e per cui poteva venire ogni settimana. Sì, mi riferì che era
stato eseguito, oltretutto l’avevo appreso anche dal giornale, però non mi
riferì mai chi erano stati i killer. Io naturalmente non ho detto mai: ‘Chi
sono i killer?’, perché sinceramente non mi sono stati mai riferiti e se
facevo dei nomi delle persone, potevo anche coinvolgere qualche persona
innocente, per cui ho ritenuto dire solamente che io sono il mandante, mio
cognato è stato quello che ha organizzato e fatto eseguire l’omicidio. Per
quanto riguarda i killer, credo che sia giusto che sia mio cognato a dirlo chi
sono perché io non lo posso fare.”). Ben diversa ovviamente è la
posizione del COSTANTINO che della vicenda ha fornito una descrizione molto
dettagliata, compatibile esclusivamente con un’esperienza diretta dei fatti o,
in ogni caso, con il contatto immediato con i protagonisti, peraltro correndo il
rischio di smentire la versione basata sulle dichiarazioni di RIZZO Rosario e
consacrata nell’ordinanza custodiale di cui il COSTANTINO aveva ricevuto
copia.
Numerose, e destinate perciò a ripercuotersi anche
sulla posizione dei correi accusati, sono le conferme che alle dichiarazioni di
COSTANTINO forniscono le altre risultanze processuali.
Era già evidente pochi giorni dopo l’omicidio
che il Mazzeo esercitava attività illegali nell’ambito del traffico degli
stupefacenti, così come gli inquirenti avevano immediatamente intuito forse
anche sulla scorta delle informazioni acquisite in via confidenziale. Lo
affermarono chiaramente ed in tempi non sospetti la madre della vittima e
l’amico Ieni Gaetano (di cui si è già evidenziato il tentativo di ribaltare
in dibattimento il senso delle dichiarazioni molto significative rese a suo
tempo). Così come era già ampiamente emerso che era Fusco Santino il giovane
che aveva accompagnato il Mazzeo nelle ultime ore della sua vita e che con molta
probabilità si trovava insieme a lui nel momento in cui si divisero
momentaneamente per fare avere al Pellegrino quanto costui aveva richiesto. La
“visita” del Fusco presso l’abitazione del Mazzeo subito dopo l’omicidio
attesta poi un vero e proprio
rapporto di cointeressenza tra il giovane e la vittima, legato al commercio di
sostanze stupefacenti, che giustifica l’apprensione del primo circa il
possibile ritrovamento di qualcosa di compromettente da parte delle forze
dell’ordine al momento della prevedibile perquisizione a cui sarebbe stata
sottoposta la casa del Mazzeo, con conseguente eventuale pregiudizio,
determinato dal progresso delle indagini e dalla perdita della sostanza
stupefacente. Al possibile collegamento dell’omicidio con l’uccisione di
Catanzaro Gaetano avevano poi ovviamente pensato gli inquirenti sulla base del
dato della contiguità temporale tra i due episodi, e ne dava conferma la
soddisfazione con cui il Mazzeo commentò la morte di Catanzaro in presenza
della madre.
È perciò plausibile che lo stratagemma ideato
dagli organizzatori dell’omicidio facesse leva su questo ambito di
“competenze” del Mazzeo, così come la presenza di Pellegrino Salvatore
presso l’abitazione della madre in un orario un po’ insolito, notata dagli
operanti al momento del sopralluogo, rende ragionevole il sospetto che colà lo
stesso Pellegrino attendesse l’arrivo di qualcuno. La posizione in cui fu
trovata l’autovettura, con le luci ancora accese ed il motore avviato, è poi
compatibile con una sosta che si prevedeva di breve durata, forse appena il
tempo per finire di fumare quella sigaretta che fu trovata ancora tra le dita
della vittima all’atto del sopralluogo. La morte del Pellegrino a pochi giorni
di distanza dal fatto avvalora indiscutibilmente la tesi d’accusa, poiché è
verosimile che essa, al di là dei rapporti accertati tra il MANCUSO e
l’intera famiglia Pellegrino, sia scaturita da una immediata rappresaglia nei
confronti di colui che era sospettato di avere attirato Mazzeo in un tranello
con il pretesto di consegnargli della sostanza stupefacente.
