2.3.41.    Duplice tentato omicidio in danno di COTUGNO Giovanni e  MAROTTA Gaetano (capo 41)

Per il tentato omicidio di MAROTTA Gaetano e COTUGNO Giovanni il Tribunale di Messina ha già condannato con sentenza n. 110 del 14 marzo 1994 VINCI Rosario, riconosciuto quale responsabile del fatto di sangue, avvenuto il 17 ottobre 1992, con esclusione dell’aggravante della premeditazione; la decisione è stata confermata dalla Corte di appello di Messina in data 28.10.1994, con riduzione della pena inflitta, e la relativa sentenza è divenuta irrevocabile il 17 maggio 1995 con il rigetto dei ricorsi per cassazione proposti dal Pubblico Ministero e dai difensori dell’imputato.

Alla condanna ormai definitiva di VINCI Rosario, in esito al giudizio indicato, si è pervenuti sostanzialmente in base alle dichiarazioni di Barresi Domenico, come si desume dall’esame della copia delle decisioni di merito con le quali il contributo del collaboratore è stato ritenuto determinante sia ai fini della ricostruzione dell’episodio, che non era stato denunziato dagli interessati, sia ai fini dell’individuazione della matrice e dell’inquadramento del fatto di sangue, interpretato come una immediata reazione all’uccisione di Villari Antonino, avvenuta il giorno prima nel contesto del nuovo cruento scontro tra gruppi criminali organizzati innescato nel volgere di pochissimi giorni dall’omicidio di Stracuzzi Antonino (v. la deposizione del teste Gugliotta Carmelo, escusso il 27.2.1998).

L’omicidio di Villari Antonino, cugino di SPARACIO Luigi, inteso Nino siccia, fu consumato a Messina la sera del 16 ottobre 1992, sulla centrale via Garibaldi, nei pressi dei locali della concessionaria di autovetture Peugeot. Giova in questa sede poco soffermarsi sull’episodio, trattato in maniera molto approfondita nella sentenza di questa Corte n. 5/95 del 30 ottobre 1995, con cui sono stati condannati per l’omicidio MAROTTA Gaetano, MANCUSO Antonino, MAURO Orazio, BONANNO Orazio e Squadrito Pietro, l’ultimo quale esecutore materiale del delitto in concorso con Barresi Domenico, a sua volta giudicato e condannato separatamente con la concessione del beneficio di cui all’art. 8 del d. l. n. 152/91, convertito dalla legge 12.7.1991, n. 203. Rinviando alla motivazione di quella decisione, ormai definitiva, per quanto riguarda la causale, le modalità esecutive, gli autori del fatto di sangue ed il collegamento con l’omicidio di Stracuzzi Antonino (v. pp. 45 ss.), il riferimento all’episodio giova ad introdurre l’illustrazione delle vicende successive, ormai inquadrabili nell’ambito della nuova fase di contrasti destinata ad interessare l’ultimo dei periodi della storia criminale cittadina sottoposto all’attenzione di questa Corte.

L’uccisione di Villari Antonino, che anche le risultanze di questo dibattimento attestano essere stato uno tra gli elementi più vicini al cugino SPARACIO Luigi ed esponente di spicco del suo gruppo, seguì di neppure 48 ore la morte di Stracuzzi, in perfetta sintonia con un’idea che Barresi Domenico espresse nel corso del dibattimento concluso dalla citata sentenza, che cioè “prima del funerale di Stracuzzi doveva morire qualcuno del clan Sparacio”, alla cui iniziativa fu ricondotto l’omicidio, secondo l’idea immediatamente recepita all’interno del gruppo di appartenenza dello Stracuzzi.

L’agguato fu posto in essere intorno alle ore 20,20 in prossimità dell’incrocio tra il viale Regina Elena ed il viale Giostra dal quale transitava la Fiat UNO di COTUGNO Giovanni, a bordo della quale si trovava anche MAROTTA Gaetano. i colpi esplosi dagli ignoti aggressori raggiunsero l’autovettura e ferirono il COTUGNO in modo lieve alla spalla sinistra. La segnalazione anonima di una sparatoria giunse in Questura poco prima di quella relativa al ferimento di Mento Maurizio (avvenuto presso la sua abitazione nella non lontana via Del Cigno, una stradina del villaggio Ritiro, notoriamente vicino al rione Giostra). I componenti degli equipaggi delle due Volanti accorse sul posto nella zona di via Bellinzona non rilevarono nessuna anomalia, finché nella via Canova fu rintracciata una Fiat TIPO, il cui proprietario e conducente, tale Pagliaro Crispino, dichiarò che, appena si era immesso sul viale Giostra provenendo dal viale Regina Elena, l’autovettura, sulla quale viaggiavano sei o sette persone tra cui alcuni bambini, era stata raggiunta da quattro o cinque colpi di arma da fuoco provenienti dalla zona in cui si trova l’edicola ubicata nei pressi dell’incrocio. I colpi mandarono in frantumi il lunotto posteriore dell’autovettura, e ciononostante il conducente ha dichiarato che inizialmente non si accorse di nulla, fino a quando la sua attenzione non fu richiamata dagli altri occupanti dell’autovettura, tra cui la moglie Rizzo Giuseppa, che era in avanzato stato di gravidanza (v. la deposizione del teste Pagliaro Crispino, escusso all’udienza del 27.2.1998). Nel corso delle ricerche gli operanti rinvennero altresì un “vespino” abbandonato lungo la strada che costeggia il viale Giostra e conduce al rione Tremonti, senza riuscire a sapere alcunché di rilevante dai venditori ambulanti che stazionano nella zona, i quali aveva attribuito allo sparo di mortaretti i rumori sentiti e solo alla vista della Polizia si erano resi conto che avrebbe potuto trattarsi di colpi di arma da fuoco. Sentito a sommarie informazioni, il conducente del veicolo, tale Badessa Giuseppe, dichiarò che percorreva il viale Giostra, allorché, nei pressi dell’incrocio con il viale Regina Elena, aveva avvertito dei colpi di arma da fuoco e spaventato aveva imboccato via Tremonti, e quindi, abbandonato il motorino, si era dato a precipitosa fuga temendo che gli sparatori fossero alle sue spalle. Al teste, escusso il 27.2.1998, che anche in dibattimento, evidentemente non del tutto abbandonato dalla paura di quei momenti, ha tenuto a sottolineare i limiti delle proprie conoscenze (“Guardi, io mi trovo qua per un equivoco. Mi son trovato a passare da lì.”), è stato contestato quanto riferito nell’immediatezza (“Non ho visto da che parte arrivavano né a chi erano indirizzati e non ho visto le autovetture. Ho solo udito lo stridio delle gomme che fuggivano”), ed alla luce di queste premesse si comprende il valore dell’affermazione finale, peraltro dubitativa, con cui il teste ha attribuito il rumore avvertito al passaggio di una sola autovettura che si allontanava a gran velocità (“Ritengo, comunque, che si trattasse di una sola autovettura.”). Un sopralluogo più accurato consentì il ritrovamento nella zona di alcuni bossoli di proiettili per pistola calibro 7,65 (v. la deposizione dell’ispettore Amato Giuseppe, sentito in dibattimento il 27.2.1998), ma solo nei giorni successivi, forse il 19 ottobre, una voce confidenziale indusse gli investigatori della Squadra Mobile, che avevano assunto il coordinamento delle indagini, ad ipotizzare il coinvolgimento nella sparatoria di COTUGNO Giovanni e MAROTTA Gaetano. La conferma la fornì l’esame della Fiat UNO del COTUGNO che presentava evidenti segni di colpi di arma da fuoco, sebbene il COTUGNO avesse in un primo momento cercato di far credere che si trattasse dei postumi di un incidente stradale (v. la deposizione dell’ispettore Zanghì, sentito il 27.2.1998). Un più accurato esame sull’autovettura, sottoposta a sequestro e trasportata in Questura, evidenziò che alcuni colpi di arma da fuoco avevano raggiunto l’autoveicolo al gruppo ottico posteriore sinistro, per penetrare all’interno attraverso lo schienale del sedile posteriore e di quello anteriore; un colpo si era conficcato nel pannello del tettuccio, ed all’interno dell’abitacolo fu anche trovata l’ogiva di un proiettile calibro 7,65 (v. all’udienza del 27.2.1998 le dichiarazioni del teste Delfino, in servizio presso il locale Gabinetto di Polizia scientifica, che ha dichiarato di avere eseguito dei rilievi fotografici non allegati al fascicolo per il dibattimento).

