5.2.14 Rapina alla Banca di Credito Popolare, via XXVII luglio a Messina (capi 50, 51, 52 e 53)
Il fatto risale al 31 ottobre 1988. Verso le 11 del mattino Rodilosso Simone, guardia giurata in servizio davanti all’agenzia della Banca di Credito Popolare di via XXVII luglio a Messina, veniva aggredito da uno sconosciuto a volto scoperto il quale gli puntava contro una pistola cal. 7,65 e, dopo averlo spinto per terra, gli intimava la consegna dell’arma in dotazione. Ottenuta l’arma, il malvivente indossava un passamontagna ed invitava la guardia a seguirlo all’interno dell’istituto bancario. Qui si trovavano già altri due rapinatori: uno, che indossava un paio di occhiali scuri, posto nei pressi della porta di ingresso ed ai piedi delle scale che conducevano al piano superiore, sorvegliava i numerosi clienti presenti; l’altro scavalcava il bancone e, minacciando il cassiere, prelevava il danaro dai cassetti per una somma complessiva di circa quaranta milioni. I tre rapinatori si davano quindi alla fuga salendo a bordo di una Fiat 127 guidata da un quarto complice. Alcuni minuti dopo, un individuo a volto scoperto puntava una pistola contro il vigile urbano Tassone Luigi che, in servizio di rilevamento delle carcasse di auto abbandonate, si trovava a bordo di un’autovettura di proprietà del Comune in attesa del collega Baldacchino Luigi, intento nei pressi alle attività di istituto. Il malvivente costringeva il vigile a scendere dalla vettura, quindi si allontanava con la stessa insieme a due complici. Sulla scorta della descrizione dei rapinatori fornita dai testi oculari e, in particolare, di un’incerta individuazione fotografica operata dal teste Baldacchino, venivano indiziati di concorso nella rapina in questione Fresco Alfredo, Cutè Giovanni e Davì Giorgio. La ricognizione di persona da parte del Baldacchino nelle forme dell’incidente probatorio dava, tuttavia, esito negativo ed il procedimento contro i tre predetti veniva archiviato.
Secondo Surace la rapina sarebbe stata organizzata all’interno del carcere e sarebbe stata eseguita da Fresco, Scognamillo Gaetano , Cutè Giovanni e Trischitta Giuseppe. All’epoca il Cutè era semilibero, Fresco e Scognamillo confidavano nella concessione di un permesso per il giorno stabilito. Il Trischitta, che era libero, era stato incaricato, insieme a Trovato Alfredo arrestato in un secondo tempo e quindi rimasto estraneo allo sviluppo dell’azione, di effettuare dei sopralluoghi nei pressi dell’istituto bancario per esaminare il movimento di denaro ed il comportamento della guardia giurata. Durante l’azione la guardia era stata bloccata e rapinata della pistola. Due dei malviventi erano, poi, entrati nella banca ed avevano preso i soldi dai cassetti per complessivi quarantacinque milioni circa. Risaliti in macchina, i rapinatori erano fuggiti, ma erano rimasti bloccati ad un semaforo. Erano allora scesi dalla vettura ed avevano proseguito la fuga a piedi in diverse direzioni. Fresco e Scognamillo avevano incontrato due vigili urbani dai quali, sotto la minaccia delle armi, si erano fatti consegnare la vettura di servizio con la quale si erano dileguati. Il collaborante ha sostenuto di aver assistito alla pianificazione del delitto, avvenuta nella sua cella all’interno del carcere, e di aver appreso i dettagli circa la fase esecutiva dagli stessi Fresco e Scognamillo quando costoro avevano fatto rientro nell’istituto di pena dopo il permesso.