Anche sull’identità del giovane che si trovava
in compagnia del Mazzeo le indagini preliminari hanno finito per dimostrare
l’attendibilità del COSTANTINO, stante che costui fin dal luglio del 1995
aveva affermato che costui avrebbe dovuto essere “il
nipote di Cariolo Placido”, smentendo in proposito la prospettazione
accusatoria trasfusa nell’ordinanza custodiale, secondo la quale, così come
aveva dichiarato RIZZO Rosario (che lo ribadirà in dibattimento), ad
accompagnare il Mazzeo era il figlio più piccolo di Cariolo Santi, commerciante
di pesce, e cioè quel Cariolo Maurizio che fu poi effettivamente sentito nel
corso delle indagini preliminari. Dai documenti anagrafici acquisiti su
richiesta del Pubblico Ministero risulta invece la correttezza della più
precisa indicazione del COSTANTINO, peraltro aderente ai risultati delle prime
indagini, posto che Fusco Santo, nato a Messina il 5 agosto 1974, e quindi
minorenne all’epoca dei fatti, è figlio di Fusco Giacomo e Cariolo Rosaria, e
questa a sua volta è figlia di Santi e di Lo Re Antonia: paternità e maternità
corrispondono a quelle di Cariolo Placido, che pertanto è effettivamente zio
materno di Fusco Santo.
Anche l’indicazione del luogo in cui fu rubata
l’autovettura, fornita per la prima volta da COSTANTINO, appare
straordinariamente aderente alla realtà dei fatti, posto che un giorno prima
dell’omicidio in una strada parallela a quella indicata dal COSTANTINO fu
effettivamente rubata un’autovettura corrispondente per tipologia a quella
descritta dal collaboratore. La valenza dell’elemento di conferma non risulta
poi pregiudicata dal fatto che in dibattimento il COSTANTINO abbia collocato il
furto nello stessa giornata dell’omicidio, posto che lo scarto è talmente
minimo da trovare adeguata giustificazione nel tempo trascorso (trattasi
peraltro di una precisazione cronologica che COSTANTINO non aveva fatto in
occasione del suo primo verbale del 21.7.1995).
Al di là di tutti i contrasti che in proposito la
dialettica dibattimentale ha alimentato, conforta la ricostruzione di COSTANTINO
Giovanni anche il suo riferimento all’idea di uccidere CALABRÒ Salvatore,
presente invero anche nelle dichiarazioni di MANCUSO Giorgio (che l’aveva
indicato tra i possibili obiettivi, forse anche per un possibile coinvolgimento
del CALABRÒ nell’omicidio Catanzaro che le risultanze dibattimentali non
consentono di escludere), ma connotato da precisi dati fattuali solo nelle
dichiarazioni di COSTANTINO.
La vicenda del controllo di un’Alfetta
blindata, con a bordo Vento Giuseppe che la guidava, nonché CALABRÒ
Salvatore, SARNATARO Santo e Filippini Orazio, ha trovato infatti conferma
indiscutibile nel dato documentale della relazione di servizio dell’equipaggio
della volante “Boccetta”, che attesta il luogo, la data e l’orario del
controllo (Gravitelli, ore 18,15 del 20.3.1992), in aderenza alle indicazioni
del COSTANTINO, secondo il quale il controllo era stato determinato dallo stato
di allerta provocato dall’omicidio di Pellegrino Salvatore avvenuto poco tempo
prima. Come è stato già messo in evidenza, la circostanza della presenza del
CALARESE, affermata da COSTANTINO fin dall’interrogatorio del 21.7.1995, è
stata oggetto di approfondimento in dibattimento, dal momento che a tale
presenza non fa alcun cenno la relazione compilata dagli agenti che avevano
proceduto al controllo dei quattro occupanti dell’Alfetta blindata. In dibattimento COSTANTINO ha offerto una
ricostruzione in parte diversa, in modo da rendere le proprie dichiarazioni
compatibili con quanto risulta dal documento redatto dalla pattuglia della
Polizia di Stato, specificando che il CALARESE, convinti CALABRÒ e Filippini a
prendere posto a bordo dell’Alfetta
condotta da Vento, era rimasto in attesa presso il bar Il Tulipano, pronto a ricevere il segnale e a provvedere a disfarsi
della Fiat 126 con cui i due giovani
erano giunti a Gravitelli. Indubbiamente solo attraverso questa “correzione”
le dichiarazioni di COSTANTINO appaiono perfettamente aderenti alla realtà dei
fatti consacrata nel documento più volte citato, ma esse, al di là della
divergenza concernente la presenza del CALARESE, hanno fatto venire alla luce un
particolare sostanzialmente inedito, ancorando ad un dato storico verificabile
ben preciso l’indicazione del giorno prescelto per l’attuazione del piano
omicida contro il CALABRÒ ed offrendo una chiave di lettura plausibile della
contestuale presenza di alcuni personaggi che il patrimonio di conoscenze
investigative del tempo induceva a ritenere sospetta.
In definitiva anche l’episodio in cui fu
coinvolto il CALABRÒ come secondo possibile obiettivo della rappresaglia del
gruppo “Mancuso” attesta la particolare attendibilità di COSTANTINO
Giovanni, e rende credibili le accuse da lui mosse ai coimputati PULLIA, ROMEO e
CALARESE, indicati come coautori del delitto (insieme a Vento Giuseppe, deceduto
qualche mese più tardi) secondo i ruoli già specificati.