A MAROTTA Gaetano e COTUGNO Giovanni, che si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, sono state contestate all’udienza del 30 aprile 1999 le dichiarazioni da essi in precedenza rese.

Al COTUGNO è stato contestato il contenuto delle dichiarazioni rese alla Squadra Mobile la mattina del 20 ottobre 1992, in seguito al sequestro della sua Fiat UNO di colore scuro su cui furono riscontrati i segni dei colpi di arma da fuoco (“Sono coniugato con Micalizzi Innocenza con la quale ho procreato due figli. Allo stato sono disoccupato. A mio carico annovero numerosi pregiudizi penali per reati vari. Stamane personale di questo ufficio è venuto presso la mia abitazione chiedendomi spiegazioni circa il fatto che la mia auto, una Fiat UNO di colore scuro, targata ME 481386, presentava un colpo di arma da fuoco visibile dall’esterno all’altezza del gruppo ottico posteriore sinistro. In un primo momento ho asserito che si trattava di un danneggiamento dovuto ad un incidente stradale. Prendo atto che in questi uffici, e cioè nel piazzale antistante la Questura, in mia presenza si è proceduto ad un’accurata ispezione della mia auto a seguito della quale, oltre al danneggiamento da colpi di arma da fuoco suddetto, sono stati constatati altri due fori in entrata all’altezza dello schienale del sedile posteriore, altro foro di entrata alla spalliera parte alta del sedile lato guida, nonché un altro al pannello copritettuccio sulla parte anteriore lato guida, dove è stata rinvenuta ritenuta un’ogiva per pistola calibro 7,65. Ciò premesso, a questo punto desidero spontaneamente dichiarare tutta la verità. La sera del giorno 17 ottobre ultimo scorso intorno alle ore 19,00 sono uscito di casa da solo a bordo della mia autovettura Fiat UNO di cui sopra in quanto ero alla ricerca di una farmacia per comprare il latte a mia figlia. A tale scopo ho percorso tutto il viale Giostra fino al viale della Libertà e quindi mi sono recato nella zona dell’Annunziata dove comunque non sono riuscito a trovare una farmacia di turno. Intorno alle ore 20,00 sono ritornato dall’Annunziata percorrendo il viale Regina Elena, non appena sono giunto a circa 50 metri dal semaforo posto all’incrocio con il viale Giostra alle mie spalle ho sentito uno sparo a cui non ho fatto caso in quanto mi aveva dato un’impressione che si trattasse di un petardo. Fatti però alcuni metri ho sentito una rapida successione di colpi d’arma da fuoco per cui sono fuggito attraversando l’incrocio con il viale Giostra continuando per il viale Regina Elena sempre in direzione centro, dopodiché ho imboccato la via Manzoni, portandomi direttamente presso la mia abitazione da dove non sono più uscito sino al giorno successivo. Posso dire che a seguito di tale attentato non ho riportato ferite e solo il giorno successivo mi sono accorto che la mia auto era stata attinta da colpi di pistola. Nella circostanza nulla sono in grado di dire in ordine all’episodio in quanto non mi sono assolutamente preoccupato di guardare chi mi stava sparando contro pensando solo a mettermi in salvo. Conoscevo Stracuzzi Antonino ucciso recentemente, con lo stesso posso dire che ero in buoni rapporti di amicizia, conoscevo anche Mento Maurizio anch’esso ucciso come pure tante altre persone di Giostra pregiudicate per il fatto che come già detto anche io ho precedenti penali. Non ho altro da aggiungere.”).

A MAROTTA Gaetano invece il Pubblico Ministero ha contestato le dichiarazioni rese nel dibattimento conclusosi con la condanna di VINCI Rosario (n. 263/93 R. G. Tribunale), allorché il MAROTTA dichiarò che il 17 ottobre 1992, il giorno in cui fu ucciso Mento Maurizio, si trovava in casa  malato da due giorni perché affetto da una sindrome influenzale febbrile che lo costrinse a rimanere a letto per una settimana. In quella occasione il MAROTTA negò di avere appreso qualcosa dell’attentato da COTUGNO o da Barresi, limitandosi ad ammettere di conoscere i due, così come Papale Domenico e VINCI Rosario.

In questo dibattimento sull’episodio è stato nuovamente esaminato Barresi Domenico, le cui dichiarazioni furono determinanti ai fini della condanna di VINCI Rosario, e si sono sottoposti all’esame gli imputati PIETROPAOLO Pasquale, LA TORRE Guido e SPARACIO Luigi.

Il Barresi, già esaminato sull’omicidio di Stracuzzi Domenico, nella stessa udienza del 27.2.1998 ha affermato l’attentato ai danni di MAROTTA Gaetano e COTUGNO Giovanni si verificò quasi contestualmente all’omicidio di Mento Maurizio, a cui il Barresi ha ammesso di avere preso parte. I due, che stavano facendo ritorno dalla zona di Tono dove erano andati a trovare il Papale che vi trascorreva la sua latitanza, all’incrocio tra viale Giostra e viale Regina Elena, nei pressi di un edicola posta in prossimità del semaforo, furono fatti segno ad alcuni colpi di pistola esplosi da dietro da VINCI Rosario, affiliato al gruppo di SPARACIO Luigi, che viaggiava a bordo di una motocicletta (una YAMAHA forse di proprietà di Mento Maurizio, dirà poi di colore rosso, tipo dominator) ed era in compagnia di un complice. Erano stati MAROTTA e COTUGNO a confidare al Barresi di avere riconosciuto il VINCI mentre sparava al loro indirizzo, ed il COTUGNO era rimasto ferito di striscio ad una spalla. Il COTUGNO, esaminato anche in quanto indicato come fonte dal Barresi, ha negato di avergli riferito alcunché in merito all’attentato, pur ammettendo di averlo conosciuto da qualche giorno in relazione alla comune passione per cani e cavalli.

