2.3.36.    Omicidio volontario in danno di PELLEGRINO Salvatore (capo 36)

Poco meno di una settimana dopo l’uccisione di Roberto Mazzeo la cronaca cittadina registrava il verificarsi di un altro grave fatto di sangue, vittima del quale era il ventenne Salvatore Pellegrino, figlio di Paolo, ucciso a sua volta meno di un anno prima (18 maggio 1991) nel corso di un altro della lunga serie di agguati sottoposti all’esame di questa Corte (v. capo 22), uno dei primi successivi all’omicidio di Di Blasi Domenico.

Le prime indagini consentirono di accertare che l’omicidio fu consumato nel pomeriggio di un piovoso venerdì, intorno alle ore 17,30 del 20 marzo 1992, all’interno della macelleria gestita dalla vittima dopo la morte del padre (ucciso invece all’interno del vicino deposito di proprietà della stessa famiglia Pellegrino), ed ubicata in via Comunale Santo n. 270, nelle vicinanze dell’incrocio con la via Socrate e non lontano dallo svincolo autostradale di Gazzi (v. estratto di pianta allegato al fascicolo dei rilievi tecnici redatti dai carabinieri del R. O. N. O. di Messina, e contenuto nella carpetta degli atti relativi al capo 36).

Quando i killer travisati con passamontagna, due o tre secondo i testimoni oculari, fecero ingresso nella macelleria, all’interno del piccolo locale si trovavano, oltre al Pellegrino, la madre, Cocuzza Rosa, e due dipendenti, Urbino Letterio e Fiorentino Demetrio, entrambi escussi il 9 gennaio 1998, che erano intenti a lavorare probabilmente sui due ceppi appoggiati al muro di sinistra (v. la descrizione del locale contenuta nel verbale di sopralluogo del 20.3.1992, e l’allegato fascicolo di rilievi fotografici, anch’essi contenuti nella carpetta degli atti relativi al capo 36). Il Pellegrino si trovava precisamente dietro il banco frigorifero destinato alla esposizione della merce ed era intento a sistemarvi della carne, quando improvvisamente i sicari avevano fatto fuoco seminando il panico e provocando l’istintiva reazione della Cocuzza, chinatasi sopra il figlio forse nel disperato tentativo di coprirlo con il proprio corpo. Dei due dipendenti, mentre Urbino, avvertito il fragore dei colpi, uno dei quali mandò in frantumi uno dei vetri del banco, si distese a terra per evitare di essere colpito, il Fiorentino, che era più vicino all’ingresso, fuggì all’esterno. La madre della vittima, sentita all’udienza del 16.1.1998, ha ricordato l’ultimo drammatico scambio di battute avuto con il figlio prima che questi perdesse conoscenza (“Quando mio figlio insomma è caduto, diciamo ‘mamma tu che ci hai?’, ci ho detto: ‘io niente, e tu?’, e mio figlio già, non mi ha risposto più.”), e venisse trasportato al pronto soccorso del vicino Policlinico universitario ove tuttavia giunse probabilmente cadavere.

All’interno del locale furono rinvenuti e sequestrati sette bossoli di cartuccia per pistola calibro 7,65, uno dei quali all’interno del piccolo retrobottega posto alle spalle del banco, e due ogive dello stesso calibro, una delle quali conficcatasi in una pianta posta sopra il banco dopo avere attraversato una vicina cornice con la fotografia del defunto Paolo Pellegrino, padre di Salvatore (oltre al verbale di sequestro, v. la deposizione del maresciallo Morabito e del brigadiere Canova, sentiti all’udienza del 9.1.1998).

Un altro proiettile del medesimo calibro fu estratto dal corpo del Pellegrino durante l’esame necroscopico eseguito dal dott. Giulio Cardia, sentito in dibattimento il 28.2.1998, il quale accertò che la vittima era stata attinta da un solo colpo, penetrato sulla superficie posteriore del tronco, a livello dorso – lombare, che aveva prodotto lacerazioni dell’intestino, del fegato e del cuore per arrestarsi nel cavo pleurico di sinistra. Al momento dello sparo il Pellegrino, deceduto per grave  shock emorragico e successivo arresto cardiocircolatorio, volgeva le spalle al proprio aggressore e si trovava con il tronco leggermente flesso sul bacino (v. le conclusioni della relazione di consulenza depositata nella segreteria del PM il 26.9.1992 e contenuta nella carpetta degli atti relativi al capo 36).

A giudicare da quanto è emerso in dibattimento scarsamente significative si rivelarono le notizie fornite dai testimoni oculari dell’omicidio e dalle altre persone sentite nell’immediatezza dei fatti dagli inquirenti, come il proprietario del locale in cui era ubicata la macelleria, tale De Luca Giovanni, a sua volta titolare di una rivendita di generi alimentari posta nel locale adiacente, il quale, sentito all’udienza del 9.1.1998, si è limitato a ricordare, in seguito alla contestazione, di essere entrato nel locale subito dopo la sparatoria e di avere visto il Pellegrino disteso dietro il bancone mentre la madre era scoppiata in lacrime.

Mentre l’attività investigativa delle prime ore successive all’omicidio si sviluppava nelle consuete direzioni dell’assicurazione delle fonti di prova e della conservazione delle tracce delle cose pertinenti al reato, una segnalazione anonima pervenuta in Questura intorno alle ore 23 dello stesso 20 marzo consentì il ritrovamento nella via 26 B di Fondo Fucile di un’autovettura Fiat UNO di colore blu, targata ME 500463, che si presentava con lo sportello anteriore destro completamente aperto e con una vistosa ammaccatura nella parte anteriore destra addossata al muro della palazzina B. Nei pressi dello sportello, sull’asfalto, veniva trovato un passamontagna in lana di colore marrone, mentre all’interno del veicolo venivano rinvenuti un paio di guanti in lattice di gomma (“da chirurgo”), una pistola Browning calibro 7,65 con matricola abrasa, completa di caricatore, scarica e ben oleata, ed un sottocasco in cotone di colore nero (v. verbale di sopralluogo ed allegato fascicolo dei rilievi fotografici redatti dal personale del gabinetto provinciale di polizia scientifica ed allegati alla carpetta degli atti relativi al capo 36, nonché deposizione del dott. Barbagallo, sentito il 9.1.1998).

L’autovettura, di proprietà del Seminario arcivescovile di Messina, risultò essere stata sottratta nella notte tra il 16 ed il 17 marzo 1992 a padre Giuseppe Romano che l’aveva in uso e che l’aveva regolarmente parcheggiata in via San Jachiddu nei pressi dell’abitazione della madre, la quale per prima si era accorta del furto, denunziato nella mattinata successiva presso la stazione dei carabinieri di Giostra (v. la deposizione di Romano Giuseppe, sentito il 9.1.1998).

La natura degli oggetti rinvenuti all’interno dell’autovettura indusse ovviamente ad ipotizzare un possibile collegamento dell’episodio con il fatto di sangue avvenuto nel pomeriggio, apparendo evidente che avrebbe potuto trattarsi dell’autovettura utilizzata dai killer ed abbandonata subito dopo l’omicidio, peraltro in una zona notoriamente poco distante dal luogo in cui era stato consumato il delitto. Alla luce di questa ipotesi investigativa si intende il senso delle indagini di natura tecnica affidate dal Pubblico Ministero per trovare una conferma del collegamento e possibilmente per acquisire elementi utili alla individuazione dei responsabili dell’omicidio.

Una prima indagine fu diretta alla ricerca di eventuali impronte digitali lasciate sui guanti, e la medesima, affidata a Nugnes Sandro, in servizio presso il C. I. S. dei carabinieri di Roma, diede esito negativo, in quanto il trattamento chimico a cui il reperto fu sottoposto non consentì di evidenziare alcuna impronta (v. deposizione del teste Nugnes, sentito il 9.1.1998, e relazione di consulenza in atti, depositata nella segreteria del Pubblico Ministero il 27.5.1992). Un’ulteriore indagine, di cui non è rinvenibile agli atti il relativo elaborato scritto di consulenza, fu compiuta dal dott. Virgili, escusso all’udienza del 9.1.1998, chiamato a ricercare eventuali strutture pilifere all’interno dei passamontagna rinvenuti e ad esaminarle, ricostruendo eventualmente il gruppo sanguigno della persona a cui il capo fosse appartenuto o che ne avesse fatto uso. Delle quattro formazioni pilifere di provenienza umana trovate sul passamontagna di colore marrone due furono ricondotte, sia pure con riserva, ad un individuo con sangue di gruppo 0, mentre il consulente del Pubblico Ministero è stato molto scettico sulla possibilità di espletare con successo, in data odierna, analoga indagine sulle due formazioni pilifere non utilizzate per il precedente esame.

Infine un’ultima indagine comparativa di tipo balistico fu affidata al dott. Aldo Barbaro, incaricato dal Pubblico Ministero di accertare se i reperti balistici rinvenuti in occasione del sopralluogo relativo all’omicidio di Pellegrino Salvatore fossero o meno riconducibili alla pistola calibro 7,65 con matricola abrasa trovata sull’autovettura rinvenuta in contrada Fucile. Dall’esame dibattimentale del dott. Barbaro, che ne ha dato conferma all’udienza del 16.1.1998 (anche in questo caso non si trova in atti la relativa relazione scritta di consulenza), si desume che, esclusa la possibilità di ricostruire la matricola dell’arma in sequestro (a causa della profondità della punzonatura), la risposta al quesito principale era stata interamente positiva, nel senso che, secondo il giudizio del consulente, “l’arma in sequestro aveva esploso sia i bossoli ritrovati sul luogo dell’omicidio, che il proiettile estratto dal cadavere”.

