Per il tentato omicidio di MAROTTA Gaetano e
COTUGNO Giovanni il Tribunale di Messina ha già condannato con sentenza n. 110
del 14 marzo 1994 VINCI Rosario, riconosciuto quale responsabile del fatto di
sangue, avvenuto il 17 ottobre 1992, con esclusione dell’aggravante della
premeditazione; la decisione è stata confermata dalla Corte di appello di
Messina in data 28.10.1994, con riduzione della pena inflitta, e la relativa
sentenza è divenuta irrevocabile il 17 maggio 1995 con il rigetto dei ricorsi
per cassazione proposti dal Pubblico Ministero e dai difensori dell’imputato.
Alla condanna ormai definitiva di VINCI Rosario, in
esito al giudizio indicato, si è pervenuti sostanzialmente in base alle
dichiarazioni di Barresi Domenico, come si desume dall’esame della copia delle
decisioni di merito con le quali il contributo del collaboratore è stato
ritenuto determinante sia ai fini della ricostruzione dell’episodio, che non
era stato denunziato dagli interessati, sia ai fini dell’individuazione della
matrice e dell’inquadramento del fatto di sangue, interpretato come una
immediata reazione all’uccisione di Villari Antonino, avvenuta il giorno prima
nel contesto del nuovo cruento scontro tra gruppi criminali organizzati
innescato nel volgere di pochissimi giorni dall’omicidio di Stracuzzi Antonino
(v. la deposizione del teste Gugliotta Carmelo, escusso il 27.2.1998).
L’omicidio di Villari Antonino, cugino di
SPARACIO Luigi, inteso Nino siccia, fu
consumato a Messina la sera del 16 ottobre 1992, sulla centrale via Garibaldi,
nei pressi dei locali della concessionaria di autovetture Peugeot.
Giova in questa sede poco soffermarsi sull’episodio, trattato in maniera molto
approfondita nella sentenza di questa Corte n. 5/95 del 30 ottobre 1995, con cui
sono stati condannati per l’omicidio MAROTTA Gaetano, MANCUSO Antonino, MAURO
Orazio, BONANNO Orazio e Squadrito Pietro, l’ultimo quale esecutore materiale
del delitto in concorso con Barresi Domenico, a sua volta giudicato e condannato
separatamente con la concessione del beneficio di cui all’art. 8 del d. l. n.
152/91, convertito dalla legge 12.7.1991, n. 203. Rinviando alla motivazione di
quella decisione, ormai definitiva, per quanto riguarda la causale, le modalità
esecutive, gli autori del fatto di sangue ed il collegamento con l’omicidio di
Stracuzzi Antonino (v. pp. 45 ss.), il riferimento all’episodio giova ad
introdurre l’illustrazione delle vicende successive, ormai inquadrabili
nell’ambito della nuova fase di contrasti destinata ad interessare l’ultimo
dei periodi della storia criminale cittadina sottoposto all’attenzione di
questa Corte.
L’uccisione di Villari Antonino, che anche le
risultanze di questo dibattimento attestano essere stato uno tra gli elementi più
vicini al cugino SPARACIO Luigi ed esponente di spicco del suo gruppo, seguì di
neppure 48 ore la morte di Stracuzzi, in perfetta sintonia con un’idea che
Barresi Domenico espresse nel corso del dibattimento concluso dalla citata
sentenza, che cioè “prima del funerale
di Stracuzzi doveva morire qualcuno del clan Sparacio”, alla cui
iniziativa fu ricondotto l’omicidio, secondo l’idea immediatamente recepita
all’interno del gruppo di appartenenza dello Stracuzzi.
L’agguato fu posto in essere intorno alle ore
20,20 in prossimità dell’incrocio tra il viale Regina Elena ed il viale
Giostra dal quale transitava la Fiat UNO
di COTUGNO Giovanni, a bordo della quale si trovava anche MAROTTA Gaetano. i
colpi esplosi dagli ignoti aggressori raggiunsero l’autovettura e ferirono il
COTUGNO in modo lieve alla spalla sinistra. La segnalazione anonima di una
sparatoria giunse in Questura poco prima di quella relativa al ferimento di
Mento Maurizio (avvenuto presso la sua abitazione nella non lontana via Del
Cigno, una stradina del villaggio Ritiro, notoriamente vicino al rione Giostra).
I componenti degli equipaggi delle due Volanti
accorse sul posto nella zona di via Bellinzona non rilevarono nessuna
anomalia, finché nella via Canova fu rintracciata una Fiat
TIPO, il cui proprietario e conducente, tale Pagliaro Crispino, dichiarò
che, appena si era immesso sul viale Giostra provenendo dal viale Regina Elena,
l’autovettura, sulla quale viaggiavano sei o sette persone tra cui alcuni
bambini, era stata raggiunta da quattro o cinque colpi di arma da fuoco
provenienti dalla zona in cui si trova l’edicola ubicata nei pressi
dell’incrocio. I colpi mandarono in frantumi il lunotto posteriore
dell’autovettura, e ciononostante il conducente ha dichiarato che inizialmente
non si accorse di nulla, fino a quando la sua attenzione non fu richiamata dagli
altri occupanti dell’autovettura, tra cui la moglie Rizzo Giuseppa, che era in
avanzato stato di gravidanza (v. la deposizione del teste Pagliaro Crispino,
escusso all’udienza del 27.2.1998). Nel corso delle ricerche gli operanti
rinvennero altresì un “vespino” abbandonato lungo la strada che costeggia
il viale Giostra e conduce al rione Tremonti, senza riuscire a sapere alcunché
di rilevante dai venditori ambulanti che stazionano nella zona, i quali aveva
attribuito allo sparo di mortaretti i rumori sentiti e solo alla vista della
Polizia si erano resi conto che avrebbe potuto trattarsi di colpi di arma da
fuoco. Sentito a sommarie informazioni, il conducente del veicolo, tale Badessa
Giuseppe, dichiarò che percorreva il viale Giostra, allorché, nei pressi
dell’incrocio con il viale Regina Elena, aveva avvertito dei colpi di arma da
fuoco e spaventato aveva imboccato via Tremonti, e quindi, abbandonato il
motorino, si era dato a precipitosa fuga temendo che gli sparatori fossero alle
sue spalle. Al teste, escusso il 27.2.1998, che anche in dibattimento,
evidentemente non del tutto abbandonato dalla paura di quei momenti, ha tenuto a
sottolineare i limiti delle proprie conoscenze (“Guardi,
io mi trovo qua per un equivoco. Mi son trovato a passare da lì.”), è
stato contestato quanto riferito nell’immediatezza (“Non ho visto da che parte arrivavano né a chi erano indirizzati e non
ho visto le autovetture. Ho solo udito lo stridio delle gomme che fuggivano”),
ed alla luce di queste premesse si comprende il valore dell’affermazione
finale, peraltro dubitativa, con cui il teste ha attribuito il rumore avvertito
al passaggio di una sola autovettura che si allontanava a gran velocità (“Ritengo,
comunque, che si trattasse di una sola autovettura.”). Un sopralluogo più
accurato consentì il ritrovamento nella zona di alcuni bossoli di proiettili
per pistola calibro 7,65 (v. la deposizione dell’ispettore Amato Giuseppe,
sentito in dibattimento il 27.2.1998), ma solo nei giorni successivi, forse il
19 ottobre, una voce confidenziale indusse gli investigatori della Squadra
Mobile, che avevano assunto il coordinamento delle indagini, ad ipotizzare il
coinvolgimento nella sparatoria di COTUGNO Giovanni e MAROTTA Gaetano. La
conferma la fornì l’esame della Fiat
UNO del COTUGNO che presentava evidenti segni di colpi di arma da fuoco,
sebbene il COTUGNO avesse in un primo momento cercato di far credere che si
trattasse dei postumi di un incidente stradale (v. la deposizione
dell’ispettore Zanghì, sentito il 27.2.1998). Un più accurato esame
sull’autovettura, sottoposta a sequestro e trasportata in Questura, evidenziò
che alcuni colpi di arma da fuoco avevano raggiunto l’autoveicolo al gruppo
ottico posteriore sinistro, per penetrare all’interno attraverso lo schienale
del sedile posteriore e di quello anteriore; un colpo si era conficcato nel
pannello del tettuccio, ed all’interno dell’abitacolo fu anche trovata
l’ogiva di un proiettile calibro 7,65 (v. all’udienza del 27.2.1998 le
dichiarazioni del teste Delfino, in servizio presso il locale Gabinetto di
Polizia scientifica, che ha dichiarato di avere eseguito dei rilievi fotografici
non allegati al fascicolo per il dibattimento).