PIETROPAOLO Pasquale, esaminato in data 11 e 18 dicembre 1998, ha ammesso la propria partecipazione all’attentato, inquadrando l’episodio nella nuova fase di contrasti, che, esauritasi la “guerra” contro Giorgio MANCUSO, era stata determinata dalla divisione dei proventi del gioco d’azzardo. SPARACIO aveva concordato con FERRARA Sebastiano e con Mulé Giuseppe del gruppo di MARCEHSE Mario una strategia che prevedeva l’apparente adesione dei gruppi “Ferrara” e “Marchese” al progetto del gruppo “Galli” di uccidere SPARACIO, ma ciò unicamente allo scopo di indurre gli elementi più rappresentativi del gruppo di Giostra, tra cui Papale Domenico, Stracuzzi Antonino, MAROTTA Gaetano e Mancuso Antonino, a partecipare ad una riunione presso la stalla del FERRARA al villaggio CEP che avrebbe potuto trasformarsi in un trappola. Come se sospettassero il “doppio gioco” di Mulé e FERRARA, gli affiliati al clan “Galli” avevano rifiutato di aderire all’iniziativa, e così era successivamente stato ucciso Stracuzzi Antonino, il quale aveva commesso l’imprudenza di “parlare anche troppo sullo SPARACIO”, accusandolo apertamente per la questione della divisione dei proventi delle bische ed esternando per questa ragione la proprio intenzione di ucciderlo. L’uccisione di Villari Antonino costituì la reazione all’omicidio dello Stracuzzi, e così anche gli episodi successivi, tra cui l’omicidio di tale Silipigni, inteso il marocchino, ed il tentato omicidio di MAROTTA Gaetano e COTUGNO Giovanni, si inseriscono nella stessa catena di fatti di sangue. Relativamente all’agguato ai danni di MAROTTA e COTUGNO ha ricordato il PIETROPAOLO che in quel periodo lo SPARACIO disponeva di un appartamento nella zona del rione Annunziata, e quella sera, nel corso di una riunione presso questa abitazione, fu deciso di andare nella zona del viale Giostra per cercare di rintracciare qualcuno del gruppo “Galli” ed ucciderlo. Il gruppo di fuoco si mosse su due autovetture, una Fiat UNO rubata, sulla quale presero posto il PIETROPAOLO, Rosario VINCI, Nicola GALLETTA (tutti armati con una pistola calibro 7,65, ad eccezione del GALLETTA che ne aveva due), e tale Martinez (un affiliato al gruppo di MARCHESE Mario successivamente ucciso che conduceva l’autovettura), ed una Autobianchi Y10, su cui si trovavano SPARACIO Luigi e LA TORRE Guido, quest’ultimo armato con una pistola calibro 9 ´ 21. Giunti all’altezza dell’incrocio del viale Giostra con viale Regina Elena, PIETROPAOLO e gli altri notarono il passaggio di una Fiat UNO turbo, condotta da COTUGNO Giovanni, su cui si trovava anche MAROTTA Gaetano. Mentre tuttavia VINCI e Martinez, profittando del fatto che i due non si erano accorti della presenza delle altre due autovetture, consigliarono ai complici di attendere per passare all’azione solo quando i due avessero imboccato il viale Giostra, Nicola GALLETTA, senza aderire alla proposta, scese dall’autovettura e cominciò a fare fuoco danneggiando la parte posteriore dell’autovettura e ferendo superficialmente il COTUGNO. Nella concitazione del momento a GALLETTA sfuggì il telefono cellulare e fu SPARACIO, che era vicino, a raccoglierlo e a riconsegnarlo a GALLETTA nel corso del successivo incontro svoltosi sul viale Annunziata.