È peraltro emerso in dibattimento che successivamente il Pubblico Ministero, nella fase delle indagini apertasi con il contributo dei collaboratori di giustizia affidò un nuovo incarico di consulenza (nell’ambito del procedimento iscritto al n. 891/94 R.G.N.R., poi confluito in quello n. 895/94 R. G. N. R.), dando mandato al dott. Cardia, che aveva in precedenza eseguito l’esame autoptico, di riesaminare le conclusioni a cui era pervenuto il precedente consulente. Attraverso un’indagine più accurata si accertò in tal modo che solo 6 dei bossoli in sequestro appartengono a cartucce calibro 7,65 sparate con la pistola Browning mod. 10-22 ritrovata la sera dell’omicidio, mentre due dei proiettili rinvenuti erano stati sparati da una stessa arma, una pistola calibro 7,65, ma sicuramente diversa da quella in sequestro. Va in proposito rilevato che in dibattimento il consulente ha chiarito per due volte che ciò lo ha indotto a presumere che siano state utilizzate per l’agguato due pistole calibro 7,65, mentre nella relazione di consulenza in atti, peraltro priva dei volumi di allegati che la corredavano, le conclusioni di cui alle lettere d) ed e) (pag. 7) sembrano fare intendere cosa diversa, cioè che l’arma in sequestro non avrebbe sparato nessuno dei tre proiettili rinvenuti, due dei quali sicuramente riconducibili alla stessa pistola, con la ulteriore conseguenza che parrebbe ipotizzarsi l’uso di una terza arma dello stesso calibro. Comunque il consulente del Pubblico Ministero ha spiegato in dibattimento le ragioni dell’insufficienza della precedente indagine, determinate dalla utilizzazione di una tecnica non adeguata per quanto attiene alla realizzazione dei rilievi fotografici dimostrativi, e soprattutto dalla considerazione della sola traccia costituita dal cratere di percussione, insufficiente per la formulazione di giudizi univoci che richiedono anche l’esame di altre tracce balistiche primarie, come quelle di espulsione e di estrazione.

La riapertura delle indagini, in seguito alla quale il Pubblico Ministero dispose l’indagine da ultimo richiamata, è stata anche in questo caso resa possibile dall’avvento dei collaboratori di giustizia che hanno riferito sull’omicidio di Pellegrino Salvatore, peraltro dando conferma dell’inquadramento del delitto suggerito dall’analisi in chiave investigativa delle vicende del tempo che suggeriva il collegamento del fatto di sangue con l’omicidio di Di Blasi Domenico a cui anche l’uccisione di Pellegrino Paolo era stata collegata meno di un anno prima.

Sull’episodio in questione sono stati sentiti in dibattimento i collaboratori di giustizia SPARACIO Luigi, LA TORRE Guido, MARCHESE Mario, FERRARA Sebastiano, RIZZO Rosario e LEO Giovanni, mentre si sono sottoposti all’esame gli imputati LEO Roberto, LEO Settimo, BONAFFINI Salvatore di Angelo (nato il 27.9.1972) e LEO Salvatore.

SPARACIO Luigi, sentito su questo episodio all’udienza del 3 marzo 1999, ha dichiarato che l’omicidio fu organizzato da MARCHESE Mario e dagli uomini del gruppo di GALLI Luigi, e cioè, come ha precisato in seguito alla contestazione, Papale Domenico, MAROTTA Gaetano e Mancuso Antonino. Esecutori materiali del delitto, che fu consumato all’interno della macelleria del padre della vittima ubicata al villaggio Santo ed in presenza della madre del Pellegrino, furono lo stesso Papale Domenico, Stracuzzi Antonino, Mulé Giuseppe, BONAFFINI Salvatore e LEO Roberto; a sparare furono tuttavia gli ultimi due, il primo affiliato al gruppo di MARCHESE Mario ed il secondo vicino in quel periodo al gruppo di Giostra, alla cui iniziativa l’omicidio dovrebbe essere ricondotto. Quasi a giustificarsi per le poche informazioni in suo possesso, SPARACIO ha affermato infatti che nessun elemento del proprio gruppo prese parte all’agguato, attribuendo le notizie fornite in merito all’omicidio (tra cui quella relativa alle due autovetture rubate che sarebbero state utilizzate dai killer per raggiungere la macelleria) alle confidenze che MARCHESE, BONAFFINI e forse anche Mulé gli avevano fatto nel corso delle riunioni che si susseguivano in quel periodo.

Di limitato rilievo appaiono anche le dichiarazioni di LA TORRE Guido, sentito il 19 marzo 1999, il quale ha dichiarato che l’omicidio, avvenuto nel 1992 dopo la morte di Catanzaro Gaetano, si inquadra nel consueto contesto della offensiva dei gruppi “Sparacio”, “Marchese”, “Ferrara” e “Galli” contro MANCUSO Giorgio e RIZZO Rosario. Esecutori materiali furono Stracuzzi Antonino, LEO Roberto, BONAFFINI Salvatore ed una quarta persona abitante nel rione Ritiro, della cui partecipazione gli fu riferito da BONASERA Angelo nel 1993 all’interno dalla casa circondariale di Messina. Precisato che era stato il BONAFFINI a colpire il Pellegrino avendo gli altri mancato il bersaglio che si trovava all’interno di una macelleria, in seguito alla contestazione LA TORRE ha ricordato che ad informarlo era stato PIETROPAOLO Pasquale, al quale a sua volta la vicenda era stata riferita da LEO Roberto.

MARCHESE Mario, sentito su questo episodio il 20 febbraio 1999, si è attribuita la paternità dell’omicidio, affermando che Pellegrino Salvatore, figlio di Paolo che era stato ucciso in precedenza, andava dicendo che si stava organizzando per “salire a Giostra” e “fare la guerra”, ed aveva confidato a qualcuno questo suo progetto. Apprese le intenzioni ostili del Pellegrino dal proprio affiliato BONAFFINI Salvatore, MARCHESE aveva dato incarico di uccidere il giovane allo stesso BONAFFINI e a Stracuzzi Antonino, inteso ‘u mommu, appartenente al gruppo di GALLI Luigi. All’agguato, consumato all’interno della macelleria del Pellegrino, aveva preso parte anche LEO Roberto, inteso Sputazzedda, il quale aveva “finito” la vittima nei pressi del bancone, prima di essere prelevato unitamente al BONAFFINI da Stracuzzi che li attendeva a bordo dell’autovettura rubata usata per l’omicidio (una Fiat UNO, o un’A112, o una Y10) sulla quale fu poi dimenticata una pistola. Il collaboratore ha aggiunto che l’omicidio, sulle cui modalità MARCHESE era stato informato la mattina successiva da Stracuzzi che era andato a fargli visita, va ricondotto alla deliberazione presa dopo la morte di Di Blasi dai capi di tutti i gruppi.

FERRARA Sebastiano, escusso sull’episodio il 12 marzo 1999, ha dichiarato di essere stato informato da Mulé, il quale era andato a fargli visita essendo il FERRARA ormai latitante, che l’omicidio era stato commesso da BONAFFINI Salvatore e LEO Roberto, e che tra le armi usate vi era una pistola calibro 7,65 che lo stesso FERRARA aveva in precedenza consegnato al Mulé e di cui pertanto invano chiedeva ormai la restituzione. Lo stesso FERRARA in precedenza aveva organizzato degli appostamenti finalizzati alla uccisione di Pellegrino Salvatore nei pressi di una abitazione di quest’ultimo ubicata nel villaggio Larderia, ed allo stesso scopo aveva conferito incarico a Pellegrino Giuseppe (trattasi verosimilmente del malavitoso di Santa Margherita inteso Arancino, coinvolto nell’episodio di cui al capo 20) e ad un suo affiliato, tale Freni Daniele, a cui il FERRARA aveva consegnato una pistola perché se ne servisse quando se ne fosse presentata l’occasione per uccidere Pellegrino Salvatore del quale era molto amico. Ad organizzare l’omicidio sarebbe stato lo stesso Mulé, mentre successivamente la conferma dell’identità dei due esecutori materiali era stata data a FERRARA da LEO Giovanni e LEO Roberto nel corso di un incontro all’interno della stalla del FERRARA ubicata al villaggio CEP.

RIZZO Rosario, sentito il 15 febbraio 1999, è stato solamente in grado di ricordare di avere saputo da COSTANTINO Giovanni che Pellegrino Salvatore, un “simpatizzante” del gruppo “Mancuso – Rizzo” più che un vero e proprio affiliato, era stato ucciso da LEO Roberto, Stracuzzi Antonino e Mulé Giuseppe.

LEO Giovanni, esaminato sull’episodio il 9 aprile 1999, ha dichiarato che della organizzazione dell’omicidio di Pellegrino Salvatore aveva discusso con Papale Domenico e Stracuzzi Antonino nell’autunno del 1991, allorché si era incaricato di cominciare a studiare i movimenti della vittima predestinata. Il trasferimento a Milano in seguito all’applicazione di una misura di prevenzione aveva obbligato il LEO ad interrompere i preparativi non prima di avere invitato il cugino Roberto a mettersi in contatto con gli elementi del gruppo “Galli” allo scopo indicato. Era così accaduto che della consumazione dell’omicidio LEO Giovanni aveva appreso dai giornali a Milano, e poi, dopo il rientro a Messina, era stato il cugino Roberto, con il quale in precedenza aveva avuto in merito una conversazione telefonica, a riferirgli le modalità del fatto di sangue, a cui avevano preso parte i cugini del collaboratore, LEO Settimo e LEO Salvatore, i quali, insieme a tale Filippo, un giovane appassionato di cavalli in possesso di un’autovettura Fiat 128 di colore rosso, si erano portati presso la macelleria per controllare i movimenti del Pellegrino. Esecutori materiali del delitto erano stati LEO Roberto, Stracuzzi Antonino e BONAFFINI Salvatore, il primo dei quali aveva esploso un colpo in direzione del petto del Pellegrino, che si era rifugiato dietro il bancone dell’esercizio mentre la madre cercava di fare scudo con il proprio corpo. Anche il BONAFFINI aveva poi raccontato a LEO di avere sparato e di essere stato lui, e non LEO Roberto, ad avere ucciso il Pellegrino. Interpellato sulle ragioni dell’omicidio il LEO ha riferito che il Pellegrino, così come il padre Paolo, era un finanziatore del MANCUSO, con il quale era proseguito il rapporto di cointeressenza economica avviato in precedenza con Leo Giuseppe, fratello del collaboratore.

Evidentemente le fonti di prova di gran lunga più importanti, il cui esame si rivela più proficuo ai fini della ricostruzione dei fatti, sono costituite dalle dichiarazioni dei diretti protagonisti della vicenda, che hanno vissuto in prima persona le varie fasi dell’omicidio e di tale esperienza hanno riferito ampiamente in dibattimento.