A MAROTTA Gaetano e COTUGNO Giovanni, che si sono
avvalsi della facoltà di non rispondere, sono state contestate all’udienza
del 30 aprile 1999 le dichiarazioni da essi in precedenza rese.
Al COTUGNO è stato contestato il contenuto delle
dichiarazioni rese alla Squadra Mobile la mattina del 20 ottobre 1992, in
seguito al sequestro della sua Fiat UNO di
colore scuro su cui furono riscontrati i segni dei colpi di arma da fuoco (“Sono
coniugato con Micalizzi Innocenza con la quale ho procreato due figli. Allo
stato sono disoccupato. A mio carico annovero numerosi pregiudizi penali per
reati vari. Stamane personale di questo ufficio è venuto presso la mia
abitazione chiedendomi spiegazioni circa il fatto che la mia auto, una Fiat UNO
di colore scuro, targata ME 481386, presentava un colpo di arma da fuoco
visibile dall’esterno all’altezza del gruppo ottico posteriore sinistro. In
un primo momento ho asserito che si trattava di un danneggiamento dovuto ad un
incidente stradale. Prendo atto che in questi uffici, e cioè nel piazzale
antistante la Questura, in mia presenza si è proceduto ad un’accurata
ispezione della mia auto a seguito della quale, oltre al danneggiamento da colpi
di arma da fuoco suddetto, sono stati constatati altri due fori in entrata
all’altezza dello schienale del sedile posteriore, altro foro di entrata alla
spalliera parte alta del sedile lato guida, nonché un altro al pannello
copritettuccio sulla parte anteriore lato guida, dove è stata rinvenuta
ritenuta un’ogiva per pistola calibro 7,65. Ciò premesso, a questo punto
desidero spontaneamente dichiarare tutta la verità. La sera del giorno 17
ottobre ultimo scorso intorno alle ore 19,00 sono uscito di casa da solo a bordo
della mia autovettura Fiat UNO di cui sopra in quanto ero alla ricerca di una
farmacia per comprare il latte a mia figlia. A tale scopo ho percorso tutto il
viale Giostra fino al viale della Libertà e quindi mi sono recato nella zona
dell’Annunziata dove comunque non sono riuscito a trovare una farmacia di
turno. Intorno alle ore 20,00 sono ritornato dall’Annunziata percorrendo il
viale Regina Elena, non appena sono giunto a circa 50 metri dal semaforo posto
all’incrocio con il viale Giostra alle mie spalle ho sentito uno sparo a cui
non ho fatto caso in quanto mi aveva dato un’impressione che si trattasse di
un petardo. Fatti però alcuni metri ho sentito una rapida successione di colpi
d’arma da fuoco per cui sono fuggito attraversando l’incrocio con il viale
Giostra continuando per il viale Regina Elena sempre in direzione centro,
dopodiché ho imboccato la via Manzoni, portandomi direttamente presso la mia
abitazione da dove non sono più uscito sino al giorno successivo. Posso dire
che a seguito di tale attentato non ho riportato ferite e solo il giorno
successivo mi sono accorto che la mia auto era stata attinta da colpi di
pistola. Nella circostanza nulla sono in grado di dire in ordine all’episodio
in quanto non mi sono assolutamente preoccupato di guardare chi mi stava
sparando contro pensando solo a mettermi in salvo. Conoscevo Stracuzzi Antonino
ucciso recentemente, con lo stesso posso dire che ero in buoni rapporti di
amicizia, conoscevo anche Mento Maurizio anch’esso ucciso come pure tante
altre persone di Giostra pregiudicate per il fatto che come già detto anche io
ho precedenti penali. Non ho altro da aggiungere.”).
A MAROTTA Gaetano invece il Pubblico Ministero ha
contestato le dichiarazioni rese nel dibattimento conclusosi con la condanna di
VINCI Rosario (n. 263/93 R. G. Tribunale), allorché il MAROTTA dichiarò che il
17 ottobre 1992, il giorno in cui fu ucciso Mento Maurizio, si trovava in casa
malato da due giorni perché affetto da una sindrome influenzale febbrile
che lo costrinse a rimanere a letto per una settimana. In quella occasione il
MAROTTA negò di avere appreso qualcosa dell’attentato da COTUGNO o da Barresi,
limitandosi ad ammettere di conoscere i due, così come Papale Domenico e VINCI
Rosario.
In questo dibattimento sull’episodio è stato
nuovamente esaminato Barresi Domenico, le cui dichiarazioni furono determinanti
ai fini della condanna di VINCI Rosario, e si sono sottoposti all’esame gli
imputati PIETROPAOLO Pasquale, LA TORRE Guido e SPARACIO Luigi.
Il Barresi, già esaminato sull’omicidio di
Stracuzzi Domenico, nella stessa udienza del 27.2.1998 ha affermato
l’attentato ai danni di MAROTTA Gaetano e COTUGNO Giovanni si verificò quasi
contestualmente all’omicidio di Mento Maurizio, a cui il Barresi ha ammesso di
avere preso parte. I due, che stavano facendo ritorno dalla zona di Tono dove
erano andati a trovare il Papale che vi trascorreva la sua latitanza,
all’incrocio tra viale Giostra e viale Regina Elena, nei pressi di un edicola
posta in prossimità del semaforo, furono fatti segno ad alcuni colpi di pistola
esplosi da dietro da VINCI Rosario, affiliato al gruppo di SPARACIO Luigi, che
viaggiava a bordo di una motocicletta (una YAMAHA
forse di proprietà di Mento Maurizio, dirà poi di colore rosso, tipo dominator)
ed era in compagnia di un complice. Erano stati MAROTTA e COTUGNO a confidare al
Barresi di avere riconosciuto il VINCI mentre sparava al loro indirizzo, ed il
COTUGNO era rimasto ferito di striscio ad una spalla. Il COTUGNO, esaminato
anche in quanto indicato come fonte dal Barresi, ha negato di avergli riferito
alcunché in merito all’attentato, pur ammettendo di averlo conosciuto da
qualche giorno in relazione alla comune passione per cani e cavalli.
