2.3.38.    Triplice omicidio volontario in danno di CONTE Stellario, FOTI Benedetto e GIACOBBO Massimo (capo 38)

L’episodio in questione, uno degli ultimi della lunga serie di fatti di sangue seguiti all’omicidio di Di Blasi Domenico avvenuto oltre un anno prima, si caratterizza per la particolare crudeltà che contraddistinse l’operato dei killer, il cui obiettivo era il solo Conte Stellario, elemento vicino a MANCUSO Giorgio, ma che non esitarono a sopprimere la vita di altri due giovanissimi la cui unica “colpa” fu quella di trovarsi in compagnia del Conte al momento sbagliato.

Intorno alle ore 16 del 31 maggio 1992, nella via Vico 2° Arcipretato che collega la via Nazionale con il lungomare di Spadafora, nei pressi dell’ingresso del complesso verosimilmente denominato “Spiagge d’oro”, mentre erano a bordo di una Fiat PANDA, il venticinquenne Conte Stellario, residente a Messina ma di fatto in quel periodo dimorante a Spadafora presso lo stesso complesso “Spiagge d’oro”, ed i diciannovenni Giacobbo Massimo e Foti Benedetto venivano fatti segno a numerosi colpi di arma da fuoco esplosi da uno sconosciuto successivamente allontanatosi a bordo di un’autovettura Fiat UNO condotta da un complice.

Non trovandosi agli atti il rituale fascicolo di rilievi tecnici e fotografici, è necessario attingere esclusivamente alle dichiarazioni dei testimoni sentiti in dibattimento, prevalentemente all’udienza del 16.1.1998, per apprendere le modalità dell’episodio così come ricostruite nel corso delle prime indagini.

Le forze dell’ordine accorse sul posto in seguito alla segnalazione degli abitanti della zona che avevano avvertito le esplosioni dei colpi, e cioè soprattutto i carabinieri delle stazioni di Spadafora e Rometta e quelli della compagnia di Milazzo, ebbero modo di constatare che delle tre vittime il solo Giacobbo era riuscito, anche se invano, a lasciare l’abitacolo dell’autovettura su cui verosimilmente occupava il posto accanto a quello del conducente. Il giovane fu trovato disteso al suolo in posizione prona, con gli arti inferiori divaricati, a qualche diecina di metri dall’autovettura Fiat PANDA, che invece arrestò più avanti la sua corsa dopo avere urtato un cassonetto per la raccolta delle immondizie. All’interno dell’autovettura furono trovati i cadaveri di Foti Benedetto, riverso sul sedile posteriore, e di Conte Stellario, ancora seduto al posto di guida. Sul luogo furono rinvenuti e sottoposti a sequestro cinque bossoli di proiettile per pistola calibro 7,65 e tre proiettili dello stesso calibro, nonché, tra gli altri oggetti descritti nel verbale di sequestro del 31.5.1992 (contenuto nella carpetta degli atti relativi al capo 38), i frammenti di una banconota da lire 10.000. Una perquisizione domiciliare eseguita qualche giorno dopo presso l’abitazione di Spadafora del Conte consentì il rinvenimento di alcune pezzuole che erano ancora imbevute di solvente, come se fossero state utilizzate per la pulizia di armi, e soprattutto di una bustina in plastica all’interno della quale fu trovata una sostanza che le successive analisi dimostrarono essere cocaina (v. il verbale di sequestro relativo alla perquisizione eseguita il 4.6.1992 alle ore 21, nonché le deposizioni dei testi Calarco, Resitano ed Alagna, escussi all’udienza del 16.1.1998).

Il prof. Modica, a cui fu affidato l’esame autoptico sui corpi dei tre giovani e che è stato sentito in dibattimento il 16.1.1998, accertò che la morte di tutte e tre le vittime, sopraggiunta in circostanze di tempo e di luogo compatibili con le risultanze delle prime indagini (intorno alle ore 16 del 31.5.1992), fu causata da arresto cardiaco determinato dalle gravi lesioni interne prodotte dai colpi che avevano attinto Conte, Foti e Giacobbo in varie parti del corpo (tre per ciascuno degli uccisi, tutti esplosi da distanza non ravvicinata). Altri due proiettili dello stesso calibro dei reperti balistici trovati sul posto furono rinvenuti nel corso dell’esame necroscopico sui corpi di Conte e Giacobbo. Su tutti i reperti balistici fu eseguita, su incarico del Pubblico Ministero, una consulenza diretta a verificare se i bossoli ed i proiettili fossero stati esplosi dalla stessa arma o da armi diverse, e l’indagine, affidata all’allora brigadiere Leone, che è stato sentito all’udienza del 17.1.1998, accertò che i reperti, esaminati al microscopio comparatore, erano tutti riconducibili allo sparo di un’unica arma calibro 7,65 (v. anche la relazione di consulenza e l’allegato fascicolo fotografico, che sono stati prodotti in versione integrale dal Pubblico Ministero all’udienza del 28.4.1999).

Esaurita la rituale attività diretta ad assicurare le fonti di prova ed a conservare le tracce e le cose pertinenti al reato, le prime indagini furono orientate alla ricostruzione della personalità e degli ultimi movimenti delle vittime. Emerse così che Foti Benedetto, che aveva finito da poco tempo il servizio militare di leva, lasciata la casa materna intorno alle ore 10,30 di quella domenica mattina, era stato invitato a pranzo da un amico, tale Inferrera Franco, e quindi, avvertita la madre che non sarebbe subito rientrato, si era recato presso un locale di Venetico Marina, adibito a bar e a sala – giochi, ubicato nei pressi dei magazzini Standa, e dal Foti abitualmente frequentato (v. la deposizione della teste Libreri Giovanna, madre del Foti, sentita all’udienza del 27.2.1998). I gestori del ritrovo, i coniugi Gaetano Arena ed Agata Crimarchi, che sono stati sentiti il 16.1.1998, hanno confermato che un po’ di tempo dopo l’apertura pomeridiana Foti Benedetto, assiduo frequentatore del locale, vi si era introdotto ed aveva cominciato a giocare con altri tre giovani al calciobalilla. Verso le ore 15,00 erano giunti al locale il Conte ed il Giacobbo, i quali avevano chiamato il Foti, provocandone una infastidita reazione in quanto era sua intenzione concludere la partita prima di andare via. I due avevano allora consumato qualcosa, finché il Foti si era unito a loro per allontanarsi subito dopo a bordo di una Fiat PANDA di colore bianco. Dopo pochi minuti, lasciato momentaneamente il Foti sull’autovettura, Conte e Giacobbo avevano acquistato tre pacchetti di sigarette presso una tabaccheria ubicata sulla via Nazionale di Venetico Marina, per allontanarsi subito dopo in compagnia dell’amico sempre a bordo della Fiat PANDA di colore bianco (v. la deposizione della titolare dell’esercizio Giovanna Anastasi, sentita il 16.1.1998).

