Rapina al vagone postale del treno 2011 Messina - Palermo alla stazione di Camaro (capi 43, 44, 45, 46 e 47)

Il 21 agosto 1984, intorno alle 5,20 del mattino, cinque o sei persone, travisate con cappucci o passamontagna ed armate di pistole e fucili a canne mozze, si presentavano alla stazione di Camaro e, raggiunto il locale di direzione del movimento ferroviario, prospettavano, sotto la minaccia delle armi, al capostazione Mostacchio Ercole e ad altro ferroviere presente sul posto la loro intenzione di rapinare il treno 2011 in partenza da Messina alle 5,30. Quando il quadrante di comando evidenziava la partenza di tale convoglio, uno dei rapinatori lo individuava subito e, chiesta conferma al capostazione, gli intimava di eseguire la manovra per fermare il treno nella stazione. Durante l’attesa, un viaggiatore, presente in stazione in prossimità del suddetto locale, veniva costretto con le armi ad entrare all’interno e, per lo spavento, lanciava un grido di aiuto. Dopo aver verificato che il Mostacchio avesse regolarmente attivato i segnali per provocare l’arresto del treno e dopo aver reso inutilizzabili i telefoni installati nell’ufficio, tutti i rapinatori, ad eccezione di uno rimasto a guardia dei due ferrovieri e del suddetto passeggero, uscivano e si dirigevano verso i binari. Individuato il vagone postale, utilizzando una grossa mazza di ferro infrangevano il vetro blindato dello sportello. Due di essi penetravano all’interno e, tenendo sotto la minaccia delle armi i tre ferrovieri in servizio, prelevavano ventiquattro plichi c.d. speciali, cioè contenenti, fra l’altro, valori ed assegni spediti con lettera assicurata. Nel frattempo Tutone Lorenzo, all’epoca appuntato dei Carabinieri, dalla sua casa sita di fronte alla stazione aveva udito il grido del passeggero costretto ad entrare nel locale movimento ed aveva notato il via vai di persone. Insospettito, dopo aver allertato il figlio Giovanni, anch’egli militare dell’Arma, aveva raggiunto con questo la stazione. Arrivati a circa sessanta metri dal vagone postale i due militi avvistavano i rapinatori ed intimavano loro di fermarsi, sparando in aria a scopo intimidatorio. A questo punto i malviventi si davano alla fuga. Durante l’inseguimento si verificava uno scambio di colpi d’arma da fuoco che non raggiungevano il bersaglio dall’una o dall’altra parte. Giunti nei pressi di una zona abitata, i Tutone erano costretti a smettere di sparare nel timore di colpire estranei e i rapinatori riuscivano a dileguarsi dopo aver abbandonato un fucile a canne mozze, dei passamontagna, la mazza utilizzata per l’effrazione ed una parte dei plichi sottratti. Il rapinatore rimasto con il capostazione e gli altri ostaggi, udendo gli spari, aveva dato inizialmente segni di nervosismo. Dopo qualche minuto, quando aveva capito che l’azione non aveva avuto lo sviluppo previsto, era anch’egli fuggito riuscendo a far perdere le proprie tracce. Nel parcheggio davanti alla stazione veniva successivamente rinvenuta, con le portiere aperte, la chiave inserita nel quadro di avviamento e senza segni di effrazione, la vettura Fiat Argenta di proprietà di Cassisi Rosario, rubata a Milazzo il precedente 9 agosto. A bordo del mezzo veniva rinvenuto un sacco di carta intriso di un olio successivamente individuato come dello stesso tipo di quello utilizzato sul fucile a canne mozze rinvenuto.