Tra gli imputati il primo ad essere esaminato è stato BONAFFINI Salvatore di Angelo (nato il 27.9.1972), sentito il 9.4.1999, il quale ha ammesso di essere stato uno degli esecutori materiali dell’omicidio, indicando come mandanti, per quanto a sua conoscenza, MARCHESE Mario e Mulé Giuseppe. Il collaboratore ha innanzitutto fornito il resoconto dei fatti, descrivendo sommariamente il modo in cui si era portato presso la macelleria del Pellegrino insieme ai complici, le modalità dell’omicidio, le circostanze della fuga (“… io aspettavo una telefonata da Stracuzzi Antonino. Quel giorno verso le due mi telefonò e mi disse di salire a San Matteo, a Giostra, e così siccome mi trovavo a casa di mia nonna gli ho detto a mio cugino Salvatore BONAFFINI, un altro mio cugino, se mi poteva dare un passaggio a Giostra, a San Matteo […] abbiamo preso la mia macchina, la Fiat UNO e mi ha dato il passaggio a San Matteo. Gli stavo dicendo io nel frattempo a mio cugino di andarsene, però lo Stracuzzi Antonino mi ha detto, dice ‘aspetta, che le cose sono state cambiate’. Mi sono appartato lì e c’era Mulé Giuseppe, LEO Roberto e Stracuzzi Antonino, dice ‘no, dobbiamo partire con due macchine’, io ho detto va bene. Allora gli ho detto a mio cugino di darmi un passaggio sempre con la mia autovettura dove avevamo concordato diciamo di partire per uccidere il Pellegrino. Sulla mia autovettura eravamo io, mio cugino e Stracuzzi Antonino. Arrivando a Bordonaro sono entrato io e Stracuzzi Antonino dentro la stalla e che ricordo bene dentro la stalla c’era Filippo CANNAVÒ, Salvatore LEO, LEO Roberto, questi qui eravamo [dopo la contestazione aggiungerà il nome di LEO Settimo]. Niente ora gli stavo dicendo a mio cugino Salvatore di andarsene, però mi ha detto LEO Roberto: ‘Aspetta, prima che se ne va tuo cugino mandiamolo un minuto alla macelleria, vediamo se è aperta la macelleria’, gli ho detto va bene. Gli ho detto a mio cugino sai che fai, gli ho detto fammi un favore, vai alla macelleria da Pellegrino e dimmi se c’è. Lui ritorna, dice: ‘sì, è aperta la macelleria’, però preciso una cosa che questo mio cugino non sapeva niente di quello che dovevamo fare noi, questo lo posso precisare, e mio cugino se ne è andato. Dopo dieci minuti ho visto che LEO Roberto ha preso in un bidone una busta che c’erano i guanti, passamontagna e tre pistole calibro 7,65 […] CANNAVÒ ha preso una Fiat UNO che era parcheggiata non so dove, una macchina rubata e così siamo partiti diciamo per questo omicidio. Sono entrato il primo di tutti io, dietro di me Stracuzzi Antonino e per ultimo è entrato LEO Roberto. P.M: E chi ha sparato? BONAFFINI: Tutti e tre. P.M: Tutti e tre avete colpito a Pellegrino? BONAFFINI: Non lo so, so solamente quando sono entrato io ho visto che si è buttato giù dietro il bancone della carne e siccome ho finito, ho scaricato tutto il caricatore stavo uscendo però subito un minuto che io stavo uscendo si è messo a sparare Stracuzzi Antonino e lui era sempre dietro il bancone. Niente io e Stracuzzi Antonino abbiamo visto che c’era una donna bionda, ricordo bene, che si voleva buttare addosso a questo ragazzo, poi ho saputo che era la madre di questo ragazzo. All’uscita che siamo usciti io e Stracuzzi Antonino è entrato LEO Roberto e ho sentito un altro sparo, è salito sulla macchina e mi ha detto l’ho ammazzato, l’ho ammazzato, ma io non ci credevo, signor Giudice, infatti poi abbiamo visto che l’ha preso un colpo. P.M: E quindi una volta usciti dalla macelleria cosa avete fatto? BONAFFINI: Ce ne siamo andati. P.M: Come? BONAFFINI: Siamo scappati, abbiamo lasciato la macchina vicino rione Mangialupi, la Fiat UNO rubata, io ho lasciato sulla macchina una pistola e più un passamontagna con i guanti e siamo scappati. Siccome precedentemente, siccome lì abita mia nonna, la madre di mio padre, gli ho detto a mio cugino di lasciarmi la macchina lì e così ha fatto, però poi lui se ne era andato. Mi sono preso la mia macchina io e Stracuzzi Antonino, [mentre LEO Roberto ed il CANNAVÒ salirono a bordo di un’autovettura su cui attendevano i fratelli di LEO Roberto, Settimo e Salvatore], ho accompagnato a Stracuzzi Antonino a rione Giostra e ce ne siamo andati ognuno per la sua strada.”). Ribadendo che il cugino Salvatore era del tutto all’oscuro del piano omicida, il BONAFFINI ha aggiunto che anche LEO Salvatore era stato mandato nei pressi della macelleria per verificare in particolare che non vi si trovasse la madre della vittima predestinata, in quanto in tal caso il delitto non sarebbe stato commesso in quel giorno, ed il LEO aveva fatto ritorno assicurando, ma contrariamente a quanto i killer avrebbero poi verificato di persona, che la donna non era nella macelleria con il figlio. In seguito alle contestazioni dei difensori è peraltro emerso che nel corso delle indagini preliminari il BONAFFINI si era limitato ad indicare il CANNAVÒ con il nome di battesimo (“Filippo”), dicendo che si trattava di un giovane che non conosceva (in dibattimento ha precisato che con ciò voleva dire che lo conosceva soltanto di vista), e, soprattutto, aveva in un primo momento escluso categoricamente e per ben due volte (20.4.1995 e 13.12.1995) qualsiasi coinvolgimento nell’episodio del cugino Salvatore (incalzato dalla contestazione ha cercato di spiegare “perché non pensavo che era una dichiarazione importante fare il nome di mio cugino, non perché è mio cugino, perché non sapeva niente che noi dovevamo fare un omicidio e per questo ne ho parlato in un secondo tempo.”), pur essendogli stata data lettura nel secondo caso delle dichiarazioni divergenti sul punto rese qualche giorno prima (6.12.1995) da LEO Roberto. Solo in occasione del successivo confronto con il LEO (3.1.1996) il BONAFFINI ha abbandonato l’atteggiamento descritto, ammettendo che il cugino avesse potuto ad un certo punto intuire il senso di ciò che gli stava accadendo intorno (“è evidente che mio cugino a quel punto aveva intuito le nostre intenzioni, anche perché ha avuto modo di notare la circostanza che da un borsone esistente all’interno della stalla prelevammo tre pistole, una delle quali fu da me utilizzata per l’agguato”), anche se in dibattimento non ha confermato l’affermazione, non dicendosi più sicuro del fatto che il congiunto avesse notato la presenza di armi all’interno della stalla.

Anche LEO Roberto, sentito il 14 ed il 19 aprile 1999, ha ammesso di essere stato uno degli esecutori materiali del delitto, dichiarando di essersi incontrato casualmente con Stracuzzi Antonino, alcuni giorni prima della consumazione dell’omicidio, mentre si trovava in compagnia di CANNAVÒ Filippo all’interno del bar “Calapai” di via Manzoni al rione Giostra e di avere appreso dallo Stracuzzi (che era invece in compagnia di MAURO Orazio, un altro appartenente al gruppo di Giostra) che era sua intenzione uccidere il Pellegrino. Avendo il LEO offerto la sua adesione al progetto criminoso e la sua promessa di aiuto, si erano tutti subito recati a casa di MAROTTA Gaetano, e quindi avevano raggiunto a Bordonaro la stalla dove il LEO custodiva i propri cavalli da corsa. Trovato nei pressi un motorino, il CANNAVÒ era stato incaricato di verificare se il Pellegrino si trovasse all’interno della macelleria ed a tale scopo il CANNAVÒ aveva fatto un primo ed un secondo controllo, in entrambi i casi con esito negativo. Stesso risultato aveva avuto un appostamento nei pressi della casa del Pellegrino che era stato organizzato nelle prime ore della mattinata successiva dagli stessi elementi, sicché alla fine era stata accolta la proposta del LEO di organizzare l’omicidio nel pomeriggio del venerdì successivo perché il Pellegrino sarebbe stato certamente all’interno della macelleria per preparare la carne in vista della vendita del sabato; peraltro la giornata era ideale per la perpetrazione del delitto in quanto era attesa a Messina la visita del Presidente della Repubblica Cossiga, e ciò avrebbe sicuramente determinato un maggiore impegno delle forze dell’ordine e una più ampia libertà di movimento. Il venerdì mattina il LEO, che era in compagnia del fratello Settimo, incontrò presso lo stesso bar “Calapai” Mulé Giuseppe, il quale, al corrente del progetto omicida e delle difficoltà di attuarlo, offrì la disponibilità di un giovane che era pronto ad eseguire subito l’omicidio ed a tale scopo diede appuntamento al LEO alle due del pomeriggio davanti alla chiesa di San Matteo a Giostra. All’orario e nel luogo indicati convennero presso la chiesa di S. Matteo il LEO, che era accompagnato da suo fratello Settimo e da CANNAVÒ Filippo, ed il Mulé che già attendeva sul posto in compagnia di Papale Domenico, Stracuzzi Antonino, MAROTTA Gaetano e MAURO Orazio. Dopo pochi minuti giunse anche, in compagnia dell’omonimo cugino, BONAFFINI Salvatore, che il Mulé invitò a seguire LEO Roberto e Stracuzzi. CANNAVÒ si mise allora alla guida di una Fiat UNO a tre porte di provenienza furtiva ricevuta in consegna da Papale, su cui presero posto LEO Roberto e LEO Settimo, ed unitamente ai due BONAFFINI ed allo Stracuzzi, che viaggiavano invece sull’autovettura del BONAFFINI (probabilmente una Fiat UNO), i tre si portarono a Bordonaro nei pressi della stalla dove il LEO teneva i cavalli. Preparato all’interno della stalla l’equipaggiamento dei killer (passamontagna, guanti da chirurgo, armi), il cugino di BONAFFINI fu incaricato di andare a verificare se il Pellegrino si trovasse all’interno della macelleria, con la raccomandazione particolare del LEO di controllare se vi si trovasse la madre, in presenza della quale l’imputato ha dichiarato che non era sua intenzione consumare l’omicidio. Al cugino di BONAFFINI in tale compito fu affiancato il fratello di LEO Roberto, Salvatore, che era entrato nella stalla chiedendo la ragione della presenza di tutte le persone convenute, e, verosimilmente, del loro equipaggiamento. Avuta la certezza della presenza di Pellegrino all’interno della macelleria (mentre la madre non era stata vista), il CANNAVÒ si mise alla guida dell’autovettura rubata, su cui  presero posto anche LEO Roberto, Stracuzzi Antonino e BONAFFINI Salvatore. Avendo il CANNAVÒ arrestato l’autovettura ad una distanza di una diecina di metri dalla macelleria, i tre complici fecero quindi ingresso nel locale, ma BONAFFINI e Stracuzzi esaurirono tutti i colpi a loro disposizione seminando il panico tra i presenti, tra cui i dipendenti del Pellegrino che stavano lavorando, ma senza colpire nessuno, sicché dovette intervenire il LEO, raggiungere il Pellegrino che si era rifugiato dietro il bancone con le mani sulla testa nei pressi della madre inginocchiata ed esplodere contro di lui un solo colpo, mortale, in direzione della parte laterale della schiena, con il rammarico di averlo fatto in presenza della donna. Durante la fuga l’autovettura fu abbandonata a qualche chilometro di distanza, ed al suo interno lo Stracuzzi lasciò la pistola calibro 7,65 di cui era in possesso, mentre LEO Roberto aveva lanciato la propria pistola dello stesso calibro in un cassonetto dell’immondizia e BONAFFINI aveva gettato la propria, anch’essa una calibro 7,65, “sopra una montagnetta così, dove c’era dell’erba”. Nel luogo convenuto, nella zona di Fondo Fucile che conduce alla vicina contrada Catalani, ad attendere i killer c’erano Settimo LEO, che prelevò il fratello Roberto ed il CANNAVÒ, ed il cugino di BONAFFINI Salvatore, che raccolse il congiunto e lo Stracuzzi. Ha aggiunto il LEO che l’autovettura, su cui era stato anche lasciato un passamontagna, era sicuramente di proprietà di un prete, come attestava la natura dei documenti e degli oggetti che si trovavano al suo interno.