Qualche giorno dopo il triplice omicidio fu poi sentita dai carabinieri di Spadafora l’undicenne Sofia Maria Letizia, che era stata notata fuggire subito dopo l’esplosione degli spari e che aveva assistito alle fasi salienti dell’episodio. La giovane, oggi sedicenne, è stata sentita in dibattimento all’udienza del 16.1.1998, ma, probabilmente a causa dell’agitazione, che ha ammesso non averla mai lasciata da quel pomeriggio, e di un parziale offuscamento del ricordo, si è limitata a riferire in maniera molto frammentaria alcune delle circostanze a suo tempo raccontate, sicché le sono state contestate quasi per intero le dichiarazioni rese il 10 giugno 1992 e poi, esattamente un anno dopo, il 9 giugno 1993. La Sofia, che si trovava a passare per la via Vico 2° Arcipretato per recarsi a casa di un’amica, aveva notato la presenza di due autovetture, probabilmente uscite dal cancello del complesso “Sabbie bianche”, una Fiat UNO di colore verde metallizzato, e, dietro di essa, una Fiat PANDA di colore bianco. Ad un tratto un giovane dell’apparente età di ventidue anni e dalla corporatura esile, che indossava dei bleu jeans ed una maglietta di colore arancione con le maniche corte e che era sceso dalla Fiat UNO, sopraggiunta la Fiat PANDA si era avvicinato al finestrino lato guida ed estratta dalla tasca destra dei pantaloni una pistola l’aveva impugnata con entrambe le mani e quindi, abbassatosi, aveva cominciato a sparare in direzione dell’interno dell’autovettura. Mentre uno degli occupanti della Fiat PANDA, che la testimone ha riferito di avere identificato con Giacobbo Massimo, persona che conosceva in quanto amico di un suo cugino, aveva cercato di fuggire in direzione dell’ingresso del vicino complesso immobiliare, il killer era risalito sulla Fiat UNO, invitando il conducente ad allontanarsi in fretta. Presa dalla paura la Sofia era fuggita, riuscendo a cogliere, prima di andar via, un’invocazione di aiuto diretta evidentemente al Foti da uno dei due amici agonizzanti (“Benedetto, portami all’ospedale!”). Chiamata un anno dopo a fornire una più dettagliata descrizione degli aggressori la testimone ha riferito che il conducente della Fiat UNO era un giovane con gli occhiali dai vetri chiari, mentre il complice era alto circa metri 1,75 ed aveva i capelli corti pettinati all’indietro e trattenuti dal gel. In questa seconda occasione alla Sofia furono anche mostrate alcune foto segnaletiche e risulta dal verbale del 9.6.1993, acquisito in seguito alle contestazioni, e dalla copia dell’insieme delle diciotto fotografie di pregiudicati esibite alla Sofia, che il giovane la cui fotografia era contraddistinta dal n. 9 (corrispondente a Stracuzzi Antonino) fu indicato dalla giovane come il presunto conducente della Fiat UNO su cui erano fuggiti i sicari, mentre il giovane la cui effigie era riprodotta al n. 15 (BONAFFINI Salvatore, nato a Messina il 5.10.1972, cugino dell’omonimo collaboratore di giustizia) fu riconosciuto come colui che aveva estratto la pistola e sparato in direzione degli occupanti della Fiat PANDA. Ad analogo riconoscimento, nel corso delle prime indagini, fu chiamato il gestore del citato locale di Venetico Marina, Arena Gaetano, il quale riconobbe in fotografia Stracuzzi Antonino come un probabile avventore, ma senza ricordare tuttavia l’epoca in cui ve lo aveva visto.

Nonostante gli elementi acquisiti, probabilmente di spessore di gran lunga maggiore di quanto non fosse avvenuto in molti degli altri episodi sottoposti al giudizio di questa Corte, le indagini non sortivano effetti significativi, perché la denunzia di una serie di persone per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso e, contestualmente, di tali Scimone Francesco, Inferrera Natale e Morabito Giuseppe per il triplice omicidio (che l’informativa dei Carabinieri di Spadafora in data 8.9.1992 inquadrava in uno scontro probabilmente connesso al mutamento degli equilibri della malavita locale) sfociava in una archiviazione per il primo delitto, mentre analogo provvedimento avrebbe riguardato anche i tre indagati per il fatto di sangue solo in seguito all’esercizio dell’azione penale nei confronti degli odierni imputati scaturito dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia (v. decreto di archiviazione del 10.5.1996, p. 22).

Sull’episodio sono stati sentiti in dibattimento CARIOLO Antonio, FERRARA Sebastiano, LA TORRE Guido, ARNONE Marcello, LEO Roberto e SPARACIO Luigi. Si sono sottoposti all’esame gli imputati MARCHESE Mario e BONAFFINI Salvatore, ed è stato infine disposto ed assunto ai sensi dell’art. 507 c. p. p. anche l’esame di FERRARA Carmelo.

CARIOLO Antonio, sentito il 3.2.1999, ha dichiarato di avere appreso da Villari Antonino, il cugino di SPARACIO Luigi successivamente ucciso, che autori del fatto di sangue erano BONAFFINI Salvatore, killer del gruppo di MARCHESE Mario, e Stracuzzi Antonino, appartenente al gruppo di GALLI Luigi. Quest’ultimo aveva accompagnato il BONAFFINI, il quale , preso posto sull’autovettura delle vittime con un pretesto, aveva poi fatto fuoco con una pistola calibro 7,65 fornitagli da Mulé Giuseppe che in quel periodo trascorreva un periodo di villeggiatura nella non lontana Rometta. Al Villari il CARIOLO si era rivolto infastidito dalla intensificazione dei controlli delle forze dell’ordine, in quanto in quel periodo il collaboratore era sottoposto all’obbligo di dimora nel comune di Rometta ed i carabinieri, sapendolo vicino al gruppo “Sparacio”, ne sospettavano il coinvolgimento nel fatto di sangue. Il delitto, secondo quanto aveva riferito al CARIOLO il Villari, il quale aveva appreso i particolari nel corso delle riunioni che continuavano a svolgersi a casa di SPARACIO (a cui il CARIOLO non prendeva parte), si inquadrava nella strategia di annientamento del clan “Mancuso – Rizzo”, in quanto il Conte era vicino a MANCUSO Giorgio, mentre l’uccisione degli altri due giovani era scaturita da un’iniziativa del BONAFFINI che non intendeva lasciare in vita testimoni del fatto.

