5.2.21 Rapina al Banco di Sicilia, agenzia di Giardini Naxos (capi 70, 71 e 72)

Il 28 gennaio 1991, poco dopo le 15,15, vale a dire in prossimità dell’orario di chiusura, quando la guardia giurata in servizio di vigilanza era appena andata via, una vettura Fiat Uno Diesel veniva lanciata in velocità contro la porta blindata dell’agenzia di Giardini Naxos del Banco di Sicilia. Apertisi un varco per tal via, tre uomini armati e travisati con passamontagna penetravano all’interno dell’istituto. Uno di essi rimaneva al di qua del bancone tenendo sotto il tiro di una mitraglietta le persone presenti, gli altri due si dirigevano rispettivamente alla cassaforte ed ai cassetti del bancone che svuotavano del denaro ivi contenuto asportando circa £. 114.000.000. Portata a compimento l’azione, i rapinatori si dileguavano a bordo di una vettura Alfasud color crema condotta da un quarto complice. Alcuni istanti dopo la rapina, transitava sulla strada antistante la banca una delle vetture in dotazione al Commissariato di Taormina con a bordo l’ispettore Giuseppe Pugliatti e gli agenti Scilirò Nicola e Santoro Antonino. Notata la confusione davanti alla banca, i poliziotti si informavano dell’accaduto dalle persone presenti quindi proseguivano la marcia per mettersi alla ricerca della Alfasud con la quale i rapinatori erano fuggiti. Individuata la macchina ad una certa distanza, verso la fine del lungomare di Giardini Naxos, si ponevano al suo inseguimento. I malviventi, accortisi della presenza delle forze dell’ordine, iniziavano a sparare all’indirizzo di queste e svoltavano su una pista in terra battuta per dirigersi verso i piloni dell’autostrada. Uscendo da una curva, però, l’Alfasud andava ad impattare con un gregge di pecore ed era costretta a fermarsi. Ne seguiva un conflitto a fuoco tra i banditi discesi dalla vettura e i poliziotti nel frattempo sopraggiunti, nel corso del quale uno dei rapinatori, successivamente identificato per Aspri Giuseppe, veniva colpito a morte. I complici riuscivano invece a fuggire, probabilmente raggiungendo a piedi l’autostrada. Vicino al corpo dell’Aspri veniva rinvenuta una pistola cal. 9x21. All’interno della vettura veniva rinvenuto un passamontagna e, parte in una cassetta metallica asportata dalla banca, parte in una busta di plastica, la somma di £. 14.000.000 circa. Nella Fiat Uno utilizzata per sfondare la porta della banca gli operanti rinvenivano e sequestravano una pistola a tamburo. Le due vetture, in seguito agli accertamenti effettuati, risultavano rubate alcuni giorni prima del fatto, la Fiat Uno in Spadafora a tale Grosso Antonino, l’altra in Roccalumera a Vernuccio Aldo.

Afferma Surace che, essendosi verificata la rapina durante la sua detenzione, ma a cavallo di due permessi di uscita dal carcere, egli era potuto venire a diretta conoscenza, subito prima del fatto, della pianificazione del delitto e, nei giorni successivi alla rapina, della dinamica della stessa. Secondo il collaborante all’azione avevano preso parte, oltre al defunto Aspri Giuseppe, il fratello di questo Giovanni , Fresco Alfredo, Trischitta Giuseppe e Trovato Alfredo . Della dinamica della rapina Surace fornisce una ricostruzione dettagliata in massima parte conforme alle risultanze della prova generica. Precisa al riguardo che Aspri Giovanni  era rimasto in autostrada alla guida di una vettura pulita. Gli altri quattro, tutti armati e travisati, erano entrati nella banca dopo aver sfondato la vetrata con la vettura utilizzata come ariete. Dopo l’esito tragico dell’azione erano nati dei dissapori tra i diversi partecipi in quanto Aspri Giuseppe era stato colpito perché era ritornato indietro ad aiutare il Trischitta che nel corso della fuga era scivolato. Per discutere di tale vicenda, in occasione del secondo permesso di Surace, si erano recati a casa di questo tutti i rapinatori superstiti e Trovato Giovanni . Il provento della rapina era stato interamente consegnato alla moglie del defunto.

