L’episodio in questione, uno degli ultimi della
lunga serie di fatti di sangue seguiti all’omicidio di Di Blasi Domenico
avvenuto oltre un anno prima, si caratterizza per la particolare crudeltà che
contraddistinse l’operato dei killer, il cui obiettivo era il solo Conte
Stellario, elemento vicino a MANCUSO Giorgio, ma che non esitarono a sopprimere
la vita di altri due giovanissimi la cui unica “colpa” fu quella di trovarsi
in compagnia del Conte al momento sbagliato.
Intorno alle ore 16 del 31 maggio 1992, nella via
Vico 2° Arcipretato che collega la via Nazionale con il lungomare di Spadafora,
nei pressi dell’ingresso del complesso verosimilmente denominato “Spiagge
d’oro”, mentre erano a bordo di una Fiat
PANDA, il venticinquenne Conte
Stellario, residente a Messina ma di fatto in quel periodo dimorante a Spadafora
presso lo stesso complesso “Spiagge d’oro”, ed i diciannovenni Giacobbo
Massimo e Foti Benedetto venivano fatti segno a numerosi colpi di arma da fuoco
esplosi da uno sconosciuto successivamente allontanatosi a bordo di
un’autovettura Fiat UNO condotta da
un complice.
Non trovandosi agli atti il rituale fascicolo di
rilievi tecnici e fotografici, è necessario attingere esclusivamente alle
dichiarazioni dei testimoni sentiti in dibattimento, prevalentemente
all’udienza del 16.1.1998, per apprendere le modalità dell’episodio così
come ricostruite nel corso delle prime indagini.
Le forze dell’ordine accorse sul posto in seguito
alla segnalazione degli abitanti della zona che avevano avvertito le esplosioni
dei colpi, e cioè soprattutto i carabinieri delle stazioni di Spadafora e
Rometta e quelli della compagnia di Milazzo, ebbero modo di constatare che delle
tre vittime il solo Giacobbo era riuscito, anche se invano, a lasciare
l’abitacolo dell’autovettura su cui verosimilmente occupava il posto accanto
a quello del conducente. Il giovane fu trovato disteso al suolo in posizione
prona, con gli arti inferiori divaricati, a qualche diecina di metri
dall’autovettura Fiat PANDA, che invece arrestò più avanti la sua corsa dopo avere
urtato un cassonetto per la raccolta delle immondizie. All’interno
dell’autovettura furono trovati i cadaveri di Foti Benedetto, riverso sul
sedile posteriore, e di Conte Stellario, ancora seduto al posto di guida. Sul
luogo furono rinvenuti e sottoposti a sequestro cinque bossoli di proiettile per
pistola calibro 7,65 e tre proiettili dello stesso calibro, nonché, tra gli
altri oggetti descritti nel verbale di sequestro del 31.5.1992 (contenuto nella
carpetta degli atti relativi al capo 38), i frammenti di una banconota da lire
10.000. Una perquisizione domiciliare eseguita qualche giorno dopo presso
l’abitazione di Spadafora del Conte consentì il rinvenimento di alcune
pezzuole che erano ancora imbevute di solvente, come se fossero state utilizzate
per la pulizia di armi, e soprattutto di una bustina in plastica all’interno
della quale fu trovata una sostanza che le successive analisi dimostrarono
essere cocaina (v. il verbale di sequestro relativo alla perquisizione eseguita
il 4.6.1992 alle ore 21, nonché le deposizioni dei testi Calarco, Resitano ed
Alagna, escussi all’udienza del 16.1.1998).
Il prof. Modica, a cui fu affidato l’esame
autoptico sui corpi dei tre giovani e che è stato sentito in dibattimento il
16.1.1998, accertò che la morte di tutte e tre le vittime, sopraggiunta in
circostanze di tempo e di luogo compatibili con le risultanze delle prime
indagini (intorno alle ore 16 del 31.5.1992), fu causata da arresto cardiaco
determinato dalle gravi lesioni interne prodotte dai colpi che avevano attinto
Conte, Foti e Giacobbo in varie parti del corpo (tre per ciascuno degli uccisi,
tutti esplosi da distanza non ravvicinata). Altri due proiettili dello stesso
calibro dei reperti balistici trovati sul posto furono rinvenuti nel corso
dell’esame necroscopico sui corpi di Conte e Giacobbo. Su tutti i reperti
balistici fu eseguita, su incarico del Pubblico Ministero, una consulenza
diretta a verificare se i bossoli ed i proiettili fossero stati esplosi dalla
stessa arma o da armi diverse, e l’indagine, affidata all’allora brigadiere
Leone, che è stato sentito all’udienza del 17.1.1998, accertò che i reperti,
esaminati al microscopio comparatore, erano tutti riconducibili allo sparo di
un’unica arma calibro 7,65 (v. anche la relazione di consulenza e l’allegato
fascicolo fotografico, che sono stati prodotti in versione integrale dal
Pubblico Ministero all’udienza del 28.4.1999).
Esaurita la rituale attività diretta ad assicurare
le fonti di prova ed a conservare le tracce e le cose pertinenti al reato, le
prime indagini furono orientate alla ricostruzione della personalità e degli
ultimi movimenti delle vittime. Emerse così che Foti Benedetto, che aveva
finito da poco tempo il servizio militare di leva, lasciata la casa materna
intorno alle ore 10,30 di quella domenica mattina, era stato invitato a pranzo
da un amico, tale Inferrera Franco, e quindi, avvertita la madre che non sarebbe
subito rientrato, si era recato presso un locale di Venetico Marina, adibito a
bar e a sala – giochi, ubicato nei pressi dei magazzini Standa, e dal Foti abitualmente frequentato (v. la deposizione della
teste Libreri Giovanna, madre del Foti, sentita all’udienza del 27.2.1998). I
gestori del ritrovo, i coniugi Gaetano Arena ed Agata Crimarchi, che sono stati
sentiti il 16.1.1998, hanno confermato che un po’ di tempo dopo l’apertura
pomeridiana Foti Benedetto, assiduo frequentatore del locale, vi si era
introdotto ed aveva cominciato a giocare con altri tre giovani al calciobalilla.
Verso le ore 15,00 erano giunti al locale il Conte ed il Giacobbo, i quali
avevano chiamato il Foti, provocandone una infastidita reazione in quanto era
sua intenzione concludere la partita prima di andare via. I due avevano allora
consumato qualcosa, finché il Foti si era unito a loro per allontanarsi subito
dopo a bordo di una Fiat PANDA di colore bianco. Dopo pochi minuti, lasciato
momentaneamente il Foti sull’autovettura, Conte e Giacobbo avevano acquistato
tre pacchetti di sigarette presso una tabaccheria ubicata sulla via Nazionale di
Venetico Marina, per allontanarsi subito dopo in compagnia dell’amico sempre a
bordo della Fiat PANDA di colore
bianco (v. la deposizione della titolare dell’esercizio Giovanna Anastasi,
sentita il 16.1.1998).