FERRARA Sebastiano, sentito il 12.3.1999, si è limitato a ricordare che durante la sua latitanza il fratello Carmelo gli aveva riferito di avere incontrato a piazza Cairoli BONAFFINI Salvatore che gli aveva confidato di avere ucciso a Spadafora tale Conte Stellario, peraltro nella convinzione che fosse l’unica vittima dell’agguato.

Confermando quanto riferito dal fratello solamente in ordine all’identità della sua fonte di conoscenza (BONAFFINI Salvatore), FERRARA Carmelo, il cui esame, svoltosi all’udienza del 30.4.1999, è stato ammesso ai sensi dell’art. 507 c. p. p., ha raccontato una vicenda dai risvolti in parte singolari, riferendo che LEO Domenico, fratello del defunto Pippo Leo, verosimilmente nel contesto della strategia diretta a raggiungere gli obiettivi del gruppo “Mancuso” i cui limitati movimenti impedivano di colpirli nelle maniere tradizionali, aveva fatto visita allo stesso FERRARA Carmelo confidandogli di potere venire in possesso, tramite degli amici catanesi del fratello, di un certo quantitativo di cianuro, da destinare al “taglio” di sostanze stupefacenti (eroina e cocaina) che avrebbero potuto essere fatte pervenire ai predetti elementi di cui era nota la propensione ad assumere droga. Lo stesso FERRARA Carmelo avrebbe preso parte insieme a LEO Domenico alla preparazione del miscuglio mortale, somministrato ad un cane che, secondo il racconto del collaboratore, avrebbe in seguito assunto una colorazione particolare (“un colore tipo celestino, non lo so …”), quindi ceduto a Mulé Giuseppe ed infine consegnato a BONAFFINI Salvatore e Stracuzzi Antonino, entrambi amici di Conte Stellario. La sostanza era stata fatta assumere a Spadafora da Stracuzzi e BONAFFINI al Conte e ad altri due giovani, ma, poiché dopo una diecina di minuti la miscela non aveva prodotto l’effetto sperato, il BONAFFINI aveva estratto una pistola uccidendo tutti e tre. Come FERRARA avrebbe poi appreso da BONAFFINI presso la pescheria del padre di quest’ultimo, l’obiettivo era il Conte che apparteneva al gruppo di MANCUSO Giorgio, ma per eliminare possibili testimoni era stato necessario uccidere anche gli altri due giovani, uno dei quali peraltro conosceva il BONAFFINI perché insieme a lui aveva adempiuto agli obblighi di leva.

LA TORRE Guido, escusso all’udienza del 19 marzo 1999, ha confermato l’inquadramento del fatto di sangue nell’offensiva ai danni del gruppo “Mancuso – Rizzo”, dichiarando di avere appreso da BONASERA Angelo (che il 3.5.1999 si è avvalso della facoltà di non rispondere) che esecutori materiali, oltre a Mulé Giuseppe, erano stati Stracuzzi Antonino e BONAFFINI Salvatore. Anche se l’obiettivo era Conte Stellario il BONAFFINI aveva dovuto sopprimere anche gli altri due perché conosciuto in quanto aveva fatto il servizio di leva o il periodo di addestramento (il c. d. CAR) insieme ad essi. Le stesse notizie LA TORRE le aveva apprese in carcere assistendo ad una discussione a cui avrebbero preso parte BONAFFINI Salvatore e Mulé Giuseppe e nel corso della quale quest’ultimo veniva indicato come il fornitore delle pistole utilizzate da Stracuzzi e BONAFFINI (con nota n. 2846 del 6.5.1999 il D. A. P. ha comunicato che LA TORRE Guido e BONAFFINI Salvatore, nato il 27.9.1972, sono stati detenuti insieme presso la casa circondariale di Messina Gazzi dal 18.8.1992 al 27.8.1992, ed in particolare presso lo stesso reparto dal 25 al 27.8.1992, mentre Mulé Giuseppe non figura tra i detenuti presso la stessa struttura nel periodo in considerazione).

ARNONE Marcello, esaminato il 24 marzo 1999, ha dichiarato che esecutori materiali dell’omicidio erano stati Mulé Giuseppe e BONAFFINI Salvatore, quest’ultimo un killer che non aveva una stabile collocazione criminale in quanto poteva essere utilizzato per la consumazione di omicidi tanto dal gruppo “Marchese” che dal gruppo “Sparacio”. Fu il BONAFFINI  a raccontare personalmente in carcere ad ARNONE le modalità dell’omicidio, che era stato commesso in quanto il Conte apparteneva al gruppo di MANCUSO Giorgio, mentre gli altri due avevano dei debiti per ragioni connesse allo spaccio di stupefacenti nei confronti di Mulé o di MARCHESE o dello stesso BONAFFINI.

LEO Roberto, sentito il 14 aprile 1999, ha riferito che l’omicidio di Conte Stellario fu deciso perché si trattava di un elemento inserito nel gruppo di MANCUSO Giorgio ed inoltre perché, in quanto figlioccio di Pellegrino Salvatore, se ne temevano le possibili velleità di vendetta. Nel corso di un incontro nei pressi della macelleria di carne equina Di Blasi ubicata nella via Catania di Messina BONAFFINI Salvatore aveva confidato al LEO che avrebbe dovuto recarsi a Spadafora o Rometta per uccidere Conte Stellario ed il LEO gli aveva offerto la propria disponibilità a partecipare alla consumazione del delitto. Appresa la notizia dell’omicidio, una domenica mattina in occasione di una competizione clandestina di cavalli il LEO aveva ricevuto dal BONAFFINI la conferma della sua partecipazione, e, quando si era rammaricato in quanto il BONAFFINI non lo aveva interpellato, quest’ultimo gli aveva riferito che per uccidere il Conte e i due ragazzi che si trovavano con lui (ma il vero obiettivo era il Conte), si era  servito della collaborazione di “suo compare”, espressione con cui LEO Roberto comprese che BONAFFINI intendeva riferirsi a MAZZITELLO Pietro. Lo stesso BONAFFINI gli aveva riferito che il mandante era MARCHESE Mario, al cui gruppo apparteneva, e dell’omicidio il LEO aveva sentito parlare anche Mulé Giuseppe che all’interno del gruppo “Marchese” era investito di poteri decisionali. Essendogli stato contestato che il 5 gennaio 1994 aveva riferito cosa parzialmente diversa, affermando che solo nel corso del primo incontro presso la macelleria il BONAFFINI gli avrebbe preannunziato la partecipazione di MAZZITELLO, senza nulla riferirgli in proposito nel corso dell’incontro successivo, il LEO ha ammesso di non ricordare esattamente i tempi del riferimento al MAZZITELLO: va subito rilevato che indubbiamente la versione oggetto di contestazione meglio si concilia con le altre risultanze dibattimentali, in base alle quali il complice di BONAFFINI sarebbe stato Stracuzzi Antonino.