Nel corso del controesame sono poi emerse, con riferimento alle dichiarazioni di LEO Roberto, le oscillazioni di cui si rileva traccia esaminando anche il decreto del GIP del 10 maggio 1996, con cui è stata disposta l’archiviazione dell’accusa di calunnia che era stata mossa al collaboratore sulla scorta delle sue dichiarazioni del 9.12.1993, con le quali avrebbe incolpato falsamente BONAFFINI Salvatore fu Carmelo, nato a Messina il 5.10.1972, pur sapendolo innocente, di avere preso parte all’omicidio di Pellegrino Salvatore. L’accusa nei confronti di LEO scaturiva dalla circostanza che il coinvolgimento del BONAFFINI era stato categoricamente negato dall’omonimo cugino, come è stato già rilevato in precedenza, ed il Pubblico Ministero privilegiò in un primo momento la versione del BONAFFINI, che aveva viceversa coinvolto con le sue dichiarazioni i fratelli di LEO Roberto (Settimo e Salvatore), di cui quest’ultimo ammise il coinvolgimento solo il 6.12.1995, perché in un primo momento, in vista di una loro possibile collaborazione, riteneva più opportuno che fossero essi stessi ad ammettere le loro responsabilità e, ha spiegato in dibattimento, non intendeva coinvolgerli in un fatto così grave. E ciò tenendo anche conto della personalità di LEO Roberto, che in precedenza si era già mostrato incline a favorire i propri congiunti cercando di evitare di coinvolgerli nelle sue accuse: il riferimento è evidentemente alla vicenda a cui si è fatto cenno nell’ambito dell’esame delle risultanze relative all’omicidio di Cannavò Angelo (capo 23), e cioè al processo per il tentato omicidio di Farinella Lorenzo e Ligato Umberto, del quale erano tra gli altri chiamati a rispondere anche LEO Roberto ed i fratelli Settimo e Salvatore. La sentenza di primo grado, emessa dal Tribunale di Messina il 4 ottobre 1994 ed acquisita dalla Corte nell’ambito degli accertamenti ex art. 507 c. p. p., si sofferma ampiamente sul contributo offerto alla ricostruzione di quelle vicende da LEO Roberto, stigmatizzando aspramente il tentativo del collaboratore di occultare le responsabilità dei congiunti e di accreditare una versione dei fatti palesemente smentita da tutte le altre risultanze processuali, e specificamente dalle dichiarazioni del cugino LEO Giovanni, la cui collaborazione con la giustizia ebbe infatti inizio, come questi ha ricordato anche in questo dibattimento all’udienza del 9 aprile 1999, nell’ambito del processo per il tentato omicidio di Farinella e Ligato, allorché il 19 luglio 1994 il LEO chiese di rendere spontanee dichiarazioni ed ammise le responsabilità che aveva in precedenza negato e che lo stesso LEO Roberto aveva inizialmente cercato di occultare.

LEO Roberto ha sommariamente ricordato l’andamento oscillante delle proprie dichiarazioni, ammettendo espressamente di avere in un primo momento cercato di scagionare i fratelli, pur accusando il cugino del BONAFFINI, ma ha aggiunto che anche in occasione del confronto con l’altro collaboratore svoltosi a Roma il 3 gennaio 1996 le perplessità manifestate in ordine alla circostanza della presenza del BONAFFINI (fu Carmelo) al momento della fuga dei killer (quando li avrebbe attesi alla guida dell’autovettura del cugino) erano state determinate dalle pressioni che il BONAFFINI, approfittando di una sospensione della prima fase informale del confronto per il pranzo, aveva esercitato su di lui per indurlo a non aggravare la posizione del congiunto.

LEO Settimo, esaminato il 19 aprile 1999, ha ricostruito la vicenda in termini sostanzialmente non dissimili dal fratello Roberto, confermando che al delitto avevano preso parte, oltre allo stesso LEO Roberto, BONAFFINI Salvatore ed il defunto Antonino Stracuzzi, inteso ‘u mommu, mentre a condurre la Fiat UNO usata per raggiungere la macelleria era CANNAVÒ Filippo, inteso ‘u Tattaru, che era il “fantino” della famiglia LEO. Diversamente dal fratello, LEO Settimo ha tuttavia affermato di essere personalmente andato a verificare la presenza di Pellegrino Salvatore all’interno della macelleria insieme al cugino di BONAFFINI Salvatore e di essere tornato segnalando ai killer l’arrivo della vittima predestinata. LEO Settimo ha poi confermato che dopo l’omicidio attendeva i killer in contrada Fucile insieme al cugino di BONAFFINI Salvatore, ed aveva prelevato a bordo della propria autovettura il fratello Roberto e CANNAVÒ Filippo con i quali aveva raggiunto il quartiere di Provinciale dopo avere attraversato contrada Catalani e quindi la zona di Maregrosso dove abitava il CANNAVÒ, mentre il BONAFFINI, con a bordo il cugino e lo Stracuzzi, si era allontanato in direzione del quartiere Mangialupi. Ha aggiunto LEO Settimo che, dopo essersi rinfrescati presso l’abitazione del CANNAVÒ, avevano consumato qualcosa presso un bar da loro abitualmente frequentato ed ubicato nelle vicinanze della caserma dei “Vigili del fuoco”. Ricostruite le modalità dell’omicidio, apprese dal racconto del fratello Roberto, LEO Settimo circa il ruolo del fratello Salvatore ha dichiarato che il medesimo, che qualche giorno prima avrebbe dovuto commettere l’omicidio insieme a LEO Roberto ed a tale Rattata (il collaboratore si riferisce certamente a MAROTTA Gaetano, conosciuto nell’ambiente con questo pseudonimo), il giorno in cui il delitto fu consumato, un venerdì pomeriggio nel quale era programmata a Messina la visita del Capo dello Stato, passò dalla stalla ed assistette agli ultimi preparativi. Invitato ad andar via dal fratello Roberto, LEO Salvatore avrebbe poi raggiunto l’altro fratello Settimo in contrada Fucile a bordo della propria Fiat UNO poco prima che arrivassero i killer, e lo avrebbe quindi seguito dopo che sull’autovettura di Settimo erano saliti il fratello Roberto ed il CANNAVÒ che avevano appena abbandonato l’autovettura usata per l’omicidio, una Fiat UNO rubata a Giostra e consegnata da Papale Domenico. LEO Settimo, escludendo che il fratello Salvatore aspettasse i killer insieme a lui in contrada Fucile, non è poi stato in grado di ricordare, anche se è sembrato negarlo, se egli fosse anche andato a verificare se il Pellegrino si trovasse o meno all’interno della macelleria (compito che LEO Settimo aveva attribuito a se stesso e al cugino di BONAFFINI Salvatore), sicché il Pubblico Ministero gli ha contestato il contenuto di una sua dichiarazione resa in data 1.4.1996 con la quale aveva indicato LEO Salvatore tra i responsabili del delitto, inducendolo a specificare il ruolo che avrebbe avuto il congiunto. In seguito ad un’altra contestazione LEO Settimo ha dichiarato che l’omicidio fu decretato nel corso di una riunione che si era svolta poco tempo prima presso l’abitazione di FERRARA Sebastiano, ed alla quale presero parte, oltre allo stesso FERRARA, che in quel periodo era latitante, CUSCINÀ Francesco, MARCHESE Mario, Mulé Giuseppe, inteso Culu niru, Papale Domenico, LEO Roberto ed altri: l’argomento dell’incontro gli era stato riferito dal fratello Roberto che egli si era limitato ad accompagnare senza prendere parte alla riunione.