Qualche giorno dopo il triplice omicidio fu poi
sentita dai carabinieri di Spadafora l’undicenne Sofia Maria Letizia, che era
stata notata fuggire subito dopo l’esplosione degli spari e che aveva
assistito alle fasi salienti dell’episodio. La giovane, oggi sedicenne, è
stata sentita in dibattimento all’udienza del 16.1.1998, ma, probabilmente a
causa dell’agitazione, che ha ammesso non averla mai lasciata da quel
pomeriggio, e di un parziale offuscamento del ricordo, si è limitata a riferire
in maniera molto frammentaria alcune delle circostanze a suo tempo raccontate,
sicché le sono state contestate quasi per intero le dichiarazioni rese il 10
giugno 1992 e poi, esattamente un anno dopo, il 9 giugno 1993. La Sofia, che si
trovava a passare per la via Vico 2° Arcipretato per recarsi a casa di
un’amica, aveva notato la presenza di due autovetture, probabilmente uscite
dal cancello del complesso “Sabbie bianche”, una Fiat
UNO di colore verde metallizzato, e, dietro di essa, una Fiat PANDA di colore bianco. Ad un tratto un giovane
dell’apparente età di ventidue anni e dalla corporatura esile, che indossava
dei bleu jeans ed una maglietta di
colore arancione con le maniche corte e che era sceso dalla Fiat UNO, sopraggiunta la Fiat
PANDA si era avvicinato al finestrino lato guida ed estratta dalla tasca
destra dei pantaloni una pistola l’aveva impugnata con entrambe le mani e
quindi, abbassatosi, aveva cominciato a sparare in direzione dell’interno
dell’autovettura. Mentre uno degli occupanti della Fiat PANDA, che la testimone ha riferito di avere identificato con
Giacobbo Massimo, persona che conosceva in quanto amico di un suo cugino, aveva
cercato di fuggire in direzione dell’ingresso del vicino complesso
immobiliare, il killer era risalito sulla Fiat
UNO, invitando il conducente ad allontanarsi in fretta. Presa dalla paura la
Sofia era fuggita, riuscendo a cogliere, prima di andar via, un’invocazione di
aiuto diretta evidentemente al Foti da uno dei due amici agonizzanti (“Benedetto,
portami all’ospedale!”). Chiamata un anno dopo a fornire una più
dettagliata descrizione degli aggressori la testimone ha riferito che il
conducente della Fiat UNO era un
giovane con gli occhiali dai vetri chiari, mentre il complice era alto circa
metri 1,75 ed aveva i capelli corti pettinati all’indietro e trattenuti dal gel. In questa seconda occasione alla Sofia furono anche mostrate
alcune foto segnaletiche e risulta dal verbale del 9.6.1993, acquisito in
seguito alle contestazioni, e dalla copia dell’insieme delle diciotto
fotografie di pregiudicati esibite alla Sofia, che il giovane la cui fotografia
era contraddistinta dal n. 9 (corrispondente a Stracuzzi Antonino) fu indicato
dalla giovane come il presunto conducente della Fiat UNO su cui erano fuggiti i sicari, mentre il giovane la cui
effigie era riprodotta al n. 15 (BONAFFINI Salvatore, nato a Messina il
5.10.1972, cugino dell’omonimo collaboratore di giustizia) fu riconosciuto
come colui che aveva estratto la pistola e sparato in direzione degli occupanti
della Fiat PANDA. Ad analogo
riconoscimento, nel corso delle prime indagini, fu chiamato il gestore del
citato locale di Venetico Marina, Arena Gaetano, il quale riconobbe in
fotografia Stracuzzi Antonino come un probabile avventore, ma senza ricordare
tuttavia l’epoca in cui ve lo aveva visto.
Nonostante gli elementi acquisiti, probabilmente di
spessore di gran lunga maggiore di quanto non fosse avvenuto in molti degli
altri episodi sottoposti al giudizio di questa Corte, le indagini non sortivano
effetti significativi, perché la denunzia di una serie di persone per il reato
di associazione a delinquere di stampo mafioso e, contestualmente, di tali
Scimone Francesco, Inferrera Natale e Morabito Giuseppe per il triplice omicidio
(che l’informativa dei Carabinieri di Spadafora in data 8.9.1992 inquadrava in
uno scontro probabilmente connesso al mutamento degli equilibri della malavita
locale) sfociava in una archiviazione per il primo delitto, mentre analogo
provvedimento avrebbe riguardato anche i tre indagati per il fatto di sangue
solo in seguito all’esercizio dell’azione penale nei confronti degli odierni
imputati scaturito dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia (v.
decreto di archiviazione del 10.5.1996, p. 22).
Sull’episodio sono stati sentiti in dibattimento
CARIOLO Antonio, FERRARA Sebastiano, LA TORRE Guido, ARNONE Marcello, LEO
Roberto e SPARACIO Luigi. Si sono sottoposti all’esame gli imputati MARCHESE
Mario e BONAFFINI Salvatore, ed è stato infine disposto ed assunto ai sensi
dell’art. 507 c. p. p. anche l’esame di FERRARA Carmelo.
CARIOLO Antonio, sentito il 3.2.1999, ha dichiarato
di avere appreso da Villari Antonino, il cugino di SPARACIO Luigi
successivamente ucciso, che autori del fatto di sangue erano BONAFFINI
Salvatore, killer del gruppo di MARCHESE Mario, e Stracuzzi Antonino,
appartenente al gruppo di GALLI Luigi. Quest’ultimo aveva accompagnato il
BONAFFINI, il quale , preso posto sull’autovettura delle vittime con un
pretesto, aveva poi fatto fuoco con una pistola calibro 7,65 fornitagli da Mulé
Giuseppe che in quel periodo trascorreva un periodo di villeggiatura nella non
lontana Rometta. Al Villari il CARIOLO si era rivolto infastidito dalla
intensificazione dei controlli delle forze dell’ordine, in quanto in quel
periodo il collaboratore era sottoposto all’obbligo di dimora nel comune di
Rometta ed i carabinieri, sapendolo vicino al gruppo “Sparacio”, ne
sospettavano il coinvolgimento nel fatto di sangue. Il delitto, secondo quanto
aveva riferito al CARIOLO il Villari, il quale aveva appreso i particolari nel
corso delle riunioni che continuavano a svolgersi a casa di SPARACIO (a cui il
CARIOLO non prendeva parte), si inquadrava nella strategia di annientamento del
clan “Mancuso – Rizzo”, in quanto il Conte era vicino a MANCUSO Giorgio,
mentre l’uccisione degli altri due giovani era scaturita da un’iniziativa
del BONAFFINI che non intendeva lasciare in vita testimoni del fatto.