SPARACIO Luigi, esaminato in merito all’episodio nelle udienze del 16 e del 17 aprile 1999, ha riferito che dell’omicidio apprese dopo la sua consumazione con un po’ di meraviglia in quanto non gli constava che tra gli affiliati al gruppo di RIZZO Rosario vi fosse Conte Stellario, che costituiva il vero bersaglio dei sicari, mentre, come al collaboratore riferì successivamente BONAFFINI Salvatore, gli altri due erano stati eliminati solamente perché scomodi testimoni. MARCHESE Mario fu il mandante del triplice omicidio, consumato da Mulé Giuseppe, Stracuzzi Antonino e BONAFFINI Salvatore; in dibattimento lo SPARACIO ha aggiunto, come quarto esecutore materiale, il nome di MAZZITELLO Pietro, ma ha poi ammesso di avere probabilmente fatto confusione, in quanto il MAZZITELLO (che era peraltro solito attribuirsi la paternità anche di delitti che non aveva commesso) lo aveva solamente informato dell’accaduto, peraltro rammaricandosi del fatto che Mulé e Stracuzzi avessero coinvolto nell’omicidio il BONAFFINI e che per uccidere il Conte fossero state eliminate altre due persone estranee al progetto omicida. In ordine alla dinamica del triplice omicidio lo SPARACIO ha ricordato di avere appreso che il Mulé aveva fornito del cianuro che gli esecutori materiali fecero “sniffare” al Conte presso la sua abitazione inducendolo a credere che fosse cocaina senza tuttavia ottenere l’effetto sperato, sicché fu poi necessario sparare a lui e ai due giovani che gli si erano uniti. Sul punto, suscitando la meraviglia di SPARACIO, il Pubblico Ministero ha evidenziato che nel corso delle indagini preliminari il collaboratore non aveva fatto alcun riferimento al cianuro, limitandosi ad indicare, come pretesto per attirare il Conte in un tranello, l’occasione di “provare” una nuova partita di cocaina. Indicando infine le sue fonti, oltre a MAZZITELLO Pietro, lo SPARACIO ha indicato MARCHESE Mario (che in quel periodo era a Messina, “mi sembra” ha aggiunto SPARACIO) e BONAFFINI Salvatore.

Il primo tra gli imputati a sottoporsi all’esame è stato MARCHESE Mario, sentito il 20 febbraio 1999, il quale si trovava in quel periodo a Milano perché sottoposto ad una misura di prevenzione ed arrivò a Messina, in quanto impegnato in un processo, intorno alle 16 o 16,30 dello stesso giorno in cui fu consumato il triplice omicidio (commesso, secondo il collaboratore, intorno alle 13,30 o 14). Seppe subito, forse allo stesso aeroporto di Reggio Calabria, che in provincia di Messina era stato commesso un triplice omicidio, ma fu Stracuzzi Antonino ad informarlo successivamente sui dettagli del delitto, riferendogli di averlo consumato insieme a BONAFFINI Salvatore in quanto Conte Stellario, sconosciuto al MARCHESE come le altre due vittime, apparteneva al gruppo “Mancuso – Rizzo”. MARCHESE si era allora lamentato per l’uccisione degli altri due giovani che erano insieme al Conte, ma Stracuzzi, forse per giustificarsi, gli aveva spiegato come fossero andate le cose: era intenzione del Conte spacciare della cocaina a Spadafora e nelle zone limitrofe, e con il pretesto di concordare i termini della fornitura BONAFFINI e Stracuzzi erano stati a casa del Conte per fargli provare la qualità di un campione di sostanza che era stato opportunamente preparato con un topicida per provocare la morte del Conte. Non avendo prodotto la sostanza alcun effetto apparente, concordato l’appuntamento per la consegna di un determinato quantitativo che il Conte si era dichiarato disposto ad acquistare, al momento dei saluti il BONAFFINI aveva estratto una pistola calibro 7,65 ed aveva ucciso i primi due all’interno dell’autovettura su cui si trovavano, mentre il terzo, che era riuscito a fuggire dall’abitacolo del veicolo, era stato colpito alle spalle con l’ultimo proiettile disponibile. Per simulare un regolamento di conti connesso allo spaccio di stupefacenti sul luogo erano state abbandonate una banconota da 10.000 lire strappata (il corrispettivo pagato da Conte per la sostanza consumata) ed una bustina di cocaina non utilizzata.