LEO Salvatore, che è stato sentito nella stessa udienza del 19 aprile 1999, è l’unico, tra gli imputati che si sono sottoposti all’esame ammettendo le proprie responsabilità, ad essere stato a suo tempo raggiunto dalla misura cautelare. Collaboratore dal 1996, LEO Salvatore, inteso Testa ‘i mottu (così come uno zio da cui il soprannome deriva), ha dimostrato di conoscere la causale dell’omicidio, riconducibile alla deliberazione assunta dai capi di tutti i gruppi contro MANCUSO e RIZZO, ed al ruolo di finanziatore del MANCUSO che avevano assunto i Pellegrino, prima il padre, ucciso in precedenza da CASTORINA Pasquale e PIETROPAOLO Pasquale, e poi il figlio Salvatore, alla cui morte erano particolarmente interessati elementi del gruppo di Giostra e Mulé Giuseppe. L’omicidio fu preceduto da preparativi ed appostamenti (almeno due, secondo l’imputato), in occasione di uno dei quali, che prevedeva l’uccisione del Pellegrino all’interno di un bar da lui frequentato, LEO Salvatore fu svegliato a casa sua alle cinque del mattino da MAURO Orazio, MAROTTA Gaetano, CANNAVÒ Filippo, Stracuzzi Antonino, LEO Roberto e LEO Settimo, che erano armati con due pistole e muniti di due autovetture, una Fiat 128 Rally di colore rosso di proprietà del CANNAVÒ ed una Fiat UNO o una Y10 di colore bianco condotta da MAROTTA Gaetano. Ricostruendo quanto avvenne il pomeriggio dell’omicidio, LEO Salvatore ha riferito che si recò prime delle tre come di consueto alla stalla per dare da mangiare ai cavalli, ma vi trovò all’interno il fratello Roberto con una pistola in pugno, così come Stracuzzi Antonino e BONAFFINI Salvatore, figlio di Angelo, nonché CANNAVÒ Filippo, che portava degli occhiali scuri, e LEO Settimo. Il fratello Roberto gli chiese di andare a vedere cosa avesse fatto BONAFFINI Salvatore, cugino del figlio di Angelo che si trovava nella stalla, a cui era stato dato incarico di segnalare l’arrivo di Pellegrino. LEO Salvatore incontrò il BONAFFINI e, mentre questi faceva ritorno nei pressi della macelleria, rientrò alla stalla riferendo quanto gli era stato detto (“Niente, ancora non c’è nessuno”). In questo frangente giunse il BONAFFINI, avvisando i complici che il Pellegrino era nella macelleria e vi si trovava anche la madre, sicché CANNAVÒ si mise alla guida dell’autovettura rubata che era parcheggiata nelle vicinanze, e vi salirono LEO Roberto, Stracuzzi Antonino e BONAFFINI Salvatore (di Angelo, oggi collaboratore). LEO Salvatore, che invano il fratello Settimo aveva invitato ad andare via, si mise invece a seguire proprio l’autovettura di Settimo, su cui dopo l’omicidio avevano preso posto LEO Roberto, CANNAVÒ e Stracuzzi, ed insieme ai fratelli ed agli altri due si portò dapprima presso l’abitazione del CANNAVÒ ubicata nella zona di Maregrosso, e quindi presso un bar nelle vicinanze della caserma dei “Vigili del fuoco” e poi al bar Calapai al rione Giostra, dove incontrarono Mulé Giuseppe, Papale Domenico e CUSCIN Francesco. Quanto a BONAFFINI Salvatore (fu Carmelo), cugino dell’omonimo compreso tra gli esecutori materiali, questi seguì le varie fasi dell’omicidio (avrebbe anche visto LEO Roberto che scostava con la mano la madre del Pellegrino mentre faceva fuoco) e poi prelevò dopo l’omicidio il cugino e Stracuzzi Antonino nel punto in cui LEO Roberto ed il CANNAVÒ erano saliti a bordo dell’autovettura di LEO Settimo.

L’insieme delle risultanze prese in esame attesta ampiamente la fondatezza dell’ipotesi accusatoria e consente di pervenire con un margine di ragionevole certezza alla affermazione di responsabilità di tutti gli imputati la cui posizione è sottoposta all’esame di questa Corte. Va infatti rilevato che tanto Mulé Giuseppe che Papale Domenico rispondono dell’omicidio di Pellegrino Salvatore e dei reati connessi nell’ambito dei processi che li riguardano in seguito ai provvedimenti di separazione adottati dalla Corte nel corso del dibattimento.

Anche tale delitto si inserisce innanzitutto, secondo le unanimi dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, nell’ambito dei contrasti all’epoca esistenti tra il clan “Mancuso - Rizzo” e gli altri clan cittadini già più volte richiamati. In questo contesto l’eliminazione di Pellegrino Salvatore, così come quasi un anno prima quella del padre Paolo, era diretta a privare il gruppo “Mancuso” del supporto economico che l’attività commerciale della famiglia Pellegrino forniva, più che a neutralizzare un affiliato. La consapevolezza del ruolo del Pellegrino si coglie nelle dichiarazioni dei collaboratori che all’epoca militavano nei gruppi contrapposti al gruppo “Mancuso”, i quali offrono la conferma di quanto riferito con rammarico da MANCUSO Giorgio anche in questo dibattimento (ud. 22.1.1999) quando gli è stato chiesto di ripercorrere i vari momenti della violenta rappresaglia seguita all’omicidio Di Blasi (“Posso dire questo che Pellegrino Paolo non era appartenente al mio clan. Pellegrino Paolo era una persona che lavorava e infatti l’hanno ammazzato alle 05,00/06,00 di mattina mentre andava a lavorare all’ingrosso carni di cui era proprietario. Il figlio che l’hanno ammazzato dopo un anno lavorava e non aveva nulla a che fare, certamente era amico nostro, però mai ha fatto parte alla nostra associazione e mai ha fatto dei delitti o partecipato a situazioni tanto per dire criminose. Sono due persone che già non c’entrano niente in questo fatto.”). Deve poi essere registrata la convergenza dei collaboratori anche per quanto attiene all’individuazione del ruolo preponderante nella fase ideativa e preparatoria dell’omicidio dei gruppi “Galli” e “Marchese”, che si sono avvalsi del determinante supporto logistico ed organizzativo fornito da LEO Roberto e dai fratelli Settimo e Salvatore.

Passando all’esame delle posizioni individuali, non presenta particolari problemi quello concernente LEO Roberto e BONAFFINI Salvatore (di Angelo, nato il 27.9.1972). I due imputati, collaboratori di giustizia in epoca precedente all’emissione del provvedimento di custodia cautelare, hanno confessato di essere stati, insieme al defunto Stracuzzi Antonino (che sarà ucciso qualche mese più tardi, il 14 ottobre 1992, nell’ambito di un nuovo e sanguinoso scontro), coloro che spararono all’indirizzo del PELLEGRINO, e tali dichiarazioni appaiono, per tale aspetto della vicenda, del tutto verosimili e pienamente attendibili, lontane da qualsiasi sospetto di intenti autocalunniatori e perfettamente aderenti alle risultanze delle prime indagini.

Sotto quest’ultimo profilo va rilevato che effettivamente sulla Fiat UNO rubata utilizzata dai killer furono rinvenuti una pistola cal. 7,65 (che sarebbe stata abbandonata da Stracuzzi Antonino o da BONAFFINI Salvatore), nonché guanti in plastica ed un passamontagna, e l’autovettura, in uso ad un sacerdote e di proprietà del Seminario arcivescovile di Giostra, era stata sottratta mentre era parcheggiata in una strada non lontana dal quartiere di Giostra, indicato concordemente dai collaboratori come zona di “provenienza” dell’autovettura. Quanto alle modalità concrete dell’omicidio vi è piena corrispondenza per quanto riguarda il calibro e soprattutto il numero delle pistole utilizzate, posto che la più recente indagine fatta eseguire dal Pubblico Ministero ha accertato l’uso di almeno due e, alla luce di quanto è stato in precedenza rilevato, probabilmente tre armi diverse. La corrispondenza deve poi estendersi alla circostanza dell’unico colpo, mortale, che attinse il Pellegrino alla schiena e che fu esploso da LEO Roberto dopo che i complici avevano inutilmente scaricato le armi in loro possesso seminando il panico tra i presenti. Tra costoro vi erano i due dipendenti Urbino e Fiorentino, che erano intenti a lavorare all’interno della macelleria al momento dell’arrivo dei killer, e, soprattutto, la madre del Pellegrino, Cocuzza Rosa, la signora vestita in nero che, così come narrato dai protagonisti, cercò inutilmente di fare scudo con il proprio corpo al figlio Salvatore rifugiatosi dietro al bancone. In proposito LEO Salvatore, sia pure riferendo un particolare che gli sarebbe stato narrato da BONAFFINI Salvatore fu Carmelo, ha dichiarato che LEO Roberto era stato costretto a scostare la donna con la mano per evitare di colpirla mentre mirava in direzione del Pellegrino, ma la divergenza più significativa riguarda ciò che i killer effettivamente sapevano in merito alla presenza della donna all’interno del locale, poiché secondo LEO Roberto questa fu una novità, in quanto aveva chiesto espressamente di verificare se all’interno del locale si trovasse la donna in presenza della quale non era sua intenzione commettere l’omicidio, e si sarebbe trovato davanti la madre del Pellegrino quando non era più possibile tornare indietro, mentre secondo LEO Salvatore i killer sapevano, perché informati dal cugino di BONAFFINI Salvatore, che il Pellegrino era all’interno della macelleria in compagnia, tra gli altri, della madre. Il particolare evidentemente non inficia l’affidabilità del racconto di LEO Roberto, posto che, anche a non volere ritenere che sia il fratello Salvatore a ricordare male, potrebbe rispondere a verità l’ipotesi avanzata dal Pubblico Ministero, che cioè LEO Roberto, rendendosi conto del particolare senso di riprovazione morale che suscita l’idea di un omicidio consumato alla presenza della madre della vittima, abbia voluto accreditare l’idea di una situazione da lui non prevista e conseguentemente di una scelta imposta dagli eventi ed ineludibile. Va tuttavia rilevato che BONAFFINI Salvatore ha in proposito reso dichiarazioni analoghe a quelle di LEO Roberto, attribuendosi la paternità della richiesta in ordine alla presenza della donna e dell’idea che, in caso di risposta affermativa, l’omicidio non sarebbe stato consumato quel giorno (“… io gli avevo detto una cosa a LEO Salvatore, gli avevo detto siccome io sapevo che lì dentro c’era la madre che io non conoscevo, sapevo che la madre lavorava lì dentro, gli ho detto a LEO Salvatore di farmi sapere se c’era la madre perché se c’era la madre noi quel giorno non sparavamo. Ritorna con una moto e dice no, no, tutto a posto, non c’è sua madre, gli ho detto sicuro, dice sì, invece poi abbiamo visto che ci ha detto una bugia, che quella signora bionda che faceva gridi era la madre”).