Fresco ammette la propria partecipazione al delitto ed indica anch’egli come suoi complici i sopra menzionati Aspri Giuseppe e Giovanni, Trischitta e Trovato . La fase preparatoria del delitto era consistita anche in sopralluoghi per individuare la via di fuga più agevole. La rapina, infatti, doveva in un primo tempo essere commessa da Cosenza , Smedile e Cutè Alessandro . Questi, però, avevano rinunciato ritenendo troppo pericolosa la strada sterrata poi di fatto utilizzata dai rapinatori. Fresco e gli altri, pur condividendo la valutazione di pericolosità, avevano deciso di tentare comunque, non essendo riusciti ad individuare un percorso più agevole. Aspri Giuseppe aveva provveduto a rubare le due auto da utilizzare per l’azione. Trischitta aveva sfondato la porta della banca con una di queste e nell’azione aveva perduto una pistola a tamburo. Tutti i rapinatori, con la sola eccezione di Aspri Giovanni , erano armati. Dopo l’impatto con il gregge i quattro erano fuggiti a piedi: Trovato  e Trischitta più avanti, Aspri Giuseppe e Fresco subito dietro. Mentre i poliziotti sparavano al loro indirizzo, il collaborante aveva visto l’Aspri cadere per terra sbattendo la faccia. Proseguita la fuga, Fresco, Trovato e Trischitta si erano arrampicati sulle rampe di ferro di un viadotto ed avevano raggiunto il posto dove si trovava in attesa Aspri Giovanni. Incerti circa la sorte del compagno colpito, i tre predetti si erano fatti lasciare dall’Aspri in una strada di campagna quindi, non riuscendo ad ottenere notizie, avevano rubato una Fiat 500 ritornando a Messina e rifugiandosi in casa di La Valle Domenico dal quale avevano appreso della morte del complice. Una parte del denaro asportato era andata perduta, sia perché rimasta all’interno della vettura Alfasud abbandonata durante il conflitto a fuoco, sia perché caduta durante la fuga a piedi lungo il viadotto autostradale. Il residuo, ammontante a circa £. 70.000.000, era stato consegnato per intero alla moglie del rapinatore ucciso.

Altra voce inerente la rapina in esame è quella di La Torre Guido il quale, riferendo di confidenze di Aspri Giovanni , ha indicato in quest’ultimo, in Trovato Alfredo  e Fresco, oltre naturalmente ad Aspri Giuseppe, gli esecutori del delitto.

Ogni considerazione circa l’attendibilità dei collaboranti e circa la sussistenza di riscontri rispondenti ai requisiti di cui all’art. 192, co. 3 c.p.p. appare nella specie superflua posto che tutti e tre i chiamati, e in particolare i due le cui posizioni sono oggi all’esame di questo Collegio (Trovato e Aspri), hanno ammesso la rispettiva responsabilità, confermando il racconto del Fresco anche sul punto dell’indicazione degli esecutori del delitto. In particolare, Aspri Giovanni , pur sostenendo contro ogni logica di essere stato coinvolto dal fratello senza essere reso edotto delle reali finalità dell’azione, ha confermato di essersi appostato in autostrada alla guida della propria vettura Fiat Uno e di essere stato raggiunto colà da Fresco, Trovato e Trischitta i quali gli avevano riferito che il fratello era stato catturato. Della credibilità di tali confessioni, per la spontaneità e per l’incrocio delle stesse, non sussiste alcuna ragione di dubitare. Le stesse, peraltro, si innestano su un quadro probatorio già consolidato in quanto fondato sulla chiamata diretta di un partecipe del fatto, riscontrata da due dichiarazioni de relato, e soprattutto da quella del Surace, e conforme alle risultanze della prova generica.

La convergenza di tutti gli elementi di prova rispetto alle posizioni di Trovato  ed Aspri  impone, pertanto, il riconoscimento della responsabilità di costoro per la rapina, per la detenzione di armi e per il furto delle vetture; reati ascrivibili ad entrambi gli imputati secondo i principi del concorso di persone nel reato.

Sussistono le aggravanti contestate in quanto la rapina è stata commessa da cinque persone di cui quattro riunite travisate ed armate, mentre le autovetture, secondo quanto dichiarato dai rispettivi proprietari escussi come testi, si trovavano parcheggiate sulla pubblica via regolarmente chiuse a chiave con conseguente configurabilità delle aggravanti di cui all’art. 625, nn. 2, 5 e 7 c.p..