BONAFFINI Salvatore, esaminato il 9 aprile 1999, ha fornito una dettagliata descrizione dell’episodio e dei fatti che l’avevano preceduto, compatibile esclusivamente con un’esperienza diretta dei fatti, attribuendosi senza riserve la paternità dell’omicidio ed indicando MARCHESE Mario come mandante del delitto ed interessato alla morte di Conte Stellario (“… un sabato pomeriggio verso le ore due, se ricordo bene, io e Stracuzzi Antonino siamo andati a Spadafora, sul lungomare di Spadafora e lì siamo andati a prenderci un caffè, un gelato, una cosa del genere e lì ci siamo incontrati casualmente con LEARDO Luigi. […] Ad un tratto vedo da lontano che veniva con la macchina verso di noi Conte Stellario con un altro ragazzo, niente, gli ho detto a Stracuzzi: ‘Compare c’è Conte’, Stracuzzi mi disse: ‘Fermalo, fermalo!’, e l’ho fermato, l’ho salutato. […] si è fermato il Conte Stellario, dice: ‘compare – però, signor giudice io a Conte Stellario non lo conoscevo, mi ha scambiato per qualcuno che conosceva però mi ha chiamato Salvatore pure - Dice ‘compare tutto a posto’, poi diciamo ho capito per chi mi ha sbagliato, per mio cugino Salvatore perché come ho detto prima mio cugino lo conosceva diciamo, li conosceva a lui, a Pellegrino, ogni tanto lì giocano a pallone, non lo so quello che facevano. Niente mi ha detto lui dice: ‘cosa fai?’, gli ho detto: ‘ti presento degli amici’, lo Stracuzzi si è presentato non mi ricordo sotto a quale nome, no di Antonino, Filippo una cosa del genere, gli ho presentato anche a LEARDO Luigi, niente mi sono appartato con Conte e gli ho detto che io volevo frequentare Spadafora per spacciare della eroina e cocaina, dice: ‘Compare qua dice che problema c’è?, ci sono io casomai dice me la vedo io’, niente si è avvicinato pure lo Stracuzzi Antonino e così abbiamo parlato del più e del meno per questo qui. Ma, diciamo, nonché che noi dovevamo spacciare lì a Spadafora, noi lo volevamo tirare nella trappola a lui, a Conte Stellario, infatti abbiamo preso l’appuntamento per la domenica pomeriggio alle ore due dovevamo andare, avevamo l’appuntamento con Conte Stellario alle ore due […] ce ne siamo andati e sono andato a casa di MARCHESE Mario se ricordo bene e gli ho passato l’ordine, e ricordo bene che MARCHESE Mario quel giorno mi ha detto a me: ‘State attenti, aprite gli occhi’. All’indomani verso l’una sono andato a casa di Mommo, di Stracuzzi Antonino, ho preso Stracuzzi Antonino e siamo andati a San Matteo […] Gli ho detto: ‘Compare con quante pistole andiamo lì?’ Dice: ‘No, ho parlato dice con Mulé Giuseppe che ha un po’ di cianuro e lo mischiamo con la cocaina, lo facciamo sniffare cocaina e cianuro’, gli ho detto: ‘Va be’. Siamo andati da Mulé Giuseppe che ci aspettava alla chiesa di San Matteo, era incazzato Mulé Giuseppe perché Franco CUSCINÀ non gliela voleva dare la cocaina. Diciamo, dopo un paio di ore, noi alle tre abbiamo risolto tutto, diciamo alle due e mezza una cosa del genere, abbiamo risolto tutto, l’abbiamo trovata questa cocaina e Mulé Giuseppe me l’ha consegnata a me nelle mani in un pacchetto di sigarette dice: ‘Compare state attento perché tutti il cianuro che c’è messo lì dentro ammazza un elefante’, queste parole mi ha detto. E siamo partiti con la mia macchina, la Opel Corsa. Siamo arrivati a Spadafora verso le tre, una cosa del genere, e non abbiamo trovato a nessuno all’appuntamento stabilito con il Conte Stellario, gli ho detto a Stracuzzi: ‘Facciamoci un giro qui a Spadafora’, e l’abbiamo visto a lui che stava uscendo da un locale, non ricordo bene, che si era sciacquato le mani, dice: ‘Perché aveva rubato della nafta’, una cosa del genere. Gli ho detto: ‘Niente, Stello, sali con me sulla macchina e andiamo e ci facciamo questo giro’, dice: ‘No compare qui ci sono due amici miei, uno è mio figlioccio’, una cosa del genere, e un altro dice: ‘Non li posso lasciare da soli’, gli ho detto: ‘Conte, ma se tu hai detto l’appuntamento da solo, tu ora hai portato altri due ragazzi, qui come facciamo?’. Dice: ‘Va bene, sono affidabili’, non c’era problema come voleva fare capire lui e gli ho detto: ‘Andiamo in un posto appartato’, dice: ‘No, compare, vicino qui c’è un appartamento che è mio’, e siamo andati a casa di Conte Stellario, io, Conte e Stracuzzi  e quei due ragazzi ci seguivano con una macchina che era di Conte Stellario, una Fiat PANDA bianca. Siamo arrivati in questo appartamento del Conte e siamo saliti al primo piano. C’era un tavolo, mi sono messo a guardare la casa perché a primo impatto mi sono spaventato quando sono entrato dentro casa perché mi spaventavo che Conte ci aveva tirati nella trappola a noi, essendo che il Conte era un affiliato a MANCUSO mi sono spaventato. Poi quando siamo entrati nell’appartamento abbiamo visto che non era come pensavamo noi, mi sono messo nel tavolo e gli ho detto, sempre parlando con Stellario: ‘Compare, c’è la cocaina che è troppo forte, è buona, la dobbiamo spacciare quest’estate qui a Rometta’. Dice: ‘Compare, me la fate provare?’, gli ho detto: ‘Che problema c’è’, gliel’ho messa sul tavolo e gli ho preparato una striscia per lui, mi ha detto Conte Stellario: ‘E poi?’, gli ho detto: ‘Né io e neanche lui facciamo uso di sostanze’, gli abbiamo riferito a Stellario, gli ho detto: ‘Anzi questi due ragazzi qui che fanno?’, dice: ‘No, noi neanche fumiamo’. Ricordo bene che mentre Conte Stellario stava sniffando un ragazzo di quelli, non ricordo chi era uno dei due, mi ha detto: ‘Ma tu non sei BONAFFINI, quello che abbiamo fatto il militare insieme’, gli ho detto: ‘Dove?’, dice: ‘Ad Udine’, allora mi è gelato il sangue, gli ho detto: ‘Sì, io sono, BONAFFINI’, e mi ha guardato subito in faccia Stracuzzi Antonino, per fare qualcosa con questi due ragazzi, li dovevamo ammazzare, non c’era ormai più niente da fare. Siccome io avevo la pistola in macchina, pensavo che ce l’aveva Stracuzzi, sono sceso con una scusante giù in macchina, ho preso la pistola e quando sono risalito su gli ho detto a Conte Stellario se avevano una radio, uno stereo, dice: ‘No, non ho niente’. Ci siamo guardati in faccia sempre io e Stracuzzi Antonino e gli ho detto: ‘Compare, allora ce ne andiamo’, si parte Conte Stellario e dice: ‘No, andiamo al bar e ci prendiamo un caffè’. Siamo scesi tutti giù, io e Stracuzzi Antonino siamo scesi prima, siamo usciti e ci siamo fermati a 50 metri da casa sua, vicino. Stracuzzi era a lato guida, io sono sceso dalla macchina e quando si è avvicinato Conte Stellario vicino a me gli ho cominciato a sparare (preciserà in seguito di avere utilizzato una pistola calibro 7,65 avuta da Mulé Giuseppe), gli ho sparato a Conte Stellario e a quei due ragazzi che c’erano. Uno ha aperto lo sportello della macchina ed è scappato, se ne è andato via, infatti io sono scappato subito sulla mia macchina e gli ho detto a Stracuzzi: ‘È scappato quello lì’, e Stracuzzi dice: ‘Siamo rovinati, quello che è scappato è probabile che è quello che ha fatto il tuo nome, quello che avete fatto il militare insieme’. Ce ne siamo andati e siamo andati a casa dello Stracuzzi subito, abbiamo preso l’autostrada e siamo scesi al rione Giostra, a casa dello Stracuzzi e lì mi sono cambiato, mi sono dato una sciacquata, poi ho preso la mia macchina e me ne sono andato. All’indomani sono andato a casa di MARCHESE Mario, io e Piero MAZZITELLO, e lì abbiamo trovato a Luigi SPARACIO, eravamo io, SPARACIO, MARCHESE e Piero MAZZITELLO e gli ho detto quello che era successo, dice MARCHESE: ‘So tutto riguardo il triplice omicidio’, si parte SPARACIO Luigi e dice: ‘Avete fatto bene che avete ammazzato pure a quei due, purtroppo hanno fatto il vostro nome e dovevano morire, erano due testimoni’.”). Ha aggiunto il collaboratore che aveva successivamente appreso che anche il terzo giovane, quello che sembrava sfuggito all’agguato perché aveva subito lasciato la PANDA, era morto e che il MARCHESE, a titolo di ricompensa, gli aveva fatto avere dopo un paio di giorni trecentomila lire. Quanto al miscuglio di cocaina e cianuro assunto dal Conte, che il Mulé aveva assicurato dotato di effetti letali, il BONAFFINI ha ricordato che l’unico apparente cambiamento del Conte era costituito da un’abbondante sudorazione, accompagnata dalla sensazione, esternata dal giovane, di una particolare efficacia della sostanza assunta (“Compare, è forte questa cocaina, ‘na bumma è!”), ma in ogni caso il timore di lasciare in vita degli scomodi testimoni aveva determinato ormai tanto il BONAFFINI che lo Stracuzzi ad uccidere comunque tutti e tre.