FERRARA Sebastiano, sentito il 12.3.1999, si è
limitato a ricordare che durante la sua latitanza il fratello Carmelo gli aveva
riferito di avere incontrato a piazza Cairoli BONAFFINI Salvatore che gli aveva
confidato di avere ucciso a Spadafora tale Conte Stellario, peraltro nella
convinzione che fosse l’unica vittima dell’agguato.
Confermando quanto riferito dal fratello solamente
in ordine all’identità della sua fonte di conoscenza (BONAFFINI Salvatore),
FERRARA Carmelo, il cui esame, svoltosi all’udienza del 30.4.1999, è stato
ammesso ai sensi dell’art. 507 c. p. p., ha raccontato una vicenda dai
risvolti in parte singolari, riferendo che LEO Domenico, fratello del defunto
Pippo Leo, verosimilmente nel contesto della strategia diretta a raggiungere gli
obiettivi del gruppo “Mancuso” i cui limitati movimenti impedivano di
colpirli nelle maniere tradizionali, aveva fatto visita allo stesso FERRARA
Carmelo confidandogli di potere venire in possesso, tramite degli amici catanesi
del fratello, di un certo quantitativo di cianuro, da destinare al “taglio”
di sostanze stupefacenti (eroina e cocaina) che avrebbero potuto essere fatte
pervenire ai predetti elementi di cui era nota la propensione ad assumere droga.
Lo stesso FERRARA Carmelo avrebbe preso parte insieme a LEO Domenico alla
preparazione del miscuglio mortale, somministrato ad un cane che, secondo il
racconto del collaboratore, avrebbe in seguito assunto una colorazione
particolare (“un colore tipo celestino,
non lo so …”), quindi ceduto a Mulé Giuseppe ed infine consegnato a
BONAFFINI Salvatore e Stracuzzi Antonino, entrambi amici di Conte Stellario. La
sostanza era stata fatta assumere a Spadafora da Stracuzzi e BONAFFINI al Conte
e ad altri due giovani, ma, poiché dopo una diecina di minuti la miscela non
aveva prodotto l’effetto sperato, il BONAFFINI aveva estratto una pistola
uccidendo tutti e tre. Come FERRARA avrebbe poi appreso da BONAFFINI presso la
pescheria del padre di quest’ultimo, l’obiettivo era il Conte che
apparteneva al gruppo di MANCUSO Giorgio, ma per eliminare possibili testimoni
era stato necessario uccidere anche gli altri due giovani, uno dei quali
peraltro conosceva il BONAFFINI perché insieme a lui aveva adempiuto agli
obblighi di leva.
LA TORRE Guido, escusso all’udienza del 19 marzo
1999, ha confermato l’inquadramento del fatto di sangue nell’offensiva ai
danni del gruppo “Mancuso – Rizzo”, dichiarando di avere appreso da
BONASERA Angelo (che il 3.5.1999 si è avvalso della facoltà di non rispondere)
che esecutori materiali, oltre a Mulé Giuseppe, erano stati Stracuzzi Antonino
e BONAFFINI Salvatore. Anche se l’obiettivo era Conte Stellario il BONAFFINI
aveva dovuto sopprimere anche gli altri due perché conosciuto in quanto aveva
fatto il servizio di leva o il periodo di addestramento (il c. d. CAR) insieme
ad essi. Le stesse notizie LA TORRE le aveva apprese in carcere assistendo ad
una discussione a cui avrebbero preso parte BONAFFINI Salvatore e Mulé Giuseppe
e nel corso della quale quest’ultimo veniva indicato come il fornitore delle
pistole utilizzate da Stracuzzi e BONAFFINI (con nota n. 2846 del 6.5.1999 il D.
A. P. ha comunicato che LA TORRE Guido e BONAFFINI Salvatore, nato il 27.9.1972,
sono stati detenuti insieme presso la casa circondariale di Messina Gazzi dal
18.8.1992 al 27.8.1992, ed in particolare presso lo stesso reparto dal 25 al
27.8.1992, mentre Mulé Giuseppe non figura tra i detenuti presso la stessa
struttura nel periodo in considerazione).
ARNONE Marcello, esaminato il 24 marzo 1999, ha
dichiarato che esecutori materiali dell’omicidio erano stati Mulé Giuseppe e
BONAFFINI Salvatore, quest’ultimo un killer che non aveva una stabile
collocazione criminale in quanto poteva essere utilizzato per la consumazione di
omicidi tanto dal gruppo “Marchese” che dal gruppo “Sparacio”. Fu il
BONAFFINI a raccontare
personalmente in carcere ad ARNONE le modalità dell’omicidio, che era stato
commesso in quanto il Conte apparteneva al gruppo di MANCUSO Giorgio, mentre gli
altri due avevano dei debiti per ragioni connesse allo spaccio di stupefacenti
nei confronti di Mulé o di MARCHESE o dello stesso BONAFFINI.
LEO Roberto, sentito il 14 aprile 1999, ha riferito
che l’omicidio di Conte Stellario fu deciso perché si trattava di un elemento
inserito nel gruppo di MANCUSO Giorgio ed inoltre perché, in quanto figlioccio
di Pellegrino Salvatore, se ne temevano le possibili velleità di vendetta. Nel
corso di un incontro nei pressi della macelleria di carne equina Di Blasi
ubicata nella via Catania di Messina BONAFFINI Salvatore aveva confidato al LEO
che avrebbe dovuto recarsi a Spadafora o Rometta per uccidere Conte Stellario ed
il LEO gli aveva offerto la propria disponibilità a partecipare alla
consumazione del delitto. Appresa la notizia dell’omicidio, una domenica
mattina in occasione di una competizione clandestina di cavalli il LEO aveva
ricevuto dal BONAFFINI la conferma della sua partecipazione, e, quando si era
rammaricato in quanto il BONAFFINI non lo aveva interpellato, quest’ultimo gli
aveva riferito che per uccidere il Conte e i due ragazzi che si trovavano con
lui (ma il vero obiettivo era il Conte), si era
servito della collaborazione di “suo
compare”, espressione con cui LEO Roberto comprese che BONAFFINI intendeva
riferirsi a MAZZITELLO Pietro. Lo stesso BONAFFINI gli aveva riferito che il
mandante era MARCHESE Mario, al cui gruppo apparteneva, e dell’omicidio il LEO
aveva sentito parlare anche Mulé Giuseppe che all’interno del gruppo
“Marchese” era investito di poteri decisionali. Essendogli stato contestato
che il 5 gennaio 1994 aveva riferito cosa parzialmente diversa, affermando che
solo nel corso del primo incontro presso la macelleria il BONAFFINI gli avrebbe
preannunziato la partecipazione di MAZZITELLO, senza nulla riferirgli in
proposito nel corso dell’incontro successivo, il LEO ha ammesso di non
ricordare esattamente i tempi del riferimento al MAZZITELLO: va subito rilevato
che indubbiamente la versione oggetto di contestazione meglio si concilia con le
altre risultanze dibattimentali, in base alle quali il complice di BONAFFINI
sarebbe stato Stracuzzi Antonino.
