5.2.23 Rapina al Monte dei Paschi di Siena, agenzia di Venetico Marina (capi 76, 77, 78, 79 e 80)
Il 3 gennaio 1991, intorno alle 12,15, Floridia Giovanni, addetto nell’agenzia di Venetico del Monte dei Paschi di Siena all’apertura e chiusura delle porte a consenso, mentre si trovava all’interno dell’istituto bancario, veniva avvicinato da un giovane, con il volto parzialmente coperto dal collo di un maglione a dolce vita, che gli intimava la consegna della pistola. Ne nasceva una colluttazione tra la guardia e lo sconosciuto in esito alla quale quest’ultimo esplodeva un colpo di pistola che attingeva il Floridia al collo. A questo punto il malvivente costringeva la guardia a sedersi su una sedia e le ordinava di azionare il comando per l’apertura delle porte a consenso onde consentire l’ingresso di tre complici che, travisati, erano in attesa all’esterno della banca. Floridia, con presenza di spirito, sbloccava la porta esterna, consentendo così ai clienti rimasti tra le due porte di allontanarsi e provocando nel contempo l’automatico bloccaggio dell’altra porta. Visto che la porta non si apriva il rapinatore iniziava a dare segni di nervosismo ed esplodeva un colpo di pistola in aria quindi puntava l’arma alla tempia del Floridia insistendo per far aprire la seconda porta. Resisi conto della situazione e compreso che il meccanismo automatico delle porte a consenso non avrebbe consentito l’accesso per la via normale, i rapinatori rimasti all’esterno salivano a bordo di una Fiat Uno di colore bianco parcheggiata nei pressi e, dopo una breve manovra di retromarcia, lanciavano la vettura in velocità contro la vetrata blindata dell’agenzia scardinandola completamente. Penetravano quindi all’interno ed asportavano tutto il denaro esistente nelle casse per una somma complessiva di £. 93.905.595. Compiuta la rapina i quattro si allontanavano a bordo della stessa vettura utilizzata per sfondare la vetrata. Il mezzo veniva rinvenuto abbandonato a Spatafora alcune ore dopo il fatto e, dai successivi accertamenti, risultava sottratto lo stesso giorno a tale Zangari Vincenzo mentre era parcheggiato, regolarmente chiuso a chiave, nei pressi dell’autoparco municipale di Messina. Lo stesso presentava due fori, presumibilmente dovuti a proiettili di pistola, sul vetro laterale sinistro e un altro foro sulla spalliera del sedile posteriore. All’interno della banca venivano sequestrate due cartucce cal. 38 Special.
Le successive indagini venivano avviate soprattutto esaminando la registrazione dell’impianto di telecamere a circuito chiuso installato all’interno dell’agenzia. Visionando le immagini riprese il giorno della rapina i militi operanti ritenevano di riconoscere nel rapinatore penetrato per primo nell’istituto, ed unico a volto parzialmente scoperto, il pregiudicato Panebianco Gismondo. Sulla scorta di tale dato al Panebianco in data 12 giugno 1991 veniva applicata la misura della custodia in carcere. Disposta dal P.M. una consulenza tecnica che confermava il predetto riconoscimento, il prevenuto veniva tratto al giudizio del Tribunale per rispondere della rapina sopra descritta, del furto della vettura Fiat Uno di proprietà dello Zangari, di detenzione e porto illegali della pistola cal. 38 Special e di tentato omicidio ai danni della guardia giurata. Con sentenza del 5 maggio 1992 il Tribunale dichiarava l’imputato responsabile di tutti i reati predetti e lo condannava alla pena di quattordici anni di reclusione e £. 3.000.000 di multa. Con sentenza del 5 luglio 1993, ormai definitiva, la Corte d’Appello, disposta una perizia tecnica sulla registrazione, derubricava il tentativo di omicidio nel reato di lesioni aggravate, confermava per il resto la sentenza impugnata e riduceva per l’effetto la pena detentiva a dodici anni.
Surace sostiene di aver appreso della rapina mentre si trovava in carcere, dagli stessi esecutori, indicati, oltre che nel citato Panebianco, in Fresco, Trovato Alfredo e Trischitta Giuseppe. Panebianco era stato incaricato di disarmare la guardia giurata. Era stato prescelto il predetto per tale compito in quanto, non avendo precedenti per rapina, si confidava che potesse non essere individuato dai testimoni oculari pur avendo fatto ingresso nell’agenzia a volto scoperto. Panebianco, mentre bloccava la guardia, aveva accidentalmente esploso un colpo di pistola che, oltre ad avere ferito il Floridia, aveva attinto lo stesso rapinatore al braccio. Dopo che era stata perpetrata la rapina utilizzando la vettura come ariete, durante la fuga, lo stesso Panebianco, mentre era seduto sul sedile posteriore della Fiat Uno, ancora scosso da quanto era avvenuto, aveva provocato l’esplosione accidentale di un altro colpo di pistola rischiando di attingere il Trischitta. I rapinatori, a detta del collaborante, avevano quindi trovato rifugio in una villetta di proprietà dell’imputato Coluccio Marcello a Rodia. Quando, poi, Panebianco era stato arrestato e posto nella stessa cella di Surace, quest’ultimo, onde occultare la ferita dovuta al colpo di arma da fuoco sopra menzionato che poteva costituire un elemento indiziario a carico del prevenuto, aveva leggermente ustionato il braccio dell’interessato nel punto di ingresso del proiettile utilizzando un cucchiaio arroventato.