PIETROPAOLO Pasquale, esaminato in data 11 e 18 dicembre 1998, ha
ammesso la propria partecipazione all’attentato, inquadrando l’episodio
nella nuova fase di contrasti, che, esauritasi la “guerra” contro Giorgio
MANCUSO, era stata determinata dalla divisione dei proventi del gioco
d’azzardo. SPARACIO aveva concordato con FERRARA Sebastiano e con Mulé
Giuseppe del gruppo di MARCEHSE Mario una strategia che prevedeva l’apparente
adesione dei gruppi “Ferrara” e “Marchese” al progetto del gruppo
“Galli” di uccidere SPARACIO, ma ciò unicamente allo scopo di indurre gli
elementi più rappresentativi del gruppo di Giostra, tra cui Papale Domenico,
Stracuzzi Antonino, MAROTTA Gaetano e Mancuso Antonino, a partecipare ad una
riunione presso la stalla del FERRARA al villaggio CEP che avrebbe potuto
trasformarsi in un trappola. Come se sospettassero il “doppio gioco” di Mulé
e FERRARA, gli affiliati al clan “Galli” avevano rifiutato di aderire
all’iniziativa, e così era successivamente stato ucciso Stracuzzi Antonino,
il quale aveva commesso l’imprudenza di “parlare
anche troppo sullo SPARACIO”, accusandolo apertamente per la questione
della divisione dei proventi delle bische ed esternando per questa ragione la
proprio intenzione di ucciderlo. L’uccisione di Villari Antonino costituì la
reazione all’omicidio dello Stracuzzi, e così anche gli episodi successivi,
tra cui l’omicidio di tale Silipigni, inteso il
marocchino, ed il tentato omicidio di MAROTTA Gaetano e COTUGNO Giovanni, si
inseriscono nella stessa catena di fatti di sangue. Relativamente all’agguato
ai danni di MAROTTA e COTUGNO ha ricordato il PIETROPAOLO che in quel periodo lo
SPARACIO disponeva di un appartamento nella zona del rione Annunziata, e quella
sera, nel corso di una riunione presso questa abitazione, fu deciso di andare
nella zona del viale Giostra per cercare di rintracciare qualcuno del gruppo
“Galli” ed ucciderlo. Il gruppo di fuoco si mosse su due autovetture, una Fiat UNO rubata, sulla quale presero posto il PIETROPAOLO, Rosario
VINCI, Nicola GALLETTA (tutti armati con una pistola calibro 7,65, ad eccezione
del GALLETTA che ne aveva due), e tale Martinez (un affiliato al gruppo di
MARCHESE Mario successivamente ucciso che conduceva l’autovettura), ed una Autobianchi
Y10, su cui si trovavano SPARACIO Luigi e LA TORRE Guido, quest’ultimo
armato con una pistola calibro 9 ´ 21. Giunti all’altezza dell’incrocio del
viale Giostra con viale Regina Elena, PIETROPAOLO e gli altri notarono il
passaggio di una Fiat UNO turbo,
condotta da COTUGNO Giovanni, su cui si trovava anche MAROTTA Gaetano. Mentre
tuttavia VINCI e Martinez, profittando del fatto che i due non si erano accorti
della presenza delle altre due autovetture, consigliarono ai complici di
attendere per passare all’azione solo quando i due avessero imboccato il viale
Giostra, Nicola GALLETTA, senza aderire alla proposta, scese dall’autovettura
e cominciò a fare fuoco danneggiando la parte posteriore dell’autovettura e
ferendo superficialmente il COTUGNO. Nella concitazione del momento a GALLETTA
sfuggì il telefono cellulare e fu SPARACIO, che era vicino, a raccoglierlo e a
riconsegnarlo a GALLETTA nel corso del successivo incontro svoltosi sul viale
Annunziata.
LA TORRE Guido, sentito in merito all’attentato
il 19.3.1999, confermando l’inquadramento dell’episodio nell’ambito dello
scontro tra i gruppi di SPARACIO Luigi, FERRARA Sebastiano e MARCHESE Mario
contro quello di GALLI Luigi, ha dichiarato che dopo l’uccisione di Villari
Antonino il suo gruppo, cioè quello di SPARACIO Luigi, si mobilitò per cercare
di dare una risposta al gruppo di GALLI Luigi che aveva addirittura colpito il
cugino dello SPARACIO, ma la paura di ulteriori atti di forza induceva LA TORRE
ed i coaffiliati a non rientrare a casa neppure per dormire. Prima di essere
ucciso il Villari aveva avuto un diverbio con il cugino a causa del quale non
“si parlava più con lui”, sicché
quel pomeriggio, mentre LA TORRE e gli altri stavano per lasciare la casa di
SPARACIO, il Villari li avvisò nel portone che nella zona si aggirava Mancuso
Antonino, inteso Nittola, inducendoli
a cambiare percorso per non incontrarlo. Poi la sera LA TORRE aveva appreso
dell’omicidio di Siccia mentre stava
recandosi a villaggio CEP, e si era subito diretto verso la via Garibaldi anche
se sul posto la zona era stata già isolata e non gli fu possibile avvicinarsi
al cadavere di Villari. Già in serata, tramite VINCI Rosario, era stato
possibile sapere che a consumare l’omicidio era stato lo Squadrito, insieme a
tale Barresi, in quanto il primo dopo il delitto si era recato a casa di Franco
CUSCINÀ per assumere della cocaina descrivendogli la dinamica dell’omicidio e
confidandogli di avere sparato al Villari in testa (mentre gli diceva,
riferendosi alla recente uccisione di Stracuzzi, “questi te li manda u’ Mommu”). Si svolsero immediatamente delle
riunioni, sia presso una casa di cui SPARACIO aveva la disponibilità al
villaggio Annunziata che presso una villetta nella zona di Rodia in uso a
CARIOLO Antonio. Alle riunioni presso la casa di SPARACIO, che continuarono a
svolgersi per circa un mese dopo l’omicidio Villari, prendevano parte, oltre a
LA TORRE, anche PIETROPAOLO Pasquale, BONASERA Angelo, VINCI Rosario, CUSCINÀ
Francesco, GALLETTA Nicola, Martinez Francesco e qualche volta pure DI DIO
Domenico e SANTORO (il collaboratore lo ha chiamato “Gigi”, ma è probabile che intendesse riferirsi ad Angelo SANTORO,
affiliato di FERRARA Sebastiano, inteso nell’ambiente Gigia). In seguito alla contestazione l’imputato ha ricordato che
si trovava nella villetta di Rodia, che era nella disponibilità di Ligato
Umberto e Tabbone Antonino, uomini di CARIOLO Antonio, i quali alle ore 18,30
del giorno successivo alla morte di Villari Antonino si allontanarono per rubare
un’autovettura che avrebbe dovuto essere utilizzata per un’azione di
rappresaglia contro gli esponenti del gruppo “Galli”. Ligato e Tabbone
fecero ritorno dopo circa mezz’ora con una Fiat
UNO di colore bianco che avevano rubato nella via Panoramica dello Stretto,
sulla quale presero posto Franco Martinez, alla guida, ed inoltre PIETROPAOLO
