5.2.7 Rapina alla Banca Agricola Commerciale, S.S. 114, Contesse (capo 31)

Il 17 settembre 1982, intorno alle 10,25, tre uomini, travisati con calzamaglie calate sul viso o con passamontagna ed armati di pistola, si introducevano all’interno dell’agenzia di Contesse della Banca Agricola Commerciale. Dopo aver infranto con una mazza una porta che metteva in comunicazione lo spazio riservato ai clienti con l’area delle casse, i tre intimavano agli impiegati di aprire la cassaforte e consegnare il denaro. Prelevavano quindi la somma complessiva di £. 16.229.998, custodita sia nella citata cassaforte che nei cassetti. Il direttore dell’agenzia Pandolfo Francesco, attirato dal trambusto, essendo sopraggiunto dall’ufficio dove si trovava, veniva notato dai rapinatori uno dei quali, minacciandolo con la pistola, si faceva consegnare l’orologio marca Rolex che il predetto teneva al polso. Nel frattempo un cliente di nome D’Arrigo  Antonino faceva ingresso nell’istituto bancario con in mano del denaro da versare. Anch’egli veniva rapinato dell’intera somma ammontante a circa £. 1.000.000. Subito dopo i malviventi si allontanavano utilizzando un motociclo Vespa di colore rosso.

Surace ha indicato se stesso, Ventura Salvatore, La Spada Antonino  e Trovato Alfredo , quest’ultimo all’epoca minorenne, come gli autori della rapina in contestazione. I suddetti, a bordo di una moto Suzuki 1100 di proprietà del La Spada e di altro motocliclo (Vespa o Enduro) rubato dal Trovato, avevano raggiunto un luogo vicino al villaggio CEP. Qui avevano lasciato il Trovato a sorvegliare la moto Suzuki. Gli altri tre, utilizzando il mezzo residuo, avevano raggiunto l’istituto bancario. Dopo essersi travisati con passamontagna, avevano fatto ingresso nell’istituto. Il Ventura si era posizionato, con l’arma in pugno, davanti alla porta di ingresso della banca; il Surace, spalleggiato dal La Spada, aveva sfondato con una mazza ferrata la porta di legno che conduceva alle casse. La Spada e Ventura erano allora passati al di là del bancone, mentre il Surace era rimasto a controllare i movimenti dei clienti. I primi due avevano prelevato i soldi, uno dalla cassaforte, l’altro dai cassetti. Durante la rapina il La Spada aveva notato un orologio Rolex al polso del direttore e se lo era fatto consegnare. Lo stesso La Spada o il Ventura aveva poi sottratto del denaro anche ad uno dei clienti presenti. Compiuta la rapina i tre avevano ripreso posto sul motociclo parcheggiato fuori dall’istituto ed avevano raggiunto il Trovato. Surace, accompagnato con la Suzuki dal La Spada, aveva allora raggiunto il Palazzo di giustizia onde farsi notare dagli avvocati presenti così da precostituirsi un alibi. Gli altri due si erano dileguati.

La straordinaria corrispondenza delle sopra riportate dichiarazioni con le risultanze della prova generica dimostra, con riferimento al caso di specie, la nitidezza del ricordo del collaborante. Le dichiarazioni testimoniali raccolte nel corso del dibattimento riscontrano il racconto del Surace praticamente su tutti i punti fondamentali: movimenti dei rapinatori all’interno dell’istituto, mezzo utilizzato per raggiungere il luogo della rapina, armi e travisamento, sottrazione dell’orologio al direttore e del contante ad uno dei clienti, entità della somma asportata. Colpisce, in particolare, il fatto che il Surace ricordi che la porta di comunicazione tra l’area riservata ai clienti ed il retro dell’istituto non era blindata, ma di legno. Dichiarazione questa che trova conferma nella deposizione del teste Pezzillo (“Era una porta di legno che noi pensavamo fosse blindata, invece effettivamente non ha retto al colpo della mazza”). La descrizione di uno dei rapinatori effettuata dal teste Pandolfo, poi, è compatibile con le fattezze fisiche del Surace (“alto un metro e sessantacinque, abbastanza robusto, anzi direi tarchiato”).