Fresco, nel riconoscere di aver preso parte alla rapina, ha in parte smentito l’altro collaborante in relazione, soprattutto, all’individuazione dei responsabili ed alla fase preparatoria del delitto. In ogni caso egli ha fornito un racconto molto più ricco di dettagli e certamente autonomo rispetto a quello del Surace i cui diversi passaggi egli conosceva per le ragioni più volte illustrate. Fresco, dunque, ha affermato, in primo luogo, che l’idea della rapina era nata in seguito ad un’informazione fornita da Cutè Alessandro , fratello di Giovanni, il quale aveva un conto corrente nell’istituto in questione ed aveva individuato il giorno in cui di norma avvenivano i pagamenti degli effetti cambiari. Lo stesso Fresco, Scognamillo Gaetano e Vita Giovanni avevano allora richiesto un permesso per eseguire la rapina. Il collaborante ed il Cutè avevano rubato una Fiat 127 a Saponara. Con questa i quattro sopra menzionati avevano raggiunto l’istituto bancario. Fresco aveva affrontato la guardia giurata sottraendole la pistola. All’interno della banca il Cutè non era riuscito a farsi aprire la cassaforte per cui aveva raccolto soltanto il denaro esistente nelle casse per circa cinquanta milioni. Durante la fuga i malviventi erano stati intercettati da una pattuglia dei Carabinieri per cui erano stati costretti ad abbandonare la vettura. Il Vita si era rifugiato sul terrazzo di una palazzina, gli altri tre avevano proseguito a piedi fino a quando avevano notato una vettura dei vigili urbani che si erano fatti consegnare minacciando con la pistola l’uomo che era alla guida.
Sulla maggiore attendibilità del Fresco con riferimento all’episodio in questione non c’è alcun dubbio. Al di là della diretta conoscenza di tale collaborante, determinata dall’effettiva partecipazione al delitto, già ad una lettura superficiale le sue dichiarazioni si appalesano molto più dettagliate e ricche di particolari rispetto a quelle del Surace il quale, fra l’altro, non è in grado di individuare con precisione i ruoli dei singoli compartecipi, né di riferire in dettaglio tutta la dinamica della vicenda. Sembra, pertanto, evidente che il Surace ha del fatto un ricordo non del tutto nitido, come del resto è comprensibile posto che egli parla di uno dei tanti episodi riferitigli dai suoi compagni di detenzione. La descrizione di Fresco, peraltro, è in tutto corrispondente con le indicazioni dei testimoni oculari anche rispetto a particolari taciuti o riferiti in maniera inesatta da Surace.
Ciò posto, va evidenziato che un fondamentale riscontro alle dichiarazioni del Fresco, valutate nel loro complesso, proviene dalle confessioni del Cutè e dello Scognamillo . Entrambi, nell’ammettere spontaneamente la rispettiva responsabilità, hanno chiamato in correità l’altro ed il Fresco e fatto riferimento ad una quarta persona che assumono di non conoscere se non di vista. Lo Scognamillo , poi, ha ampiamente descritto le modalità di esecuzione della rapina in maniera sostanzialmente conforme, a parte qualche comprensibile reticenza, alle indicazioni di Fresco.
Posto quanto sopra, evidente l’idoneità della prova ai fini dell’affermazione di responsabilità nei confronti dello Scognamillo , occorre valutare la chiamata effettuata dal Fresco nei confronti di Vita Giovanni , chiamato a rispondere in questa sede dei reati di cui ai capi 50, 51, 52 e 53 della rubrica. Sull’attendibilità intrinseca di tale chiamata si è già detto. Sussiste, poi, stante l’assoluta conformità della ricostruzione offerta dal collaborante con le risultanze di prova generica, un riscontro certo sia sul fatto, sia su due dei tre soggetti accusati. Un ulteriore riscontro è poi da individuare nella circostanza per cui, in effetti, così come affermato da Fresco, questi, come lo Scognamillo ed il Vita, il giorno della rapina si trovavano in permesso essendo tutti usciti dal carcere il precedente 28 ottobre e rientrati, i primi due il 2 novembre, il terzo il 4 dello stesso mese. Tale ultimo dato appare al Collegio di rilievo pressoché decisivo posto che, a meno di ipotizzare che il collaborante conoscesse i tabulati dei movimenti carcerari dell’imputato, egli, senza un punto di riferimento quale la complicità in un delitto, non poteva ricordare che una determinata persona, all’epoca detenuta da più di tre anni, era uscita in permesso in un giorno ben specificato.