Fresco ha ammesso la propria responsabilità per il delitto, fornendone una descrizione estremamente dettagliata in tutto conforme alle risultanze della prova generica, in parte distaccandosi dalle indicazioni di Surace quanto all’individuazione dei partecipi ed alla dinamica della vicenda. Gli esecutori materiali della rapina erano stati, oltre allo stesso Fresco ed al Panebianco, Trischitta Giuseppe e Aspri Giuseppe. Cannaò Giuseppe e Aspri avevano precedentemente rubato la Fiat Uno nei pressi del campo sportivo. Aspri Giovanni , durante l’esecuzione del delitto, era in attesa a bordo di una vettura pulita per favorire la fuga dei complici. Quando il Panebianco si trovava bloccato all’interno della banca era stato Trischitta a mettersi alla guida della Fiat Uno ed a sfondare la vetrata. Dopo il delitto, anche per la necessità di prestare soccorso a Panebianco che era stato ferito dal colpo di pistola esploso durante la colluttazione con la guardia giurata, i rapinatori si erano recati nell’abitazione estiva di Fresco a Rometta. Qui, tramite La Valle Domenico, avevano fatto venire due infermieri i quali avevano estratto il proiettile e suturato la ferita.
Evidente appare al Collegio il carattere diretto ed autonomo della conoscenza di Fresco, certamente non dipendente dalla pregressa cognizione delle accuse del Surace sul punto. Il collaborante non si è appiattito sulla descrizione della dinamica del fatto e sull’indicazione dei responsabili effettuate da Surace, ma ha fornito un racconto lineare e molto più dettagliato di tutte le fasi della rapina. La maggior parte dei particolari del fatto riferiti da Fresco, poi, ivi inclusi quelli taciuti da Surace o menzionati da questo in termini diversi, trovano conferma in atti. Così, che la vettura sia stata rubata nei pressi del campo sportivo è circostanza che risulta dalla deposizione del teste Zangari. Che Panebianco sia rimasto ferito è fatto che, pur non emergente con certezza dagli atti, è verosimile posto che, secondo quanto risulta dalla sentenza pronunciata contro il prevenuto, il colpo era stato esploso a distanza molto ravvicinata durante una colluttazione corpo a corpo tra il rapinatore e la vittima, mentre il proiettile non era stato ritenuto nel collo del Floridia. Ne discende che è probabile che, dopo aver ferito la guardia giurata, il proiettile abbia attinto il rapinatore al braccio con il quale il malvivente teneva abbrancato il Floridia. Un importante riscontro delle accuse dei due collaboranti è poi rappresentato dalla confessione di Trischitta Giuseppe il quale ha confermato la partecipazione di Panebianco, Fresco ed Aspri Giuseppe, escludendo soltanto quella di Aspri Giovanni . Riscontrata da quanto rilevato dagli operanti sulla Fiat Uno recuperata dopo il delitto è, infine, la circostanza dell’esplosione accidentale di colpi di pistola nel corso della fuga.