SPARACIO Luigi, esaminato in merito all’episodio
nelle udienze del 16 e del 17 aprile 1999, ha riferito che dell’omicidio
apprese dopo la sua consumazione con un po’ di meraviglia in quanto non gli
constava che tra gli affiliati al gruppo di RIZZO Rosario vi fosse Conte
Stellario, che costituiva il vero bersaglio dei sicari, mentre, come al
collaboratore riferì successivamente BONAFFINI Salvatore, gli altri due erano
stati eliminati solamente perché scomodi testimoni. MARCHESE Mario fu il
mandante del triplice omicidio, consumato da Mulé Giuseppe, Stracuzzi Antonino
e BONAFFINI Salvatore; in dibattimento lo SPARACIO ha aggiunto, come quarto
esecutore materiale, il nome di MAZZITELLO Pietro, ma ha poi ammesso di avere
probabilmente fatto confusione, in quanto il MAZZITELLO (che era peraltro solito
attribuirsi la paternità anche di delitti che non aveva commesso) lo aveva
solamente informato dell’accaduto, peraltro rammaricandosi del fatto che Mulé
e Stracuzzi avessero coinvolto nell’omicidio il BONAFFINI e che per uccidere
il Conte fossero state eliminate altre due persone estranee al progetto omicida.
In ordine alla dinamica del triplice omicidio lo SPARACIO ha ricordato di avere
appreso che il Mulé aveva fornito del cianuro che gli esecutori materiali
fecero “sniffare” al Conte presso la sua abitazione inducendolo a credere
che fosse cocaina senza tuttavia ottenere l’effetto sperato, sicché fu poi
necessario sparare a lui e ai due giovani che gli si erano uniti. Sul punto,
suscitando la meraviglia di SPARACIO, il Pubblico Ministero ha evidenziato che
nel corso delle indagini preliminari il collaboratore non aveva fatto alcun
riferimento al cianuro, limitandosi ad indicare, come pretesto per attirare il
Conte in un tranello, l’occasione di “provare” una nuova partita di
cocaina. Indicando infine le sue fonti, oltre a MAZZITELLO Pietro, lo SPARACIO
ha indicato MARCHESE Mario (che in quel periodo era a Messina, “mi
sembra” ha aggiunto SPARACIO) e BONAFFINI Salvatore.
Il primo tra gli imputati a sottoporsi all’esame
è stato MARCHESE Mario, sentito il 20 febbraio 1999, il quale si trovava in
quel periodo a Milano perché sottoposto ad una misura di prevenzione ed arrivò
a Messina, in quanto impegnato in un processo, intorno alle 16 o 16,30 dello
stesso giorno in cui fu consumato il triplice omicidio (commesso, secondo il
collaboratore, intorno alle 13,30 o 14). Seppe subito, forse allo stesso
aeroporto di Reggio Calabria, che in provincia di Messina era stato commesso un
triplice omicidio, ma fu Stracuzzi Antonino ad informarlo successivamente sui
dettagli del delitto, riferendogli di averlo consumato insieme a BONAFFINI
Salvatore in quanto Conte Stellario, sconosciuto al MARCHESE come le altre due
vittime, apparteneva al gruppo “Mancuso – Rizzo”. MARCHESE si era allora
lamentato per l’uccisione degli altri due giovani che erano insieme al Conte,
ma Stracuzzi, forse per giustificarsi, gli aveva spiegato come fossero andate le
cose: era intenzione del Conte spacciare della cocaina a Spadafora e nelle zone
limitrofe, e con il pretesto di concordare i termini della fornitura BONAFFINI e
Stracuzzi erano stati a casa del Conte per fargli provare la qualità di un
campione di sostanza che era stato opportunamente preparato con un topicida per
provocare la morte del Conte. Non avendo prodotto la sostanza alcun effetto
apparente, concordato l’appuntamento per la consegna di un determinato
quantitativo che il Conte si era dichiarato disposto ad acquistare, al momento
dei saluti il BONAFFINI aveva estratto una pistola calibro 7,65 ed aveva ucciso
i primi due all’interno dell’autovettura su cui si trovavano, mentre il
terzo, che era riuscito a fuggire dall’abitacolo del veicolo, era stato
colpito alle spalle con l’ultimo proiettile disponibile. Per simulare un
regolamento di conti connesso allo spaccio di stupefacenti sul luogo erano state
abbandonate una banconota da 10.000 lire strappata (il corrispettivo pagato da
Conte per la sostanza consumata) ed una bustina di cocaina non utilizzata.
BONAFFINI Salvatore, esaminato il 9 aprile 1999, ha
fornito una dettagliata descrizione dell’episodio e dei fatti che l’avevano
preceduto, compatibile esclusivamente con un’esperienza diretta dei fatti,
attribuendosi senza riserve la paternità dell’omicidio ed indicando MARCHESE
Mario come mandante del delitto ed interessato alla morte di Conte Stellario
(“… un sabato pomeriggio verso le ore due, se ricordo bene, io e
Stracuzzi Antonino siamo andati a Spadafora, sul lungomare di Spadafora e lì
siamo andati a prenderci un caffè, un gelato, una cosa del genere e lì ci
siamo incontrati casualmente con LEARDO Luigi. […] Ad un tratto vedo da
lontano che veniva con la macchina verso di noi Conte Stellario con un altro
ragazzo, niente, gli ho detto a Stracuzzi: ‘Compare c’è Conte’, Stracuzzi
mi disse: ‘Fermalo, fermalo!’, e l’ho fermato, l’ho salutato. […] si
è fermato il Conte Stellario, dice: ‘compare – però, signor giudice io a
Conte Stellario non lo conoscevo, mi ha scambiato per qualcuno che conosceva però
mi ha chiamato Salvatore pure - Dice ‘compare tutto a posto’, poi diciamo ho
capito per chi mi ha sbagliato, per mio cugino Salvatore perché come ho detto
prima mio cugino lo conosceva diciamo, li conosceva a lui, a Pellegrino, ogni
tanto lì giocano a pallone, non lo so quello che facevano. Niente mi ha detto
lui dice: ‘cosa fai?’, gli ho detto: ‘ti presento degli amici’, lo
Stracuzzi si è presentato non mi ricordo sotto a quale nome, no di Antonino,
Filippo una cosa del genere, gli ho presentato anche a LEARDO Luigi, niente mi
sono appartato con Conte e gli ho detto che io volevo frequentare Spadafora per
spacciare della eroina e cocaina, dice: ‘Compare qua dice che problema c’è?,
ci sono io casomai dice me la vedo io’, niente si è avvicinato pure lo
Stracuzzi Antonino e così abbiamo parlato del più e del meno per questo qui.
