2.3.37.    Tentato omicidio in danno di IDOTTA Marcello      (capo 37)

Il 5 maggio 1992 IDOTTA Marcello, mentre si trovava nel cortile adiacente alla sua abitazione ubicata al piano rialzato della palazzina n. 36 di Santa Lucia sopra Contesse, veniva raggiunto da alcuni colpi di arma da fuoco esplosi da uno sconosciuto. L’IDOTTA, che era intento ad eseguire delle piccole riparazioni, si era accorto tempestivamente della presenza dell’aggressore ed aveva fatto in tempo a rientrare precipitosamente nella cucina della propria casa attraverso la scala in ferro da cui è possibile accedere direttamente all’abitazione (raggiungibile anche dall’ingresso condominiale principale), rimanendo ferito solo di striscio ad un fianco.

L’episodio non fu denunziato e solo in seguito alla segnalazione di una fonte confidenziale la polizia poteva avviare le indagini, recandosi sul posto e raccogliendo le dichiarazioni dello stesso IDOTTA.

L’ispettore Trimigno, sentito in dibattimento il 6.3.1998, ha riferito che, ricevuta il 6 maggio 1992 la segnalazione da parte di un informatore di cui non è stato in grado di ricordare l’identità, eseguì un sopralluogo il giorno successivo, nel corso del quale fu rinvenuta una ogiva di una cartuccia calibro 38 e si ebbe conferma dell’accaduto dallo stesso IDOTTA, che, sollevando la maglietta per mostrare il segno lasciato dal proiettile, riferì di essere stato ferito da uno sconosciuto contro il quale aveva fatto in tempo a scagliare qualcosa per ostacolarne l’azione.

I rilievi fotografici eseguiti il 9 maggio 1992 dal personale del locale gabinetto di polizia scientifica  (v. le dichiarazioni del teste Pergolizzi, ud. 16.1.1998) documentano lo stato dei luoghi ed attestano le conseguenze dell’attentato, consentendo di localizzare i segni lasciati dai proiettili nei pressi della citata scala in ferro, sulla vetrata dell’ingresso ed anche all’interno della stessa cucina dell’abitazione di IDOTTA.

Le indagini prendevano le mosse dalla accertata vicinanza di IDOTTA Marcello a RIZZO Rosario, al cui fianco era stato diverse volte sottoposto a controlli o arrestato, ed insieme al quale aveva subito alcuni dei numerosi attentati compiuti dopo l’omicidio Di Blasi allo scopo di eliminare il RIZZO. Era perciò scontato l’inquadramento dell’episodio nell’ambito dell’offensiva scatenata dopo l’omicidio Di Blasi dai gruppi alleati “Marchese”, “Sparacio”, “Ferrara” e “Galli” contro il clan “Mancuso – Rizzo” (v. la deposizione dei testi Gugliotta, ud. 17.1.1998, e Sciacca, ud. 16.5.1998).

Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia confermarono l’intuizione degli investigatori, rivelando gli scenari della criminalità organizzata del tempo, sicché per il tentato omicidio di IDOTTA Marcello il 13 aprile 1993 veniva tratto in arresto BONAFFINI Salvatore (n. a Messina il 27.9.1972), indicato quale esecutore materiale dell’attentato.

Il procedimento a carico di BONAFFINI Salvatore seguiva un travagliato iter giudiziario, non ancora definitivamente concluso al momento della pronuncia di questa sentenza, perché dopo la condanna a tredici anni di reclusione inflittagli dal Tribunale di Messina con sentenza n. 331 del 19 luglio 1994, il BONAFFINI, intrapresa la collaborazione con la giustizia ed ammesse le proprie responsabilità, usufruiva in secondo grado della concessione delle circostanze attenuanti generiche (dichiarate equivalenti all’aggravante della premeditazione che gli era stata contestata nel corso del giudizio di primo grado), e veniva condannato dalla Corte di Appello di Messina alla pena di anni otto di reclusione (sentenza n. 519 del 19 maggio 1995). La Corte di Cassazione annullava con rinvio la decisione, limitatamente alla mancata applicazione della diminuente di cui all’art. 8 del d. l. n. 152/91 invocata dall’imputato, ma l’ulteriore verdetto negativo, con la conferma della condanna ad anni otto di reclusione, è stato emesso dalla stessa Corte di Appello con sentenza n. 1506 del 15 dicembre 1998, a sua volta impugnata nuovamente dal difensore del BONAFFINI con ricorso ancora pendente del 29 gennaio 1999.