Non pregiudica la complessiva attendibilità del racconto di LEO Roberto neppure un’ulteriore smentita, proveniente dal fratello Settimo e dallo stesso LEO Salvatore, e relativa al coinvolgimento di quest’ultimo anche in alcune delle iniziative non andate a buon fine che avevano preceduto l’omicidio nei giorni precedenti: va ricordato che in un primo momento LEO Roberto aveva deliberatamente omesso di accusare i fratelli Settimo e Salvatore, ed è assai probabile che sul punto si sia limitato a riprodurre meccanicamente le dichiarazioni iniziali, senza “aggiornarle” alla luce del nuovo atteggiamento assunto.

 Analogamente appaiono convincenti le ammissioni di responsabilità di LEO Settimo e di LEO Salvatore. Le loro dichiarazioni, per quanto meno dettagliate perché corrispondenti ad un’esperienza più limitata dei fatti, o meno lineari, come nel caso di LEO Salvatore, a causa della palese modestia dei mezzi espressivi a disposizione dell’imputato, sono in ogni caso il frutto evidente di una conoscenza diretta ed immediata della vicenda, ed anche in questo caso la gravità delle conseguenze a cui gli imputati si sono esposti ammettendo il proprio coinvolgimento nei termini illustrati giova ad escludere il sospetto di dichiarazioni autocalunniatorie destinate ad accreditare l’immagine di collaboratori attendibili.

La natura concorsuale delle condotte attribuite in particolare a LEO Settimo appare fuori discussione. La partecipazione alla ideazione ed organizzazione dell’omicidio in compagnia del fratello Roberto, il successivo accompagnamento del congiunto e degli altri presso la stalla, l’accordo diretto al prelievo dei sicari dopo l’omicidio, così come in effetti avvenne: questi elementi appaiono evidente espressione di una partecipazione piena all’omicidio, e sarebbero sufficienti all’affermazione della responsabilità anche senza considerare un ulteriore ruolo che l’imputato si è attribuito, cercando verosimilmente di sminuire la responsabilità del fratello Salvatore, e cioè il controllo all’interno della macelleria per verificare la presenza del Pellegrino. Quest’ultima, al di là delle poco convincenti perplessità di LEO Settimo, è invece la “quota” di partecipazione e conseguentemente di responsabilità che LEO Salvatore si è addossata per la prima volta in dibattimento, rendendo dichiarazioni che appaiono certamente condizionate, sotto il profilo della genuinità, dalla compiuta conoscenza di tutti gli elementi emersi nel corso dell’istruttoria dibattimentale, ed in particolare delle dichiarazioni del fratello Settimo e del cugino LEO Roberto, il cui esame ha preceduto, nella stessa udienza, quello di LEO Salvatore. Nondimeno il suo racconto, pur con i limiti già segnalati, conserva una sua autonomia, dimostrata dal fatto che l’imputato, sebbene a conoscenza delle dichiarazioni dei coimputati, e soprattutto del fratello Roberto, non ha esitato a discostarsene deliberatamente sotto alcuni aspetti correndo il rischio di non essere creduto. LEO Salvatore ha ammesso di avere preso parte ad alcune delle precedenti iniziative e di essere informato del progetto omicida, sicché quanto gli capitò di vedere all’interno della stalla nel primo pomeriggio del 20 marzo 1992 fu solo la conferma che l’omicidio del Pellegrino era ormai imminente. Invitato a chiarire il senso ed i limiti del proprio coinvolgimento, l’imputato ha poi ribadito che questo consistette nell’andare a verificare se BONAFFINI Salvatore aveva o meno rilevato la presenza del Pellegrino all’interno della macelleria, dal momento che non era consigliabile che vi si recasse direttamente in quanto era conosciuto da tutti (“non sono andato alla macelleria perché mi conoscevano tutti ”). Sembrano invece prive di autonoma rilevanza causale, dettate più che altro da mera curiosità, ed in ogni caso estranee a qualsiasi accordo preventivo, le successivo condotte dell’imputato, e cioè la sua presenza nel luogo in cui i sicari abbandonarono l’autovettura utilizzata per l’omicidio e dopo al seguito dell’autovettura del fratello Settimo, su cui viaggiano LEO Roberto e CANNAVÒ Filippo (significativamente LEO Settimo ha affermato: “mio fratello è stato sempre una persona testarda, è inutile che uno gli diceva una cosa, il suo cervello era sempre quello…”): così come hanno riferito concordemente sul punto LEO Roberto e LEO Settimo, la presenza del fratello Salvatore sembra il frutto di una sua autonoma iniziativa e d’altronde non si intende per quale ragione avrebbe dovuto essere prevista la presenza di ben due autovetture per prelevare LEO Roberto e CANNAVÒ Filippo dopo l’omicidio.

La peculiare attendibilità, sotto il profilo della ricchezza del racconto, e delle molteplici conferme che trovano nelle altre risultanze dibattimentali, che contraddistingue le dichiarazioni di LEO Roberto e BONAFFINI Salvatore, si estende alla portata accusatoria che esse assumono nei confronti dei due soli odierni imputati che non hanno ammesso le rispettive responsabilità, e cioè CANNAVÒ Filippo e BONAFFINI Salvatore (fu Carmelo).

Sull’indicazione e sul ruolo specifico assegnato al primo convergono non solo le dichiarazioni degli altri due componenti del gruppo di fuoco ancora in vita, ma anche quelle di LEO Giovanni e di LEO Salvatore, sicché, provenendo l’accusa da fonti non sempre in accordo tra loro su altri aspetti della vicenda e non emergendo neppure il sospetto di un complotto ai danni dell’imputato, che non ha neppure tentato di dimostrare l’esistenza di motivi di astio nei suoi confronti, deve ritenersi sufficientemente provata la sua partecipazione concretizzatasi nella guida dell’autovettura rubata a bordo della quale i killer si portarono nei pressi della macelleria della vittima e quindi si allontanarono per raggiungere il luogo dell’appuntamento con i complici e prendere posto sulle autovetture “pulite”. Non contrastano con tale conclusione le notizie relative alla personalità dell’imputato che sono state fornite da Calarese Salvatore, cognato di LEO Salvatore, e comproprietario della stalla più volte citata, il quale ha riferito che il CANNAVÒ veniva da lui pagato in qualità di stalliere e che di tanto in tanto, essendo un fantino, cavalcava qualcuno dei cavalli custoditi nel locale. Anche i LEO, in particolare Roberto e Salvatore, hanno descritto il coimputato come un giovane a loro vicino, anche se non affiliato al gruppo ed in genere estraneo alle attività criminose della famiglia, utilizzato per lo più per accudire ai cavalli, tenerli in allenamento e partecipare alle competizioni clandestine, ma bisognoso di denaro e per questa ragione probabilmente desideroso di un maggiore coinvolgimento. Le incertezze del BONAFFINI, che nel corso delle indagini preliminari aveva indicato il complice con il solo nome di battesimo, appaiono comprensibili, trattandosi di persona legata da un rapporto particolare con il gruppo familiare dei LEO e certamente estranea al contesto di appartenenza del collaboratore, che, come ha specificato in dibattimento, conosceva solo di vista il CANNAVÒ, e, giova ricordare, non aveva preso parte ai precedenti appostamenti finalizzati all’uccisione di Pellegrino Salvatore ai quali invece il CANNAVÒ, secondo quanto hanno dichiarato LEO Roberto e LEO Salvatore, aveva partecipato.

Le illustrate ragioni del contrasto tra LEO Roberto e BONAFFINI Salvatore, peraltro originariamente molto più accentuato a causa della volontà dei due collaboratori di evitare il coinvolgimento nelle accuse di elementi appartenenti ai rispettivi contesti familiari, escludono che la divergenza si ripercuota in maniera significativa sulle accuse che essi hanno mosso, concordemente e costantemente, nei confronti dei correi estranei a tale tentativo. Non risulta infatti che il LEO ed il BONAFFINI abbiano attribuito a persone diverse dai rispettivi congiunti i ruoli in concreto da essi assunti, essendosi limitato il primo a tacere inizialmente il coinvolgimento dei fratelli Settimo e Salvatore, salvo ad essere smentito successivamente, fra gli altri, dagli stessi beneficiari di questa strategia, ed il secondo a negare ostinatamente, fino al confronto con LEO Roberto del 3 gennaio 1996, la partecipazione dell’omonimo cugino, attribuendo in via esclusiva a LEO Salvatore i compiti che con qualche difficoltà ha poi ammesso essere stati, sia pure quasi inconsapevolmente, svolti dal congiunto. La segnalata divergenza rafforza piuttosto le accuse al CANNAVÒ, in quanto le due fonti di accusa, inizialmente interessate a screditarsi vicendevolmente, non hanno avuto, fin dall’inizio, alcuna incertezza nell’affermare la partecipazione dell’imputato al fatto di sangue e nel fornire una descrizione del ruolo da lui svolto sempre coerente con le altre risultanze probatorie.

Il riferimento al tentativo iniziale di BONAFFINI Salvatore di tacere il coinvolgimento dell’omonimo cugino introduce l’esame della posizione di quest’ultimo imputato, per il quale, nonostante gli elementi di problematicità determinati soprattutto dalla reticenza del congiunto protrattasi fino al dibattimento, è nondimeno possibile, attraverso il riesame critico del complesso delle risultanze dibattimentali, pervenire fondatamente ad un giudizio di responsabilità.

Nel corso del suo esame dibattimentale BONAFFINI Salvatore, ormai costretto ad ammettere in qualche misura il coinvolgimento del cugino, ha cercato di dimostrare, nei vari passaggi del suo racconto, l’occasionalità di tale presenza, cercando di accreditare la tesi di una partecipazione del cugino inconsapevole o scarsamente consapevole.

Il collaboratore ha così riferito che, avendo ricevuto a casa della nonna la telefonata dello Stracuzzi, si era portato in compagnia del cugino presso la chiesa di S. Matteo, e successivamente, poiché erano necessarie due autovetture, aveva chiesto al cugino di accompagnarlo fino alla stalla dei LEO a Bordonaro. Anche in questo caso il cugino sarebbe stato sul punto di andarsene quando LEO Roberto gli aveva chiesto di andare a controllare se la macelleria Pellegrino era già aperta. Riferito quanto LEO Roberto voleva sapere, sempre ignorando quando stava per avvenire, BONAFFINI Salvatore (fu Carmelo), secondo la narrazione del collaboratore, se ne sarebbe andato definitivamente, e solo “dieci minuti” più tardi LEO Roberto avrebbe prelevato e consegnato ai complici i guanti, i passamontagna e le tre pistole. Commesso l’omicidio, nei pressi del rione Mangialupi BONAFFINI Salvatore (di Angelo) aveva quindi trovato la propria Fiat UNO di colore grigio che il cugino (ovviamente già allontanatosi) aveva avuto cura di parcheggiare così come chiestogli dal congiunto nei pressi dell’abitazione della nonna comune.