Ma, diciamo, nonché che noi dovevamo spacciare lì a Spadafora, noi lo volevamo
tirare nella trappola a lui, a Conte Stellario, infatti abbiamo preso
l’appuntamento per la domenica pomeriggio alle ore due dovevamo andare,
avevamo l’appuntamento con Conte Stellario alle ore due […] ce ne siamo
andati e sono andato a casa di MARCHESE Mario se ricordo bene e gli ho passato
l’ordine, e ricordo bene che MARCHESE Mario quel giorno mi ha detto a me:
‘State attenti, aprite gli occhi’. All’indomani verso l’una sono andato
a casa di Mommo, di Stracuzzi Antonino, ho preso Stracuzzi Antonino e siamo
andati a San Matteo […] Gli ho detto: ‘Compare con quante pistole andiamo lì?’
Dice: ‘No, ho parlato dice con Mulé Giuseppe che ha un po’ di cianuro e lo
mischiamo con la cocaina, lo facciamo sniffare cocaina e cianuro’, gli ho
detto: ‘Va be’. Siamo andati da Mulé Giuseppe che ci aspettava alla chiesa
di San Matteo, era incazzato Mulé Giuseppe perché Franco CUSCINÀ non gliela
voleva dare la cocaina. Diciamo, dopo un paio di ore, noi alle tre abbiamo
risolto tutto, diciamo alle due e mezza una cosa del genere, abbiamo risolto
tutto, l’abbiamo trovata questa cocaina e Mulé Giuseppe me l’ha consegnata
a me nelle mani in un pacchetto di sigarette dice: ‘Compare state attento
perché tutti il cianuro che c’è messo lì dentro ammazza un elefante’,
queste parole mi ha detto. E siamo partiti con la mia macchina, la Opel Corsa.
Siamo arrivati a Spadafora verso le tre, una cosa del genere, e non abbiamo
trovato a nessuno all’appuntamento stabilito con il Conte Stellario, gli ho
detto a Stracuzzi: ‘Facciamoci un giro qui a Spadafora’, e l’abbiamo visto
a lui che stava uscendo da un locale, non ricordo bene, che si era sciacquato le
mani, dice: ‘Perché aveva rubato della nafta’, una cosa del genere. Gli ho
detto: ‘Niente, Stello, sali con me sulla macchina e andiamo e ci facciamo
questo giro’, dice: ‘No compare qui ci sono due amici miei, uno è mio
figlioccio’, una cosa del genere, e un altro dice: ‘Non li posso lasciare da
soli’, gli ho detto: ‘Conte, ma se tu hai detto l’appuntamento da solo, tu
ora hai portato altri due ragazzi, qui come facciamo?’. Dice: ‘Va bene, sono
affidabili’, non c’era problema come voleva fare capire lui e gli ho detto:
‘Andiamo in un posto appartato’, dice: ‘No, compare, vicino qui c’è un
appartamento che è mio’, e siamo andati a casa di Conte Stellario, io, Conte
e Stracuzzi e quei due ragazzi ci
seguivano con una macchina che era di Conte Stellario, una Fiat PANDA bianca.
Siamo arrivati in questo appartamento del Conte e siamo saliti al primo piano.
C’era un tavolo, mi sono messo a guardare la casa perché a primo impatto mi
sono spaventato quando sono entrato dentro casa perché mi spaventavo che Conte
ci aveva tirati nella trappola a noi, essendo che il Conte era un affiliato a
MANCUSO mi sono spaventato. Poi quando siamo entrati nell’appartamento abbiamo
visto che non era come pensavamo noi, mi sono messo nel tavolo e gli ho detto,
sempre parlando con Stellario: ‘Compare, c’è la cocaina che è troppo
forte, è buona, la dobbiamo spacciare quest’estate qui a Rometta’. Dice:
‘Compare, me la fate provare?’, gli ho detto: ‘Che problema c’è’,
gliel’ho messa sul tavolo e gli ho preparato una striscia per lui, mi ha detto
Conte Stellario: ‘E poi?’, gli ho detto: ‘Né io e neanche lui facciamo
uso di sostanze’, gli abbiamo riferito a Stellario, gli ho detto: ‘Anzi
questi due ragazzi qui che fanno?’, dice: ‘No, noi neanche fumiamo’.
Ricordo bene che mentre Conte Stellario stava sniffando un ragazzo di quelli,
non ricordo chi era uno dei due, mi ha detto: ‘Ma tu non sei BONAFFINI, quello
che abbiamo fatto il militare insieme’, gli ho detto: ‘Dove?’, dice: ‘Ad
Udine’, allora mi è gelato il sangue, gli ho detto: ‘Sì, io sono,
BONAFFINI’, e mi ha guardato subito in faccia Stracuzzi Antonino, per fare
qualcosa con questi due ragazzi, li dovevamo ammazzare, non c’era ormai più
niente da fare. Siccome io avevo la pistola in macchina, pensavo che ce
l’aveva Stracuzzi, sono sceso con una scusante giù in macchina, ho preso la
pistola e quando sono risalito su gli ho detto a Conte Stellario se avevano una
radio, uno stereo, dice: ‘No, non ho niente’. Ci siamo guardati in faccia
sempre io e Stracuzzi Antonino e gli ho detto: ‘Compare, allora ce ne
andiamo’, si parte Conte Stellario e dice: ‘No, andiamo al bar e ci
prendiamo un caffè’. Siamo scesi tutti giù, io e Stracuzzi Antonino siamo
scesi prima, siamo usciti e ci siamo fermati a 50 metri da casa sua, vicino.
