Il 5 maggio 1992 IDOTTA Marcello, mentre si trovava
nel cortile adiacente alla sua abitazione ubicata al piano rialzato della
palazzina n. 36 di Santa Lucia sopra Contesse, veniva raggiunto da alcuni colpi
di arma da fuoco esplosi da uno sconosciuto. L’IDOTTA, che era intento ad
eseguire delle piccole riparazioni, si era accorto tempestivamente della
presenza dell’aggressore ed aveva fatto in tempo a rientrare precipitosamente
nella cucina della propria casa attraverso la scala in ferro da cui è possibile
accedere direttamente all’abitazione (raggiungibile anche dall’ingresso
condominiale principale), rimanendo ferito solo di striscio ad un fianco.
L’episodio non fu denunziato e solo in seguito
alla segnalazione di una fonte confidenziale la polizia poteva avviare le
indagini, recandosi sul posto e raccogliendo le dichiarazioni dello stesso
IDOTTA.
L’ispettore Trimigno, sentito in dibattimento il
6.3.1998, ha riferito che, ricevuta il 6 maggio 1992 la segnalazione da parte di
un informatore di cui non è stato in grado di ricordare l’identità, eseguì
un sopralluogo il giorno successivo, nel corso del quale fu rinvenuta una ogiva
di una cartuccia calibro 38 e si ebbe conferma dell’accaduto dallo stesso
IDOTTA, che, sollevando la maglietta per mostrare il segno lasciato dal
proiettile, riferì di essere stato ferito da uno sconosciuto contro il quale
aveva fatto in tempo a scagliare qualcosa per ostacolarne l’azione.
I rilievi fotografici eseguiti il 9 maggio 1992 dal
personale del locale gabinetto di polizia scientifica
(v. le dichiarazioni del teste Pergolizzi, ud. 16.1.1998) documentano lo
stato dei luoghi ed attestano le conseguenze dell’attentato, consentendo di
localizzare i segni lasciati dai proiettili nei pressi della citata scala in
ferro, sulla vetrata dell’ingresso ed anche all’interno della stessa cucina
dell’abitazione di IDOTTA.
Le indagini prendevano le mosse dalla accertata
vicinanza di IDOTTA Marcello a RIZZO Rosario, al cui fianco era stato diverse
volte sottoposto a controlli o arrestato, ed insieme al quale aveva subito
alcuni dei numerosi attentati compiuti dopo l’omicidio Di Blasi allo scopo di
eliminare il RIZZO. Era perciò scontato l’inquadramento dell’episodio
nell’ambito dell’offensiva scatenata dopo l’omicidio Di Blasi dai gruppi
alleati “Marchese”, “Sparacio”, “Ferrara” e “Galli” contro il
clan “Mancuso – Rizzo” (v. la deposizione dei testi Gugliotta, ud.
17.1.1998, e Sciacca, ud. 16.5.1998).
Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia
confermarono l’intuizione degli investigatori, rivelando gli scenari della
criminalità organizzata del tempo, sicché per il tentato omicidio di IDOTTA
Marcello il 13 aprile 1993 veniva tratto in arresto BONAFFINI Salvatore (n. a
Messina il 27.9.1972), indicato quale esecutore materiale dell’attentato.
Il procedimento a carico di BONAFFINI Salvatore
seguiva un travagliato iter giudiziario,
non ancora definitivamente concluso al momento della pronuncia di questa
sentenza, perché dopo la condanna a tredici anni di reclusione inflittagli dal
Tribunale di Messina con sentenza n. 331 del 19 luglio 1994, il BONAFFINI,
intrapresa la collaborazione con la giustizia ed ammesse le proprie
responsabilità, usufruiva in secondo grado della concessione delle circostanze
attenuanti generiche (dichiarate equivalenti all’aggravante della
premeditazione che gli era stata contestata nel corso del giudizio di primo
grado), e veniva condannato dalla Corte di Appello di Messina alla pena di anni
otto di reclusione (sentenza n. 519 del 19 maggio 1995). La Corte di Cassazione
annullava con rinvio la decisione, limitatamente alla mancata applicazione della
diminuente di cui all’art. 8 del d. l. n. 152/91 invocata dall’imputato, ma
l’ulteriore verdetto negativo, con la conferma della condanna ad anni otto di
reclusione, è stato emesso dalla stessa Corte di Appello con sentenza n. 1506
del 15 dicembre 1998, a sua volta impugnata nuovamente dal difensore del
BONAFFINI con ricorso ancora pendente del 29 gennaio 1999.
