5.2.20 Mancata rapina al Banco di Sicilia, agenzia di Sant’Agata Militello (capo 69)
Il 30 luglio 1990, intorno alle 12,15, Brunello Vincenzo, appuntato dei Carabinieri in forza al Comando provinciale di Cosenza ed all’epoca in licenza, percorreva a bordo di una moto Yamaha 600 la strada che da Sant’Agata Militello conduce a Santo Bernardo. Durante il tragitto notava dietro un cespuglio al margine della carreggiata due persone a piedi, una delle quali in divisa da carabiniere. Ritenendo di trovarsi in presenza di colleghi che potevano aver bisogno di aiuto, fermava la moto e si avvicinava ai due. Su richiesta degli stessi si qualificava, ma, mentre prendeva il tesserino per mostrarlo, entrambi gli sconosciuti estraevano le pistole e gliele puntavano contro. Dopo aver sospinto la vittima più lontano dalla strada, i malviventi si impossessavano della borsa contenente effetti personali che il Brunello teneva a tracolla e del tesserino da carabiniere. I due si allontanavano quindi a bordo della moto della vittima. Questa, subito dopo il fatto, si incamminava per raggiungere l’abitazione più vicina onde dare l’allarme. Lungo la strada incontrava Di Leo Francesco, comandante della stazione Carabinieri di Sant’Agata Militello al quale raccontava l’accaduto. I due militi ritornavano verso il luogo della rapina dove, perlustrando la zona, rinvenivano una pistola cal. 7,65 con matricola abrasa completa di caricatore con otto cartucce e due passamontagna di lana. A circa quattrocento metri dal luogo dell’incontro tra il Brunello ed i malviventi, nei pressi della galleria Muti dell’autostrada Messina - Palermo, veniva recuperata la moto sottratta al carabiniere. Veniva fermata una persona ritenuta sospetta, ma la stessa non veniva riconosciuta dal rapinato. Nell’immediatezza venivano anche mostrate a questo numerose fotografie di personaggi denunciati per rapina, ma nessuno di costoro veniva riconosciuto. Solo tre o quattro anni dopo, verosimilmente nell’ambito del presente procedimento, il Brunello, all’uopo convocato in Questura, riconosceva in fotografia Aspri Giuseppe, nel frattempo deceduto, come uno dei malviventi responsabili della rapina ai suoi danni.
Surace, riferendo notizie apprese dai partecipi, ha fornito una minuziosa descrizione della vicenda in tutto conforme al racconto dei testimoni e in particolare del Brunello, per la parte che riguarda quest’ultimo. Ha sostenuto il collaborante che Fresco, Aspri Giuseppe, Trovato Alfredo , Scipilliti Giovanni e una quinta persona identificabile in Cutè Giovanni o Trischitta Giuseppe avevano organizzato una rapina ai danni di una banca di Sant’Agata Militello. In questo contesto, il giorno del fatto sopra descritto, Fresco e Aspri, il secondo con indosso una divisa da carabiniere consegnatagli da Scipilliti, mentre effettuavano un sopralluogo finalizzato ad individuare il percorso per la fuga, erano stati avvicinati da un carabiniere in borghese. Mentre questi estraeva il tesserino per qualificarsi, i due gli avevano puntato contro le pistole e gli avevano sottratto lo stesso tesserino e la motocicletta con la quale egli era giunto. In seguito a tale episodio i suddetti avevano deciso di desistere dall’esecuzione della rapina ai danni dell’istituto bancario.
Conferma pressoché integrale delle accuse, almeno per la parte che qui rileva, proviene da Fresco. Questi ha chiarito che l’incontro con il carabiniere aveva interrotto la fase immediatamente precedente l’esecuzione della rapina pianificata. Il collaborante e l’Aspri, infatti, si erano fermati nel posto indicato per recuperare le armi e per consentire al secondo di indossare la divisa da carabiniere che doveva servire per cogliere di sorpresa le due guardie giurate in servizio nell’istituto bancario. Nel frattempo Trischitta Giuseppe, Trovato Alfredo e Caleca Santo perlustravano la strada per verificare che non vi fossero posti di blocco lungo il tragitto o in prossimità della banca. Scipilliti Giovanni era, invece, in attesa a bordo di un’autovettura rubata in un’area di sosta sull’autostrada. Quando il Brunello si era presentato offrendo il proprio aiuto a quelli che riteneva suoi colleghi, il Fresco e l’Aspri, nel momento in cui egli stava estraendo il tesserino, avevano temuto che, compresa la situazione, stesse impugnando la pistola. Avevano, pertanto, reagito minacciandolo con le armi e sottraendogli la borsa, la moto ed il tesserino. Durante la successiva fuga Fresco aveva dimenticato sul posto le armi e i passamontagna che sarebbero dovuti servire per la rapina programmata. Nel medesimo contesto temporale Caleca era stato fermato, ma, non riconosciuto dalla vittima che non aveva potuto vederlo, era stato rilasciato.
Per quel che riguarda la posizione di Trovato , Caleca e Scipilliti , chiamati a rispondere in questa sede del reato contestato al capo 69 della rubrica, decisivo riscontro alle accuse del Fresco, qualificate dall’ammissione di responsabilità come diretto partecipe da questo effettuata, proviene dalle confessioni dei tre imputati i quali, ricostruendo concordemente la dinamica del delitto, si sono reciprocamente chiamati in causa (salvo che Scipilliti non ha menzionato il Trovato) ed hanno confermato il coinvolgimento di Fresco ed Aspri, escludendo soltanto la partecipazione di Trischitta Giuseppe. Scipilliti, in particolare, ha riconosciuto di aver nascosto le armi da utilizzare per la rapina il giorno prima del fatto, di aver accompagnato sul posto Fresco ed Aspri per recuperarle nelle fasi che avrebbero dovuto precedere l’azione e di aver lasciato Caleca nei pressi della banca, di essersi appostato in autostrada a bordo della propria vettura Audi 80 in attesa dei complici.
In conclusione, sulla scorta delle dichiarazioni dei due collaboranti e delle confessioni degli imputati, in assenza di qualsiasi elemento che consenta di dubitare dell’attendibilità di queste ultime o della veridicità della ricostruzione dei fatti come sopra prospettata, Trovato , Caleca e Scipilliti vanno dichiarati responsabili della detenzione dell’arma sequestrata e delle altre da utilizzare per la rapina. Sussiste l’aggravante di cui all’art. 112, n. 1 c.p. in quanto, anche seguendo gli imputati nell’assunto della mancata partecipazione al delitto del Trischitta, il numero dei concorrenti è pur sempre di cinque.