Stracuzzi era a lato guida, io sono sceso dalla macchina e quando si è
avvicinato Conte Stellario vicino a me gli ho cominciato a sparare (preciserà
in seguito di avere utilizzato una pistola calibro 7,65 avuta da Mulé Giuseppe),
gli ho sparato a Conte Stellario e a quei due ragazzi che c’erano. Uno ha
aperto lo sportello della macchina ed è scappato, se ne è andato via, infatti
io sono scappato subito sulla mia macchina e gli ho detto a Stracuzzi: ‘È
scappato quello lì’, e Stracuzzi dice: ‘Siamo rovinati, quello che è
scappato è probabile che è quello che ha fatto il tuo nome, quello che avete
fatto il militare insieme’. Ce ne siamo andati e siamo andati a casa dello
Stracuzzi subito, abbiamo preso l’autostrada e siamo scesi al rione Giostra, a
casa dello Stracuzzi e lì mi sono cambiato, mi sono dato una sciacquata, poi ho
preso la mia macchina e me ne sono andato. All’indomani sono andato a casa di
MARCHESE Mario, io e Piero MAZZITELLO, e lì abbiamo trovato a Luigi SPARACIO,
eravamo io, SPARACIO, MARCHESE e Piero MAZZITELLO e gli ho detto quello che era
successo, dice MARCHESE: ‘So tutto riguardo il triplice omicidio’, si parte
SPARACIO Luigi e dice: ‘Avete fatto bene che avete ammazzato pure a quei due,
purtroppo hanno fatto il vostro nome e dovevano morire, erano due testimoni’.”).
Ha aggiunto il collaboratore che aveva successivamente appreso che anche il
terzo giovane, quello che sembrava sfuggito all’agguato perché aveva subito
lasciato la PANDA, era morto e che il
MARCHESE, a titolo di ricompensa, gli aveva fatto avere dopo un paio di giorni
trecentomila lire. Quanto al miscuglio di cocaina e cianuro assunto dal Conte,
che il Mulé aveva assicurato dotato di effetti letali, il BONAFFINI ha
ricordato che l’unico apparente cambiamento del Conte era costituito da
un’abbondante sudorazione, accompagnata dalla sensazione, esternata dal
giovane, di una particolare efficacia della sostanza assunta (“Compare, è forte questa cocaina, ‘na bumma è!”), ma in ogni
caso il timore di lasciare in vita degli scomodi testimoni aveva determinato
ormai tanto il BONAFFINI che lo Stracuzzi ad uccidere comunque tutti e tre.
L’insieme delle risultanze passate in rassegna
consente di affermare, al di là di ogni ragionevole dubbio, la responsabilità
di MARCHESE Mario e BONAFFINI Salvatore di Angelo, gli unici, tra gli originari
imputati, la cui posizione sia sottoposta al vaglio di questa Corte dopo il
provvedimento di separazione che ha riguardato la posizione di Mulé Giuseppe
per il quale il GIP ha rigettato la richiesta di misura cautelare (l’unica
avanzata per il capo di imputazione in esame), prendendo atto delle divergenze
tra le fonti di accusa in ordine al ruolo che Mulé Giuseppe avrebbe assunto
nella consumazione del delitto.
L’ampia e circostanziata confessione di BONAFFINI
Salvatore non può che provenire, per l’accuratezza e la linearità del
racconto e l’aderenza ai dati emersi dalle indagini nell’ambito della c. d.
prova generica, da chi ha preso direttamente parte ai fatti di cui riferisce ed
essa per le sue intrinseche caratteristiche, del tutto incompatibili con velleità
mistificatorie o intenti autocalunniatori, sarebbe già sufficiente a fondare
motivatamente l’affermazione della responsabilità del collaboratore. E
tuttavia le dichiarazioni del BONAFFINI si innestano coerentemente e senza
alcuna forzatura nel contesto delle altre risultanze dibattimentali che
convergono nell’indicazione, quali esecutori materiali del triplice omicidio,
di BONAFFINI Salvatore (di Angelo) e di Stracuzzi Antonino, deceduto il 14
ottobre 1992 in occasione di un agguato di cui la Corte passerà tra breve ad
occuparsi.
Tutti i collaboratori di giustizia sentiti, anche
quelli inseriti in contesti diversi da quello di appartenenza del BONAFFINI (che
le risultanze dibattimentali autorizzano a ritenere, nel periodo in cui fu
commesso il triplice omicidio, uno dei più giovani e pericolosi affiliati al
gruppo di MARCHESE Mario), hanno concordemente riferito che l’omicidio di
Conte Stellario, contestualmente al quale fu commesso quello dei due giovani che
lo accompagnavano, costituisce l’ennesimo episodio della lunga scia di sangue
scaturita dall’omicidio Di Blasi, diretto contro uno dei pochi obiettivi
ancora concretamente raggiungibili, considerato che molti degli elementi del
gruppo “Mancuso – Rizzo” erano stati già uccisi o arrestati.
Anche le circostanze di tempo e di luogo, nonché
le concrete modalità dell’omicidio sono state riportate e descritte in
maniera sostanzialmente conforme dai collaboratori, pur con il diverso grado di
approfondimento legato al modo in cui ciascuno di essi è venuto in possesso
delle informazioni relative all’episodio in esame.
A sparare fu effettivamente una pistola calibro
7,65, e l’indagine balistica fatta eseguire dal Pubblico Ministero ha
inconfutabilmente accertato che fu utilizzata un’unica arma, e ciò, è bene
rilevarlo, nonostante il numero degli obiettivi colpiti mortalmente e la quantità
dei reperti balistici autorizzasse ad ipotizzare l’uso di più armi. Nei
pressi dei cadaveri furono trovati gli spezzoni di una banconota da 10.000 lire,
particolare la cui origine non può che essere costituita dalle parole degli
autori del delitto e di persona che era sul posto nel momento in cui Conte, Foti
e Giacobbo venivano uccisi. A casa del Conte fu trovato, qualche giorno dopo
l’omicidio, un certo quantitativo di cocaina, il che conferma l’interesse
del giovane verso il settore degli stupefacenti e rende plausibile il ricorso,
da parte degli esecutori materiali, ad uno stratagemma che tenesse conto di tale
propensione per instaurare con la vittima un contatto che non destasse sospetti.