Al BONAFFINI, che ha escluso che il cugino sia mai venuto a conoscenza anche nello sviluppo dell’azione dell’intenzione di uccidere il Pellegrino, è stata contestata, dopo il rigetto di un’eccezione difensiva diretta a neutralizzare la contestazione, l’ammissione di segno contrario fatta nel corso del confronto con LEO Roberto del 3 gennaio 1996 (“è evidente che mio cugino a quel punto aveva intuito le nostre intenzioni anche perché ha avuto modo di notare la circostanza che da un borsone esistente all’interno della stalla prelevammo tre pistole, una delle quali fu da me utilizzata per l’agguato), ma il collaboratore ha in un primo momento genericamente confermato il contenuto dell’affermazione (“No, probabile ha visto qualcosa.”), ha poi negato di ricordare la circostanza (“No, mio cugino se ha visto le armi io non ricordo”), ed infine, evidentemente in grande difficoltà, ha finito per confermare le dichiarazioni iniziali (“Ma io non lo ricordo, io confermo, non ricordo bene […] No, confermo la mia prima dichiarazione”), peraltro conformi a quelle rese in dibattimento, quando per intuibili ragioni era stato molto attento a posticipare il momento in cui LEO Roberto avrebbe prelevato da un “bidone” (e non da un borsone) le armi ed i passamontagna.

A prescindere dallo sconcerto che suscita il fatto che una versione di questo tipo sia stata fornita da un soggetto che si presenta come collaboratore di giustizia (dal gennaio 1995), nonché titolare del programma di protezione e dei corrispondenti benefici, non sono necessarie molte considerazioni per mettere in luce la scarsa credibilità di tali dichiarazioni, tale da emergere ad un esame critico anche superficiale. Sotto un profilo strettamente logico riesce molto difficile intendere le ragioni per cui, ricevuta da Stracuzzi la telefonata che era certamente diretta a prendere accordi per la consumazione dell’omicidio, il BONAFFINI abbia avuto la necessità di farsi accompagnare dal cugino, peraltro a bordo di un’autovettura che il collaboratore ha più volte sottolineato essere quella di sua proprietà. L’eventuale presenza a casa della nonna anche del congiunto non è un motivo sufficiente a spiegare la circostanza, ed è altrettanto difficile comprendere come il BONAFFINI sia riuscito a tenere il cugino all’oscuro di tutto sia in questo che nei momenti successivi, quelli dell’incontro presso la chiesa di S. Matteo con Stracuzzi e con gli altri, il cui oggetto era ovviamente l’organizzazione delle modalità esecutive del delitto. Analogamente difficile da capire rimane il fatto che solo in seguito a quest’incontro sia emersa, in seguito ad un non meglio specificato imprevisto e nel quadro di un’organizzazione sotto ogni altro aspetto particolarmente accurata e complessa, la necessità di disporre di una seconda autovettura, quella del BONAFFINI, ed appare a questo punto completamente insostenibile l’assunto della persistente ignoranza del programma omicida da parte di BONAFFINI Salvatore (fu Carmelo). Se effettivamente quest’ultimo fosse stato all’oscuro di tutto e la sua presenza era un fatto occasionale, il rientro nella zona sud della città ed il passaggio dal rione Mangialupi (necessario per raggiungere la stalla dei LEO a Bordonaro) costituivano la migliore occasione per riaccompagnarlo preso l’abitazione della nonna da cui proveniva: ciò invece non avviene, ed il cugino del BONAFFINI, secondo quest’ultimo ancora all’oscuro del progetto omicida, fa ingresso nella stalla dei LEO ed entra in contatto con i componenti del gruppo di fuoco, senza che da nessun gesto, da nessuna parola (anche a volere credere che le armi ed il resto siano state prelevate solo in un secondo momento) traspaia l’imminenza dell’omicidio che sta per essere consumato. Non solo i complici del BONAFFINI non sono in alcun modo infastiditi dalla presenza del cugino in un momento in cui è naturale attendersi che affiorino segni di nervosismo perfino nei criminali più incalliti, ma sorprendentemente a quest’ultimo, che si assume sia ancora all’oscuro di quanto sta per avvenire, viene anche chiesto di andare a verificare se la macelleria del Pellegrino sia aperta (furbescamente il BONAFFINI ha cercato di evitare riferimenti alla presenza del Pellegrino che sarebbero stati poco compatibili con lo stato d’animo attribuito al cugino), incarico che, stando alle affermazioni di BONAFFINI Salvatore, il cugino esegue senza avere minimamente idea dello scopo di questa informazione (certamente non finalizzata all’acquisto di carne!). Ed infine, verificata la disponibilità del congiunto, il BONAFFINI ottiene da lui che vada a parcheggiargli l’autovettura nel luogo in cui l’avrebbe successivamente prelevata dopo la consumazione dell’omicidio e l’abbandono dell’autovettura “sporca”: e ciò, è bene precisarlo, secondo un modus operandi che è diverso da quello comunemente riscontrato, che prevede l’utilizzazione di autovetture “pulite” da utilizzare per la fuga dopo l’omicidio, ma che prevede anche di regola la presenza a bordo del veicolo di un conducente, diverso dai componenti del gruppo di fuoco, che sia pronto a prelevare i complici in qualsiasi momento, a spostarsi in caso di necessità, ad adattare il programma ad eventuali imprevisti.

È evidente che le molteplici incongruenze via via segnalate non sono più tali ove si ritenga che il supporto del BONAFFINI, diversamente da quanto il cugino ha cercato di far credere, fosse concordato e volontario, quantomeno a cominciare dall’incontro presso la stalla presso la quale erano in corso i preparativi del delitto. È significativo che nel corso del confronto, peraltro condizionato, secondo quanto riferito da LEO Roberto, dal tentativo di inquinamento posto in essere da BONAFFINI Salvatore, a quest’ultimo sia sfuggita un’affermazione relativa ad una sua deduzione (quella cioè che ad un tratto il cugino avesse finalmente capito il senso di quanto gli stava accadendo intorno), ma fondata su un dato di fatto sicuramente plausibile come la visione delle armi e dei passamontagna che in quel contesto sarebbe stato scontato mettere in relazione con l’omicidio che stava per consumarsi.

Le dichiarazioni di BONAFFINI Salvatore, oltre che con la logica, contrastano irrimediabilmente con quanto sostenuto da LEO Roberto, LEO Settimo e LEO Salvatore, i quali, ammettendo ciascuno nei termini illustrati la propria partecipazione ai fatti, non hanno mostrato alcun dubbio nell’indicare anche il cugino del collaboratore come uno dei complici, il primo peraltro andando incontro ad un procedimento penale per calunnia conclusosi con l’archiviazione. LEO Roberto ha categoricamente affermato che BONAFFINI Salvatore (fu Carmelo) era presente nel momento in cui all’interno della stalla furono preparate le armi, e consegnati i guanti da chirurgo ed i passamontagna, così come ha affermato che BONAFFINI Salvatore di Carmelo era fermo ad attendere i killer  in contrada Catalani che collega Fondo Fucile a Provinciale. LEO Settimo ha anch’egli sostenuto che BONAFFINI Salvatore si era portato insieme a lui, ma a bordo dell’altra autovettura “pulita”, nei pressi della contrada Fucile ed era rimasto in attesa del cugino e di Stracuzzi, ed ha affermato la sua presenza nella stalla ed il suo incarico di segnalare l’arrivo del Pellegrino. Anche LEO Salvatore ha affermato che BONAFFINI Salvatore era sulla macchina che aspettava i killer, anche se ha fornito una versione parzialmente diversa, sostenendo che BONAFFINI Salvatore di Carmelo si era fermato con la sua autovettura davanti alla macelleria per aspettare che gli esecutori eseguissero il delitto, per poi seguirli sino a Mangialupi, dove era stato concordato l’appuntamento per il cambio dell’autovettura. Anche LEO Salvatore peraltro ha affermato che il compito di segnalare l’arrivo del Pellegrino era di BONAFFINI, con le modalità già ricordate. Che il BONAFFINI si alternasse con LEO Salvatore per verificare se il Pellegrino fosse arrivato alla macelleria, come ha ipotizzato il Pubblico Ministero, oppure che LEO Salvatore fosse stato mandato in un secondo momento a verificare cosa stesse facendo il BONAFFINI e lo avesse incontrato lungo il tratto di strada che separa la macelleria dalla stalla dei LEO, come sembra di potere desumere dalle dichiarazioni non sempre lineari di LEO Salvatore, non deve sorprendere perché quest’ultimo ha spiegato che non gli era possibile entrare nella macelleria o avvicinarsi troppo in quanto, a differenza del BONAFFINI, era persona conosciuta da tutti e la sua presenza, considerato il “clima” del momento, avrebbe potuto destare sospetti. Tutti gli elementi convergono nel fare ritenere che BONAFFINI Salvatore (fu Carmelo) fosse pienamente al corrente del delitto che stava per essere commesso e che fosse incaricato di segnalare la presenza della vittima all’interno della macelleria e di attendere il cugino e lo Stracuzzi dopo l’omicidio nel luogo in cui avrebbe dovuto essere abbandonata l’autovettura rubata. A quest’ultimo proposito va segnalata un’altra probabile incongruenza del racconto del BONAFFINI relativa all’appartenenza della Fiat UNO di colore grigio sulla quale il cugino lo aveva accompagnato al rione Giostra per l’appuntamento con Stracuzzi e quindi alla stalla dei LEO a Bordonaro: il collaboratore ha più volte ribadito che si trattava della sua autovettura, e l’affermazione è coerente con il senso generale della sua ricostruzione e con la pretesa casualità del coinvolgimento del cugino. Tuttavia dalla visione complessiva della vicenda sembrerebbe più logico ritenere che l’autovettura fosse di proprietà del cugino del collaboratore, che si è peraltro lasciato sfuggire più di una volta che il coinvolgimento del parente era scaturito da una richiesta di “passaggio”(“È successo per un passaggio”), espressione che solitamente viene riferita alla situazione di chi è condotto sull’autovettura di altri. Che la Fiat UNO in questione fosse di proprietà del cugino del collaboratore lo hanno affermato espressamente LEO Roberto e LEO Salvatore, ed un ulteriore elemento in tal senso viene fornito dall’esame delle dichiarazioni dello stesso BONAFFINI Salvatore relative al tentato omicidio di IDOTA Marcello (avvenuto il 5 maggio 1992, v. capo 37), ed al triplice omicidio di Conte Stellario, Foti Benedetto e Giacobbo Massimo (consumato il 31 maggio 1992, v. capo 38), allorché il collaboratore dichiarò che all’epoca (gli episodi sono successivi di appena qualche mese all’omicidio Pellegrino) disponeva di un’autovettura Opel Corsa, mentre risulta inconfutabilmente che il cugino era in possesso proprio di una Fiat UNO di colore celestino, a lui intestata, targata ME 550755, a bordo della quale fu sottoposto ad un controllo in data 6.5.1992 (v. nota n. 52/60 del R. O. N. O. dei carabinieri di Messina del 13 maggio 1999).