Pasquale, VINCI Rosario e GALLETTA Nicola. Sulla Y10 di LA TORRE Guido presero invece posto lo stesso LA TORRE e
SPARACIO. Una volta che le due autovetture erano giunte nei pressi del viale
Giostra, fu avvistata una Fiat UNO di
colore scuro condotta da COTUGNO Giovanni su cui viaggiava anche MAROTTA
Gaetano, i quali invece non si accorsero della presenza degli avversari. Il
Martinez tentò allora una manovra di affiancamento dell’autovettura, ma il
GALLETTA, che non aveva capito il piano dei complici, scese dall’autovettura e
cominciò a sparare all’indirizzo della parte posteriore dell’autovettura
condotta da COTUGNO, colpendone il lunotto e ferendo anche il conducente ma
senza riuscire ad impedirne la fuga nonostante qualche sbandamento. Peraltro la
pistola si inceppò ed il GALLETTA fu costretto ad usare un’altra arma, ma nel
tentativo di recuperare la prima pistola che aveva gettato a terra perse anche
il telefono cellulare e furono SPARACIO e LA TORRE, che seguivano sulla Y10
del secondo, ad avvicinarsi per prendere l’apparecchio. Il gruppo di fuoco
si ricompose successivamente a casa di VINCI Rosario al villaggio Annunziata,
dove LA TORRE e SPARACIO, che si erano attardati nel recupero del cellulare,
incontrarono GALLETTA e gli altri complici. È stato contestato al LA TORRE che
nel corso delle indagini preliminari, specificando la posizione degli occupanti
dell’autovettura condotta da Martinez, aveva precisato che il GALLETTA sedeva
sul sedile posteriore insieme al PIETROPAOLO, mentre VINCI Rosario stava accanto
al conducente, e ciò non risulterebbe pienamente compatibile con la possibilità
del GALLETTA di abbandonare improvvisamente l’autovettura per fare fuoco: LA
TORRE ha precisato di non ricordare se la Fiat
UNO dei complici avesse quattro sportelli, ma la contestazione era
evidentemente diretta soprattutto a fare emergere la divergenza rispetto a
quanto dichiarato dal PIETROPAOLO, che aveva invertito le posizioni di VINCI
Rosario e GALLETTA Nicola, collocando il secondo sul sedile anteriore (“Io
ero seduto, eravamo innanzitutto su una Fiat UNO bianca rubata, Martinez
Francesco guidava la macchina, Nicola GALLETTA era al lato seduto di fianco, e
io e il Sarino VINCI eravamo seduti dietro nel sedile dietro, e Luigi SPARACIO e
Guido LA TORRE erano con un’altra macchina dietro di noi.”). Trattasi
tuttavia di un contrasto di rilievo assolutamente marginale, che trova peraltro
una plausibile spiegazione nel fatto che era il PIETROPAOLO a viaggiare insieme
al GALLETTA, e quindi si presume sia maggiormente informato sulla posizione dei
complici, a prescindere dalla possibilità che la Fiat
UNO fosse effettivamente dotata di sportelli posteriori che avrebbero
consentito comodamente anche a chi stava seduto dietro di porre in essere le
condotte addebitate al GALLETTA senza fare spostare gli altri passeggeri.
SPARACIO Luigi, esaminato il 16 ed il 17.4.1999, ha
fornito una descrizione dell’episodio sostanzialmente sovrapponibile a quella
di LA TORRE e PIETROPAOLO, con la sola eccezione della circostanza della
presenza a bordo dell’autovettura del COTUGNO di una terza persona, Squadrito
Pietro, di cui lo stesso SPARACIO non aveva parlato nel corso delle indagini
preliminari, ammettendo di averlo ricordato solo in seguito senza essere
tuttavia in grado di precisare la fonte di tale conoscenza (“…
dopo qualche giorno è successo l’omicidio di mio cugino Villari Antonino e
noi ci siamo riuniti quella sera che è successo questo tentativo di omicidio a
casa di VINCI Rosario al Villaggio Annunziata. Di lì abbiamo, siamo partiti per
compiere, per uccidere Squadrito Pietro uno del gruppo Galli e avevamo una
macchina rubata, una Fiat UNO di colore bianco dove hanno preso posto Martinez
Francesco che era alla guida e VINCI Rosario, PIETROPAOLO Pasquale e Nicola
GALLETTA e dietro alla Fiat UNO c’eravamo io e Guido LA TORRE con una Y10 che
non era rubata che era di proprietà di LA TORRE Guido. Quando siamo arrivati
all’incrocio per salire al Villaggio Giostra sulla sinistra, perché noi
eravamo fermi al semaforo loro con la Fiat UNO avanti e noi con la Y10 dietro,
dalla sinistra sono usciti, diciamo c’è una traversa e sono usciti da quella
traversa una Fiat UNO rossa di COTUGNO, mi ricordo che era la sua macchina se
non vado errato. E lì c’era COTUGNO, MAROTTA, e aggiungo pure che c’era
anche seduto dietro nella macchina anche Squadrito Pietro, solo che era
abbassato e non è stato visto. Perciò io e LA TORRE subito abbiamo visto i due
che uscivano, che erano sulla macchina che uscivano da questa traversa,
questione di pochi secondi e se ne sono accorti anche loro che erano avanti con
la macchina rubata, con la Fiat UNO. Perciò nel frattempo che loro se ne sono
accorti loro hanno preso la strada, in sostanza hanno girato perché noi eravamo
fermi al semaforo, loro sbucando dalla traversa sono passati come posso dire
nella strada dove potevano venire macchine di fronte. […] Perciò loro uscendo
dalla traversa sostano qualche secondo per vedere se passava qualche macchina e
ripartono. Nel frattempo quelli della Fiat UNO avanti si accorgono di loro e
uscito Nicola GALLETTA dalla macchina gli ha sparato un caricatore di pistola
dietro e loro erano mentre camminavano con la macchina. Perciò gli ha rotto il
vetro dietro di questa macchina e ha ferito COTUGNO e poi mi ricordo che abbiamo
saputo in seguito che dentro la macchina c’era anche Squadrito Pietro. […]
la macchina ha proseguito sempre la strada e quando GALLETTA è sceso dalla
macchina per sparargli, mi ricordo che gli è caduto il telefonino a terra e che
io poi io e LA TORRE ci siamo avvicinati con la Y10 e io ho raccolto il
telefonino di Nicola GALLETTA. Però questo diciamo è il particolare che mi
ricordo gli occupanti della macchina hanno sentito i colpi di pistola e hanno
proseguito nella corsa che se ne sono scappati e poi loro con la Fiat UNO si
sono messi all’inseguimento però senza nessun esito. Poi dopo questo fatto è
successo l’omicidio, loro hanno dato una risposta l’omicidio di Mento
Maurizio, non ricordo se è stato in serata o l’indomani di questo fatto.”).