Nel corso dell’odierno dibattimento, destinato a
valutare la posizione del solo MAZZITELLO Pietro, sono stati sentiti ARNONE
Marcello, LA TORRE Guido, SPARACIO Luigi, MARCHESE Mario e BONAFFINI Salvatore.
Era stata inizialmente disposta anche la citazione
ai sensi dell’art. 210 c. p. p. di Aliquò Ignazio, ma lo stesso si è in un
primo tempo avvalso della facoltà di non rispondere (ud. 16.1.1998), con la
conseguente acquisizione del verbale del 22.10.1992, e poi, convocato nuovamente
alla luce del nuovo regime dell’acquisizione delle dichiarazioni rese dai
soggetti indicati nell’art. 513 c. p. p., ha ribadito la sua scelta (ud.
5.5.1999), sicché di tali dichiarazioni è stata data lettura ai fini della
contestazione. Nel contesto di un racconto relativo ad una serie di svariati
fatti criminosi, Aliquò in quella occasione aveva indicato il BONAFFINI come
responsabile del ferimento di IDOTTA Marcello, collegando la circostanza ad una
intuizione di MANCUSO Giorgio e soprattutto a quanto aveva appreso da RIZZO
Rosario (che a sua volta l’aveva appreso dallo stesso IDOTTA che aveva
riconosciuto il suo aggressore), secondo il quale l’attentato era scaturito da
un contrasto di natura condominiale tra lo stesso IDOTTA e tale Sollima
Letterio, zio di SPARACIO Luigi.
Il Pubblico Ministero ha poi dato atto (ud.
9.4.1999) della erronea indicazione di SALVO Giovanni tra le persone da sentire
per questo episodio, avendo il collaboratore riferito nel corso delle indagini
preliminari circostanze relative ad un altro attentato subito da IDOTTA
Marcello.
ARNONE Marcello, sentito il 24 marzo 1999,
ricordando di essere stato già sentito su questo episodio (evidentemente
nell’ambito del processo a carico di BONAFFINI), ha confermato la consueta
causale, ricollegando l’attentato all’appartenenza di IDOTTA al gruppo
“Mancuso – Rizzo” e alla guerra in corso, sebbene il mandante del delitto
fosse specificamente MARCHESE Mario. Senza indicare la fonte delle sue
conoscenze il collaboratore ha attribuito il delitto a BONAFFINI Salvatore, che
era entrato in azione dopo avere notato IDOTTA che era intento ad eseguire dei
lavori di giardinaggio. Quest’ultimo si era però accorto della presenza
dell’aggressore e aveva reagito scagliandogli contro un attrezzo che aveva a
portata di mano e determinando il fallimento dell’attentato.
LA TORRE Guido ha confermato (ud. 19.3.1999)
l’inquadramento già noto, collegando l’attentato all’offensiva scatenata
dagli altri gruppi coalizzati contro MANCUSO Giorgio, RIZZO Rosario ed i loro
affiliati. Manifestando qualche incertezza sulla fonte delle sue conoscenze
(solo in seguito alla contestazione ha ricordato che era stato BONAFFINI
Salvatore a riferirgli l’episodio), LA TORRE ha precisato che il mandato
specifico agli esecutori materiali MAZZITELLO Pietro e BONAFFINI Salvatore era
stato conferito da Mulé Giuseppe, che nutriva personalmente rancore nei
confronti di IDOTTA responsabile di un precedente attentato ai suoi danni.
Ricevuta l’arma da Mulé i killer si erano entrambi portati a bordo di una
motocicletta presso l’abitazione di IDOTTA, anche se a sparare era stato il
solo BONAFFINI. IDOTTA, colpito alle spalle, era tuttavia sfuggito alla morte
rifugiandosi dentro casa.
SPARACIO Luigi, sentito il 3 marzo 1999, ha
confermato che, pur essendo IDOTTA un obiettivo della rappresaglia in quanto
appartenente al gruppo di RIZZO Rosario, la sua morte era voluta soprattutto da
Mulé Giuseppe, che aspirava a vendicare il ferimento subito in precedenza ad
opera dello stesso IDOTTA. A questo fine aveva conferito il mandato omicida a
BONAFFINI Salvatore, ma quest’ultimo, sorpreso IDOTTA mentre si trovava nel
cortile della sua abitazione, non era riuscito nell’impresa in quanto dopo i
primi colpi di pistola la vittima predestinata si era rifugiata dentro casa dove
si trovavano anche i familiari.