LA TORRE Guido e FERRARA Carmelo hanno poi
ricordato che uno dei giovani che erano in compagnia di Conte Stellario aveva
riconosciuto il BONAFFINI insieme al quale aveva adempiuto agli obblighi di
leva, ed il particolare è stato confermato dal BONAFFINI stesso, che ha anche
indicato la località (Udine) presso la quale l’interlocutore gli aveva
ricordato di essere stato insieme a lui durante il servizio militare ed ha
particolarmente sottolineato la circostanza per giustificare il suo timore di
essere successivamente individuato e la conseguente necessità di eliminare
anche i due giovani che si accompagnavano al Conte. Che Foti Benedetto avesse
adempiuto agli obblighi di leva presso un reparto di stanza ad Udine e che fosse
stato congedato da poche settimane lo aveva già riferito in dibattimento la
madre Libreri Giovanna, ma a questo proposito è stato disposto dalla Corte ai
sensi dell’art. 507 c. p. p. un accertamento esteso al Conte, al Giacobbo ed
all’omonimo cugino di BONAFFINI Salvatore. L’indagine ha consentito di
accertare che effettivamente Foti Benedetto e BONAFFINI Salvatore, nato a
Messina il 27.9.1972, furono inseriti nello stesso “scaglione” di giovani
chiamati alle armi, l’ottavo dell’anno 1991, e furono entrambi inviati per
il consueto periodo di addestramento presso il 7° battaglione di fanteria
“Cuneo” di stanza ad Udine, del quale fecero parte insieme dal 5.11.1991 al
4.12.1991; il Foti fu poi congedato a seguito di riforma dopo svariate vicende,
peraltro comuni al BONAFFINI, il 9.5.1992, mentre il BONAFFINI lo fu, per
analoghe ragioni, il 25.4.1992 (v. nota del Comando provinciale dei CC di
Catania n. 7/43-1 del 14.5.1999).
L’accertamento di cui si è appena illustrato
l’esito consente di superare definitivamente i dubbi sull’effettiva identità
di uno dei killer indotti dalla considerazione di due aspetti dell’insieme
delle risultanze probatorie, entrambi desumibili dalle dichiarazioni
dell’unica testimone oculare, la giovane Sofia Maria Letizia, la quale, a
pochi giorni di distanza dal fatto, indicò, quale autovettura utilizzata dai
killer una Fiat UNO di colore verde
metallizzato, ed un anno dopo, chiamata a fornire qualche elemento in più
sull’identità degli aggressori, riconobbe il conducente dell’autovettura
nella fotografia segnaletica riproducente l’immagine dell’ormai defunto
Stracuzzi Antonino e lo sparatore in quella di BONAFFINI Salvatore fu Carmelo,
nato a Messina il 5.10.1972, omonimo e cugino dell’imputato. Quest’ultimo
nel corso del suo esame ha più volte affermato che il giorno dell’omicidio si
era recato a Spadafora con la sua Opel
Corsa, autovettura la cui utilizzazione da parte in sua in quel periodo
risulta anche dall’istruzione relativa ad altri capi di imputazione, mentre è
altrettanto pacifico che il cugino disponeva nello stesso periodo proprio di una
Fiat UNO. Mentre il riconoscimento di Stracuzzi rafforza nel suo
complesso l’ipotesi accusatoria (che lo stesso Stracuzzi fosse stato visto in
zona è confermato inoltre dall’analogo riconoscimento eseguito dal
proprietario del locale di Venetico Marina assiduamente frequentato da Foti
Benedetto), il riconoscimento dello sparatore operato dalla giovane Sofia, anche
se obiettivamente i volti dei due BONAFFINI riprodotti nelle fotografie esibite
alla testimone dai carabinieri appaiono somiglianti, desta il dubbio che a
partecipare all’omicidio possa essere stato il cugino del collaboratore e che
quest’ultimo si sia deliberatamente addossato la responsabilità del fatto di
sangue “sostituendosi” al congiunto, forse sperando in un trattamento
benevolo connesso alla propria condizione e conscio del fatto che un’ulteriore
condanna non potrebbe probabilmente aggravare in maniera significativa la sua
posizione. L’ipotesi, per quanto suggestiva ed alimentata dalla considerazione
dell’atteggiamento tenuto dal BONAFFINI nei riguardi del cugino anche con
riferimento ad altre vicende sottoposte all’esame della Corte (v. soprattutto
l’omicidio di Pellegrino Salvatore di cui al capo 36), è destinata a rimanere
tale, sia perché gli elementi che la sorreggono, affidati alle dichiarazioni di
una bambina coraggiosa, ma a cui la forte emozione potrebbe avere offuscato il
ricordo, appaiono troppo deboli per contrastare il complesso imponente delle
altre risultanze processuali (prima fra tutte una dettagliatissima confessione),
sia perché il dato relativo al periodo di servizio militare trascorso ad Udine
da Foti Benedetto è univocamente riferibile al solo BONAFFINI Salvatore nato a
Messina il 27.9.1972.
Anche su MARCHESE Mario, quale mandante del
delitto, convergono tutte le risultanze probatorie. Alla specifica chiamata in
correità proveniente da BONAFFINI Salvatore si sovrappongono gli elementi di
accusa desumibili dalle dichiarazioni di tutti gli altri collaboratori sentiti
che hanno ricondotto l’omicidio alla strategia di annientamento del gruppo “Mancuso”,
chiamando indirettamente in causa il MARCHESE, che di quella strategia era uno
degli artefici e promotori, mentre SPARACIO
Luigi, LA TORRE Guido e LEO Roberto, assumendo peraltro di averlo appreso
direttamente anche da BONAFFINI Salvatore, hanno accusato il MARCHESE di essere
stato il mandante dello specifico fatto di sangue.
MARCHESE Mario, smentendo il BONAFFINI, si è
dichiarato estraneo alla fase deliberativa ed organizzativa dell’omicidio,
dichiarando di essere in quel periodo obbligato a risiedere fuori Messina a
causa di una misura di prevenzione e di essere giunto in città per un impegno
giudiziario la sera stessa del giorno in cui fu commesso il delitto,
apprendendone successivamente la causale e le modalità esecutive da Stracuzzi
Antonino che si era recato a fargli visita. Allo Stracuzzi, appreso il
coinvolgimento nel triplice omicidio del proprio affiliato BONAFFINI Salvatore,
MARCHESE avrebbe chiesto spiegazioni sull’identità delle vittime e sulle
ragioni del fatto di sangue, approvando espressamente l’uccisione del Conte
(che lo Stracuzzi avrebbe indicato come figlioccio di Giorgio MANCUSO) e
limitandosi a prendere atto con rammarico dell’eliminazione degli altri due
giovani che erano in compagnia del Conte e che forse i killer avevano in un
primo momento ritenuto erroneamente inseriti nel gruppo “Mancuso”. MARCHESE,
ammettendo comunque di avere dato la propria approvazione, sia pure successiva
alla consumazione dell’omicidio, e soprattutto riconducendo il fatto di sangue
alla deliberazione diretta alla uccisione di tutti gli appartenenti al gruppo
“Mancuso – Rizzo” scaturita dall’omicidio Di Blasi, ha riconosciuto
implicitamente la propria responsabilità, e ciò ridimensiona la portata della
divergenza rispetto alle affermazioni del BONAFFINI, che, pur attribuendo
l’iniziativa del delitto a Stracuzzi Antonino (unanimemente indicato come un
esponente di un gruppo diverso da quello “Marchese”), ha dato al
coinvolgimento di MARCHESE contorni ben più precisi, attribuendogli la
preventiva approvazione dell’omicidio, accompagnata da una raccomandazione di
cautela rivolta ai killer, ed affermando di essere stato ricompensato per il
delitto con una somma di denaro che il MARCHESE gli fece avere tramite
MAZZITELLO Pietro. Anche SPARACIO Luigi, sia pure in maniera dubitativa, ha
affermato che in quel periodo MARCHESE Mario si trovava a Messina, avallando
implicitamente le dichiarazioni del BONAFFINI. È evidente che il MARCHESE,
affermando la propria estraneità alle fasi che precedettero l’omicidio, ha
cercato di accreditare l’idea di un suo coinvolgimento di grado minore, ma
sotto il profilo della valutazione della responsabilità entrambe le versioni
conducono al medesimo risultato e giustificano l’accoglimento della richiesta
di condanna avanzata dal Pubblico Ministero, con la precisazione che anche in
questo caso l’affermazione di responsabilità è destinata ad “assorbire”
quella relativa alla condotta istigatrice ascritta all’imputato nell’ambito
del capo 19 anche con riferimento al delitto di cui al capo 38.