L’affermazione di responsabilità, alla quale deve pervenirsi per tutti gli imputati con riferimento ai delitti di omicidio e ai connessi delitti in materia di armi, non può invece essere estesa al furto pluriaggravato dell’autovettura Fiat UNO targata ME 500463, avvenuto quattro giorni prima dell’omicidio, che è stato attribuito a titolo di concorso a tutti gli imputati. Dalle convergenti risultanze processuali risulta che quantomeno nessuno degli odierni imputati ha concorso in qualche misura all’attività di sottrazione del veicolo, pur essendo consapevoli, nel momento in cui si organizzava l’omicidio del Pellegrino, della provenienza furtiva di esso, procurato, secondo le dichiarazioni dei protagonisti, dagli elementi del gruppo di Giostra che presero parte ai preparativi del delitto. E tuttavia in tale condotta, costituita dall’acquisto, ai fini indicati, della disponibilità dell’autovettura nella consapevolezza della sua provenienza furtiva, obiettivamente diversa da quella ipotizzata dall’accusa, sono agevolmente ravvisabili i tratti caratteristici del delitto di ricettazione: nondimeno l’accertata diversità del fatto, per salvaguardare la correlazione tra l’accusa e la sentenza, impone la trasmissione degli atti al Pubblico Ministero ai sensi dell’art. 521 c. p. p. con riferimento agli imputati LEO Roberto, LEO Settimo, CANNAVÒ Filippo, BONAFFINI Salvatore, nato a Messina il 27.9.1972, e BONAFFINI Salvatore, nato a Messina il 5.10.1972. LEO Salvatore, invece, che le risultanze processuali consentono di ritenere, relativamente all’agguato sfociato nell’omicidio, coinvolto concretamente nella sola fase finale, successiva all’acquisizione delle disponibilità del veicolo, deve essere assolto per non avere commesso il fatto dal delitto di furto contestato al capo 36, lettera a).

Passando infine all’esame delle circostanze, sussistono indubbiamente, con riferimento al più grave delitto di omicidio volontario, le aggravanti della premeditazione e della natura “mafiosa” del reato ai sensi dell’art. 7 del d. l. n. 152/91.

Richiamate le nozioni generali in materia di elementi costitutivi dell’aggravante della premeditazione, va rilevato che, quantomeno con riferimento agli imputati LEO Settimo, LEO Roberto, LEO Salvatore e CANNAVÒ Filippo, è possibile trarre dagli atti la prova che il proposito criminoso è maturato e si è mantenuto fermo per un periodo di tempo apprezzabile prima della consumazione del delitto. Tutti e quattro sono stati coinvolti nei precedenti appostamenti diretti alla eliminazione del Pellegrino, e la particolare complessità ed accuratezza del piano omicida costituisce la riprova di una determinazione particolarmente intensa, coltivata senza tentennamenti o cadute di tensione.

Non può essere accolta un’analoga conclusione per i due cugini BONAFFINI, posto che il loro coinvolgimento sembra essere il frutto di una scelta estemporanea di Mulé Giuseppe, comunicata agli interessati appena qualche ora prima dell’omicidio, senza che fossero adeguatamente informati o che fossero al corrente del fallimento delle precedenti iniziative, sicché, solamente nei loro confronti, deve escludersi la sussistenza dell’aggravante della premeditazione.

Le modalità del fatto rendono altresì evidente la sussistenza dell’aggravante di cui all’art. 7 del d. l. n. 152/91. L’omicidio, commesso con modalità tali da renderlo riconoscibile come una vera e propria esecuzione mafiosa, è maturato nell’ambito di uno scontro tra gruppi criminali contrapposti, posto che il Pellegrino fu eliminato in quanto ritenuto, a torto o a ragione, una persona vicina al MANCUSO ed al suo gruppo, probabilmente capace, come il padre, ucciso meno di un anno prima, di offrire al gruppo quel sostegno economico che, dopo le numerosissime perdite umane subite nell’ultimo anno e con le difficoltà connesse alla detenzione del capo, nonché elemento di maggior prestigio del gruppo, e al probabile assottigliamento dei proventi delle estorsioni costituiva probabilmente l’unico strumento di sopravvivenza del sodalizio. È peraltro sintomatico che, così come era accaduto per l’omicidio di Catanzaro Gaetano di qualche settimana prima, la scelta dell’obiettivo da colpire sia caduta su una persona verosimilmente non importante dal punto di vista operativo, ma ritenuta di grande rilievo strategico per l’attività di finanziamento del gruppo: è significativo, come ha riferito LEO Settimo, che gli organizzatori dell’omicidio si ripromettessero di mettere il MANCUSO con le “spalle al muro”, privandolo, oltre che di un amico fidato, di un elemento la cui attività commerciale gli consentiva probabilmente di avere una costante disponibilità di denaro e di finanziare le attività del gruppo. A rivelare la matrice del fatto di sangue contribuiscono le modalità eclatanti del fatto, avvenuto in pieno giorno, all’interno di un locale in cui si trovavano altre persone (i dipendenti e la madre della vittima), che, alla luce di quanto è emerso, per puro caso non furono raggiunte dalla pioggia di colpi rovesciata dai killer all’interno della macelleria.

Spetta a tutti gli imputati la concessione delle attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti contestate (ad eccezione di quella di cui all’art. 7 che si sottrae al giudizio di bilanciamento).

A CANNAVÒ Filippo, BONAFFINI Salvatore (fu Carmelo) e LEO Salvatore il beneficio spetta, in conformità con un criterio a cui la Corte si è quasi sempre attenuta, in considerazione del ruolo modesto avuto nella consumazione del delitto, ed all’ultimo dei tre imputati indicati anche in considerazione dell’atteggiamento collaborativo assunto in dibattimento, che ha contribuito ad evidenziare i limiti dell’iniziale tentativo di LEO Roberto di tacere le responsabilità dei fratelli. Analogo beneficio, in considerazione del solo contegno processuale, spetta poi a LEO Roberto, BONAFFINI Salvatore di Angelo e LEO Settimo, che hanno ammesso, nei termini illustrati, il proprio coinvolgimento nella vicenda ed hanno consentito di fare piena luce su un episodio sul quale le indagini non avevano avuto alcun concreto sbocco giudiziario.

Non può invece trovare accoglimento la richiesta di concessione della circostanza attenuante speciale dell’art. 8 del d. l. n. 152/91, invocata anche in questo caso dai difensori degli imputati collaboratori di giustizia. Da quanto è emerso in dibattimento possono probabilmente cogliersi nelle dichiarazioni di LEO Roberto, BONAFFINI Salvatore (di Angelo), LEO Settimo e LEO Salvatore i sintomi della dissociazione dai rispettivi contesti criminali di appartenenza e della rottura del pactum sceleris che li legava ai coaffiliati di un tempo. E tuttavia, ai fini del beneficio indicato, le dichiarazioni di LEO Salvatore appaiono carenti sotto il profilo della decisività ai fini della ricostruzione dei fatti, posto che esse sono intervenute quasi alla fine di oltre due anni di dibattimento, a cui l’imputato aveva avuto modo di assistere nella sua quasi totale interezza, sicché, anche se con riferimento al suo ruolo specifico le dichiarazioni del LEO sono apparse utili ad acquisire qualche chiarimento, in ordine alla vicenda nel suo complesso esse hanno aggiunto ben poco allo scenario già tracciato dagli altri collaboratori. Analoga valutazione, sotto il profilo della modestia probatoria del contributo, concerne le dichiarazioni dell’imputato LEO Settimo, al quale va poi addebitato verosimilmente l’ennesimo tentativo di tacere, anche in dibattimento, le responsabilità del fratello Salvatore. La rilevanza delle dichiarazioni di LEO Roberto e BONAFFINI Salvatore (di Angelo), effettivamente decisive per la ricostruzione dei fatti,  renderebbe in linea di principio gli imputati meritevoli del beneficio invocato. Ciò vale in particolare per il LEO, che è stato il primo, il 9.12.1993, a poco più di un anno e mezzo dai fatti, a confessare la propria partecipazione all’omicidio e a ricostruire per la prima volta la vicenda su cui le indagini non avevano consentito fino a quel momento di fare luce. E tuttavia, tanto per il LEO che per il BONAFFINI, valgono le considerazioni già ampiamente sviluppate sui limiti che ai loro contributi derivano dai tentativi di condizionamento posti in essere a vantaggio, rispettivamente, dei fratelli Settimo e Salvatore, e dell’omonimo cugino figlio del defunto Carmelo Bonaffini. Va peraltro rilevato che l’atteggiamento stigmatizzato non concerne solamente le indagini preliminari, ma si è manifestato, soprattutto da parte del BONAFFINI (ma in misura più limitata anche da parte di LEO Roberto), anche in dibattimento, con il tentativo di sminuire anche quelle modeste ammissioni circa il ruolo del cugino che il confronto del gennaio 1996 aveva indotto il BONAFFINI suo malgrado a fare. È evidente che in casi del genere appare del tutto fuor di luogo invocare l’applicazione di un beneficio che annovera tra i suoi presupposti la completezza e la lealtà del contributo, con riferimento non solo all’ammissione delle responsabilità personali del dichiarante, ma anche a qualsiasi altro aspetto rilevante delle vicende a cui si riferiscono le dichiarazioni.

Per la concreta commisurazione della pena si rinvia alla parte conclusiva di questa motivazione.