5.2.3 Rapina allo scalo ferroviario di Pace del Mela (capi 25 e 26)

Secondo i testimoni escussi nel corso del dibattimento, il fatto si è verificato allo scalo ferroviario di Pace del Mela il 16 settembre 1982 intorno alle 7,15, poco dopo che da un vagone postale erano stati scaricati dei dispacci, alcuni dei quali contenenti valori. Lo scambista Isgrò Giuseppe e l’accollataria Marchetta Barbara avevano appena trasportato i dispacci in un casotto sito all’interno dello scalo, quando due uomini, travisati con passamontagna e armati di pistola, li avevano bloccati all’interno del piccolo locale e si erano impossessati dei plichi, allontanandosi subito dopo. Qualche minuto dopo erano sopraggiunti altri impiegati in servizio presso lo scalo i quali avevano riferito della presenza di altri due malviventi, anch’essi travisati ed armati, i quali durante l’esecuzione della rapina avevano tenuto a bada il personale presente sul posto. Dai successivi accertamenti emergeva che la rapina aveva riguardato sei dispacci c.d. speciali contenenti per lo più atti giudiziari ed un “pacco valori” assicurato per £. 100.000, contenente marche da bollo di diverso taglio per complessive £. 3.300.000.

Surace si è attribuito il ruolo di organizzatore, insieme a Ventura Salvatore, della rapina, commessa durante la latitanza del collaborante. Tale Borzì Salvatore, impiegato postale, contattato dal Ventura e dal Surace, aveva fornito l’informazione per cui il treno che da Palermo faceva scalo a Pace del Mela trasportava denaro contante destinato all’ufficio postale. Pianificata la rapina, la stessa era stata materialmente commessa dallo stesso Ventura, coadiuvato da De Luca  Antonino , La Spada Antonino , Bitto Vincenzo, Iovino Giuseppe e Brucarello Pietro. Trischitta Giuseppe e Trovato Alfredo  avevano rubato una delle due autovetture Lancia utilizzate dai rapinatori. Il Bitto era rimasto con una di tali vetture al posteggio dello scalo ad attendere i complici. Brucarello e Iovino si erano occupati di immobilizzare due persone presenti sul posto (“il capostazione e un’altra persona”). Il Ventura ed un altro dei complici avevano dato l’assalto al treno per impossessarsi dei plichi che dovevano contenere il denaro. Anche il Santacaterina  era coinvolto, ma con riferimento alla sola fase di preparazione e non a quella esecutiva. La rapina non aveva in realtà fruttato alcunché in quanto i plichi sottratti non contenevano denaro, ma soltanto valori bollati. Questi erano stati consegnati al Borzì affinché li smerciasse nella rivendita di tabacchi intestata alla moglie, ma anche tale possibilità era stata esclusa in quanto si trattava di valori utilizzati esclusivamente negli uffici postali.

Riferendo sui medesimi fatti da diretto protagonista Ventura Salvatore ha reso dichiarazioni certamente più precise e dettagliate. Egli aveva conosciuto il Borzì perché presentatogli da Valveri Sebastiano. Il predetto, in quanto impiegato postale, si prestava a fare da basista per le rapine, era disponibile cioè a fornire informazioni per l’individuazione degli obiettivi e per la pianificazione delle operazioni. Prima del fatto di cui si discute, nel 1980, il Borzì aveva consentito al Ventura e ad altri di perpetrare una rapina ai danni della Posta centrale che aveva fruttato circa 600 milioni. Egli era, pertanto, per il collaborante, una persona assolutamente affidabile per le notizie che poteva dare. Il Borzì, dunque, aveva indicato il treno che faceva scalo a Pace del Mela assumendo che lo stesso trasportava denaro liquido nell’ordine di diverse centinaia di milioni. Ottenuta la notizia, il Ventura, presente il Surace, si era incontrato a piazza Cairoli con La Spada, De Luca  e Iovino per discutere dell’organizzazione del delitto. Si era quindi deciso di effettuare un sopralluogo sul posto il giorno prima della rapina. Nel medesimo frangente era stata rubata dallo stesso Ventura e da Iovino una autovettura che era stata parcheggiata nei pressi dello scalo ferroviario. La mattina dopo, intorno alle 5, si erano recati sul posto ed avevano atteso che il personale scaricasse dal treno i plichi e li portasse nel locale destinato alla raccolta della posta. A questo punto Ventura, La Spada e De Luca , armati di pistole cal. 7,65 e cal. 38 e travisati, erano entrati nello scalo ferroviario e, minacciando il personale con le armi, si erano impossessati dei dispacci che dovevano contenere il denaro. Nel frattempo Iovino attendeva sull’autostrada a bordo della BMW di proprietà del Ventura. Dopo la rapina i quattro si erano recati a casa di La Spada e qui, aperti i plichi, si erano accorti che gli stessi non contenevano denaro. Il Ventura aveva protestato con il Borzì e questi si era giustificato dicendo che c’era stato un errore di treno.