Le successive indagini non consentivano di raccogliere alcun elemento utile all’identificazione dei rapinatori. Con ordinanza del 28 maggio 1986, invece, il G.I. rinviava a giudizio il suddetto Cassisi per rispondere di favoreggiamento nei confronti degli autori della rapina. Dalla motivazione del provvedimento si ricava che, nell’impostazione proposta al giudizio del Tribunale, il Cassisi doveva aver volontariamente ceduto la vettura ai rapinatori per poi denunciarne il furto. Ciò, soprattutto, per l’assenza di segni di effrazione sul mezzo e per l’accertato possesso di una copia delle chiavi da parte dei malviventi. D’altra parte nella denuncia di furto il predetto aveva dichiarato che nell’auto sottratta si trovavano tutti i documenti contabili della sua ditta la quale, stando alle successive indagini, si trovava all’epoca in stato di grave dissesto economico. Tali documenti non erano stati ritrovati nella vettura dopo la rapina alla stazione di Camaro. Da qui il sospetto che il Cassisi avesse consegnato la vettura allo scopo di occultare i documenti così da sottrarsi alla responsabilità penale al momento del probabile prossimo fallimento. Il procedimento contro il Cassisi veniva comunque definito con sentenza predibattimentale del 28 giugno 1993, con la declaratoria di estinzione del reato per prescrizione, senza esame del merito.

Anche in occasione della rapina in esame il Surace era detenuto ed avrebbe appreso del fatto all’interno del carcere. Secondo il collaborante i rapinatori erano stati indirizzati da Borzì Salvatore il quale, lavorando per l’amministrazione postale, aveva indicato il treno che trasportava valori. Il suddetto era stato contattato da Ventura Carmelo  il quale ultimo aveva anche partecipato alla fase di esecuzione della rapina insieme a Sarnataro Sabatino, Passari Giuseppe e ad una quarta persona identificabile in Aspri Giuseppe o Trovato Alfredo . Il Passari si era incaricato di rompere il vetro blindato con la mazza. Degli altri, uno aveva bloccato i due macchinisti, due si erano impossessati dei plichi trasportati nel vagone. Il ricavato della rapina era stato in tutto di circa £. 40.000.000 in quanto una parte dei plichi prelevati era andata perduta durante la fuga a causa di un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine.

La natura indiretta della conoscenza del Surace e l’imprecisione del suo ricordo dei fatti è dimostrata nel caso in esame dalla genericità della descrizione delle diverse fasi del delitto e dei ruoli attribuiti ai singoli partecipi, dall’inesattezza di alcune indicazioni circa la dinamica dell’azione (i due macchinisti non erano entrati in contatto con i malviventi) e, soprattutto, dall’incertezza nell’indicazione di uno dei partecipi. A quest’ultimo riguardo va rimarcato che Trovato Alfredo , indicato come possibile compartecipe in alternativa ad Aspri Giuseppe, il giorno della rapina si trovava in carcere, essendo stato tratto in arresto il 12 novembre 1983 ed essendo uscito per la prima volta in permesso il 13 settembre 1986.

A parte tali elementi, evidentemente incidenti sulla credibilità intrinseca dell’accusa mossa nei confronti di Ventura Carmelo  per la rapina in esame, rileva il Tribunale che Surace ha sostenuto, sia pure con qualche incertezza, di aver appreso le circostanze riferite dai suoi affiliati in generale e da Fresco Alfredo in particolare. Quest’ultimo, nel corso del suo esame dibattimentale, ha affermato di non avere alcun ricordo della vicenda. La contestazione fatta dalla difesa, poi, dimostra che lo stesso Fresco nessun ricordo aveva della rapina nemmeno nel corso delle indagini preliminari, tant’è che, a differenza di altre ipotesi nelle quali aveva fornito particolari ulteriori rispetto a quelli indicati da Surace, si era limitato a confermare le accuse di questo come riportate nell’ordinanza di custodia cautelare della quale gli veniva data lettura nel corso dell’interrogatorio (“posso riferire che effettivamente responsabili di questo fatto delittuoso sono gli stessi che vengono indicati nel presente capo”).

In conclusione, non sussiste per il Tribunale alcuna possibilità di verifica dell’accusa, generica ed imprecisa in sé, del tutto priva di significativi riscontri e sul fatto e sulle persone dei singoli accusati, di provenienza incerta quanto alla fonte primaria con conseguente impossibilità di valutazione dell’attendibilità dell’informazione asseritamente ricevuta dal collaborante. Ventura Carmelo  deve essere, pertanto, assolto dai reati ascrittigli ai capi 43, 44, 45, 46 e 47 della rubrica per non aver commesso il fatto.