Sussistono tutte le aggravanti contestate, e cioè,
oltre a quella del numero dei concorrenti (superiore a cinque), la
premeditazione e la connotazione “mafiosa” del delitto ai sensi dell’art.
7 del d. l. n. 152/91.
Richiamate ancora una volta le notazioni di
carattere generale in ordine agli elementi costitutivi dell’aggravante
(illustrate soprattutto nell’ambito dell’analisi delle risultanze relative
al capo 2), giova ricordare che l’omicidio, anche se deciso ed eseguito in
tempi abbastanza ristretti rispetto all’uccisione di Catanzaro Gaetano che ne
costituì l’antecedente causale immediato, appare il frutto di una lucida e
meditata determinazione risalente a MANCUSO Giorgio e condivisa da tutti i
personaggi a lui vicini che furono coinvolti dal cognato COSTANTINO
nell’attuazione del disegno omicida. I contatti con il Pellegrino, la
“utilizzazione” del rapporto di quest’ultimo con la vittima, la scelta
delle circostanze di tempo e di luogo in cui compiere l’omicidio, il furto di
un’autovettura espressamente destinata a raggiungere il luogo in cui fu
commesso il delitto e ad allontanarsene, sono tutti elementi che esprimono una
determinazione criminosa maturata e coltivata per un lasso di tempo
apprezzabile, sufficiente a consentire l’eventuale recesso dal proposito
omicida. Dati i rapporti di assidua frequentazione e di comune militanza
criminosa tra gli imputati (attestati a più riprese dal dibattimento), non può
esservi alcun dubbio sul fatto che la premeditazione non sussista solo con
riferimento a COSTANTINO Giovanni che del delitto fu l’organizzatore, ma si
estenda a tutti gli altri imputati, che erano ben consapevoli della
premeditazione del complice e della matrice del delitto.
Le modalità del fatto rendono altresì evidente la
sussistenza dell’aggravante di cui all’art. 7 del d. l. n. 152/91.
L’omicidio, commesso con modalità tali da renderlo riconoscibile come una
vera e propria esecuzione mafiosa, è maturato nell’ambito di uno scontro tra
gruppi criminali contrapposti, concepito come strumento della rappresaglia
contro un fatto analogo subito dal gruppo a cui la nuova determinazione omicida
era riconducibile. Ed ulteriore conferma della matrice del delitto la offre la
considerazione delle difficoltà incontrate dalle prime indagini, nel corso
delle quali fu poco agevole perfino l’accertamento di un particolare come la
presenza di Fusco Santino in compagnia di Mazzeo Roberto poco prima
dell’intervento dei sicari. Anche le difficoltà manifestate da alcuni dei
testimoni in dibattimento (si pensi ad es. a Ieni Gaetano) sono sintomatiche di
un clima di omertà che avvolse il delitto e che solo l’avvento dei
collaboratori di giustizia ha consentito di squarciare.
In conformità con un criterio a cui la Corte si è
quasi sempre attenuta, spetta a PULLIA Carmelo e ROMEO Simone la concessione
delle attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti contestate (ad eccezione
di quella di cui all’art. 7 che si sottrae al giudizio di bilanciamento) in
considerazione del ruolo modesto avuto nella consumazione del delitto. Analogo
beneficio, in considerazione del contegno processuale, spetta poi a MANCUSO
Giorgio, che ha confessato di essere il mandante dell’omicidio.
A quest’ultimo, considerati i limiti oggettivi
del suo contributo già più volte messi in luce e la sua modesta rilevanza ai
fini dell’accertamento dei fatti, non può essere concessa l’attenuante
speciale di cui all’art. 8 del d. l. n. 152/91, beneficio che compete invece
al cognato COSTANTINO Giovanni. Sebbene le dichiarazioni di quest’ultimo siano
infatti successive all’emissione dell’ordinanza di custodia cautelare del
luglio 1995, esse hanno rivelato fin dall’inizio un grado elevato di
originalità, consentendo di ricostruire dettagliatamente i fatti e di pervenire
al compiuto accertamento delle responsabilità individuali, con
l’identificazione di due correi raggiunti successivamente da un nuovo
provvedimento restrittivo. A ciò si aggiunga che il contributo di COSTANTINO si
iscrive in una scelta collaborativa di più ampio respiro, più volte emersa in
questo dibattimento e maturata nel corso delle indagini preliminari,
caratterizzata dalla dissociazione totale rispetto alla pregressa militanza
criminosa e dall’esplicito rifiuto della regola dell’omertà che
dell’adesione a quel sistema di valori è il segno più caratteristico.
Per la concreta commisurazione della pena si rinvia
alla parte conclusiva di questa motivazione.