Riguardo a Aspri Giovanni , ad avviso del Collegio, gli evidenziati riscontri delle accuse di Fresco, coprenti il fatto nella sua quasi totalità e le persone accusate con riferimento a quattro delle sei menzionate, giustificano l’affermazione di responsabilità. Si è già detto dell’elevata attendibilità generale di tale collaborante con riferimento agli episodi ai quali ha preso parte personalmente e del carattere lineare e dettagliato della sua ricostruzione del fatto in contestazione. In particolare, essendo stata la vettura utilizzata per la fuga abbandonata a Spatafora, è evidente che almeno un altro mezzo doveva essere stato predisposto per consentire ai malviventi di rientrare a Messina o raggiungere l’altro riparo indicato dai collaboranti. Su tale presupposto è verosimile che, come constatato con riferimento alla grande maggioranza delle rapine esaminate, una quinta persona fosse stata lasciata alla guida di tale mezzo per consentire una più rapida ed efficiente manovra di fuga anche nell’eventualità di una crisi del piano originario dovuta a circostanze contingenti. Rispetto ad Aspri, poi, non si rinviene alcuno specifico elemento che possa far ritenere un particolare interesse del collaborante a muovere false accuse nei suoi confronti. L’unica menzione dell’imputato da parte del Fresco per episodi specifici contestati nel presente processo, del resto, è quella relativa alla rapina ai danni del Banco di Sicilia di Giardini Naxos per la quale riscontro indiscutibile è rappresentato dalla confessione dell’accusato. Proprio con riferimento all’episodio testé citato, avvenuto venticinque giorni dopo il fatto in esame, si rinvengono inoltre notevoli analogie inerenti, al di là della tecnica utilizzata, le persone coinvolte. Secondo la versione di Fresco, infatti, la squadra responsabile della rapina di Venetico coinciderebbe per quattro quinti, con la sola variante di Panebianco al posto di Trovato Alfredo , con quella che, pacificamente stando le ammissioni degli interessati, ha preso parte alla rapina di Giardini Naxos. Tale dato rappresenta un ulteriore elemento di conferma dell’accusa posto che, stante la contiguità temporale dei due episodi e la certa corrispondenza almeno parziale dei responsabili, è ragionevole che gli stessi siano maturati nello stesso contesto con la partecipazione, per quanto possibile, delle stesse persone. Nessun elemento di smentita dal coinvolgimento dell’Aspri si rinviene per contro in atti. Tale non può considerarsi il silenzio di Surace in quanto l’incompletezza dell’informazione del collaborante o l’imprecisione del suo ricordo emerge con chiarezza dal contenuto complessivo del suo racconto laddove si riscontrano, specie con riferimento all’indicazione dei responsabili, alcune contraddizioni (nell’elencare i partecipi Surace ha indicato, nel corso dell’esame e del controesame, ora Trovato Alfredo, ora Aspri Giuseppe quale correo di Fresco, Panebianco e Trischitta). Lo stesso Surace, poi, non è stato in grado di chiarire in che modo – posto che, come detto, la vettura in un primo tempo utilizzata era stata abbandonata – i rapinatori abbiano raggiunto la casa di Coluccio Marcello asseritamente utilizzata quale base d’appoggio. Neppure può attribuirsi rilievo all’esclusione del coinvolgimento di Aspri Giovanni da parte di Trischitta essendo trasparente che tale imputato, nell’ammettere la propria responsabilità, si è preoccupato di coinvolgere nel delitto esclusivamente persone che avevano reso precedente confessione (Fresco) o già giudicate (Panebianco) ovvero decedute (Aspri Giuseppe). Va, in conclusione, affermata, per tutte le ragioni esposte, la responsabilità di Aspri per la rapina contestata al capo 76 e per i reati connessi di cui ai capi 77, 78 e 79 (lesioni volontarie ai danni del Floridia, furto della Fiat Uno dello Zangari, porto e detenzione delle armi utilizzate per la rapina), questi ultimi ascrivibili anche al prevenuto in forza dei principi generali in tema di concorso di persone nel reato.
Vanno, invece, assolti per non aver commesso il fatto Trovato Alfredo e Coluccio Marcello , quest’ultimo chiamato a rispondere soltanto del reato di cui al capo 80 della rubrica. Entrambi tali imputati sono, infatti, chiamati dal solo Surace della cui parziale intrinseca inattendibilità si è già parlato. Il fatto, poi, che Fresco, riferendo da diretto partecipe nei termini illustrati, abbia escluso il coinvolgimento di Trovato ed affermato che il rifugio dei rapinatori era stato l’abitazione dello stesso collaborante e non la villa di Coluccio rende manifesta l’inconsistenza dell’ipotesi d’accusa nei confronti dei due imputati. Rispetto alla posizione di Coluccio , peraltro, l’atto pubblico acquisito agli atti e la prova testimoniale raccolta dimostrano che, alla data della rapina, l’imputato non aveva più la proprietà dell’immobile indicato da Surace per averlo venduto fin dal 23 marzo 1990, trasferendo contemporaneamente il possesso agli acquirenti. Tale indicazione, per un verso conferma la valutazione sopra espressa circa l’attendibilità di quanto dichiarato da Surace in ordine all’episodio in esame, dall’altro corrobora il giudizio sull’autonomia della chiamata del Fresco. Per altro verso, la cessione dell’appartamento avvenuta circa un anno prima dei fatti in contestazione costituisce un elemento che, se non comprova in maniera assoluta l’indisponibilità dell’immobile in capo al Coluccio , nella valutazione complessiva delle emergenze processuali giustifica comunque l’assoluzione dell’imputato.
A carico di Aspri Giovanni vanno ritenute, perché insite nella ricostruzione sopra prospettata, tutte le aggravanti oggettive contestate ai capi 76, 77, 78 e 79 (concorso di cinque persone nei reati, rapina commessa da più persone riunite, travisate ed armate, furto commesso su cosa esposta alla pubblica fede da più di tre persone, nesso teleologico tra i vari reati e la rapina).