Nel corso dell’odierno dibattimento, destinato a valutare la posizione del solo MAZZITELLO Pietro, sono stati sentiti ARNONE Marcello, LA TORRE Guido, SPARACIO Luigi, MARCHESE Mario e BONAFFINI Salvatore.

Era stata inizialmente disposta anche la citazione ai sensi dell’art. 210 c. p. p. di Aliquò Ignazio, ma lo stesso si è in un primo tempo avvalso della facoltà di non rispondere (ud. 16.1.1998), con la conseguente acquisizione del verbale del 22.10.1992, e poi, convocato nuovamente alla luce del nuovo regime dell’acquisizione delle dichiarazioni rese dai soggetti indicati nell’art. 513 c. p. p., ha ribadito la sua scelta (ud. 5.5.1999), sicché di tali dichiarazioni è stata data lettura ai fini della contestazione. Nel contesto di un racconto relativo ad una serie di svariati fatti criminosi, Aliquò in quella occasione aveva indicato il BONAFFINI come responsabile del ferimento di IDOTTA Marcello, collegando la circostanza ad una intuizione di MANCUSO Giorgio e soprattutto a quanto aveva appreso da RIZZO Rosario (che a sua volta l’aveva appreso dallo stesso IDOTTA che aveva riconosciuto il suo aggressore), secondo il quale l’attentato era scaturito da un contrasto di natura condominiale tra lo stesso IDOTTA e tale Sollima Letterio, zio di SPARACIO Luigi.

Il Pubblico Ministero ha poi dato atto (ud. 9.4.1999) della erronea indicazione di SALVO Giovanni tra le persone da sentire per questo episodio, avendo il collaboratore riferito nel corso delle indagini preliminari circostanze relative ad un altro attentato subito da IDOTTA Marcello.

ARNONE Marcello, sentito il 24 marzo 1999, ricordando di essere stato già sentito su questo episodio (evidentemente nell’ambito del processo a carico di BONAFFINI), ha confermato la consueta causale, ricollegando l’attentato all’appartenenza di IDOTTA al gruppo “Mancuso – Rizzo” e alla guerra in corso, sebbene il mandante del delitto fosse specificamente MARCHESE Mario. Senza indicare la fonte delle sue conoscenze il collaboratore ha attribuito il delitto a BONAFFINI Salvatore, che era entrato in azione dopo avere notato IDOTTA che era intento ad eseguire dei lavori di giardinaggio. Quest’ultimo si era però accorto della presenza dell’aggressore e aveva reagito scagliandogli contro un attrezzo che aveva a portata di mano e determinando il fallimento dell’attentato.

LA TORRE Guido ha confermato (ud. 19.3.1999) l’inquadramento già noto, collegando l’attentato all’offensiva scatenata dagli altri gruppi coalizzati contro MANCUSO Giorgio, RIZZO Rosario ed i loro affiliati. Manifestando qualche incertezza sulla fonte delle sue conoscenze (solo in seguito alla contestazione ha ricordato che era stato BONAFFINI Salvatore a riferirgli l’episodio), LA TORRE ha precisato che il mandato specifico agli esecutori materiali MAZZITELLO Pietro e BONAFFINI Salvatore era stato conferito da Mulé Giuseppe, che nutriva personalmente rancore nei confronti di IDOTTA responsabile di un precedente attentato ai suoi danni. Ricevuta l’arma da Mulé i killer si erano entrambi portati a bordo di una motocicletta presso l’abitazione di IDOTTA, anche se a sparare era stato il solo BONAFFINI. IDOTTA, colpito alle spalle, era tuttavia sfuggito alla morte rifugiandosi dentro casa.

SPARACIO Luigi, sentito il 3 marzo 1999, ha confermato che, pur essendo IDOTTA un obiettivo della rappresaglia in quanto appartenente al gruppo di RIZZO Rosario, la sua morte era voluta soprattutto da Mulé Giuseppe, che aspirava a vendicare il ferimento subito in precedenza ad opera dello stesso IDOTTA. A questo fine aveva conferito il mandato omicida a BONAFFINI Salvatore, ma quest’ultimo, sorpreso IDOTTA mentre si trovava nel cortile della sua abitazione, non era riuscito nell’impresa in quanto dopo i primi colpi di pistola la vittima predestinata si era rifugiata dentro casa dove si trovavano anche i familiari.