Sussistono le aggravanti della premeditazione e
della matrice “mafiosa” del delitto ai sensi dell’art. 7 del d. l. n.
152/91.
Sotto il primo profilo, richiamate le notazioni di
carattere generale in merito agli elementi costitutivi della premeditazione, è
agevole rilevare che il delitto fu preceduto, secondo le affermazioni degli
stessi protagonisti, da una serie di contatti diretti ad acquistare la fiducia
del Conte, che era la vittima designata, nell’attesa di cogliere il momento
opportuno per la consumazione dell’omicidio. Ed è anche agevole presumere che
un lasso di tempo apprezzabile fu dedicato ai preparativi delle modalità
esecutive, considerato che per l’omicidio del Conte, secondo le affermazioni
di BONAFFINI Salvatore, MARCHESE Mario, FERRARA Carmelo e SPARACIO Luigi, al
BONAFFINI e allo Stracuzzi fu consegnato da Mulé Giuseppe un miscuglio di
cocaina e sostanze velenose che avrebbe dovuto evitare il ricorso alle armi,
anche se lo sviluppo imprevedibile degli eventi, a prescindere dagli effetti
della miscela, in astratto letali, impose un sistema più sbrigativo e
soprattutto l’eliminazione dei due giovani che accompagnavano Conte Stellario
e che non avevano assunto la cocaina. La pacifica riconducibilità del delitto
alla deliberazione concernente gli affiliati al gruppo “Mancuso – Rizzo”
conferisce infine al triplice omicidio in esame quella dimensione programmatica
che tipicamente contraddistingue il dolo della premeditazione e che esprime la
particolare intensità della determinazione criminosa.
Il delitto è stato poi commesso allo scopo di
agevolare l’attività di un’associazione di stampo mafioso e, comunque,
avvalendosi delle condizioni previste dall’art. 416-bis
c. p., essendo sufficiente notare, richiamando quanto si è detto prima, che
l’omicidio in esame si caratterizza chiaramente come “mafioso” sia per le
modalità esecutive, sia per il movente che è sicuramente riferibile a
conflitti tra clan contrapposti per l’acquisizione di una posizione egemonica
nel sistema delle organizzazioni criminali locali, attraverso lo sterminio dei
capi e degli affiliati appartenenti ai clan rivali. Sotto il primo profilo va
ricordato che il delitto, uno degli episodi più gravi tra quelli sottoposti
all’attenzione della Corte nell’ambito di questo procedimento, fu commesso
in una domenica, in pieno giorno ed all’interno di un centro abitato, nelle
vicinanze di un complesso immobiliare, senza che i killer fossero frenati dal
timore di essere stati visti (cosa che in effetti avvenne) o di potere
incontrare qualche ostacolo.
Tuttavia per entrambi gli imputati l’operatività
in concreto dell’aggravante di cui all’art. 7 del d. l. n. 152/91 è esclusa
dalla concessione dell’attenuante speciale per la collaborazione prevista
dall’articolo successivo. Il contributo dei due imputati, oltre ad inserirsi
in un contesto di aperta dissociazione dalle realtà criminali che avevano reso
possibile la consumazione del delitto, è apparso decisivo ai fini di una
compiuta ricostruzione della vicenda, che, nonostante gli elementi raccolti nel
corso delle prime indagini, rimase avvolta da uno spesso velo fino all’avvento
dei collaboratori di giustizia. Anche se è stata registrata una significativa
divergenza tra il BONAFFINI ed il MARCHESE in ordine al ruolo specifico del
secondo (peraltro l’unica rilevante differenza nelle due versioni),
quest’ultimo resta meritevole del beneficio in quanto, pur collegando
l’omicidio ad una sua fase di allontanamento dalle vicende messinesi
determinato probabilmente dal soggiorno a Milano e poi culminato nell’arresto
dell’agosto del 1992, MARCHESE non ha contestato la propria responsabilità,
attestata da tutte le altre fonti di accusa, comprendendo il triplice omicidio
nella deliberazione iniziale unitamente ai fatti di sangue che l’hanno
preceduto e a quelli che l’hanno seguito fino all’omicidio di Cunsolo
Vittorio. Anche il silenzio di MARCHESE in ordine al ruolo di Mulé Giuseppe,
registrato dal GIP nel momento in cui rigettò la richiesta di misura nei
confronti di Mulé, non può essere univocamente interpretato come espressione
di un suo deliberato tentativo di preservare il Mulé dalle accuse
(atteggiamento che invero contraddistingue la fase iniziale della collaborazione
del MARCHESE), posto che anche il BONAFFINI, pur confessando l’omicidio, ha
finito per attribuire al Mulé un ruolo causalmente irrilevante (la consegna
della miscela di cocaina e cianuro apparentemente priva di effetti
sull’organismo del Conte), senza che nelle sue affermazioni possa cogliersi
l’assegnazione al Mulé di un qualche ruolo sotto il profilo della
determinazione o del rafforzamento del proposito criminoso: sicché, anche ove
vi sia stata, l’omissione del MARCHESE (che tuttavia sull’episodio è stato
sentito più volte anche dopo l’abbandono delle iniziali reticenze sul ruolo
del Mulé) rimane priva di conseguenze concrete sul piano della completezza
della ricostruzione dei fatti e non è di ostacolo alla concessione del
beneficio. Conseguentemente tanto a MARCHESE Mario che a BONAFFINI Salvatore va
concessa l’attenuante speciale per la collaborazione invocata dai loro
difensori.
Per la concreta commisurazione della pena si rinvia
alla parte conclusiva di questa motivazione.