L’insieme delle risultanze passate in rassegna consente di affermare, al di là di ogni ragionevole dubbio, la responsabilità di MARCHESE Mario e BONAFFINI Salvatore di Angelo, gli unici, tra gli originari imputati, la cui posizione sia sottoposta al vaglio di questa Corte dopo il provvedimento di separazione che ha riguardato la posizione di Mulé Giuseppe per il quale il GIP ha rigettato la richiesta di misura cautelare (l’unica avanzata per il capo di imputazione in esame), prendendo atto delle divergenze tra le fonti di accusa in ordine al ruolo che Mulé Giuseppe avrebbe assunto nella consumazione del delitto.

L’ampia e circostanziata confessione di BONAFFINI Salvatore non può che provenire, per l’accuratezza e la linearità del racconto e l’aderenza ai dati emersi dalle indagini nell’ambito della c. d. prova generica, da chi ha preso direttamente parte ai fatti di cui riferisce ed essa per le sue intrinseche caratteristiche, del tutto incompatibili con velleità mistificatorie o intenti autocalunniatori, sarebbe già sufficiente a fondare motivatamente l’affermazione della responsabilità del collaboratore. E tuttavia le dichiarazioni del BONAFFINI si innestano coerentemente e senza alcuna forzatura nel contesto delle altre risultanze dibattimentali che convergono nell’indicazione, quali esecutori materiali del triplice omicidio, di BONAFFINI Salvatore (di Angelo) e di Stracuzzi Antonino, deceduto il 14 ottobre 1992 in occasione di un agguato di cui la Corte passerà tra breve ad occuparsi.

Tutti i collaboratori di giustizia sentiti, anche quelli inseriti in contesti diversi da quello di appartenenza del BONAFFINI (che le risultanze dibattimentali autorizzano a ritenere, nel periodo in cui fu commesso il triplice omicidio, uno dei più giovani e pericolosi affiliati al gruppo di MARCHESE Mario), hanno concordemente riferito che l’omicidio di Conte Stellario, contestualmente al quale fu commesso quello dei due giovani che lo accompagnavano, costituisce l’ennesimo episodio della lunga scia di sangue scaturita dall’omicidio Di Blasi, diretto contro uno dei pochi obiettivi ancora concretamente raggiungibili, considerato che molti degli elementi del gruppo “Mancuso – Rizzo” erano stati già uccisi o arrestati.

Anche le circostanze di tempo e di luogo, nonché le concrete modalità dell’omicidio sono state riportate e descritte in maniera sostanzialmente conforme dai collaboratori, pur con il diverso grado di approfondimento legato al modo in cui ciascuno di essi è venuto in possesso delle informazioni relative all’episodio in esame.

A sparare fu effettivamente una pistola calibro 7,65, e l’indagine balistica fatta eseguire dal Pubblico Ministero ha inconfutabilmente accertato che fu utilizzata un’unica arma, e ciò, è bene rilevarlo, nonostante il numero degli obiettivi colpiti mortalmente e la quantità dei reperti balistici autorizzasse ad ipotizzare l’uso di più armi. Nei pressi dei cadaveri furono trovati gli spezzoni di una banconota da 10.000 lire, particolare la cui origine non può che essere costituita dalle parole degli autori del delitto e di persona che era sul posto nel momento in cui Conte, Foti e Giacobbo venivano uccisi. A casa del Conte fu trovato, qualche giorno dopo l’omicidio, un certo quantitativo di cocaina, il che conferma l’interesse del giovane verso il settore degli stupefacenti e rende plausibile il ricorso, da parte degli esecutori materiali, ad uno stratagemma che tenesse conto di tale propensione per instaurare con la vittima un contatto che non destasse sospetti.