LA TORRE Guido, sentito in merito all’attentato il 19.3.1999, confermando l’inquadramento dell’episodio nell’ambito dello scontro tra i gruppi di SPARACIO Luigi, FERRARA Sebastiano e MARCHESE Mario contro quello di GALLI Luigi, ha dichiarato che dopo l’uccisione di Villari Antonino il suo gruppo, cioè quello di SPARACIO Luigi, si mobilitò per cercare di dare una risposta al gruppo di GALLI Luigi che aveva addirittura colpito il cugino dello SPARACIO, ma la paura di ulteriori atti di forza induceva LA TORRE ed i coaffiliati a non rientrare a casa neppure per dormire. Prima di essere ucciso il Villari aveva avuto un diverbio con il cugino a causa del quale non “si parlava più con lui”, sicché quel pomeriggio, mentre LA TORRE e gli altri stavano per lasciare la casa di SPARACIO, il Villari li avvisò nel portone che nella zona si aggirava Mancuso Antonino, inteso Nittola, inducendoli a cambiare percorso per non incontrarlo. Poi la sera LA TORRE aveva appreso dell’omicidio di Siccia mentre stava recandosi a villaggio CEP, e si era subito diretto verso la via Garibaldi anche se sul posto la zona era stata già isolata e non gli fu possibile avvicinarsi al cadavere di Villari. Già in serata, tramite VINCI Rosario, era stato possibile sapere che a consumare l’omicidio era stato lo Squadrito, insieme a tale Barresi, in quanto il primo dopo il delitto si era recato a casa di Franco CUSCINÀ per assumere della cocaina descrivendogli la dinamica dell’omicidio e confidandogli di avere sparato al Villari in testa (mentre gli diceva, riferendosi alla recente uccisione di Stracuzzi, “questi te li manda u’ Mommu”). Si svolsero immediatamente delle riunioni, sia presso una casa di cui SPARACIO aveva la disponibilità al villaggio Annunziata che presso una villetta nella zona di Rodia in uso a CARIOLO Antonio. Alle riunioni presso la casa di SPARACIO, che continuarono a svolgersi per circa un mese dopo l’omicidio Villari, prendevano parte, oltre a LA TORRE, anche PIETROPAOLO Pasquale, BONASERA Angelo, VINCI Rosario, CUSCINÀ Francesco, GALLETTA Nicola, Martinez Francesco e qualche volta pure DI DIO Domenico e SANTORO (il collaboratore lo ha chiamato “Gigi”, ma è probabile che intendesse riferirsi ad Angelo SANTORO, affiliato di FERRARA Sebastiano, inteso nell’ambiente Gigia). In seguito alla contestazione l’imputato ha ricordato che si trovava nella villetta di Rodia, che era nella disponibilità di Ligato Umberto e Tabbone Antonino, uomini di CARIOLO Antonio, i quali alle ore 18,30 del giorno successivo alla morte di Villari Antonino si allontanarono per rubare un’autovettura che avrebbe dovuto essere utilizzata per un’azione di rappresaglia contro gli esponenti del gruppo “Galli”. Ligato e Tabbone fecero ritorno dopo circa mezz’ora con una Fiat UNO di colore bianco che avevano rubato nella via Panoramica dello Stretto, sulla quale presero posto Franco Martinez, alla guida, ed inoltre PIETROPAOLO Pasquale, VINCI Rosario e GALLETTA Nicola. Sulla Y10 di LA TORRE Guido presero invece posto lo stesso LA TORRE e SPARACIO. Una volta che le due autovetture erano giunte nei pressi del viale Giostra, fu avvistata una Fiat UNO di colore scuro condotta da COTUGNO Giovanni su cui viaggiava anche MAROTTA Gaetano, i quali invece non si accorsero della presenza degli avversari. Il Martinez tentò allora una manovra di affiancamento dell’autovettura, ma il GALLETTA, che non aveva capito il piano dei complici, scese dall’autovettura e cominciò a sparare all’indirizzo della parte posteriore dell’autovettura condotta da COTUGNO, colpendone il lunotto e ferendo anche il conducente ma senza riuscire ad impedirne la fuga nonostante qualche sbandamento. Peraltro la pistola si inceppò ed il GALLETTA fu costretto ad usare un’altra arma, ma nel tentativo di recuperare la prima pistola che aveva gettato a terra perse anche il telefono cellulare e furono SPARACIO e LA TORRE, che seguivano sulla Y10 del secondo, ad avvicinarsi per prendere l’apparecchio. Il gruppo di fuoco si ricompose successivamente a casa di VINCI Rosario al villaggio Annunziata, dove LA TORRE e SPARACIO, che si erano attardati nel recupero del cellulare, incontrarono GALLETTA e gli altri complici. È stato contestato al LA TORRE che nel corso delle indagini preliminari, specificando la posizione degli occupanti dell’autovettura condotta da Martinez, aveva precisato che il GALLETTA sedeva sul sedile posteriore insieme al PIETROPAOLO, mentre VINCI Rosario stava accanto al conducente, e ciò non risulterebbe pienamente compatibile con la possibilità del GALLETTA di abbandonare improvvisamente l’autovettura per fare fuoco: LA TORRE ha precisato di non ricordare se la Fiat UNO dei complici avesse quattro sportelli, ma la contestazione era evidentemente diretta soprattutto a fare emergere la divergenza rispetto a quanto dichiarato dal PIETROPAOLO, che aveva invertito le posizioni di VINCI Rosario e GALLETTA Nicola, collocando il secondo sul sedile anteriore (“Io ero seduto, eravamo innanzitutto su una Fiat UNO bianca rubata, Martinez Francesco guidava la macchina, Nicola GALLETTA era al lato seduto di fianco, e io e il Sarino VINCI eravamo seduti dietro nel sedile dietro, e Luigi SPARACIO e Guido LA TORRE erano con un’altra macchina dietro di noi.”). Trattasi tuttavia di un contrasto di rilievo assolutamente marginale, che trova peraltro una plausibile spiegazione nel fatto che era il PIETROPAOLO a viaggiare insieme al GALLETTA, e quindi si presume sia maggiormente informato sulla posizione dei complici, a prescindere dalla possibilità che la Fiat UNO fosse effettivamente dotata di sportelli posteriori che avrebbero consentito comodamente anche a chi stava seduto dietro di porre in essere le condotte addebitate al GALLETTA senza fare spostare gli altri passeggeri.

SPARACIO Luigi, esaminato il 16 ed il 17.4.1999, ha fornito una descrizione dell’episodio sostanzialmente sovrapponibile a quella di LA TORRE e PIETROPAOLO, con la sola eccezione della circostanza della presenza a bordo dell’autovettura del COTUGNO di una terza persona, Squadrito Pietro, di cui lo stesso SPARACIO non aveva parlato nel corso delle indagini preliminari, ammettendo di averlo ricordato solo in seguito senza essere tuttavia in grado di precisare la fonte di tale conoscenza (“… dopo qualche giorno è successo l’omicidio di mio cugino Villari Antonino e noi ci siamo riuniti quella sera che è successo questo tentativo di omicidio a casa di VINCI Rosario al Villaggio Annunziata. Di lì abbiamo, siamo partiti per compiere, per uccidere Squadrito Pietro uno del gruppo Galli e avevamo una macchina rubata, una Fiat UNO di colore bianco dove hanno preso posto Martinez Francesco che era alla guida e VINCI Rosario, PIETROPAOLO Pasquale e Nicola GALLETTA e dietro alla Fiat UNO c’eravamo io e Guido LA TORRE con una Y10 che non era rubata che era di proprietà di LA TORRE Guido. Quando siamo arrivati all’incrocio per salire al Villaggio Giostra sulla sinistra, perché noi eravamo fermi al semaforo loro con la Fiat UNO avanti e noi con la Y10 dietro, dalla sinistra sono usciti, diciamo c’è una traversa e sono usciti da quella traversa una Fiat UNO rossa di COTUGNO, mi ricordo che era la sua macchina se non vado errato. E lì c’era COTUGNO, MAROTTA, e aggiungo pure che c’era anche seduto dietro nella macchina anche Squadrito Pietro, solo che era abbassato e non è stato visto. Perciò io e LA TORRE subito abbiamo visto i due che uscivano, che erano sulla macchina che uscivano da questa traversa, questione di pochi secondi e se ne sono accorti anche loro che erano avanti con la macchina rubata, con la Fiat UNO. Perciò nel frattempo che loro se ne sono accorti loro hanno preso la strada, in sostanza hanno girato perché noi eravamo fermi al semaforo, loro sbucando dalla traversa sono passati come posso dire nella strada dove potevano venire macchine di fronte. […] Perciò loro uscendo dalla traversa sostano qualche secondo per vedere se passava qualche macchina e ripartono. Nel frattempo quelli della Fiat UNO avanti si accorgono di loro e uscito Nicola GALLETTA dalla macchina gli ha sparato un caricatore di pistola dietro e loro erano mentre camminavano con la macchina. Perciò gli ha rotto il vetro dietro di questa macchina e ha ferito COTUGNO e poi mi ricordo che abbiamo saputo in seguito che dentro la macchina c’era anche Squadrito Pietro. […] la macchina ha proseguito sempre la strada e quando GALLETTA è sceso dalla macchina per sparargli, mi ricordo che gli è caduto il telefonino a terra e che io poi io e LA TORRE ci siamo avvicinati con la Y10 e io ho raccolto il telefonino di Nicola GALLETTA. Però questo diciamo è il particolare che mi ricordo gli occupanti della macchina hanno sentito i colpi di pistola e hanno proseguito nella corsa che se ne sono scappati e poi loro con la Fiat UNO si sono messi all’inseguimento però senza nessun esito. Poi dopo questo fatto è successo l’omicidio, loro hanno dato una risposta l’omicidio di Mento Maurizio, non ricordo se è stato in serata o l’indomani di questo fatto.”).