Santacaterina , inizialmente accusato dal Surace con dichiarazione ritrattata in dibattimento, ha escluso la propria partecipazione, ammettendo comunque di essere stato informato del fatto in quanto contattato dal Surace e dal Ventura e in quanto aveva accompagnato i due predetti a parlare con il Borzì. Egli aveva partecipato alla fase di organizzazione della rapina e si era dichiarato disponibile ad assumere il ruolo di autista: avrebbe dovuto attendere i complici a bordo di una autovettura pulita. Di fatto, però, non era stato chiamato per partecipare all’azione. Aveva successivamente incontrato il Ventura il quale gli aveva riferito dell’esito della rapina indicando come partecipi, oltre a se stesso, La Spada, De Luca , Brucarello e Iovino. Più in particolare, mentre i primi quattro erano penetrati nello scalo ferroviario e si erano impossessati dei plichi, lo Iovino era rimasto ad attenderli sull’autostrada con una autovettura.

La fonte principale dell’accusa è rappresentata nella specie dalle dichiarazioni del Ventura, partecipe della fase esecutiva del delitto, sulla cui autonomia rispetto alle precedenti propalazioni del Surace non vi è alcun dubbio posto che il racconto del collaborante è molto più dettagliato ed integra e corregge lacune ed incongruenze della prospettazione dell’altro. Il racconto del Ventura, poi, è lineare, privo di contraddizioni al suo interno e in tutto congruente con le risultanze dell’esame testimoniale. Il rilievo della difesa circa l’erronea indicazione dell’orario dell’azione (le 5 del mattino in luogo delle 7,15) è dato irrilevante, sia per il lungo lasso di tempo trascorso che giustifica un’imprecisione del ricordo, sia perché, a meno di dubitare della stessa partecipazione del Ventura, contro ogni logica stando all’estremo dettaglio della descrizione impossibile per chi non abbia vissuto le vicende, si tratta di elemento che non vale ad inficiare la credibilità dell’accusa nei confronti dei singoli imputati. Di maggiore rilievo è, invece, il dato relativo al numero delle persone introdottesi nel casotto. Come si è detto i testimoni oculari hanno parlato di quattro persone, due delle quali avevano prelevato i plichi mentre le altre due tenevano a bada l’altro personale presente. Il Ventura, viceversa, ha indicato tre persone in tutto (se stesso, De Luca  e La Spada) ed è sembrato sostenere che tutte e tre erano entrate nel locale. Ora, al di là del fatto che il riferimento al numero complessivo dei partecipi è frutto di una testimonianza indiretta di fonte imprecisata (la circostanza sarebbe stata riferita al teste Isgrò da un impiegato della stazione che non è stato in grado di indicare), il contrasto non sembra di portata tale da minare in maniera significativa la credibilità intrinseca delle accuse del Ventura. Anche ammesso che il collaborante abbia dimenticato o voluto nascondere le responsabilità di un altro complice, rimane il dato afferente la sua certa partecipazione al delitto, la precisione del suo ricordo su tutti i passaggi della vicenda, il carattere inequivoco e costante dell’accusa mossa nei confronti del De Luca  e del La Spada.

A parte la sostanziale corrispondenza, salvo quanto evidenziato, del racconto del Ventura con le risultanze di prova generica, il riscontro individualizzante sulle posizioni degli accusati è rinvenibile nelle dichiarazioni di Surace e Santacaterina . Il primo, pur non essendo in grado di fornire particolari dettagli sul fatto (egli nel corso dell’esame ha più volte riconosciuto di non avere preciso ricordo della vicenda), ne era certamente informato per aver direttamente partecipato, con ruolo di primo piano, alla fase organizzativa. Tant’è che è stato in grado di fornire per primo, pur con tutte le riserve che si possono formulare sulle sue dichiarazioni, un’indicazione dei responsabili che ha trovato parziale conferma nella chiamata del Ventura, senza dubbio autonoma per tutto quanto fin qui esposto. Il Surace, d’altra parte, ha individuato il contesto in cui era maturata la rapina affermando: “Il Ventura Salvatore, il De Luca Antonino , Santacaterina Umberto , Iovino Giuseppe, Bitto Vincenzo non facevano parte del mio gruppo, erano legati al gruppo di Leo Giuseppe, che erano usciti nell’82, estate ‘82, agosto, mi sembra, dopo il processo dei 69, quando sono usciti si trovavano economicamente un po’ ristretti e a corto di armi, allora si sono affiancati a me e a alcuni personaggi del mio gruppo. Infatti gli abbiamo dato sia delle armi e sia, per modo di dire, facevamo dei lavori per cercare di farli stare meglio economicamente”. In effetti, secondo quanto risulta dalle schede in atti, Iovino, Bitto, Ventura e La Spada erano usciti dal carcere tutti nell’agosto del 1982. Tale indicazione, pur non potendo assumere rilievo decisivo ai fini dell’affermazione di responsabilità, ha comunque una sua rilevanza perché offre un punto di riferimento temporale e fattuale preciso che consente al collaborante di focalizzare un gruppo di personaggi nell’ambito del quale è maturato il delitto. Ciò considerato, ad avviso del Collegio, la conferma del coinvolgimento del La Spada, espressa nel verbale del 17 giugno 1993 e ribadita con sicurezza in dibattimento sia pure in seguito alla contestazione da parte del P.M., deve ritenersi attendibile quale valido riscontro dell’accusa mossa dal Ventura contro l’imputato.