Prima di passare ad esaminare le posizioni
individuali è necessario soffermarsi sulla qualificazione giuridica del fatto
contestato sub b), rilevando che
correttamente è stato ascritto agli imputati, quale reato più grave, il
tentato omicidio di MAROTTA Gaetano e COTUGNO Giovanni. Le dichiarazioni dei
protagonisti della vicenda, ai quali dopo la notifica dell’ordinanza
custodiale si sono unite quelle di PIETROPAOLO Pasquale che si trovava sulla
stessa autovettura su cui viaggiava lo sparatore, attestano inequivocabilmente
che obiettivo della “spedizione” era l’uccisione di un esponente del
gruppo “Galli”, forse, come ha affermato SPARACIO Luigi, di quello Squadrito
Pietro che era stato già individuato come l’esecutore materiale
dell’omicidio di Villari Antonino. Non può ormai essere messa in discussione
la realtà storica del fatto, già emersa con sufficiente certezza nell’ambito
del processo conclusosi irrevocabilmente con la condanna di VINCI Rosario e
soprattutto di quello relativo alla c. d. Operazione
“Giostra”, in cui sono stati compiutamente esaminati cause, sviluppi ed
esiti del conflitto scoppiato in seguito all’omicidio di Stracuzzi Antonino.
Come si è rilevato, pur rimanendo reticente su molti aspetti dell’episodio,
anche COTUGNO Giovanni qualche giorno dopo l’agguato finì per confermare
quanto gli investigatori ipotizzavano in base alla voce confidenziale che aveva
rivelato i retroscena della sparatoria avvenuta la sera del 17 ottobre 1992 nei
pressi dell’incrocio tra viale Giostra e viale Regina Elena, mentre quasi
contemporaneamente Mento Maurizio veniva ferito a morte da un killer nel
giardinetto antistante la propria abitazione ubicata nel non lontano villaggio
Ritiro. Il munizionamento utilizzato, di cui costituiscono prova indiscutibile i
bossoli rinvenuti, il tipo di danni riportati dall’autovettura del COTUGNO e
le parti raggiunte dai colpi, lo stesso ferimento del COTUGNO ad una spalla,
attestano la concreta idoneità dell’aggressione armata a cagionare la morte
degli occupanti dell’autovettura, anche senza volere richiamare le
dichiarazioni dei collaboratori di giustizia secondo i quali lo scopo di
GALLETTA e dei complici era la uccisione di chiunque del gruppo “Galli”
fosse stato intercettato. I colpi di pistola, dopo avere mandato in frantumi uno
dei gruppi ottici posteriori dell’autovettura, penetrarono all’interno
dell’abitacolo conficcandosi negli schienali dei sedili ed un’ogiva fu
rinvenuta nel corso della successiva ispezione di qualche giorno dopo. Emerge
dalle risultanze del processo Giostra che
sul corpo di COTUGNO fu riscontrata nel corso delle prime indagini,
probabilmente dall’ispettore Galizia, una “leggera
striatura verosimilmente provocata da un colpo di arma da fuoco” (pp. 90,
213, della sentenza della Corte di Assise di Messina del 30.10.1995), che il
COTUGNO attribuì ad una caduta da cavallo (v. sentenza di 1° grado a carico di
VINCI Rosario, emessa dal Tribunale di Messina il 14.3.1994, p. 4, e sentenza
della Corte di Appello di Messina del 28.10.1984, p. 8): è significativo che
tale ammissione il COTUGNO abbia fatto solo in data 8.2.1993, cercando in tal
modo di giustificare quanto gli inquirenti avevano già appreso da BARRESI
Domenico, che cioè il COTUGNO aveva riportato, ma in occasione
dell’attentato, una ferita alla spalla vicino ad un tatuaggio. È altrettanto
certo che nel corso della sparatoria alcuni colpi raggiunsero la Fiat TIPO del Pagliaro mandandone in frantumi il lunotto posteriore.
Ciò dimostra che i colpi furono esplosi tutti con direzione compatibile con la
produzione di lesioni che avrebbero potuto risultare mortali nei confronti degli
obiettivi dell’aggressione o di ignari cittadini, e che per un puro caso non
furono causate.
Ciò premesso, appare alla Corte sufficientemente
provata la responsabilità di tutti gli imputati. L’agguato si innesta per
unanime e convergente attestazione di tutte le fonti di prova nell’ambito
dello scontro appena esploso tra il gruppo “Galli” da una parte, ed
apparentemente il solo gruppo “Sparacio” dall’altra, in realtà
quest’ultimo collegato ai gruppi “Marchese” e “Ferrara”, tutti uniti
dall’interesse comune a fronteggiare il malcontento degli affiliati al clan di
Giostra per i criteri seguiti nella ripartizione dei cospicui proventi del gioco
d’azzardo. Il mero dato cronologico costituì subito per gli investigatori,
nel momento in cui fu evidente che obiettivi della sparatoria erano MAROTTA e
COTUGNO, un importante elemento di valutazione: l’agguato seguiva di appena
ventiquattr’ore l’uccisione di Villari Antonino, che a sua volta avvenne
prima che trascorressero quarantott’ore dalla morte di Stracuzzi, e quasi
contestualmente agli spari contro COTUGNO e MAROTTA un killer più preciso e
fortunato feriva mortalmente al villaggio Ritiro Mento Maurizio,
tossicodipendente e spacciatore di sostanze stupefacenti (che anche le
risultanze di questo dibattimento dimostrano essere legato a VINCI Rosario da
vecchia data, almeno fin dai tempi dell’omicidio di Spagnolo Giovanni,
avvenuto nel giugno 1988), tanto che le stesse volanti che avevano raccolto la
segnalazione della sparatoria all’incrocio tra il viale Giostra ed il viale
Regina Elena furono allertate quando alla centrale operativa della Questura
giunse poco dopo la notizia del ferimento del Mento. Che poi le radici dello
scontro ormai latente, esacerbatosi con l’omicidio di Stracuzzi Antonino,
fossero legate alla suddivisione degli utili delle bische clandestine è stato
accertato da una sentenza ormai irrevocabile, la stessa con cui sono stati
definitivamente condannati per la loro appartenenza al clan mafioso capeggiato
da GALLI Luigi proprio MAROTTA Gaetano e COTUGNO Giovanni, obiettivo
dell’agguato organizzato ed eseguito dal gruppo “Sparacio” non più di
ventiquattro ore dopo il colpo durissimo inferto dagli avversari con
l’uccisione di Antonino Villari, persona che, anche al di là del legame di
sangue con SPARACIO Luigi di cui era cugino, costituiva elemento di rilievo
strategico fondamentale negli equilibri del gruppo, sempre presente nei momenti
più delicati e sempre pronto a mettere la propria persona al servizio del clan:
una delle sue ultime iniziative di cui è emersa traccia in dibattimento ne
registra, anche se in una fase in cui i rapporti con il potente cugino non erano
forse dei migliori, un prezioso suggerimento ai coaffiliati, a cui il Villari
segnala la presenza di Mancuso Antonino nei pressi dell’abitazione di SPARACIO
Luigi, circostanza in quel momento foriera di sviluppi tutt’altro che
positivi. La personalità dei due soggetti passivi dell’attentato, attivamente
inseriti nel gruppo in quel momento ostile a SPARACIO Luigi, non lascia alcun
dubbio sulla matrice del delitto, eseguito con modalità mafiose e
caratterizzato da una causale di tipo ritorsivo concernente contrasti di natura
illecita tra gruppi criminali contrapposti.