MARCHESE Mario, esaminato su questo episodio il 20
febbraio 1999, ha confermato ulteriormente il profondo risentimento che Mulé
Giuseppe nutriva nei confronti di IDOTTA a causa del precedente attentato subito
l’anno prima. MARCHESE ha ricordato che per l’attentato fu scelto un giovane
pescivendolo da poco inserito nel suo gruppo e per questo poco conosciuto
nell’ambiente ed in grado di muoversi liberamente nella zona di Santa Lucia
senza destare sospetti. Attribuendosi la responsabilità del conferimento del
mandato omicida, MARCHESE ha tuttavia sottolineato la particolare soddisfazione
di Mulé Giuseppe, che a tal fine consegnò l’arma al BONAFFINI, una pistola
calibro 38, accompagnando il gesto con una specifica raccomandazione,
espressione evidente del suo disprezzo nei confronti di IDOTTA e della gioia con
cui assaporava la vendetta imminente (“ti
raccomando ammazza quel pezzo di ricchione di … di Marcello IDOTTA”: è
significativo che il medesimo epiteto, riferito ad IDOTTA, sarebbe stato usato
da Mulé, secondo lo stesso MARCHESE, anche dopo il suo ferimento del 28 gennaio
1991, e il ricorrere dell’espressione sembra essere garanzia di genuinità
della propalazione). Anche la scelta dell’arma da parte di Mulé non era
casuale, trattandosi di una pistola dello stesso calibro di quella con cui
IDOTTA nel gennaio 1991 aveva tentato a sua volta di uccidere Mulé a Villa Lina
nelle vicinanze della farmacia Coppolino. MARCHESE ha poi aggiunto che
l’attentato, non denunziato alle forze dell’ordine, non aveva avuto
successo, perché IDOTTA aveva intuito subito le intenzioni dell’aggressore e
sebbene ferito era riuscito a scappare in tempo. Il collaboratore ha poi
dichiarato che ad accompagnare il BONAFFINI avrebbe dovuto esserci MAZZITELLO
Pietro, ma lo stesso si era sottratto all’impegno, suscitando il risentimento
di BONAFFINI, costretto a rivolgersi ad un giovane “nuovo” che poi avrebbe
dovuto fare conoscere allo stesso MARCHESE. Tuttavia, dopo la contestazione
delle dichiarazioni del 9 novembre 1993, con cui aveva affermato che BONAFFINI
si era fatto accompagnare da MAZZITELLO a bordo di una motocicletta, il
collaboratore ha ammesso di avere fatto confusione con l’omicidio di Vento
Giuseppe al quale effettivamente MAZZITELLO non aveva preso parte.
BONAFFINI Salvatore, sentito il 9 aprile 1999, ha
ribadito la confessione già resa durante il secondo grado del procedimento che
lo riguarda, indicando quali mandanti del fatto di sangue Mulé Giuseppe e
MARCHESE Mario. Ha ricordato BONAFFINI che un pomeriggio, mentre si trovava a
casa di MARCHESE, con cui si stava impegnando ad eseguire l’omicidio di IDOTTA
Marcello, che apparteneva al gruppo “Rizzo”, era intervenuto nella
discussione Mulé Giuseppe, offrendosi di fornire lui l’arma per il delitto,
una pistola 357 Magnum, ed invitando
il BONAFFINI ad abbandonare le remore legate alle dimensioni particolari
dell’arma, dal momento che il delitto doveva essere eseguito con una pistola
di calibro superiore a quella utilizzata dallo stesso IDOTTA in occasione
dell’attentato di cui Mulé esibì i postumi scoprendo significativamente la
cicatrice della ferita (“… ad un
tratto Mulé Giuseppe dice: ‘Gli devi sparare come dico io e la pistola te la
do io’. Gli ho detto: ‘Pippo io la pistola ce l’ho’, avevo una calibro
7,65, dice: no, si è alzato la maglietta e mi ha fatto vedere che lui era
ferito. Dice: ‘Gli devi sparare con un calibro 357 Magnum’, gli ho detto:
‘Guarda con una pistola così grossa non ho sparato mai, tu mi vuoi fare
sparare con quella pistola’, dice: ‘No per forza gli devi sparare con questa
qui’. ”). Ricevuta nella stessa serata l’arma da Mulé in una scatola
per scarpe nelle vicinanze della chiesa di San Matteo a Giostra, BONAFFINI si
era dato appuntamento con Pietro MAZZITELLO che alla tre del giorno successivo
avrebbe dovuto accompagnarlo in automobile presso l’abitazione di Marcello
IDOTTA, ma poi, diffidando del MAZZITELLO, si era deciso ad andare da solo con
la Opel Corsa di sua proprietà, dal
momento che una vettura dello stesso tipo, rubata nei giorni precedenti e
posteggiata al Fondo Pugliatti per essere utilizzata al momento dell’omicidio,
era stata ritrovata dalle forze dell’ordine. BONAFFINI ha aggiunto che,
avvistato IDOTTA che si trovava nel giardinetto adiacente alla sua abitazione,
aveva parcheggiato l’autovettura nei pressi della chiesa del villaggio S.