Sulla scorta di tali elementi ritiene il Collegio, coerentemente con l’impostazione di fondo in tema di valutazione della chiamata in correità, che vada affermata la responsabilità per i fatti in contestazione anche nei confronti del Vita. Questi, del resto, è, per quel che risulta dagli atti del processo, soggetto estraneo all’ambito delle persone più vicine al Surace ed al Fresco come del resto alle altre consorterie criminali operanti in città, tant’è che l’episodio in esame è l’unico, tra quelli all’esame del Tribunale e tra quelli variamente riferiti in atti come riconducibili al c.d. gruppo Mangialupi, per il quale egli viene menzionato. Il che esclude, almeno in termini di ragionevolezza, la possibilità che il Fresco abbia formulato un’accusa calunniosa nei confronti di una persona rispetto alla quale non sono ravvisabili né ragioni di particolare malanimo, né elementi che possano giustificare un’imprecisione del ricordo per la partecipazione ad altri episodi della stessa natura. Va ancora ricordato che Fresco, formulando le accuse in questione, ha deliberatamente smentito le precedenti dichiarazioni del Surace, laddove, in altre ipotesi, si è limitato a confermarle genericamente ovvero ad affermare di non ricordare alcunché.
Gli atti, per altro verso, non offrono elementi di smentita dell’accusa mossa contro il Vita che giustifichino una diversa valutazione di tutto quanto esposto. Non è tale, per tutte le ragioni esposte, il mancato riferimento all’imputato da parte del Surace e la correlativa indicazione da parte di questo del Trischitta come quarta persona ad avere eseguito la rapina. Tale indicazione appare al Collegio come frutto della più volte evidenziata tendenza del Surace a rifugiarsi in accuse generiche indirizzate nei confronti di soggetti certamente coinvolti in un gran numero di episodi dello stesso genere tutte le volte che l’imprecisione del ricordo gli impedisce di rendere dichiarazioni puntuali e soprattutto verificabili. Una tale tendenza, del resto, si manifesta in maniera vieppiù evidente con riferimento alla posizione di Trovato Alfredo , inizialmente accusato di aver preso parte al delitto, quindi, dopo la verifica che costui si trovava in carcere il giorno della rapina, collocato in una improbabile fase preparatoria della quale nessuno dei rei confessi, ivi incluso il collaboratore di giustizia Fresco, ha fatto alcuna menzione.
Neppure può assumere rilievo l’individuazione fotografica operata da Baldacchino Luigi il 12 novembre 1988. Nel corso di tale atto il teste aveva dichiarato di riconoscere in fotografia, in termini di probabilità, il Fresco ed il Cutè nonché Davì Giorgio come le persone che avevano sottratto la vettura di servizio a lui ed al collega Tassone. Tale individuazione, tuttavia, come già ricordato, non è stata ripetuta nel corso dell’incidente probatorio laddove il vigile urbano ha dichiarato di non riconoscere alcuno dei tre menzionati. A parte ciò, va tenuto presente che, combinando le dichiarazioni del Fresco con le confessioni del Cutè e soprattutto dello Scognamillo , sembra evidente che gli esecutori della rapina ai danni dei vigili urbani erano i tre ora menzionati in quanto la quarta persona si era allontanata in un’altra direzione. Ne discende, stante la piena attendibilità delle predette confessioni, che l’iniziale individuazione effettuata dal teste era, in ogni caso, certamente errata.
In conclusione sia lo Scognamillo che il Vita vanno dichiarati responsabili dei reati di cui ai capi 50 e 51. Riguardo al capo 52, nell’affermazione di responsabilità va escluso il riferimento all’art. 23 l. 110/75 posto che da nessuna delle deposizioni testimoniali, né dagli atti acquisiti, emerge in alcun modo che una delle pistole utilizzate dai malviventi avesse la matricola abrasa o fosse in altro modo qualificabile come arma clandestina. Tale circostanza, pur presumibile, non risulta conseguentemente provata in atti. Per la medesima ragione gli imputati vanno assolti dal reato sub 53 (ricettazione dell’arma contestata sul presupposto della clandestinità di questa) perché il fatto non sussiste.
Emergono dalla ricostruzione qui recepita tutte le aggravanti oggettive contestate ai capi 50, 51 e 52, ad eccezione di quella di cui all’art. 112, n. 1 c.p., da escludere in quanto, secondo la stessa impostazione accusatoria, i compartecipi nel delitto sono in numero di quattro.