LA TORRE Guido e FERRARA Carmelo hanno poi ricordato che uno dei giovani che erano in compagnia di Conte Stellario aveva riconosciuto il BONAFFINI insieme al quale aveva adempiuto agli obblighi di leva, ed il particolare è stato confermato dal BONAFFINI stesso, che ha anche indicato la località (Udine) presso la quale l’interlocutore gli aveva ricordato di essere stato insieme a lui durante il servizio militare ed ha particolarmente sottolineato la circostanza per giustificare il suo timore di essere successivamente individuato e la conseguente necessità di eliminare anche i due giovani che si accompagnavano al Conte. Che Foti Benedetto avesse adempiuto agli obblighi di leva presso un reparto di stanza ad Udine e che fosse stato congedato da poche settimane lo aveva già riferito in dibattimento la madre Libreri Giovanna, ma a questo proposito è stato disposto dalla Corte ai sensi dell’art. 507 c. p. p. un accertamento esteso al Conte, al Giacobbo ed all’omonimo cugino di BONAFFINI Salvatore. L’indagine ha consentito di accertare che effettivamente Foti Benedetto e BONAFFINI Salvatore, nato a Messina il 27.9.1972, furono inseriti nello stesso “scaglione” di giovani chiamati alle armi, l’ottavo dell’anno 1991, e furono entrambi inviati per il consueto periodo di addestramento presso il 7° battaglione di fanteria “Cuneo” di stanza ad Udine, del quale fecero parte insieme dal 5.11.1991 al 4.12.1991; il Foti fu poi congedato a seguito di riforma dopo svariate vicende, peraltro comuni al BONAFFINI, il 9.5.1992, mentre il BONAFFINI lo fu, per analoghe ragioni, il 25.4.1992 (v. nota del Comando provinciale dei CC di Catania n. 7/43-1 del 14.5.1999).

L’accertamento di cui si è appena illustrato l’esito consente di superare definitivamente i dubbi sull’effettiva identità di uno dei killer indotti dalla considerazione di due aspetti dell’insieme delle risultanze probatorie, entrambi desumibili dalle dichiarazioni dell’unica testimone oculare, la giovane Sofia Maria Letizia, la quale, a pochi giorni di distanza dal fatto, indicò, quale autovettura utilizzata dai killer una Fiat UNO di colore verde metallizzato, ed un anno dopo, chiamata a fornire qualche elemento in più sull’identità degli aggressori, riconobbe il conducente dell’autovettura nella fotografia segnaletica riproducente l’immagine dell’ormai defunto Stracuzzi Antonino e lo sparatore in quella di BONAFFINI Salvatore fu Carmelo, nato a Messina il 5.10.1972, omonimo e cugino dell’imputato. Quest’ultimo nel corso del suo esame ha più volte affermato che il giorno dell’omicidio si era recato a Spadafora con la sua Opel Corsa, autovettura la cui utilizzazione da parte in sua in quel periodo risulta anche dall’istruzione relativa ad altri capi di imputazione, mentre è altrettanto pacifico che il cugino disponeva nello stesso periodo proprio di una Fiat UNO. Mentre il riconoscimento di Stracuzzi rafforza nel suo complesso l’ipotesi accusatoria (che lo stesso Stracuzzi fosse stato visto in zona è confermato inoltre dall’analogo riconoscimento eseguito dal proprietario del locale di Venetico Marina assiduamente frequentato da Foti Benedetto), il riconoscimento dello sparatore operato dalla giovane Sofia, anche se obiettivamente i volti dei due BONAFFINI riprodotti nelle fotografie esibite alla testimone dai carabinieri appaiono somiglianti, desta il dubbio che a partecipare all’omicidio possa essere stato il cugino del collaboratore e che quest’ultimo si sia deliberatamente addossato la responsabilità del fatto di sangue “sostituendosi” al congiunto, forse sperando in un trattamento benevolo connesso alla propria condizione e conscio del fatto che un’ulteriore condanna non potrebbe probabilmente aggravare in maniera significativa la sua posizione. L’ipotesi, per quanto suggestiva ed alimentata dalla considerazione dell’atteggiamento tenuto dal BONAFFINI nei riguardi del cugino anche con riferimento ad altre vicende sottoposte all’esame della Corte (v. soprattutto l’omicidio di Pellegrino Salvatore di cui al capo 36), è destinata a rimanere tale, sia perché gli elementi che la sorreggono, affidati alle dichiarazioni di una bambina coraggiosa, ma a cui la forte emozione potrebbe avere offuscato il ricordo, appaiono troppo deboli per contrastare il complesso imponente delle altre risultanze processuali (prima fra tutte una dettagliatissima confessione), sia perché il dato relativo al periodo di servizio militare trascorso ad Udine da Foti Benedetto è univocamente riferibile al solo BONAFFINI Salvatore nato a Messina il 27.9.1972.

Anche su MARCHESE Mario, quale mandante del delitto, convergono tutte le risultanze probatorie. Alla specifica chiamata in correità proveniente da BONAFFINI Salvatore si sovrappongono gli elementi di accusa desumibili dalle dichiarazioni di tutti gli altri collaboratori sentiti che hanno ricondotto l’omicidio alla strategia di annientamento del gruppo “Mancuso”, chiamando indirettamente in causa il MARCHESE, che di quella strategia era uno degli artefici e promotori, mentre  SPARACIO Luigi, LA TORRE Guido e LEO Roberto, assumendo peraltro di averlo appreso direttamente anche da BONAFFINI Salvatore, hanno accusato il MARCHESE di essere stato il mandante dello specifico fatto di sangue.

MARCHESE Mario, smentendo il BONAFFINI, si è dichiarato estraneo alla fase deliberativa ed organizzativa dell’omicidio, dichiarando di essere in quel periodo obbligato a risiedere fuori Messina a causa di una misura di prevenzione e di essere giunto in città per un impegno giudiziario la sera stessa del giorno in cui fu commesso il delitto, apprendendone successivamente la causale e le modalità esecutive da Stracuzzi Antonino che si era recato a fargli visita. Allo Stracuzzi, appreso il coinvolgimento nel triplice omicidio del proprio affiliato BONAFFINI Salvatore, MARCHESE avrebbe chiesto spiegazioni sull’identità delle vittime e sulle ragioni del fatto di sangue, approvando espressamente l’uccisione del Conte (che lo Stracuzzi avrebbe indicato come figlioccio di Giorgio MANCUSO) e limitandosi a prendere atto con rammarico dell’eliminazione degli altri due giovani che erano in compagnia del Conte e che forse i killer avevano in un primo momento ritenuto erroneamente inseriti nel gruppo “Mancuso”. MARCHESE, ammettendo comunque di avere dato la propria approvazione, sia pure successiva alla consumazione dell’omicidio, e soprattutto riconducendo il fatto di sangue alla deliberazione diretta alla uccisione di tutti gli appartenenti al gruppo “Mancuso – Rizzo” scaturita dall’omicidio Di Blasi, ha riconosciuto implicitamente la propria responsabilità, e ciò ridimensiona la portata della divergenza rispetto alle affermazioni del BONAFFINI, che, pur attribuendo l’iniziativa del delitto a Stracuzzi Antonino (unanimemente indicato come un esponente di un gruppo diverso da quello “Marchese”), ha dato al coinvolgimento di MARCHESE contorni ben più precisi, attribuendogli la preventiva approvazione dell’omicidio, accompagnata da una raccomandazione di cautela rivolta ai killer, ed affermando di essere stato ricompensato per il delitto con una somma di denaro che il MARCHESE gli fece avere tramite MAZZITELLO Pietro. Anche SPARACIO Luigi, sia pure in maniera dubitativa, ha affermato che in quel periodo MARCHESE Mario si trovava a Messina, avallando implicitamente le dichiarazioni del BONAFFINI. È evidente che il MARCHESE, affermando la propria estraneità alle fasi che precedettero l’omicidio, ha cercato di accreditare l’idea di un suo coinvolgimento di grado minore, ma sotto il profilo della valutazione della responsabilità entrambe le versioni conducono al medesimo risultato e giustificano l’accoglimento della richiesta di condanna avanzata dal Pubblico Ministero, con la precisazione che anche in questo caso l’affermazione di responsabilità è destinata ad “assorbire” quella relativa alla condotta istigatrice ascritta all’imputato nell’ambito del capo 19 anche con riferimento al delitto di cui al capo 38.