Quanto alle modalità esecutive, anche ai fini di
valutare la sussistenza dell’aggravante di cui all’art. 7 del d. l. n.
152/91, va rammentato che il delitto fu commesso a viso scoperto da uno
sparatore che faceva parte di un agguerrito gruppo di fuoco, pronto ad entrare
in azione in qualsiasi momento, e che non ebbe alcuna remora ad impugnare
un’arma ed a fare fuoco, nonostante l’orario e la zona non fossero tali da
fare escludere la possibilità di essere notati o di colpire degli ignari
passanti. La difficoltà degli investigatori di sapere subito che cosa fosse
successo e la necessità di ricorrere dopo qualche giorno alle indicazioni di
chi trovò più comodo trincerarsi dietro l’anonimato della fonte
confidenziale rappresentano ulteriori conferme della natura dell’episodio.
Fedeli alla regola dell’omertà, destinata a valere indiscriminatamente anche
per i reati di cui si rimane vittime, MAROTTA e COTUGNO non denunziano il fatto,
ed il secondo dinanzi ai segni inequivocabili lasciati dai colpi di arma da
fuoco sulla sua autovettura e sul suo corpo cerca in un primo momento di fare
credere che gli uni siano dovuti ad un banale incidente stradale e gli altri
siano stati causati da una caduta accidentale da cavallo (dichiarazioni alla
Squadra Mobile in data 8.2.1993: v. p. 8 della sentenza della Corte di Appello
di Messina del 28.10.1994), e poi ammette, ma solo quanto alle tracce rilevate
sull’autovettura, che a produrle sarebbero stati i colpi esplosi da uno
sconosciuto, inizialmente scambiati dal COTUGNO per le esplosioni di petardi.
Secondo la ricostruzione operata dalla Corte di Assise nella sentenza più volte
citata MAROTTA e COTUGNO componevano invece una delle coppie, o squadre di due,
significativamente denominate “squadre
della morte”, che erano state costituite nel quadro della esecuzione della
strategia decisa subito dopo l’omicidio di Stracuzzi Antonino dai vertici del
gruppo “Galli”; e l’uno e l’altro stavano facendo ritorno dalla zona del
villaggio Annunziata che avevano perlustrato invano alla ricerca di VINCI
Rosario, balzato in cima alla lista della morte dopo l’uccisione di Villari
Antonino, perché ritenuto uno dei responsabili della morte di Stracuzzi
Antonino.
Tre degli imputati, ammettendo il loro diretto
coinvolgimento nell’attentato, hanno indicato quali compartecipi VINCI
Rosario, già giudicato in via definitiva, Martinez Francesco, deceduto nel
corso di un analogo agguato, che sarà presto oggetto di esame (v. capo 44), e
GALLETTA Nicola, quest’ultimo indicato come colui che, disattendendo le
indicazioni dei correi o, forse più esattamente, non comprendendo le loro
intenzioni, visti i tempi ristretti in cui si operò, scese improvvisamente
dall’autovettura su cui viaggiava e fece fuoco all’indirizzo della Fiat
UNO su cui viaggiavano COTUGNO e MAROTTA. La confessione dei tre imputati
collaboratori di giustizia, non bisognosa in quanto tale di elementi di conferma
ulteriore, si inserisce coerentemente nella trama delle risultanze processuali e
giustifica l’affermazione della loro responsabilità. A tale conclusione, in
cui è implicito l’accoglimento della ricostruzione proposta dai tre imputati,
non è di ostacolo la circostanza che con sentenza irrevocabile VINCI Rosario
sia stato condannato quale unico esecutore materiale dell’agguato, che avrebbe
peraltro sparato all’indirizzo di MAROTTA e COTUGNO per poi allontanarsi a
bordo di una motocicletta. L’esame delle decisioni di merito dimostra che
furono ritenute decisive ai fini della condanna del VINCI le notizie fornite da
Barresi Domenico, elemento inserito nello stesso gruppo di appartenenza delle
vittime dell’attentato, da cui peraltro il collaboratore aveva appreso quanto
riferito. Tuttavia, la prospettiva accolta da quelle decisioni, in un momento in
cui si disponeva di un quadro parziale del contesto e delle cause
dell’attentato, è destinata ad essere accantonata, ovviamente senza alcun
limite posto dal giudicato che concerne la posizione del solo VINCI Rosario, nel
momento in cui si rendono disponibili informazioni provenienti dall’interno
dello stesso gruppo a cui compete senza alcuna ombra di dubbio la paternità
dell’attentato e ben tre dei complici del VINCI si addossano la responsabilità
del fatto e forniscono, in merito alle modalità esecutive, una ricostruzione
diversa da quella scaturita dalle dichiarazioni de
relato di Barresi Domenico. D’altra parte, una volta comprese la natura e
le dimensioni dello scontro che si era aperto, appare poco plausibile ipotizzare
che l’attentato alla vita di due tra gli esponenti più rappresentativi del
gruppo avversario, che dopo l’omicidio Stracuzzi aveva manifestato una
particolare determinazione, colpendo subito ed “in alto”, sia stato rimesso
all’iniziativa isolata di un solo affiliato, peraltro esplicatasi, secondo le
affermazioni di Barresi, con modalità che denotano una approssimazione
incompatibile con le potenzialità del gruppo di appartenenza del presunto
killer e con l’importanza degli obiettivi. Per quanto è assai probabile che
dall’una e dall’altra parte sia stato recepito fin dalle prime battute del
nuovo cruento scontro “il ben noto
metodo di intercettare ed uccidere il primo obiettivo possibile” (così,
proprio riferendosi al tentato omicidio di MAROTTA e COTUGNO, commenta la
sentenza più volte citata del 30.10.1995, p. 88), è assai poco persuasiva
l’idea che un gruppo, le cui energie sono mobilitate in vista della
preparazione della reazione ed all’interno del quale vi è la piena
consapevolezza della forza e della determinazione dell’avversario (tanto che
gli affiliati per precauzione evitano di rientrare nelle proprie case per
dormire), lasci che sia uno solo ad eseguire un agguato contro due fra i più
importanti elementi del gruppo “Galli” e peraltro in una zona notoriamente
sottoposta al controllo ed all’influenza dello stesso sodalizio. Inoltre la
descrizione data dai tre imputati che hanno ammesso l’addebito presuppone che
tanto COTUGNO che MAROTTA non rilevarono la presenza degli avversari al
passaggio dall’incrocio del viale Regina Elena con il viale Giostra, e la loro
attenzione fu verosimilmente richiamata solo dall’esplosione dei primi colpi,
in seguito ai quali il COTUGNO eseguì immediatamente qualche manovra per
sfuggire al fuoco degli aggressori ed accelerò l’andatura. In questo
frangente è assai poco probabile che i due potessero percepire quale fosse la
composizione del gruppo di fuoco avversario, anche perché i colpi non
provenivano dall’interno di un’autovettura, ed è invece plausibile che sia
stato visto solo qualcuno degli aggressori: non il GALLETTA, secondo quanto
COTUGNO e MAROTTA avrebbero poi riferito al Barresi, che era forse impegnato a
cercare di raccogliere la pistola inceppata che aveva lasciato a terra (e che
nel tentativo avrebbe perduto il telefono cellulare), ma più verosimilmente
proprio VINCI Rosario, il quale, secondo la più approfondita ricostruzione
fornita da SPARACIO nel corso del dibattimento relativo al processo Giostra,
era sceso dall’autovettura immediatamente dopo il GALLETTA con l’intenzione
di dare manforte al complice ma senza fare in tempo a sparare prima che i due si
allontanino (pp. 88 e 105 della sentenza del 30.10.1995).