Prima di passare ad esaminare le posizioni individuali è necessario soffermarsi sulla qualificazione giuridica del fatto contestato sub b), rilevando che correttamente è stato ascritto agli imputati, quale reato più grave, il tentato omicidio di MAROTTA Gaetano e COTUGNO Giovanni. Le dichiarazioni dei protagonisti della vicenda, ai quali dopo la notifica dell’ordinanza custodiale si sono unite quelle di PIETROPAOLO Pasquale che si trovava sulla stessa autovettura su cui viaggiava lo sparatore, attestano inequivocabilmente che obiettivo della “spedizione” era l’uccisione di un esponente del gruppo “Galli”, forse, come ha affermato SPARACIO Luigi, di quello Squadrito Pietro che era stato già individuato come l’esecutore materiale dell’omicidio di Villari Antonino. Non può ormai essere messa in discussione la realtà storica del fatto, già emersa con sufficiente certezza nell’ambito del processo conclusosi irrevocabilmente con la condanna di VINCI Rosario e soprattutto di quello relativo alla c. d. Operazione “Giostra”, in cui sono stati compiutamente esaminati cause, sviluppi ed esiti del conflitto scoppiato in seguito all’omicidio di Stracuzzi Antonino. Come si è rilevato, pur rimanendo reticente su molti aspetti dell’episodio, anche COTUGNO Giovanni qualche giorno dopo l’agguato finì per confermare quanto gli investigatori ipotizzavano in base alla voce confidenziale che aveva rivelato i retroscena della sparatoria avvenuta la sera del 17 ottobre 1992 nei pressi dell’incrocio tra viale Giostra e viale Regina Elena, mentre quasi contemporaneamente Mento Maurizio veniva ferito a morte da un killer nel giardinetto antistante la propria abitazione ubicata nel non lontano villaggio Ritiro. Il munizionamento utilizzato, di cui costituiscono prova indiscutibile i bossoli rinvenuti, il tipo di danni riportati dall’autovettura del COTUGNO e le parti raggiunte dai colpi, lo stesso ferimento del COTUGNO ad una spalla, attestano la concreta idoneità dell’aggressione armata a cagionare la morte degli occupanti dell’autovettura, anche senza volere richiamare le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia secondo i quali lo scopo di GALLETTA e dei complici era la uccisione di chiunque del gruppo “Galli” fosse stato intercettato. I colpi di pistola, dopo avere mandato in frantumi uno dei gruppi ottici posteriori dell’autovettura, penetrarono all’interno dell’abitacolo conficcandosi negli schienali dei sedili ed un’ogiva fu rinvenuta nel corso della successiva ispezione di qualche giorno dopo. Emerge dalle risultanze del processo Giostra che sul corpo di COTUGNO fu riscontrata nel corso delle prime indagini, probabilmente dall’ispettore Galizia, una “leggera striatura verosimilmente provocata da un colpo di arma da fuoco” (pp. 90, 213, della sentenza della Corte di Assise di Messina del 30.10.1995), che il COTUGNO attribuì ad una caduta da cavallo (v. sentenza di 1° grado a carico di VINCI Rosario, emessa dal Tribunale di Messina il 14.3.1994, p. 4, e sentenza della Corte di Appello di Messina del 28.10.1984, p. 8): è significativo che tale ammissione il COTUGNO abbia fatto solo in data 8.2.1993, cercando in tal modo di giustificare quanto gli inquirenti avevano già appreso da BARRESI Domenico, che cioè il COTUGNO aveva riportato, ma in occasione dell’attentato, una ferita alla spalla vicino ad un tatuaggio. È altrettanto certo che nel corso della sparatoria alcuni colpi raggiunsero la Fiat TIPO del Pagliaro mandandone in frantumi il lunotto posteriore. Ciò dimostra che i colpi furono esplosi tutti con direzione compatibile con la produzione di lesioni che avrebbero potuto risultare mortali nei confronti degli obiettivi dell’aggressione o di ignari cittadini, e che per un puro caso non furono causate.

Ciò premesso, appare alla Corte sufficientemente provata la responsabilità di tutti gli imputati. L’agguato si innesta per unanime e convergente attestazione di tutte le fonti di prova nell’ambito dello scontro appena esploso tra il gruppo “Galli” da una parte, ed apparentemente il solo gruppo “Sparacio” dall’altra, in realtà quest’ultimo collegato ai gruppi “Marchese” e “Ferrara”, tutti uniti dall’interesse comune a fronteggiare il malcontento degli affiliati al clan di Giostra per i criteri seguiti nella ripartizione dei cospicui proventi del gioco d’azzardo. Il mero dato cronologico costituì subito per gli investigatori, nel momento in cui fu evidente che obiettivi della sparatoria erano MAROTTA e COTUGNO, un importante elemento di valutazione: l’agguato seguiva di appena ventiquattr’ore l’uccisione di Villari Antonino, che a sua volta avvenne prima che trascorressero quarantott’ore dalla morte di Stracuzzi, e quasi contestualmente agli spari contro COTUGNO e MAROTTA un killer più preciso e fortunato feriva mortalmente al villaggio Ritiro Mento Maurizio, tossicodipendente e spacciatore di sostanze stupefacenti (che anche le risultanze di questo dibattimento dimostrano essere legato a VINCI Rosario da vecchia data, almeno fin dai tempi dell’omicidio di Spagnolo Giovanni, avvenuto nel giugno 1988), tanto che le stesse volanti che avevano raccolto la segnalazione della sparatoria all’incrocio tra il viale Giostra ed il viale Regina Elena furono allertate quando alla centrale operativa della Questura giunse poco dopo la notizia del ferimento del Mento. Che poi le radici dello scontro ormai latente, esacerbatosi con l’omicidio di Stracuzzi Antonino, fossero legate alla suddivisione degli utili delle bische clandestine è stato accertato da una sentenza ormai irrevocabile, la stessa con cui sono stati definitivamente condannati per la loro appartenenza al clan mafioso capeggiato da GALLI Luigi proprio MAROTTA Gaetano e COTUGNO Giovanni, obiettivo dell’agguato organizzato ed eseguito dal gruppo “Sparacio” non più di ventiquattro ore dopo il colpo durissimo inferto dagli avversari con l’uccisione di Antonino Villari, persona che, anche al di là del legame di sangue con SPARACIO Luigi di cui era cugino, costituiva elemento di rilievo strategico fondamentale negli equilibri del gruppo, sempre presente nei momenti più delicati e sempre pronto a mettere la propria persona al servizio del clan: una delle sue ultime iniziative di cui è emersa traccia in dibattimento ne registra, anche se in una fase in cui i rapporti con il potente cugino non erano forse dei migliori, un prezioso suggerimento ai coaffiliati, a cui il Villari segnala la presenza di Mancuso Antonino nei pressi dell’abitazione di SPARACIO Luigi, circostanza in quel momento foriera di sviluppi tutt’altro che positivi. La personalità dei due soggetti passivi dell’attentato, attivamente inseriti nel gruppo in quel momento ostile a SPARACIO Luigi, non lascia alcun dubbio sulla matrice del delitto, eseguito con modalità mafiose e caratterizzato da una causale di tipo ritorsivo concernente contrasti di natura illecita tra gruppi criminali contrapposti.