Lucia e si era diretto a piedi verso l’obiettivo. Tuttavia IDOTTA, dopo i
primi spari, gli aveva scagliato contro una tavola, colpendolo al ginocchio,
sicché BONAFFINI era risalito sulla sua autovettura, era andato a nasconderla
nei pressi dell’abitazione di MAZZITELLO al villaggio S. Filippo, ed insieme a
MAZZITELLO era andato ad incontrare Mulé Giuseppe a casa di MARCHESE Mario. A
Mulé e MARCHESE fu riferito che IDOTTA era stato ucciso, e fu tenuta nascosta
la circostanza che MAZZITELLO non aveva avuto alcun ruolo nell’attentato, dal
momento che si era diffusa nell’ambiente la voce che il MAZZITELLO non fosse
persona affidabile, ed un’ulteriore dimostrazione di scarsa determinazione
avrebbe potuto essergli fatale (“Perché Piero MAZZITELLO era lui che prendeva gli incarichi, però poi
non faceva mai niente, non portava mai niente a compimento, e se io andavo da
MARCHESE a dirgli: ‘Mario questo non fa niente’, quello che dice: ‘Sono
tutte bugie’, lui me lo faceva ammazzare.”). Nella stessa serata, quando
la notizia del ferimento di IDOTTA si era diffusa, BONAFFINI, sempre in
compagnia di MAZZITELLO, era andato nuovamente a casa di MARCHESE, dove si
trovava anche Papale Domenico, ed aveva dovuto affrontare l’ira di Mulé,
furibondo per il fallimento dell’attentato, alla cui riuscita teneva
moltissimo (“mi sembrava Orlando furioso”,
ha precisato incisivamente il BONAFFINI).
Il provvedimento di separazione adottato nel corso
del dibattimento impedisce a questa Corte di prendere in esame la posizione di
Mulé Giuseppe, raggiunto in ogni caso da specifici e convergenti elementi di
accusa, ma a conclusione opposta si deve pervenire per quanto riguarda la
posizione di MAZZITELLO Pietro, che il Tribunale della libertà aveva infatti
scarcerato qualche settimana dopo l’applicazione della misura cautelare per
carenza di indizi gravi, anticipando l’esito del dibattimento.
Sulla scorta degli elementi illustrati il Pubblico
Ministero ha chiesto la condanna dell’imputato, valorizzando le dichiarazioni
accusatorie di LA TORRE Guido e MARCHESE Mario, e contestando la congruenza
logica della confessione di BONAFFINI, posto che sarebbe stato impensabile che,
in un clima infuocato come quello del periodo della “guerra” seguita
all’omicidio Di Blasi, un elemento del gruppo “Marchese”, attivamente
impegnato nello scontro in atto, raggiungesse da solo una zona della città
abitualmente frequentata da esponenti del gruppo avversario, parcheggiasse la
propria autovettura nei pressi dell’abitazione della vittima designata ed
armato con una pistola particolarmente vistosa andasse a spararle,
allontanandosi poi tranquillamente a bordo della sua stessa autovettura.
Obiettivamente l’elemento logico messo in luce
dal Pubblico Ministero ha il suo rilievo, e non è escluso che l’ipotizzato
carattere parziale della confessione del BONAFFINI possa avere inciso sulla
negazione al medesimo del beneficio dell’attenuante di cui all’art. 8 del d.
l. n. 152/91, che la Corte di Appello di Messina ha escluso per due volte,
facendo tuttavia leva soprattutto sulla autosufficienza degli elementi di accusa
diversi dalla confessione di BONAFFINI e quindi sulla mancanza della
“decisività” del contributo ai fini della ricostruzione dei fatti.
E tuttavia il dato logico non appare sufficiente,
da solo, a disattendere la ricostruzione di BONAFFINI, che è l’unica fonte di
conoscenza diretta, e a giustificare l’affermazione della responsabilità del
MAZZITELLO.