Giova invece ribadire che la ricostruzione dei tre
imputati collaboratori di giustizia appare puntuale e dettagliata, frutto di una
conoscenza che rivela la diretta partecipazione ai fatti narrati, e tali
caratteri investono, esaltandone l’intrinseca credibilità, la chiamata in
correità rivolta nei confronti del GALLETTA. L’imputato è raggiunto dalle
accuse univoche di tre dei suoi complici che si riscontrano vicendevolmente, ma
che trovano altresì ampie e significative conferme nelle altre risultanze
dibattimentali.
Per l’attentato fu utilizzato un munizionamento
del calibro indicato dai collaboratori e la circostanza che l’autovettura di
COTUGNO sia stata colpita nella sola parte posteriore corrisponde alla
descrizione fornita, secondo cui GALLETTA sparò “da
dietro in avanti”, quando, fallito o abbandonato il tentativo di
affiancamento posto in essere dal Martinez, e non recepita l’idea di attendere
che i due imboccassero il viale Giostra prima di passare all’azione,
l’autovettura condotta da COTUGNO oltrepassò quella degli avversari.
Non deve poi sorprendere, alla luce dell’assetto
che i rapporti tra i gruppi del crimine organizzato messinese andavano assumendo
in questo scorcio dell’anno 1992, che all’attentato prendesse parte un
elemento notoriamente inserito nel gruppo “Marchese” (ma tale era anche il
Martinez), in quel momento, essendo ormai il MARCHESE detenuto, prevalentemente
diretto ed organizzato dagli elementi più rappresentativi come Mulé Giuseppe o
Franco CUSCINÀ. Le dichiarazioni dei collaboratori attestano che in quel
periodo, identificato nel gruppo di SPARACIO Luigi il nemico da combattere ed
evidentemente non sospettando ancora la partecipazione del gruppo
“Marchese”, gli esponenti del gruppo “Galli” conservavano un buon
rapporto tanto con gli affiliati al gruppo “Marchese” che con il gruppo di
FERRARA Sebastiano, fedeli al patto che era all’origine degli incontri e dei
preparativi comuni finalizzati alla eliminazione di SPARACIO Luigi (ancora una
volta, al di là degli sporadici riferimenti emersi in questo dibattimento, v.
la ricostruzione contenuta nella sentenza del 30.10.1995, pp. 54 ss., 171 ss.).
Ne è prova la circostanza che Mulé e FERRARA Sebastiano avevano partecipato
all’omicidio di Stracuzzi Antonino, ma la reazione si era rivolta
esclusivamente verso il gruppo “Sparacio”, essendo stata divulgata ed
alimentata la voce secondo cui a consumare materialmente l’omicidio erano
stati BONASERA Angelo e VINCI Rosario, ovviamente eseguendo un mandato
riconducibile a SPARACIO Luigi. E la frenetica attività di “indagine”
avviata per cercare di risalire al più presto ai responsabili di quella morte
(che avrebbero a loro volta dovuto essere uccisi prima che si celebrassero i
funerali dello Stracuzzi) si svolse proprio presso gli elementi del gruppo
“Marchese”, il cui “doppio gioco” consentiva al gruppo “Sparacio” di
essere informato sulle mosse degli avversari, come nel caso dell’indicazione
dello Squadrito che era stato individuato il giorno dopo quale autore
dell’omicidio di Villari Antonino a causa della confidenza fatta a CUSCINÀ
Francesco la stessa sera del 16 ottobre 1992.
Il delitto è aggravato ai sensi dell’art. 7 del
d. l. n. 152/91, in quanto commesso allo scopo di agevolare l’attività di
un’associazione di stampo mafioso e, comunque, avvalendosi delle condizioni
previste dall’art. 416-bis del
codice penale. Alle considerazioni già svolte in ordine ai caratteri delle
modalità esecutive, che esprimono il carattere mafioso dell’attentato, deve
aggiungersi che le ragioni del contrasto in cui l’agguato si inserisce
(peraltro nella più assoluta mancanza di plausibili spiegazioni alternative),
le finalità che si intendevano conseguire, le manovre dei vari protagonisti che
si muovevano sullo scenario, appaiono tutti indici inequivocabili della matrice
dell’agguato e degli altri episodi che lo seguirono e che lo precedettero.
L’omicidio, programmato come reazione all’aggressione dell’altro gruppo,
è lo strumento per la riaffermazione di una forza intimidatrice che l’azione
degli avversari ha messo in pericolo e che è necessario ripristinare attraverso
la soppressione degli esponenti della consorteria opposta. La platealità del
delitto esprime la forza intimidatrice del gruppo nei confronti di un altro
gruppo dotato di capacità e di mezzi similari, ma giova al contempo a produrre
gli effetti suoi propri verso il tessuto sociale, generando nella collettività
la sensazione di un potere pressoché invincibile e rendendola di conseguenza
passiva ed omertosa: non è difficile intendere le conseguenze che è destinata
a produrre presso i cittadini l’esperienza del susseguirsi di episodi cruenti,
che si intuiscono legati ad uno scontro in atto tra gruppi criminali e che
avvengono in zone centrali del
territorio urbano, in pieno giorno o in orari compatibili con la presenza di
numerosi passanti, senza che l’azione preventiva e repressiva delle forze
dell’ordine consegua nell’immediato quei successi che soli potrebbero
contrastare quegli effetti e smentire la presunzione di impunità che li
accompagna.