Quanto alle modalità esecutive, anche ai fini di valutare la sussistenza dell’aggravante di cui all’art. 7 del d. l. n. 152/91, va rammentato che il delitto fu commesso a viso scoperto da uno sparatore che faceva parte di un agguerrito gruppo di fuoco, pronto ad entrare in azione in qualsiasi momento, e che non ebbe alcuna remora ad impugnare un’arma ed a fare fuoco, nonostante l’orario e la zona non fossero tali da fare escludere la possibilità di essere notati o di colpire degli ignari passanti. La difficoltà degli investigatori di sapere subito che cosa fosse successo e la necessità di ricorrere dopo qualche giorno alle indicazioni di chi trovò più comodo trincerarsi dietro l’anonimato della fonte confidenziale rappresentano ulteriori conferme della natura dell’episodio. Fedeli alla regola dell’omertà, destinata a valere indiscriminatamente anche per i reati di cui si rimane vittime, MAROTTA e COTUGNO non denunziano il fatto, ed il secondo dinanzi ai segni inequivocabili lasciati dai colpi di arma da fuoco sulla sua autovettura e sul suo corpo cerca in un primo momento di fare credere che gli uni siano dovuti ad un banale incidente stradale e gli altri siano stati causati da una caduta accidentale da cavallo (dichiarazioni alla Squadra Mobile in data 8.2.1993: v. p. 8 della sentenza della Corte di Appello di Messina del 28.10.1994), e poi ammette, ma solo quanto alle tracce rilevate sull’autovettura, che a produrle sarebbero stati i colpi esplosi da uno sconosciuto, inizialmente scambiati dal COTUGNO per le esplosioni di petardi. Secondo la ricostruzione operata dalla Corte di Assise nella sentenza più volte citata MAROTTA e COTUGNO componevano invece una delle coppie, o squadre di due, significativamente denominate “squadre della morte”, che erano state costituite nel quadro della esecuzione della strategia decisa subito dopo l’omicidio di Stracuzzi Antonino dai vertici del gruppo “Galli”; e l’uno e l’altro stavano facendo ritorno dalla zona del villaggio Annunziata che avevano perlustrato invano alla ricerca di VINCI Rosario, balzato in cima alla lista della morte dopo l’uccisione di Villari Antonino, perché ritenuto uno dei responsabili della morte di Stracuzzi Antonino.

Tre degli imputati, ammettendo il loro diretto coinvolgimento nell’attentato, hanno indicato quali compartecipi VINCI Rosario, già giudicato in via definitiva, Martinez Francesco, deceduto nel corso di un analogo agguato, che sarà presto oggetto di esame (v. capo 44), e GALLETTA Nicola, quest’ultimo indicato come colui che, disattendendo le indicazioni dei correi o, forse più esattamente, non comprendendo le loro intenzioni, visti i tempi ristretti in cui si operò, scese improvvisamente dall’autovettura su cui viaggiava e fece fuoco all’indirizzo della Fiat UNO su cui viaggiavano COTUGNO e MAROTTA. La confessione dei tre imputati collaboratori di giustizia, non bisognosa in quanto tale di elementi di conferma ulteriore, si inserisce coerentemente nella trama delle risultanze processuali e giustifica l’affermazione della loro responsabilità. A tale conclusione, in cui è implicito l’accoglimento della ricostruzione proposta dai tre imputati, non è di ostacolo la circostanza che con sentenza irrevocabile VINCI Rosario sia stato condannato quale unico esecutore materiale dell’agguato, che avrebbe peraltro sparato all’indirizzo di MAROTTA e COTUGNO per poi allontanarsi a bordo di una motocicletta. L’esame delle decisioni di merito dimostra che furono ritenute decisive ai fini della condanna del VINCI le notizie fornite da Barresi Domenico, elemento inserito nello stesso gruppo di appartenenza delle vittime dell’attentato, da cui peraltro il collaboratore aveva appreso quanto riferito. Tuttavia, la prospettiva accolta da quelle decisioni, in un momento in cui si disponeva di un quadro parziale del contesto e delle cause dell’attentato, è destinata ad essere accantonata, ovviamente senza alcun limite posto dal giudicato che concerne la posizione del solo VINCI Rosario, nel momento in cui si rendono disponibili informazioni provenienti dall’interno dello stesso gruppo a cui compete senza alcuna ombra di dubbio la paternità dell’attentato e ben tre dei complici del VINCI si addossano la responsabilità del fatto e forniscono, in merito alle modalità esecutive, una ricostruzione diversa da quella scaturita dalle dichiarazioni de relato di Barresi Domenico. D’altra parte, una volta comprese la natura e le dimensioni dello scontro che si era aperto, appare poco plausibile ipotizzare che l’attentato alla vita di due tra gli esponenti più rappresentativi del gruppo avversario, che dopo l’omicidio Stracuzzi aveva manifestato una particolare determinazione, colpendo subito ed “in alto”, sia stato rimesso all’iniziativa isolata di un solo affiliato, peraltro esplicatasi, secondo le affermazioni di Barresi, con modalità che denotano una approssimazione incompatibile con le potenzialità del gruppo di appartenenza del presunto killer e con l’importanza degli obiettivi. Per quanto è assai probabile che dall’una e dall’altra parte sia stato recepito fin dalle prime battute del nuovo cruento scontro “il ben noto metodo di intercettare ed uccidere il primo obiettivo possibile” (così, proprio riferendosi al tentato omicidio di MAROTTA e COTUGNO, commenta la sentenza più volte citata del 30.10.1995, p. 88), è assai poco persuasiva l’idea che un gruppo, le cui energie sono mobilitate in vista della preparazione della reazione ed all’interno del quale vi è la piena consapevolezza della forza e della determinazione dell’avversario (tanto che gli affiliati per precauzione evitano di rientrare nelle proprie case per dormire), lasci che sia uno solo ad eseguire un agguato contro due fra i più importanti elementi del gruppo “Galli” e peraltro in una zona notoriamente sottoposta al controllo ed all’influenza dello stesso sodalizio. Inoltre la descrizione data dai tre imputati che hanno ammesso l’addebito presuppone che tanto COTUGNO che MAROTTA non rilevarono la presenza degli avversari al passaggio dall’incrocio del viale Regina Elena con il viale Giostra, e la loro attenzione fu verosimilmente richiamata solo dall’esplosione dei primi colpi, in seguito ai quali il COTUGNO eseguì immediatamente qualche manovra per sfuggire al fuoco degli aggressori ed accelerò l’andatura. In questo frangente è assai poco probabile che i due potessero percepire quale fosse la composizione del gruppo di fuoco avversario, anche perché i colpi non provenivano dall’interno di un’autovettura, ed è invece plausibile che sia stato visto solo qualcuno degli aggressori: non il GALLETTA, secondo quanto COTUGNO e MAROTTA avrebbero poi riferito al Barresi, che era forse impegnato a cercare di raccogliere la pistola inceppata che aveva lasciato a terra (e che nel tentativo avrebbe perduto il telefono cellulare), ma più verosimilmente proprio VINCI Rosario, il quale, secondo la più approfondita ricostruzione fornita da SPARACIO nel corso del dibattimento relativo al processo Giostra, era sceso dall’autovettura immediatamente dopo il GALLETTA con l’intenzione di dare manforte al complice ma senza fare in tempo a sparare prima che i due si allontanino (pp. 88 e 105 della sentenza del 30.10.1995).