L’elemento logico indicato dalla Pubblica Accusa
dovrebbe fornire supporto innanzitutto alle dichiarazioni accusatorie di
MARCHESE Mario, il collaboratore che, in quanto mandante e capo del gruppo di
appartenenza degli esecutori materiali, dovrebbe essere in linea di principio
tra i più informati circa l’effettivo andamento dei fatti. E tuttavia il
MARCHESE ha dimostrato di avere un ricordo così preciso dell’episodio da
offrirne in un primo momento una versione che escluderebbe la responsabilità
del MAZZITELLO, salvo a rendersi conto, ma solo
in seguito alla contestazione, di avere scambiato il tentato omicidio di
IDOTTA Marcello con l’omicidio di Vento Giuseppe. In mancanza di ulteriori
approfondimenti diretti a saggiare l’attendibilità del collaboratore, la mera
conferma di qualche riga del verbale del 9 novembre 1993 non appare sufficiente
a rappresentare un valido elemento di accusa.
E non lo sono neppure le dichiarazioni di LA TORRE
Guido e SPARACIO Luigi.
Il primo, attribuendo al BONAFFINI l’origine
delle sue conoscenze in seguito alla contestazione, ha indicato quali esecutori
dell’attentato lo stesso BONAFFINI e MAZZITELLO Pietro, ricordando, come
MARCHESE, che i due si sarebbero recati da IDOTTA
a bordo di una motocicletta. SPARACIO invece non ha attribuito alcun
ruolo a MAZZITELLO, così come ARNONE Marcello, limitandosi ad indicare
genericamente l’imputato, ed anche Mulé e BONAFFINI, come fonti delle sue
conoscenze in merito all’episodio.
Pertanto né SPARACIO Luigi né ARNONE Marcello,
pur indicando la stessa fonte del LA TORRE, menzionano il MAZZITELLO (ARNONE
riferì di avere appreso i fatti da BONAFFINI nel corso del processo a carico di
quest’ultimo: v. la sintesi delle sue dichiarazioni nella motivazione della
sentenza del Tribunale di Messina del 19 luglio 1994).
Sicché vale per le dichiarazioni accusatorie del
solo LA TORRE il rilievo secondo cui la menzogna di BONAFFINI e MAZZITELLO in
ordine alla partecipazione del secondo all’attentato, giustificata dal timore
di ritorsioni per quanto concerne MARCHESE, non avrebbe alcuna spiegazione con
riferimento a LA TORRE, che apparteneva ad un altro gruppo e non aveva alcun
interesse alla affidabilità di MAZZITELLO: sicché la versione riferita a LA
TORRE e da questi riportata in dibattimento sarebbe certamente genuina e ciò
darebbe la conferma della responsabilità del MAZZITELLO. Il rilievo, oltre a
non spiegare la ragione per cui al ruolo di MAZZITELLO non hanno fatto alcun
cenno né SPARACIO né ARNONE, trascura in ogni caso di considerare che, ove le
cose siano andate effettivamente come ha raccontato il BONAFFINI, l’esigenza
di presentare il MAZZITELLO come elemento leale ed affidabile non avrebbe potuto
essere adeguatamente soddisfatta ove dell’episodio fossero state divulgate
anche presso personaggi estranei al gruppo “Marchese” versioni diverse, che
i frequenti ed abituali contatti propri dell’ambiente malavitoso o del
circuito carcerario avrebbero potuto fare giungere anche alle orecchie dello
stesso MARCHESE o di Mulé, vanificando il tentativo di accreditare le qualità
criminali del MAZZITELLO ed esponendolo ai rischi indicati. Né può
dimenticarsi che, forse proprio allo scopo di contrastare la fama che si era
diffusa nell’ambiente, il MAZZITELLO, stando a quanto ha dichiarato SPARACIO
Luigi riferendo il 16.4.1999 sul triplice omicidio di Conte Stellario, Giacobbo
Massimo e Foti Benedetto, aveva la tendenza a millantare le proprie qualità
criminali, attribuendosi la paternità di delitti non commessi, sicché appare
strano che l’imputato non abbia personalmente cercato di accreditare la tesi
della propria partecipazione al tentato omicidio di IDOTTA Marcello, confidando
ad altri il proprio ruolo.
Le considerazioni sinteticamente illustrate
dimostrano in conclusione l’insufficienza e la contraddittorietà degli
elementi di accusa a carico di MAZZITELLO Pietro per il tentato omicidio di
IDOTTA Marcello ed il connesso reato in materia di armi e ne giustificano il
proscioglimento per non avere commesso il fatto.