Ulteriore conferma dell’accusa proviene dal Ventura. Questi ha ammesso la propria responsabilità chiamando in correità le stesse persone già indicate dall’altro collaborante ed individuando i rispettivi ruoli in maniera sostanzialmente conforme. Le divergenze rispetto alle dichiarazioni del Surace afferiscono fondalmente a due punti: sarebbero stati utilizzati due motocicli Vespa entrambi condotti nei pressi dell’istituto bancario per cui il Trovato si sarebbe appostato a guardia dei mezzi in prossimità dell’ingresso, mentre l’orologio Rolex sarebbe stato sottratto al direttore, non dal La Spada, ma dal Surace. Al di là del fatto che, considerando che le dichiarazioni in questione sono state rese a distanza di oltre dodici anni dai fatti, per cui imprecisioni del ricordo dell’uno o dell’altro dei collaboranti su circostanze di modesto rilievo non appaiono significative, dalle risultanze della prova generica sembra potersi affermare la correttezza della ricostruzione del Surace. Riguardo al primo dei profili evidenziati, il direttore Pandolfo nell’immediatezza dei fatti aveva affermato chiaramente che i tre rapinatori avevano preso posto tutti a bordo dello stesso motociclo (“sono saliti a bordo di una motoretta Vespa di colore rosso avente come primi due numeri di targa 59”). È solo nel corso del dibattimento che il teste, unico fra tutti quelli escussi, ha fatto riferimento, pur palesando qualche incertezza, alla presenza di una quarta persona all’esterno dell’istituto. Il fatto che tale indicazione non fosse stata fornita nell’immediatezza o comunque in epoca prossima ai fatti di cui si discute fa ritenere che, in effetti, il mezzo parcheggiato davanti alla banca fosse uno solo e che questo fosse l’unico a disposizione dei rapinatori almeno nella prima fase della fuga. Quanto alla sottrazione dell’orologio, l’attribuzione al Surace di tale atto da parte del Ventura è certamente errata posto che lo stesso teste Pandolfo, con sicurezza, ha affermato che l’uomo cui aveva consegnato il bene era di corporatura esile ed alto circa m. 1,70, laddove, come il Tribunale ha potuto direttamente verificare, il Surace è di statura più bassa e di corporatura che verosimilmente nemmeno all’epoca dei fatti poteva considerarsi esile.

Quanto all’incrocio delle dichiarazioni dei due collaboranti, rileva il Collegio che, pur se il Ventura aveva una pregressa conoscenza delle dichiarazioni rese sul punto dal Surace, egli ha fornito una descrizione dei fatti che, seppur non particolarmente dettagliata, non fa sorgere nessun dubbio sulla sua effettiva partecipazione al delitto. Per altro verso, come si è già rilevato, il Ventura ha dimostrato nel corso del presente dibattimento di non essere disponibile ad adeguarsi alle dichiarazioni del Surace, prendendo in tutti i casi, ivi incluso quello in esame, posizioni autonome.

In conclusione, le dichiarazioni del Surace, confermate in maniera pressoché totale dalle risultanze della prova generica, trovano riscontro nella confessione del Ventura. La nitidezza del ricordo da parte di Surace, la certa partecipazione al fatto dei due collaboranti e quindi il carattere primario delle fonti, la particolare attendibilità generale del Ventura e l’assenza di elementi di contrasto dell’accusa emergenti dagli atti fanno ritenere riscontrata, ai fini di cui all’art. 192, co. 3 c.p.p., l’accusa mossa nei confronti del La Spada, unico chiamato a rispondere in questa sede del reato di cui al capo 31 della rubrica.

Vanno ritenute a carico del suddetto imputato tutte le aggravanti contestate (rapina commessa da più persone riunite, armate e travisate), evidenti alla luce dei fatti come sopra ricostruiti.