Ulteriore riscontro all’accusa nei confronti del La Spada proviene dal Santacaterina  il quale, pur riferendo notizie apprese dallo stesso Ventura, aveva formulato tali accuse, per quanto già in precedenza evidenziato, fin dalla fase delle indagini preliminari quando il Ventura non aveva ancora assunto il ruolo di collaboratore di giustizia e il Santacaterina  non risulta avesse conoscenza di quanto sostenuto dal Surace. Per questa ragione è certo che il collaborante era informato della vicenda in termini sufficientemente dettagliati da consentire l’attribuzione alle sue dichiarazioni di un livello di attendibilità, se non assoluto, sufficiente ai fini del riscontro incrociato delle accuse contro il La Spada.

Quanto al coinvolgimento dello stesso Santacaterina  nel delitto, rileva il Collegio l’ammissione di responsabilità di tale collaborante sotto due profili entrambi afferenti alla fase organizzativa del delitto: avrebbe accompagnato il Surace ed il Ventura in occasione della visita al Borzì quando costui aveva fornito le indicazioni necessarie per l’esecuzione della rapina ed avrebbe pianificato con gli altri le modalità dell’azione tanto da assumere un ruolo nel programma criminale poi non concretizzatosi per circostanze contingenti. La confessione del Santacaterina  non pare al Collegio smentita dalle dichiarazioni degli altri collaboranti. Il Surace, in un primo tempo, aveva indicato tale imputato come partecipe dell’esecuzione del delitto, ma in dibattimento ha riconosciuto di essersi sbagliato pur confermando che il Santacaterina  aveva preso parte all’organizzazione della rapina e che nel piano originariamente predisposto avrebbe dovuto svolgere mansioni di autista per garantire la fuga di complici. Ventura, pur non facendo alcuna menzione dell’imputato, non ha escluso che altri personaggi, ulteriori rispetto agli esecutori materiali del delitto, avessero partecipato alla riunione a piazza Cairoli durante la quale era stata organizzata la rapina. In tale quadro probatorio, in assenza cioè di una chiara smentita di quanto sostenuto dal Santacaterina , non sussiste alcuna ragione di dubitare della confessione di quest’ultimo nei limiti in cui egli ha ammesso il proprio coinvolgimento nella vicenda. Quanto alla qualificazione giuridica dei comportamenti attribuiti al Santacaterina , ritiene il Collegio che gli stessi integrino a pieno titolo gli estremi del concorso nel reato. A questo riguardo, come è noto, la giurisprudenza ritiene sufficiente, ai fini della configurazione del concorso morale, anche una semplice promessa di aiuto o di assistenza sempre che tale promessa assuma valenza determinatrice o rafforzatrice della volontà criminosa di colui che esegue materialmente il delitto. Nella specie il Santacaterina  si è dichiarato disponibile a prendere parte attiva alla rapina, con ciò evidentemente rafforzando il proposito criminoso degli autori che sulla sua partecipazione potevano fare affidamento, e, per sua stessa ammissione, ha fornito un contributo all’organizzazione ed alla preventiva pianificazione del delitto.

In conclusione, per tutte le ragioni esposte, sia il La Spada che il Santacaterina  vanno riconosciuti responsabili dei reati loro contestati ai capi 25 e 26 della rubrica. L’affermazione di responsabilità per quest’ultimo reato va, tuttavia, limitata al furto di una sola autovettura posto che il Ventura ha sostenuto, con piena cognizione avendo direttamente preso parte anche a tale frazione della vicenda, che la vettura di provenienza furtiva era soltanto quella parcheggiata nei pressi dello scalo ferroviario, mentre, come confermato anche dal Santacaterina , quella lasciata lungo l’autostrada era una vettura pulita e precisamente la BMW di proprietà dello stesso Ventura.

Vanno riconosciute, in quanto agevolmente desumibili dalla sopra prospettata ricostruzione dei fatti, le aggravanti contestate con riferimento ai due capi di imputazione sopra richiamati (esecuzione della rapina da parte di più persone riunite, armate e travisate, concorso di più di cinque persone, rapina commessa in danno di incaricati di un pubblico servizio, furto commesso su cose esposte alla pubblica fede e con violenza sulle stesse).

Gli atti vanno trasmessi al P.M. affinché valuti l’opportunità dell’esercizio dell’azione penale nei confronti di De Luca Antonino  per i due reati sopra esaminati in quanto la posizione di tale imputato, chiamato da tutti e tre i collaboranti escussi e, in particolare, dal Ventura cui, come si è visto, va attribuita una particolare attendibilità sul punto, appare sostanzialmente identica a quella del La Spada, a parte il fatto che il Surace ed il Santacaterina  hanno menzionato tale imputato solo nel corso dell’esame dibattimentale, rettificando le precedenti dichiarazioni che coinvolgevano altre persone.