Sussistono le aggravanti della premeditazione e della matrice “mafiosa” del delitto ai sensi dell’art. 7 del d. l. n. 152/91.

Sotto il primo profilo, richiamate le notazioni di carattere generale in merito agli elementi costitutivi della premeditazione, è agevole rilevare che il delitto fu preceduto, secondo le affermazioni degli stessi protagonisti, da una serie di contatti diretti ad acquistare la fiducia del Conte, che era la vittima designata, nell’attesa di cogliere il momento opportuno per la consumazione dell’omicidio. Ed è anche agevole presumere che un lasso di tempo apprezzabile fu dedicato ai preparativi delle modalità esecutive, considerato che per l’omicidio del Conte, secondo le affermazioni di BONAFFINI Salvatore, MARCHESE Mario, FERRARA Carmelo e SPARACIO Luigi, al BONAFFINI e allo Stracuzzi fu consegnato da Mulé Giuseppe un miscuglio di cocaina e sostanze velenose che avrebbe dovuto evitare il ricorso alle armi, anche se lo sviluppo imprevedibile degli eventi, a prescindere dagli effetti della miscela, in astratto letali, impose un sistema più sbrigativo e soprattutto l’eliminazione dei due giovani che accompagnavano Conte Stellario e che non avevano assunto la cocaina. La pacifica riconducibilità del delitto alla deliberazione concernente gli affiliati al gruppo “Mancuso – Rizzo” conferisce infine al triplice omicidio in esame quella dimensione programmatica che tipicamente contraddistingue il dolo della premeditazione e che esprime la particolare intensità della determinazione criminosa.

Il delitto è stato poi commesso allo scopo di agevolare l’attività di un’associazione di stampo mafioso e, comunque, avvalendosi delle condizioni previste dall’art. 416-bis c. p., essendo sufficiente notare, richiamando quanto si è detto prima, che l’omicidio in esame si caratterizza chiaramente come “mafioso” sia per le modalità esecutive, sia per il movente che è sicuramente riferibile a conflitti tra clan contrapposti per l’acquisizione di una posizione egemonica nel sistema delle organizzazioni criminali locali, attraverso lo sterminio dei capi e degli affiliati appartenenti ai clan rivali. Sotto il primo profilo va ricordato che il delitto, uno degli episodi più gravi tra quelli sottoposti all’attenzione della Corte nell’ambito di questo procedimento, fu commesso in una domenica, in pieno giorno ed all’interno di un centro abitato, nelle vicinanze di un complesso immobiliare, senza che i killer fossero frenati dal timore di essere stati visti (cosa che in effetti avvenne) o di potere incontrare qualche ostacolo.

Tuttavia per entrambi gli imputati l’operatività in concreto dell’aggravante di cui all’art. 7 del d. l. n. 152/91 è esclusa dalla concessione dell’attenuante speciale per la collaborazione prevista dall’articolo successivo. Il contributo dei due imputati, oltre ad inserirsi in un contesto di aperta dissociazione dalle realtà criminali che avevano reso possibile la consumazione del delitto, è apparso decisivo ai fini di una compiuta ricostruzione della vicenda, che, nonostante gli elementi raccolti nel corso delle prime indagini, rimase avvolta da uno spesso velo fino all’avvento dei collaboratori di giustizia. Anche se è stata registrata una significativa divergenza tra il BONAFFINI ed il MARCHESE in ordine al ruolo specifico del secondo (peraltro l’unica rilevante differenza nelle due versioni), quest’ultimo resta meritevole del beneficio in quanto, pur collegando l’omicidio ad una sua fase di allontanamento dalle vicende messinesi determinato probabilmente dal soggiorno a Milano e poi culminato nell’arresto dell’agosto del 1992, MARCHESE non ha contestato la propria responsabilità, attestata da tutte le altre fonti di accusa, comprendendo il triplice omicidio nella deliberazione iniziale unitamente ai fatti di sangue che l’hanno preceduto e a quelli che l’hanno seguito fino all’omicidio di Cunsolo Vittorio. Anche il silenzio di MARCHESE in ordine al ruolo di Mulé Giuseppe, registrato dal GIP nel momento in cui rigettò la richiesta di misura nei confronti di Mulé, non può essere univocamente interpretato come espressione di un suo deliberato tentativo di preservare il Mulé dalle accuse (atteggiamento che invero contraddistingue la fase iniziale della collaborazione del MARCHESE), posto che anche il BONAFFINI, pur confessando l’omicidio, ha finito per attribuire al Mulé un ruolo causalmente irrilevante (la consegna della miscela di cocaina e cianuro apparentemente priva di effetti sull’organismo del Conte), senza che nelle sue affermazioni possa cogliersi l’assegnazione al Mulé di un qualche ruolo sotto il profilo della determinazione o del rafforzamento del proposito criminoso: sicché, anche ove vi sia stata, l’omissione del MARCHESE (che tuttavia sull’episodio è stato sentito più volte anche dopo l’abbandono delle iniziali reticenze sul ruolo del Mulé) rimane priva di conseguenze concrete sul piano della completezza della ricostruzione dei fatti e non è di ostacolo alla concessione del beneficio. Conseguentemente tanto a MARCHESE Mario che a BONAFFINI Salvatore va concessa l’attenuante speciale per la collaborazione invocata dai loro difensori.

Per la concreta commisurazione della pena si rinvia alla parte conclusiva di questa motivazione.