Giova invece ribadire che la ricostruzione dei tre imputati collaboratori di giustizia appare puntuale e dettagliata, frutto di una conoscenza che rivela la diretta partecipazione ai fatti narrati, e tali caratteri investono, esaltandone l’intrinseca credibilità, la chiamata in correità rivolta nei confronti del GALLETTA. L’imputato è raggiunto dalle accuse univoche di tre dei suoi complici che si riscontrano vicendevolmente, ma che trovano altresì ampie e significative conferme nelle altre risultanze dibattimentali.

Per l’attentato fu utilizzato un munizionamento del calibro indicato dai collaboratori e la circostanza che l’autovettura di COTUGNO sia stata colpita nella sola parte posteriore corrisponde alla descrizione fornita, secondo cui GALLETTA sparò “da dietro in avanti”, quando, fallito o abbandonato il tentativo di affiancamento posto in essere dal Martinez, e non recepita l’idea di attendere che i due imboccassero il viale Giostra prima di passare all’azione, l’autovettura condotta da COTUGNO oltrepassò quella degli avversari.

Non deve poi sorprendere, alla luce dell’assetto che i rapporti tra i gruppi del crimine organizzato messinese andavano assumendo in questo scorcio dell’anno 1992, che all’attentato prendesse parte un elemento notoriamente inserito nel gruppo “Marchese” (ma tale era anche il Martinez), in quel momento, essendo ormai il MARCHESE detenuto, prevalentemente diretto ed organizzato dagli elementi più rappresentativi come Mulé Giuseppe o Franco CUSCINÀ. Le dichiarazioni dei collaboratori attestano che in quel periodo, identificato nel gruppo di SPARACIO Luigi il nemico da combattere ed evidentemente non sospettando ancora la partecipazione del gruppo “Marchese”, gli esponenti del gruppo “Galli” conservavano un buon rapporto tanto con gli affiliati al gruppo “Marchese” che con il gruppo di FERRARA Sebastiano, fedeli al patto che era all’origine degli incontri e dei preparativi comuni finalizzati alla eliminazione di SPARACIO Luigi (ancora una volta, al di là degli sporadici riferimenti emersi in questo dibattimento, v. la ricostruzione contenuta nella sentenza del 30.10.1995, pp. 54 ss., 171 ss.). Ne è prova la circostanza che Mulé e FERRARA Sebastiano avevano partecipato all’omicidio di Stracuzzi Antonino, ma la reazione si era rivolta esclusivamente verso il gruppo “Sparacio”, essendo stata divulgata ed alimentata la voce secondo cui a consumare materialmente l’omicidio erano stati BONASERA Angelo e VINCI Rosario, ovviamente eseguendo un mandato riconducibile a SPARACIO Luigi. E la frenetica attività di “indagine” avviata per cercare di risalire al più presto ai responsabili di quella morte (che avrebbero a loro volta dovuto essere uccisi prima che si celebrassero i funerali dello Stracuzzi) si svolse proprio presso gli elementi del gruppo “Marchese”, il cui “doppio gioco” consentiva al gruppo “Sparacio” di essere informato sulle mosse degli avversari, come nel caso dell’indicazione dello Squadrito che era stato individuato il giorno dopo quale autore dell’omicidio di Villari Antonino a causa della confidenza fatta a CUSCINÀ Francesco la stessa sera del 16 ottobre 1992.

Il delitto è aggravato ai sensi dell’art. 7 del d. l. n. 152/91, in quanto commesso allo scopo di agevolare l’attività di un’associazione di stampo mafioso e, comunque, avvalendosi delle condizioni previste dall’art. 416-bis del codice penale. Alle considerazioni già svolte in ordine ai caratteri delle modalità esecutive, che esprimono il carattere mafioso dell’attentato, deve aggiungersi che le ragioni del contrasto in cui l’agguato si inserisce (peraltro nella più assoluta mancanza di plausibili spiegazioni alternative), le finalità che si intendevano conseguire, le manovre dei vari protagonisti che si muovevano sullo scenario, appaiono tutti indici inequivocabili della matrice dell’agguato e degli altri episodi che lo seguirono e che lo precedettero. L’omicidio, programmato come reazione all’aggressione dell’altro gruppo, è lo strumento per la riaffermazione di una forza intimidatrice che l’azione degli avversari ha messo in pericolo e che è necessario ripristinare attraverso la soppressione degli esponenti della consorteria opposta. La platealità del delitto esprime la forza intimidatrice del gruppo nei confronti di un altro gruppo dotato di capacità e di mezzi similari, ma giova al contempo a produrre gli effetti suoi propri verso il tessuto sociale, generando nella collettività la sensazione di un potere pressoché invincibile e rendendola di conseguenza passiva ed omertosa: non è difficile intendere le conseguenze che è destinata a produrre presso i cittadini l’esperienza del susseguirsi di episodi cruenti, che si intuiscono legati ad uno scontro in atto tra gruppi criminali e che avvengono in  zone centrali del territorio urbano, in pieno giorno o in orari compatibili con la presenza di numerosi passanti, senza che l’azione preventiva e repressiva delle forze dell’ordine consegua nell’immediato quei successi che soli potrebbero contrastare quegli effetti e smentire la presunzione di impunità che li accompagna.