MARCHESE Mario, esaminato su questo episodio il 20 febbraio 1999, ha confermato ulteriormente il profondo risentimento che Mulé Giuseppe nutriva nei confronti di IDOTTA a causa del precedente attentato subito l’anno prima. MARCHESE ha ricordato che per l’attentato fu scelto un giovane pescivendolo da poco inserito nel suo gruppo e per questo poco conosciuto nell’ambiente ed in grado di muoversi liberamente nella zona di Santa Lucia senza destare sospetti. Attribuendosi la responsabilità del conferimento del mandato omicida, MARCHESE ha tuttavia sottolineato la particolare soddisfazione di Mulé Giuseppe, che a tal fine consegnò l’arma al BONAFFINI, una pistola calibro 38, accompagnando il gesto con una specifica raccomandazione, espressione evidente del suo disprezzo nei confronti di IDOTTA e della gioia con cui assaporava la vendetta imminente (“ti raccomando ammazza quel pezzo di ricchione di … di Marcello IDOTTA”: è significativo che il medesimo epiteto, riferito ad IDOTTA, sarebbe stato usato da Mulé, secondo lo stesso MARCHESE, anche dopo il suo ferimento del 28 gennaio 1991, e il ricorrere dell’espressione sembra essere garanzia di genuinità della propalazione). Anche la scelta dell’arma da parte di Mulé non era casuale, trattandosi di una pistola dello stesso calibro di quella con cui IDOTTA nel gennaio 1991 aveva tentato a sua volta di uccidere Mulé a Villa Lina nelle vicinanze della farmacia Coppolino. MARCHESE ha poi aggiunto che l’attentato, non denunziato alle forze dell’ordine, non aveva avuto successo, perché IDOTTA aveva intuito subito le intenzioni dell’aggressore e sebbene ferito era riuscito a scappare in tempo. Il collaboratore ha poi dichiarato che ad accompagnare il BONAFFINI avrebbe dovuto esserci MAZZITELLO Pietro, ma lo stesso si era sottratto all’impegno, suscitando il risentimento di BONAFFINI, costretto a rivolgersi ad un giovane “nuovo” che poi avrebbe dovuto fare conoscere allo stesso MARCHESE. Tuttavia, dopo la contestazione delle dichiarazioni del 9 novembre 1993, con cui aveva affermato che BONAFFINI si era fatto accompagnare da MAZZITELLO a bordo di una motocicletta, il collaboratore ha ammesso di avere fatto confusione con l’omicidio di Vento Giuseppe al quale effettivamente MAZZITELLO non aveva preso parte.