Non ricorre invece l’aggravante della
premeditazione. La decisione di attuare al più presto la rappresaglia, presa
subito dopo l’uccisione di Villari Antonino, non aveva individuato un preciso
obiettivo da colpire, dovendosi la reazione dirigere, secondo l’atteggiamento
consueto, nei confronti del primo potenziale bersaglio che fosse stato
intercettato: forse il solo Squadrito Pietro, che era stato quasi subito
individuato quale responsabile della morte del Villari, costituiva un obiettivo
della spedizione al rione Giostra, almeno stando a quanto ha riferito il solo
SPARACIO Luigi. Tuttavia, anche se non sono convergenti le indicazioni del luogo
in cui si sarebbe svolta la riunione precedente all’attentato, nella quale
prese corpo una volontà omicida ad
incertam personam rivolta contro il gruppo responsabile della morte di
Villari Antonino, essa secondo i tre imputati si svolse comunque non più di
qualche ora prima dell’attentato. Nel corso dell’incontro si discusse
probabilmente di quanto si era riusciti a sapere sulla morte del Villari e delle
contromisure da adottare, ma non è emerso alcunché di significativo in ordine
a particolari scelte strategiche o all’indicazione di qualche specifico
obiettivo della rappresaglia, e ne costituisce sintomo evidente la stessa
tattica prescelta, quella cioè di colpire chiunque fosse stato intercettato. Ed
anche le modalità dell’attentato, caratterizzato dall’improvvisa iniziativa
di GALLETTA Nicola, esprimono la estemporaneità dell’organizzazione del
delitto, posto che la condotta del complice, più che essere in contrasto con un
piano che non era stato predisposto e concordato, si esplicò in maniera diversa
dalle loro aspettative, precludendo così un tempestivo intervento ad un altro
dei componenti del gruppo di fuoco (tutti armati, ad eccezione forse del solo
SPARACIO) e consentendo agli avversari una precipitosa fuga. Tali
caratteristiche, con ogni evidenza, escludono la ravvisabilità nel delitto
delle componenti strutturali, di natura cronologica ed ideologica, che rivelano
la sussistenza dell’aggravante in questione in base ai principi generali più
volte richiamati nel corso della motivazione. Giova
invece rilevare, nei limiti in cui attestano una significativa continuità
di comportamenti, le analogie che l’episodio in questione presenta rispetto ad
un altro attentato sottoposto all’attenzione della Corte che ebbe per
protagonista il GALLETTA, il tentato omicidio di PARATORE Giuseppe del 4 marzo
1991 (capo 13), anch’esso caratterizzato da una iniziativa del tutto
imprevista dell’imputato, espressione di una personalità impulsiva e di una
spiccata propensione a fare uso delle armi.
Agli imputati SPARACIO Luigi e LA TORRE Guido, in
conformità alla richiesta dei loro difensori, compete l’attenuante di cui
all’art. 8 del d. l. n. 152/91, e ad entrambi, oltre che a PIETROPAOLO
Pasquale, possono essere altresì concesse le circostanze attenuanti generiche.
Il contributo di SPARACIO e LA TORRE si inserisce
in un contesto di collaborazione, che, alla luce degli elementi di valutazione a
disposizione di questa Corte, non può che essere ritenuto definitivo ed
irreversibile. L’uno e l’altro imputato, in una fase in cui erano in
possesso degli inquirenti le sole dichiarazioni di Barresi Domenico, ritenute
determinanti per la condanna ormai definitiva di VINCI Rosario, hanno consentito
una ricostruzione dell’episodio più completa e più aderente alla realtà dei
fatti, arrecando quel contributo di conoscenza che poteva venire soltanto
dall’interno del sodalizio che aveva posto in essere l’attentato. Ulteriore
sintomo di genuinità delle dichiarazioni è costituito proprio dal fatto che
tanto SPARACIO che LA TORRE, ricostruendo l’episodio, erano ben consapevoli di
discostarsi con il loro racconto dalla versione dei fatti fornita dal Barresi e
definitivamente recepita con riferimento alla posizione del VINCI. Non ignora la
Corte, per quanto concerne la posizione dello SPARACIO, che l’episodio in
esame figura tra quelli su cui altra autorità giudiziaria ha posto la propria
attenzione, nel quadro dell’analisi dei contenuti della collaborazione dello
stesso SPARACIO, rilevando che con riferimento alle indagini per il tentato
omicidio di COTUGNO Giovanni e MAROTTA Gaetano si sarebbe verificato un
tentativo di condizionamento delle dichiarazioni di LA TORRE Guido, il quale,
stando a quanto dal medesimo dichiarato, sarebbe stato richiamato dal
maresciallo Gatto che lo interrogava a rendere dichiarazioni in linea con quelle
di SPARACIO, e ciò dopo che il sottufficiale aveva ricevuto una telefonata da
un interlocutore che aveva chiamato “consigliere”
(si tratta del riferimento contenuto alla p. 17 dell’ordinanza di custodia
cautelare a carico di SPARACIO Luigi per il reato di cui all’art. 416-bis
c. p., emessa in data 6.8.1998 dal GIP del Tribunale di Catania e già in
precedenza citata). Va tuttavia rilevato, alla luce delle risultanze processuali
esaminate dalla Corte ed in armonia con il criterio seguito per l’approccio
alla vicenda, che la convergenza, peraltro non assoluta, che caratterizza le
dichiarazioni di SPARACIO Luigi e LA TORRE Guido in merito al tentato omicidio
di COTUGNO Giovanni e MARIOTTA Gaetano non appare posticcia, né, considerato il
tenore delle dichiarazioni rese in proposito in dibattimento da LA TORRE Guido,
si coglie la ragione del richiamo ad un allineamento che sembra genuino e
scaturente da una comune esperienza dei fatti: sicché, anche se l’episodio
denunziato da LA TORRE Guido ebbe realmente a verificarsi (la valutazione
contenuta nel provvedimento citato è orientata esclusivamente ai fini
cautelari), deve escludersi che il richiamo abbia concretamente inciso sul
contenuto delle dichiarazioni del LA TORRE, o che sull’episodio la
collaborazione di SPARACIO si sia esplicata secondo le modalità criminose
ipotizzate nell’ordinanza custodiale con riferimento ad altre vicende.
La circostanza che il contributo di PIETROPAOLO
Pasquale sia successivo alla notifica dell’ordinanza di custodia cautelare
induce ad escludere che esso possieda quel carattere di decisività che
giustifica la concessione dell’attenuante speciale di cui all’art. 8, né si
ravvisano nelle sue dichiarazioni profili di originalità tali da smentire
l’assunto. La ricostruzione dell’episodio e l’individuazione dei
responsabili, tra cui lo stesso PIETROPAOLO, furono già possibili al momento
dell’emissione dell’ordinanza di custodia cautelare sulla scorta delle
convergenti dichiarazioni accusatorie di SPARACIO e LA TORRE, sicché la
narrazione del PIETROPAOLO, sotto i due fondamentali profili indicati, esaurisce
il suo rilievo nel fungere da ulteriore elemento di conferma di quelle
dichiarazioni. L’imputato ha tuttavia ammesso le proprie responsabilità in
sintonia con la scelta di collaborazione con la giustizia fatta dopo
l’applicazione della misura, e la concessione delle circostanze attenuanti
generiche, da ritenersi prevalenti sulle residue aggravanti comuni contestate
(essendo stata esclusa la premeditazione), appare ricompensa adeguata del suo
contegno.
Analogo beneficio deve poi attribuirsi anche a
SPARACIO Luigi e LA TORRE Guido in relazione al ruolo modesto concretamente
avuto nell’episodio, in occasione del quale i due imputati si limitarono a
seguire da vicino, senza poterla arrestare, l’iniziativa del complice, e
l’unico intervento di rilievo si esplicò nel recupero del telefono cellulare
perduto da GALLETTA nella concitazione del momento.
Per la concreta commisurazione della pena si rinvia alla parte
conclusiva di questa motivazione.