Non ricorre invece l’aggravante della premeditazione. La decisione di attuare al più presto la rappresaglia, presa subito dopo l’uccisione di Villari Antonino, non aveva individuato un preciso obiettivo da colpire, dovendosi la reazione dirigere, secondo l’atteggiamento consueto, nei confronti del primo potenziale bersaglio che fosse stato intercettato: forse il solo Squadrito Pietro, che era stato quasi subito individuato quale responsabile della morte del Villari, costituiva un obiettivo della spedizione al rione Giostra, almeno stando a quanto ha riferito il solo SPARACIO Luigi. Tuttavia, anche se non sono convergenti le indicazioni del luogo in cui si sarebbe svolta la riunione precedente all’attentato, nella quale prese corpo una volontà omicida ad incertam personam rivolta contro il gruppo responsabile della morte di Villari Antonino, essa secondo i tre imputati si svolse comunque non più di qualche ora prima dell’attentato. Nel corso dell’incontro si discusse probabilmente di quanto si era riusciti a sapere sulla morte del Villari e delle contromisure da adottare, ma non è emerso alcunché di significativo in ordine a particolari scelte strategiche o all’indicazione di qualche specifico obiettivo della rappresaglia, e ne costituisce sintomo evidente la stessa tattica prescelta, quella cioè di colpire chiunque fosse stato intercettato. Ed anche le modalità dell’attentato, caratterizzato dall’improvvisa iniziativa di GALLETTA Nicola, esprimono la estemporaneità dell’organizzazione del delitto, posto che la condotta del complice, più che essere in contrasto con un piano che non era stato predisposto e concordato, si esplicò in maniera diversa dalle loro aspettative, precludendo così un tempestivo intervento ad un altro dei componenti del gruppo di fuoco (tutti armati, ad eccezione forse del solo SPARACIO) e consentendo agli avversari una precipitosa fuga. Tali caratteristiche, con ogni evidenza, escludono la ravvisabilità nel delitto delle componenti strutturali, di natura cronologica ed ideologica, che rivelano la sussistenza dell’aggravante in questione in base ai principi generali più volte richiamati nel corso della motivazione. Giova  invece rilevare, nei limiti in cui attestano una significativa continuità di comportamenti, le analogie che l’episodio in questione presenta rispetto ad un altro attentato sottoposto all’attenzione della Corte che ebbe per protagonista il GALLETTA, il tentato omicidio di PARATORE Giuseppe del 4 marzo 1991 (capo 13), anch’esso caratterizzato da una iniziativa del tutto imprevista dell’imputato, espressione di una personalità impulsiva e di una spiccata propensione a fare uso delle armi.

Agli imputati SPARACIO Luigi e LA TORRE Guido, in conformità alla richiesta dei loro difensori, compete l’attenuante di cui all’art. 8 del d. l. n. 152/91, e ad entrambi, oltre che a PIETROPAOLO Pasquale, possono essere altresì concesse le circostanze attenuanti generiche.

Il contributo di SPARACIO e LA TORRE si inserisce in un contesto di collaborazione, che, alla luce degli elementi di valutazione a disposizione di questa Corte, non può che essere ritenuto definitivo ed irreversibile. L’uno e l’altro imputato, in una fase in cui erano in possesso degli inquirenti le sole dichiarazioni di Barresi Domenico, ritenute determinanti per la condanna ormai definitiva di VINCI Rosario, hanno consentito una ricostruzione dell’episodio più completa e più aderente alla realtà dei fatti, arrecando quel contributo di conoscenza che poteva venire soltanto dall’interno del sodalizio che aveva posto in essere l’attentato. Ulteriore sintomo di genuinità delle dichiarazioni è costituito proprio dal fatto che tanto SPARACIO che LA TORRE, ricostruendo l’episodio, erano ben consapevoli di discostarsi con il loro racconto dalla versione dei fatti fornita dal Barresi e definitivamente recepita con riferimento alla posizione del VINCI. Non ignora la Corte, per quanto concerne la posizione dello SPARACIO, che l’episodio in esame figura tra quelli su cui altra autorità giudiziaria ha posto la propria attenzione, nel quadro dell’analisi dei contenuti della collaborazione dello stesso SPARACIO, rilevando che con riferimento alle indagini per il tentato omicidio di COTUGNO Giovanni e MAROTTA Gaetano si sarebbe verificato un tentativo di condizionamento delle dichiarazioni di LA TORRE Guido, il quale, stando a quanto dal medesimo dichiarato, sarebbe stato richiamato dal maresciallo Gatto che lo interrogava a rendere dichiarazioni in linea con quelle di SPARACIO, e ciò dopo che il sottufficiale aveva ricevuto una telefonata da un interlocutore che aveva chiamato “consigliere” (si tratta del riferimento contenuto alla p. 17 dell’ordinanza di custodia cautelare a carico di SPARACIO Luigi per il reato di cui all’art. 416-bis c. p., emessa in data 6.8.1998 dal GIP del Tribunale di Catania e già in precedenza citata). Va tuttavia rilevato, alla luce delle risultanze processuali esaminate dalla Corte ed in armonia con il criterio seguito per l’approccio alla vicenda, che la convergenza, peraltro non assoluta, che caratterizza le dichiarazioni di SPARACIO Luigi e LA TORRE Guido in merito al tentato omicidio di COTUGNO Giovanni e MARIOTTA Gaetano non appare posticcia, né, considerato il tenore delle dichiarazioni rese in proposito in dibattimento da LA TORRE Guido, si coglie la ragione del richiamo ad un allineamento che sembra genuino e scaturente da una comune esperienza dei fatti: sicché, anche se l’episodio denunziato da LA TORRE Guido ebbe realmente a verificarsi (la valutazione contenuta nel provvedimento citato è orientata esclusivamente ai fini cautelari), deve escludersi che il richiamo abbia concretamente inciso sul contenuto delle dichiarazioni del LA TORRE, o che sull’episodio la collaborazione di SPARACIO si sia esplicata secondo le modalità criminose ipotizzate nell’ordinanza custodiale con riferimento ad altre vicende.

La circostanza che il contributo di PIETROPAOLO Pasquale sia successivo alla notifica dell’ordinanza di custodia cautelare induce ad escludere che esso possieda quel carattere di decisività che giustifica la concessione dell’attenuante speciale di cui all’art. 8, né si ravvisano nelle sue dichiarazioni profili di originalità tali da smentire l’assunto. La ricostruzione dell’episodio e l’individuazione dei responsabili, tra cui lo stesso PIETROPAOLO, furono già possibili al momento dell’emissione dell’ordinanza di custodia cautelare sulla scorta delle convergenti dichiarazioni accusatorie di SPARACIO e LA TORRE, sicché la narrazione del PIETROPAOLO, sotto i due fondamentali profili indicati, esaurisce il suo rilievo nel fungere da ulteriore elemento di conferma di quelle dichiarazioni. L’imputato ha tuttavia ammesso le proprie responsabilità in sintonia con la scelta di collaborazione con la giustizia fatta dopo l’applicazione della misura, e la concessione delle circostanze attenuanti generiche, da ritenersi prevalenti sulle residue aggravanti comuni contestate (essendo stata esclusa la premeditazione), appare ricompensa adeguata del suo contegno.

Analogo beneficio deve poi attribuirsi anche a SPARACIO Luigi e LA TORRE Guido in relazione al ruolo modesto concretamente avuto nell’episodio, in occasione del quale i due imputati si limitarono a seguire da vicino, senza poterla arrestare, l’iniziativa del complice, e l’unico intervento di rilievo si esplicò nel recupero del telefono cellulare perduto da GALLETTA nella concitazione del momento.

Per la concreta commisurazione della pena si rinvia alla parte conclusiva di questa motivazione.