BONAFFINI Salvatore, sentito il 9 aprile 1999, ha ribadito la confessione già resa durante il secondo grado del procedimento che lo riguarda, indicando quali mandanti del fatto di sangue Mulé Giuseppe e MARCHESE Mario. Ha ricordato BONAFFINI che un pomeriggio, mentre si trovava a casa di MARCHESE, con cui si stava impegnando ad eseguire l’omicidio di IDOTTA Marcello, che apparteneva al gruppo “Rizzo”, era intervenuto nella discussione Mulé Giuseppe, offrendosi di fornire lui l’arma per il delitto, una pistola 357 Magnum, ed invitando il BONAFFINI ad abbandonare le remore legate alle dimensioni particolari dell’arma, dal momento che il delitto doveva essere eseguito con una pistola di calibro superiore a quella utilizzata dallo stesso IDOTTA in occasione dell’attentato di cui Mulé esibì i postumi scoprendo significativamente la cicatrice della ferita (“… ad un tratto Mulé Giuseppe dice: ‘Gli devi sparare come dico io e la pistola te la do io’. Gli ho detto: ‘Pippo io la pistola ce l’ho’, avevo una calibro 7,65, dice: no, si è alzato la maglietta e mi ha fatto vedere che lui era ferito. Dice: ‘Gli devi sparare con un calibro 357 Magnum’, gli ho detto: ‘Guarda con una pistola così grossa non ho sparato mai, tu mi vuoi fare sparare con quella pistola’, dice: ‘No per forza gli devi sparare con questa qui’. ”). Ricevuta nella stessa serata l’arma da Mulé in una scatola per scarpe nelle vicinanze della chiesa di San Matteo a Giostra, BONAFFINI si era dato appuntamento con Pietro MAZZITELLO che alla tre del giorno successivo avrebbe dovuto accompagnarlo in automobile presso l’abitazione di Marcello IDOTTA, ma poi, diffidando del MAZZITELLO, si era deciso ad andare da solo con la Opel Corsa di sua proprietà, dal momento che una vettura dello stesso tipo, rubata nei giorni precedenti e posteggiata al Fondo Pugliatti per essere utilizzata al momento dell’omicidio, era stata ritrovata dalle forze dell’ordine. BONAFFINI ha aggiunto che, avvistato IDOTTA che si trovava nel giardinetto adiacente alla sua abitazione, aveva parcheggiato l’autovettura nei pressi della chiesa del villaggio S. Lucia e si era diretto a piedi verso l’obiettivo. Tuttavia IDOTTA, dopo i primi spari, gli aveva scagliato contro una tavola, colpendolo al ginocchio, sicché BONAFFINI era risalito sulla sua autovettura, era andato a nasconderla nei pressi dell’abitazione di MAZZITELLO al villaggio S. Filippo, ed insieme a MAZZITELLO era andato ad incontrare Mulé Giuseppe a casa di MARCHESE Mario. A Mulé e MARCHESE fu riferito che IDOTTA era stato ucciso, e fu tenuta nascosta la circostanza che MAZZITELLO non aveva avuto alcun ruolo nell’attentato, dal momento che si era diffusa nell’ambiente la voce che il MAZZITELLO non fosse persona affidabile, ed un’ulteriore dimostrazione di scarsa determinazione avrebbe potuto essergli fatale (“Perché Piero MAZZITELLO era lui che prendeva gli incarichi, però poi non faceva mai niente, non portava mai niente a compimento, e se io andavo da MARCHESE a dirgli: ‘Mario questo non fa niente’, quello che dice: ‘Sono tutte bugie’, lui me lo faceva ammazzare.”). Nella stessa serata, quando la notizia del ferimento di IDOTTA si era diffusa, BONAFFINI, sempre in compagnia di MAZZITELLO, era andato nuovamente a casa di MARCHESE, dove si trovava anche Papale Domenico, ed aveva dovuto affrontare l’ira di Mulé, furibondo per il fallimento dell’attentato, alla cui riuscita teneva moltissimo (“mi sembrava Orlando furioso”, ha precisato incisivamente il BONAFFINI).

Il provvedimento di separazione adottato nel corso del dibattimento impedisce a questa Corte di prendere in esame la posizione di Mulé Giuseppe, raggiunto in ogni caso da specifici e convergenti elementi di accusa, ma a conclusione opposta si deve pervenire per quanto riguarda la posizione di MAZZITELLO Pietro, che il Tribunale della libertà aveva infatti scarcerato qualche settimana dopo l’applicazione della misura cautelare per carenza di indizi gravi, anticipando l’esito del dibattimento.

Sulla scorta degli elementi illustrati il Pubblico Ministero ha chiesto la condanna dell’imputato, valorizzando le dichiarazioni accusatorie di LA TORRE Guido e MARCHESE Mario, e contestando la congruenza logica della confessione di BONAFFINI, posto che sarebbe stato impensabile che, in un clima infuocato come quello del periodo della “guerra” seguita all’omicidio Di Blasi, un elemento del gruppo “Marchese”, attivamente impegnato nello scontro in atto, raggiungesse da solo una zona della città abitualmente frequentata da esponenti del gruppo avversario, parcheggiasse la propria autovettura nei pressi dell’abitazione della vittima designata ed armato con una pistola particolarmente vistosa andasse a spararle, allontanandosi poi tranquillamente a bordo della sua stessa autovettura.

Obiettivamente l’elemento logico messo in luce dal Pubblico Ministero ha il suo rilievo, e non è escluso che l’ipotizzato carattere parziale della confessione del BONAFFINI possa avere inciso sulla negazione al medesimo del beneficio dell’attenuante di cui all’art. 8 del d. l. n. 152/91, che la Corte di Appello di Messina ha escluso per due volte, facendo tuttavia leva soprattutto sulla autosufficienza degli elementi di accusa diversi dalla confessione di BONAFFINI e quindi sulla mancanza della “decisività” del contributo ai fini della ricostruzione dei fatti.

E tuttavia il dato logico non appare sufficiente, da solo, a disattendere la ricostruzione di BONAFFINI, che è l’unica fonte di conoscenza diretta, e a giustificare l’affermazione della responsabilità del MAZZITELLO.

L’elemento logico indicato dalla Pubblica Accusa dovrebbe fornire supporto innanzitutto alle dichiarazioni accusatorie di MARCHESE Mario, il collaboratore che, in quanto mandante e capo del gruppo di appartenenza degli esecutori materiali, dovrebbe essere in linea di principio tra i più informati circa l’effettivo andamento dei fatti. E tuttavia il MARCHESE ha dimostrato di avere un ricordo così preciso dell’episodio da offrirne in un primo momento una versione che escluderebbe la responsabilità del MAZZITELLO, salvo a rendersi conto, ma solo  in seguito alla contestazione, di avere scambiato il tentato omicidio di IDOTTA Marcello con l’omicidio di Vento Giuseppe. In mancanza di ulteriori approfondimenti diretti a saggiare l’attendibilità del collaboratore, la mera conferma di qualche riga del verbale del 9 novembre 1993 non appare sufficiente a rappresentare un valido elemento di accusa.

E non lo sono neppure le dichiarazioni di LA TORRE Guido e SPARACIO Luigi.

Il primo, attribuendo al BONAFFINI l’origine delle sue conoscenze in seguito alla contestazione, ha indicato quali esecutori dell’attentato lo stesso BONAFFINI e MAZZITELLO Pietro, ricordando, come MARCHESE, che i due si sarebbero recati da IDOTTA  a bordo di una motocicletta. SPARACIO invece non ha attribuito alcun ruolo a MAZZITELLO, così come ARNONE Marcello, limitandosi ad indicare genericamente l’imputato, ed anche Mulé e BONAFFINI, come fonti delle sue conoscenze in merito all’episodio.

Pertanto né SPARACIO Luigi né ARNONE Marcello, pur indicando la stessa fonte del LA TORRE, menzionano il MAZZITELLO (ARNONE riferì di avere appreso i fatti da BONAFFINI nel corso del processo a carico di quest’ultimo: v. la sintesi delle sue dichiarazioni nella motivazione della sentenza del Tribunale di Messina del 19 luglio 1994).

Sicché vale per le dichiarazioni accusatorie del solo LA TORRE il rilievo secondo cui la menzogna di BONAFFINI e MAZZITELLO in ordine alla partecipazione del secondo all’attentato, giustificata dal timore di ritorsioni per quanto concerne MARCHESE, non avrebbe alcuna spiegazione con riferimento a LA TORRE, che apparteneva ad un altro gruppo e non aveva alcun interesse alla affidabilità di MAZZITELLO: sicché la versione riferita a LA TORRE e da questi riportata in dibattimento sarebbe certamente genuina e ciò darebbe la conferma della responsabilità del MAZZITELLO. Il rilievo, oltre a non spiegare la ragione per cui al ruolo di MAZZITELLO non hanno fatto alcun cenno né SPARACIO né ARNONE, trascura in ogni caso di considerare che, ove le cose siano andate effettivamente come ha raccontato il BONAFFINI, l’esigenza di presentare il MAZZITELLO come elemento leale ed affidabile non avrebbe potuto essere adeguatamente soddisfatta ove dell’episodio fossero state divulgate anche presso personaggi estranei al gruppo “Marchese” versioni diverse, che i frequenti ed abituali contatti propri dell’ambiente malavitoso o del circuito carcerario avrebbero potuto fare giungere anche alle orecchie dello stesso MARCHESE o di Mulé, vanificando il tentativo di accreditare le qualità criminali del MAZZITELLO ed esponendolo ai rischi indicati. Né può dimenticarsi che, forse proprio allo scopo di contrastare la fama che si era diffusa nell’ambiente, il MAZZITELLO, stando a quanto ha dichiarato SPARACIO Luigi riferendo il 16.4.1999 sul triplice omicidio di Conte Stellario, Giacobbo Massimo e Foti Benedetto, aveva la tendenza a millantare le proprie qualità criminali, attribuendosi la paternità di delitti non commessi, sicché appare strano che l’imputato non abbia personalmente cercato di accreditare la tesi della propria partecipazione al tentato omicidio di IDOTTA Marcello, confidando ad altri il proprio ruolo.

Le considerazioni sinteticamente illustrate dimostrano in conclusione l’insufficienza e la contraddittorietà degli elementi di accusa a carico di MAZZITELLO Pietro per il tentato omicidio di IDOTTA Marcello ed il connesso reato in materia di armi e ne giustificano il proscioglimento per non avere commesso il fatto.